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martedì 27 aprile 2010

Il significato di una data


Siamo un popolo senza gradazioni, o bianco o nero, e ci perdiamo il bello delle sfumature. Derivano da questa attitudine il facile entusiasmo con cui si salta sul carro del vincitore e la condanna senza appello dopo le rovinose cadute di personaggi idolatrati fino al giorno precedente. Eppure ci deve essere una via di mezzo.
Non si può passare dalla bolsa retorica dell’antifascismo che per anni ha prodotto un profluvio di parole spesso vuote o al massimo strumentali, al becero revisionismo di questi ultimi anni. Le celebrazioni per il 25 aprile ripropongono ogni anno la questione, con giustificata preoccupazione negli ultimi tempi a causa dei tentativi di offuscare la grandezza e la generosità di tanti partigiani sulla scorta delle accertate violenze, vendette e sopraffazioni perpetrate da una minoranza.
La Resistenza ha avuto luci (tante) ed ombre. Per diversi decenni il partito comunista ha esercitato una sorta di monopolio e prodotto l’interpretazione “autentica”, magnificando il proprio ruolo anche al di là di innegabili meriti e sminuendo il contributo delle altre forze. Basti pensare all’oblio che ha circondato una figura di primissimo piano come Alfredo Pizzoni, comandante del Comitato di Liberazione Nazionale in Alta Italia, un monarchico liberale (banchiere per giunta, quindi estraneo al proletariato) non schierato politicamente e per questo emarginato subito dopo il 25 aprile. O al silenzio calato sulle vicende del triangolo rosso e del confine orientale, giustamente scoperchiate a partire dalla metà degli anni ’90.
Questo però non giustifica la negazione di verità e principi fondamentali. È vero che spesso i repubblichini di Salò erano giovanissimi cresciuti con il mito della Patria ed alle loro scelte è possibile concedere l’attenuante della buona fede. Ma oltre non si può andare.
Una cosa è la pietà per i morti, che va riconosciuta a tutti, senza alcuna distinzione per il colore politico delle vittime. Altra cosa è ribadire con forza che c’era una parte giusta e una parte sbagliata.
Non si possono mettere sullo stesso piano coloro che lottavano per la libertà e i seguaci del nazifascismo. La vittoria dei partigiani ha portato la democrazia; quella di Hitler e Mussolini avrebbe fatto dell’Europa un enorme campo di concentramento. Chi sostiene il contrario compie un’operazione storicamente disonesta e moralmente indecente.
“È triste dovere difendere la Resistenza” (Claudio Magris): dovrebbe essere naturale in un Paese normale. Ma questo non è un Paese normale. È un Paese che ha la memoria corta. Per questo è bene rinfrescarla.
Il 25 aprile non segna soltanto la fine di una sanguinosa e fratricida guerra civile, ma costituisce l’atto fondante della Repubblica italiana e la rinascita della nazione dopo la seconda guerra mondiale, la riconquista di quell’onore che il fascismo aveva oltraggiato con la dittatura, la soppressione di tutte le libertà, le leggi razziali e l’ingresso in guerra al fianco della Germania nazista. Nessun revisionismo potrà mai ribaltare la verità storica.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Aaaaaaaaah! Sono scioccata! Pellegrinaggi dei reduci della Repubblica di Salò e di molti giovani per commemorare Mussolini, ragazzi che sostengono che a piazzale Loreto è stato impiccato un grande statista che ha fatto solo il bene del popolo, la Craxi che si lamenta per le mancate scuse per l'oltraggio al cadavere di Mussolini... Ma stiamo impazzendo???? No, dico, ci rendiamo conto???? Ma allora davvero dimentichiamo facilmente il corso degli eventi storici. Allora è vero che riusciamo a vedere solo quello che alcuni ci vogliono far vedere. Allora è vero che non abbiamo un minimo di giudizio critico. Sono senza parole!