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venerdì 30 dicembre 2011

Il 2011 dalla A alla Z


A – AZZARÀÈ durata quattro mesi la prigionia di Francesco Azzarà, logista presso un centro pediatrico aperto da Emergency a Nyala, nel Darfur meridionale. In mano a una banda di sequestratori sudanesi dal 14 agosto, il cooperante di Motta San Giovanni (RC) è stato rilasciato il 16 dicembre, dopo che il suo rapimento aveva provocato una vasta mobilitazione dell’opinione pubblica.
B – BIN LADEN. Nel decennale dell’attacco qaedista alle Torri Gemelle, lo “sceicco del terrore” viene scovato ed eliminato in un nascondiglio ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio. Il corpo di Bin Laden viene poi gettato in mare. L’immagine che passerà alla storia ritrae il presidente Obama, il vice Biden, Hillary Clinton, il capo del Pentagono e lo staff presidenziale mentre seguono in diretta il blitz dei Navy Seals dalla Situation Room della Casa Bianca.
C – CATASTROFI NATURALI. L’Italia frana e ogni temporale diventa un’emergenza ambientale. Anche il 2011 piange parecchie vittime (5 nelle Marche e in Romagna, 12 nello spezzino e in Lunigiana, 6 a Genova e 3 nel messinese) e conta danni per milioni e milioni di euro. La devastazione ambientale e l’incuria dell’uomo sono il migliore alleato della natura, che ogni tanto si ribella e lascia dietro di se soltanto fango e morte.
D – DSK. Annus horribilis per il direttore generale del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, passato dall’altare della possibile sfida a Sarkozy per la conquista dell’Eliseo al carcere, accusato di tentata violenza sessuale ai danni della cameriera di un hotel di New York. Accuse rivelatesi infondate, che hanno alimentato le voci di un complotto politico. Prosciolto negli Usa, DSK è stato successivamente accusato di molestie in Francia.
E – EURO. Lo strappo di Londra, il tandem Francia/Germania, le due velocità dell’Europa, zavorrata dal peso del debito dei PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) e dalla sofferenza dei conti italiani. La crisi del debito “sovrano” in Grecia è stata la spia della difficoltà dell’eurozona. Il rischio è che sulla moneta unica si scateni la resa dei conti: “salvare l’Euro o salvare l’Europa?”. Senza unione politica, il destino dell’euro sembra segnato.
F – FUKUSHIMA. Il numero delle vittime provocate dal terremoto (8.9 scala Richter) e dallo tsunami che ha colpito il Giappone l’11 marzo è incerto (circa 30.000), ma la tragedia della centrale nucleare di Fukushima avrà conseguenze sull’ecosistema dell’intero pianeta per i prossimi decenni. Radiazioni, contaminazione dell’aria e del sottosuolo: il disastro ecologico ha indotto la Germania ad abbandonare l’energia atomica; in Italia, un referendum ha chiuso la porta al nucleare.
G – GURU. “Stay hungry, stay foolish” (Siate affamati, siate folli), il monito lanciato da Steve Jobs ad una platea di neolaureati quando già il male lo stava divorando. Vinto dal cancro il 5 ottobre, il cofondatore di Apple e ideatore di prodotti tecnologici innovativi come l’iPhone e l’iPad è diventato un’icona, un “genio creativo e visionario” paragonato a straordinarie personalità del passato (Leonardo, Newton, Einstein) per la capacità di incidere sul corso della storia.
H – HASHTAG. Il 2011 è stato l’anno di Twitter. Dalla Primavera araba alla crisi di governo italiano, alle manifestazioni degli Indignati, non c’è stato avvenimento che non sia stato raccontato da protagonisti e testimoni comuni armati di smartphone. Simbolo di questo nuovo modo di raccontare la cronaca è l’hashtag (#), l’etichetta che raccoglie i tweet su un determinato tema. #yearinhashtag, ideato da Claudia Vago, Luca Alagna, Marina Petrillo, Maximiliano Bianchi e Mehdi Tekaya sintetizza dodici mesi di notizie “da un punto di vista particolare: la Rete e i suoi utilizzatori”.
I – IRAQ. Otto anni e 4.474 morti dopo gli Usa lasciano l’Iraq. Per le vittime irachene il bilancio è incerto: almeno 100.000 tra militari e civili, “effetti collaterali” dei bombardamenti di villaggi sospettati di nascondere truppe fedeli al regime di Saddam. Delle cause portate a pretesto per scatenare la guerra (appoggio ad Al-Qaeda e programma di armamenti di distruzione di massa) nessuna si è rivelata fondata. L’eliminazione di Saddam non ha pacificato l’Iraq e il ritiro dell’esercito Usa lascia un grosso punto di domanda sul futuro di Baghdad.
L – LACRIME. Quelle di Elsa Fornero, ministro del lavoro e delle politiche sociali nel governo Monti, durante la presentazione della manovra economica “lacrime e sangue” (tanto per restare in tema). Ma soprattutto le nostre, se tagli al welfare, tasse e aumenti vari non saranno compensati da misure per la crescita. Ora come ora, l’impressione è che a pagare saranno i soliti, mentre altri soliti la faranno franca, visto che rendita, patrimoni e privilegi sono stati appena scalfiti. Non ci resta (davvero) che piangere.
M – MONTI. Anche se un suo ministro piange, il professore rimane impassibile, tanto da continuare ad illustrare i contenuti della riforma previdenziale e, bando alla ciance, “correggimi; commuoviti ma correggimi”. Invocato come il salvatore della patria per porre un argine ai disastri del governo Berlusconi, con Monti l’Italia sta lentamente riguadagnando la credibilità che scandali, “cene eleganti” e altre amenità del genere avevano affossato. Il Paese però appare sfiduciato e depresso. Il 2012 sarà un anno di ulteriori sacrifici.
N – NIPOTE DI MUBARAK. È stata la bufala dell’anno, ma l’Italia è un Paese talmente bizzarro che ha ricevuto l’avallo istituzionale. Ruby “rubacuori”, amichetta del premier finita in Questura per un litigio con una prostituta brasiliana, è la nipote marocchina dell’ex leader egiziano Mubarak. L’ha stabilito la Camera dei deputati votando la richiesta di sollevare davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione nei confronti dell’autorità giudiziaria per spostare il processo “Ruby” dal Tribunale di Milano al Tribunale dei ministri. La degna chiusura del ciclo berlusconiano.
O – OCCUPY WALL STREET. Per il magazine statunitense “Time” è il contestatore la “persona dell’anno 2011”. Dagli Indignados in Spagna, scesi in piazza a maggio per manifestare contro le misure economiche del governo Zapatero, a Piazza Tahrir, dove sboccia la primavera araba, a Zuccotti Park, luogo simbolo della protesta nel cuore di Manhattan sgomberato a metà novembre, dopo due mesi di occupazione, è un susseguirsi di manifestazioni culminate con la giornata mondiale dell’indignazione, il 15 ottobre.
P – PRIMAVERA ARABA. È appena iniziato l’anno quando muore Mohamed Bouazizi, laureato disoccupato e venditore ambulante abusivo che a dicembre si era dato fuoco in segno di protesta per le condizioni di miseria in cui vive gran parte della Tunisia. Inizia la “primavera araba”: migliaia di giovani si riversano in piazza e costringono il presidente Ben Alì alla fuga. La rivolta contagia il Nord Africa. Piazza Tahrir, al Cairo, diventa l’epicentro della rivolta egiziana, che costringe Mubarak a passare la mano ai militari. Quindi è la volta della Libia, che si solleva contro Gheddafi e, grazie al sostegno decisivo dell’Occidente, pone fine alla dittatura ultraquarantennale del rais.
Q – QUATTRO SÌDopo 24 quesiti affossati consecutivamente a partire dal 1995, il 12-13 giugno è stato raggiunto il quorum necessario per rendere valida la consultazione referendaria. Le urne hanno detto che gli italiani sono contrari al nucleare e alla privatizzazione dell’acqua. Ma hanno anche bocciato Berlusconi, già bastonato nelle amministrative di maggio, cancellando la legge sul “legittimo impedimento”, una delle tante leggi ad personam licenziata dal Parlamento dei “nominati”.
R – ROYAL WEDDING. Il “matrimonio reale” tra William e Kate è stato l’evento mediatico dell’anno. Seguito in diretta televisiva e sul web da oltre due miliardi di spettatori in tutto il mondo, il “sì” pronunciato nell’abbazia di Westminster ha riconciliato la monarchia Windsor con il popolo inglese, che non aveva mai completamente elaborato il lutto per la perdita di Lady D. La favola moderna della giovane coppia reale ha tutti gli ingredienti per soddisfare la richiesta di sogno presente, in tutti i tempi e ad ogni latitudine, presso l’opinione pubblica.
S – SPREAD. Non avremmo mai sospettato che il nostro primo pensiero, una volta svegli, potesse essere rivolto allo spread. Ormai il nostro umore sale e scende in maniera inversamente proporzionale all’andamento della differenza di rendimento tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. Superata quota 500, chiamiamo il 118. Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana lo spread ha fatto cadere un governo e ne ha issato un altro. È il primato dell’economia sulla politica.
T – TELEVISIONE. Non siamo ancora al superamento del duopolio Rai-Mediaset, ma segnali di novità importanti arrivano dall’ascesa di La7, trascinata dall’effetto Chicco Mentana e da una politica semplice, favorita dallo smantellamento dell’azienda di viale Mazzini. La Rai si lascia scappare i pezzi pregiati e mantiene fino alla caduta di Berlusconi Minzolini, autore del “più brutto telegiornale della storia” (Aldo Grasso). A parte le quattro puntate di Fiorello, c’è poco da salvare. Interessante l’esperimento di Santoro, in onda su una “multipiattaforma” (emittenti locali, Sky, siti internet e radio).
U – UNITÀ D’ITALIA. Il 150° anniversario è stata un’occasione persa, scivolato nella retorica delle ragioni unitarie e identitarie, da un lato, e nella strumentalizzazione di un revisionismo politico prima che storiografico, dall’altro. Affidata alla penna di giornalisti polemisti più che al rigore scientifico degli storici, la ricostruzione del Risorgimento italiano si è per lo più trasformato in una “controstoria” buona soltanto per i rutti leghisti e per le parate in costume dei neoborbonici.
V – VASTO. Non sappiamo se qualcuno, contraddicendo la raccomandazione di Nichi Vendola, abbia strappato la foto di Vasto, che ritraeva sorridenti il leader di Sel, quello di Idv Antonio Di Pietro e il segretario del Pd Pierluigi Bersani, proiettati verso un’alleanza elettorale e di governo per il dopo-Berlusconi. La costituzione del governo Monti ha rimescolato le carte. Soprattutto l’approvazione della manovra economica ha raffreddato i rapporti tra chi l’ha votata (Pd), chi ha negato la fiducia (Idv) e chi, non avendo rappresentanti in Parlamento, si è ritrovato nel mezzo (strattonato ora dall’uno, ora dall’altro). Le sirene del Terzo polo potrebbero dare il colpo definitivo alle speranze di unità a sinistra.
Z –ZAPATERO. Che sia un periodaccio per la sinistra, anche a livello internazionale, lo conferma la parabola del premier spagnolo Zapatero, travolto dopo sette anni di governo dalla crisi economica: 5 milioni di disoccupati, rischio default e Indignados nelle piazze. Il leader del Psoe ha almeno salvato la faccia, dimettendosi prima della scadenza naturale del mandato e affidando il destino della Spagna ad elezioni anticipate, stravinte dal candidato del partito popolare Mariano Rajoy. Si chiude così una stagione di importanti conquiste in materia di diritti civili (la più nota, la legislazione sulle coppie omosessuali), guardata con interesse dalle sinistre di tutto il mondo.

Pubblicato il 31 dicembre 2011 su http://www.scirocconews.it/index.php/2011/12/31/lalfabeto-del-2011-dalla-a-alla-z/

sabato 24 dicembre 2011

Buon Natale

Buon Natale con le parole e la musica di Francesco De Gregori: "Natale di seconda mano".
Perché non tutte le tavole stasera saranno imbandite come le nostre, perché quelli che non avranno niente da festeggiare saranno la maggioranza, perché l'Italia non può essere il Paese dei pogrom contro i senegalesi a Firenze e contro i rom a Torino.
Buon Natale

Un anno di piazze


Quando, sul finire del 2010, Mohamed Bouazizi si dà fuoco per protestare contro la polizia tunisina che gli aveva confiscato la frutta e la verdura che vendeva per guadagnarsi da vivere e per non pensare al foglio di carta rilasciatogli dall’Università, insieme ad un posto nella statistica dei disoccupati, mai avrebbe pensato che sarebbe presto diventato un novello Jan Palach capace di infiammare tutto il Nord Africa. Da Sidi Bouzid, la “rivoluzione dei gelsomini” contagia rapidamente le principali città tunisine. I manifestanti individuano il responsabile della disoccupazione, della miseria del popolo e della corruzione politica nel presidente Ben Ali, che il 14 gennaio viene costretto alla fuga. Le prime elezioni libere dall’indipendenza registrano in seguito la vittoria del partito islamista moderato, illegale sotto il regime.
Leitmotiv del 2011 è la piazza e i suoi dimostranti, per lo più giovani, con una elevata percentuale di donne, un particolare significativo per i paesi islamici. La copertina che il settimanale statunitense Time dedica alla “person of the year” ritrae proprio una manifestante con il volto coperto. Un’immagine vista a Tunisi, al Cairo, a Bengasi, ma anche a New York, a Roma, a Madrid, ad Atene. E sono di pochi giorni fa fotogrammi che passeranno alla storia e che immortalano il pestaggio della ragazza egiziana “dal reggiseno blu”.
La rivolta tunisina innesca la “primavera araba”, una coraggiosa sfida ai regimi accompagnata da una domanda di democrazia e di partecipazione senza precedenti, che viaggia principalmente sulla rete, attraverso gli aggiornamenti in tempo reale dei blogger e su Twitter, il social network che diventa strumento indispensabile per il “citizen journalism”. L’informazione passa dagli smarthphone dei manifestanti alla rete, raggiungendo ogni angolo del pianeta in barba a qualsiasi tentativo di restrizione della libertà. Yemen, Baharein, quindi l’Egitto, con piazza Tahrir, al Cairo, che diventa il luogo simbolo della sollevazione. Le cariche della polizia, i morti e gli arresti non fermano un processo irreversibile che si conclude con le dimissioni del presidente Mubarak, seguite dall’arresto e dal passaggio del potere ai militari. Dopo quarant’anni crolla anche il regime libico. L’opposizione a Gheddafi si organizza sfruttando le potenzialità del web, ma a sancire la fine del rais sarà la risoluzione 1973 dell’Onu che autorizza l’intervento della comunità internazionale per istituire una no-fly zone e per proteggere i civili.
Il 2011 infiamma le piazze di tutto il mondo. In primavera, gli indignados spagnoli costringono alle dimissioni anticipate Zapatero. A Manhattan, Occupy Wall Street per due mesi, fino al violento sgombero del 15 novembre, diventa il centro mondiale della richiesta di cambiamento nelle politiche sociali e occupazionali. Un’assemblea permanente a Zuccotti Park, culminata con la “giornata mondiale dell’indignazione” (15 ottobre), coinvolge oltre 1.000 città in tutto il mondo. Crisi economica, ricette inadeguate, reazione di una generazione che non si fida più dei suoi rappresentanti politici e, come nel ’68, ritira la delega, sono gli ingredienti della contestazione globale. La rete la sua arma più incisiva.

lunedì 19 dicembre 2011

Assolutamente no


Che alcuni politici ritengano di godere dell’immunità ortografica è un sospetto insinuato tempo fa da Gian Antonio Stella, in un articolo che metteva alla berlina “l’onorevole ripetente” del Pdl Michaela Biancofiore, già nota per un criptico “mi vogliono distrutta, annientata, denigrata, scanzonata”. Il Parlamento è però lo specchio del Paese e i liberi interpreti della lingua italiana si trovano ovunque. Oltre agli errori da matita blu, esiste un campionario di parole, locuzioni, modi di dire di per sé corretto, o comunque tollerato, che induce comprensibilmente alla diffidenza e alla perplessità nei confronti di chi vi fa ricorso.
Partiamo da “assolutamente” (assolutamente sì; assolutamente no), una risposta secca e rinforzata in quest’epoca di labili certezze. A volte pleonastica. Di sicuro irritante. “Vieni al cinema?”. “Assolutamente no”. Come dire: “se me lo chiedi di nuovo mi offendo”. Un intercalare molto diffuso, equiparabile al “cioè” di qualche anno fa, finito gloriosamente in soffitta. La crociata contro l’utilizzo di “piuttosto che” con significato disgiuntivo, definito “inammissibile” dall’Accademia della Crusca, è invece una battaglia persa. Impossibile riuscire ad imporsi sulla schiera di conduttori, ospiti, concorrenti che vi ricorrono una frase su due. L’uso di “assolutamente” e “piuttosto che” per alcuni è chic. Beati loro. Sono gli stessi che concludono un elenco con “quant’altro”. Un modo per non dire nulla – o dire poco – lasciando il dubbio che di un determinato argomento si sappia tutto. Un approccio sbrigativo, superficiale, che mette al riparo da eccessive responsabilità. “Niente di che” vale per quel che sostiene (niente); “nel senso che” apre a considerazioni non richieste sul nulla. “Ho cenato, nel senso che avevo fame”. Grazie dell’informazione.
L’abuso del vezzeggiativo ha raggiunto dimensioni epidemiche. Da “cosina” a “sciarpettina” (più tutte le varianti fashion), fino all’intramontabile “attimino”, a volte sostituito dall’urticante “secondino”, è il festival delle smancerie. Poi ci sono alcune parole che, utilizzate al di fuori del loro habitat naturale, per essere digerite richiedono dosi massicce di bicarbonato. Pochi esempi: “interfacciarsi”, tratto dalla forma sostantivata (interfaccia) familiare agli ingegneri elettronici, indica impropriamente una relazione tra due soggetti; “attenzionare”, verbo orribile che sostituisce la locuzione “sottoporre all’attenzione”, analogamente ad “efficientare” (rendere efficiente) e “appuntamentare” (prendere un appuntamento); “inerzia”, utilizzato da molti telecronisti sportivi per descrivere situazioni (“si è spostata l’inerzia della partita”) che con l’inoperosità non c’entrano nulla. Pensavo che fosse finita l’epoca della “misura in cui”, lessico da assemblea sessantottina. In un libro scritto da un luminare di filosofia politica, sto invece constatando, con enorme stupore, la sua riesumazione, che si accoppia all’abuso dell’avverbio “parimenti”, altro reperto archeologico.
Il linguista Tullio De Mauro ha lanciato un preoccupante allarme sull’aumento dell’analfabetismo di ritorno: “il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e di comprensione di un testo scritto di media difficoltà”. D’altronde, alcune strutture grammaticali e sintattiche elementari sono addirittura ignorate da molti studenti universitari. La lingua s’impara solo se si leggono buoni libri, mentre la dipendenza televisiva e tecnologica sta uniformando verso il basso il livello della conoscenze. Per questo, invece di affossarli, sarebbe il caso di rilanciare gli studi umanistici. Assolutamente.

venerdì 16 dicembre 2011

Finalmente libero Francesco Azzarà

La notizia è stata lanciata da Emergency su Twitter, alle 15.47:

Gino Strada: “Alte autorità del #Sudan ci hanno comunicato l’avvenuta liberazione di Francesco. Aspettiamo le conferme” #freefrancesco



Attendiamo ulteriori aggiornamenti, ma sembra proprio che stavolta ci siamo. Una bella notizia per Francesco, per Emergency, per l’Italia, per la Calabria, per Reggio, per i suoi familiari e amici, per chi, come me, prima di questa sua disavventura, non sapeva niente di lui.
Poco più di una settimana fa, sul blog, ero tornato per la seconda volta sulla sua vicenda e, sarà stata una coincidenza, dopo che l’articolo è apparso anche sul “Quotidiano della Calabria”, è stato un susseguirsi di altri interventi pubblici, tra cui quello del sindaco di Motta San Giovanni, che aveva preannunciato una grande iniziativa per chiedere nuovamente la liberazione di Francesco. Coincidenza o meno, sono felice per avere dato il mio piccolo contributo di sensibilizzazione attorno alla vicenda di Azzarà.
Buon Natale Francesco

lunedì 12 dicembre 2011

I crumiri con la ramazza


Sporcare l’immagine del “modello Reggio” sarebbe stata una carognata insopportabile sotto feste. Sporcare. È proprio il verbo giusto. Per cui non possiamo che esultare per la soluzione raggiunta sulla questione degli stipendi dovuti agli operai di Leonia, la società mista che si occupa della raccolta dei rifiuti. Una breve riflessione però va fatta, visto che qualcuno ha trovato scorretta la protesta dei lavoratori, uno sciopero non autorizzato che ha impedito lo svolgimento del servizio minimo essenziale.
E questo non va bene. Fin quando la spazzatura invade le strade delle periferie è un conto, ma se cumuli di sacchetti deturpano il salotto della “Reggio bene” diventa difficile sposare la causa di circa trecento padri e madri di famiglia che non sanno più cosa fare per vedersi riconosciuto un diritto sacrosanto. Metà stipendio di ottobre e l’intera retribuzione per il mese di novembre.
Garantire i servizi essenziali. Perché, una vita decente non va garantita? E un piccolo pensiero da fare trovare sotto l’albero ai propri figli? E fare la spesa senza doversi umiliare nel chiedere credito? Fare a meno dei prestiti di familiari o amici, è pretendere troppo?
La verità è un’altra. Senza azioni eclatanti, senza disobbedienza civile non si ottiene nulla. Partiti e sindacati non hanno mai avuto un livello di credibilità così basso. Difatti, all’incontro tenuto in prefettura con il sindaco Arena e il direttore di Leonia, non c’erano. Avvenimenti come quello verificatosi a Reggio Calabria certificano il loro fallimento. La messinscena allestita da consiglieri e assessori comunali, trasformatisi in crumiri a favore di teleobiettivo, giusto il tempo di qualche foto, è solo avanspettacolo. Immortalati con la ramazza in mano e il tacco spinto. La metafora più calzante del distacco tra politica e società.

domenica 11 dicembre 2011

L'Italia, Monti e l'ombrello di Altan


Tempo di sacrifici. Occorre farne tutti. Benissimo. Ma è troppo pretendere un minimo di equità? Le misure approntate dal governo Monti col fiato dello spread sul collo vanno in altra direzione. L’impressione è che a pagare sarà il cittadino comune, destinato ad un progressivo e rischiosissimo impoverimento. A farla franca, o comunque a ricevere un piccolo buffetto e niente più, saranno i soliti noti, le molteplici caste abituate a godere di privilegi intollerabili. Siamo sempre all’ombrello di Altan.
Una manovra sbilanciata sul fronte delle tasse, come certificano le tabelle del ministero del tesoro, che prevedono un aumento della pressione fiscale dal 42,5% del 2011 al 43,8% nel 2012. E che chiunque può già tastare nelle pompe dei carburanti, il cui prezzo è schizzato alle stelle per l’aumento delle accise: in media, 9,9 centesimi in più per la benzina; 13,6 per il gasolio; 2,6 per il Gpl. A questo salasso, vanno aggiunti l’introduzione dell’Ici-Imu sulla prima casa e l’aumento dell’Iva, provvedimenti che non possono che causare la contrazione dei consumi. E senza consumi, che crescita ci può essere?
Il senso di ingiustizia è tutto in questo accanimento contro i ceti medio-bassi. L’annunciato aumento dell’Irpef sui redditi alti non c’è stato. Le tasse su barche e Suv sono propaganda e basta, ininfluenti. La deindicizzazione delle pensioni al di sopra dei 936 euro un’ingiustizia, a fronte del costante aumento del costo della vita. Talmente ingiusta che negli ultimi giorni sta prendendo piede l’ipotesi di portare l’asticella a 1.400 euro. L’abolizione delle pensioni di anzianità, senza distinguere tra lavoro e lavoro, una vigliaccata. Una bazzecola il prelievo dell’1,5% sui capitali scudati, peraltro tecnicamente difficile da realizzare nei casi in cui siano stati reinvestiti in altre attività. Un provvedimento serio dovrebbe attaccare stipendi e pensioni d’oro, rendita e patrimoni milionari. Inutile girarci attorno. Senza il buon esempio, non è onesto pretendere sacrifici. E finiamola con le strumentalizzazioni dei cattolici impegnati in politica. L’Ici sul patrimonio immobiliare della Chiesa è una misura di equità, non di ostilità. Specialmente in questo frangente.
Sacrifici, sacrifici, sacrifici. Dal 1992 in poi, gli italiani hanno ampiamente dimostrato di possedere uno spirito squadra formidabile. Testa bassa e pedalare, quando c’è da raggiungere un obiettivo. Però diventa complicato continuare a chiederne, se non servono a innescare processi virtuosi. Se non creano sviluppo e lavoro per i giovani. Una perplessità avanzata anche dal direttore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che ha definito la manovra necessaria e urgente, ma recessiva, priva di misure per la crescita. Guardando alla Calabria, la “razionalizzazione” del servizio decisa da Trenitalia e Alitalia (soppressione di 20 tratte e di 52 voli) non è un segnale incoraggiante, alla vigilia dell’annuncio delle misure per il Sud. Non si capisce proprio come si possa produrre sviluppo isolando un’intera regione dal resto del Paese.

giovedì 8 dicembre 2011

I silenzi sul rapimento di Francesco Azzarà


C’è un preoccupante silenzio attorno alla vicenda di Francesco Azzarà, l’operatore di Emergency rapito il 14 agosto a Nyala, nel Darfur, regione del Sudan dove dal luglio del 2010 è attivo un centro pediatrico messo in piedi dall’organizzazione fondata da Gino Strada. La Farnesina tace, mantenendo la linea inaugurata da Franco Frattini nei giorni successivi al sequestro. Siamo fermi alla dichiarazione del deputato Pdl Lella Golfo, che riprendeva fonti diplomatiche: “Francesco è in ottime condizioni e sarebbe stato individuato il luogo in cui è tenuto prigioniero”. Da quattro mesi è un “non possiamo parlarne per motivi di sicurezza”, per “problemi di intelligence” e per “non mettere a repentaglio l’incolumità del prigioniero”.
La mobilitazione iniziale è stata imponente, in Calabria e in tutta Italia. L’immagine di Azzarà sugli edifici pubblici di moltissime città, negli stadi, portata alla Marcia per la pace di Assisi dal comitato “Francesco Libero”. Poi è sceso il silenzio. Le uniche informazioni al di fuori del burocratese del ministero degli esteri sono venute da Cecilia Strada, che davanti alla Commissione straordinaria dei diritti umani del Senato, a metà settembre, dichiarò che Emergency era riuscita a stabilire un contatto diretto con Azzarà (“resiste bene, per quanto possibile nella situazione in cui si trova. Mangia e beve e tiene duro”) e, qualche settimana dopo, da Gino Strada, intervenuto telefonicamente a Che tempo che fa per annunciare che “ci sono buoni motivi per dire che molto presto potremo riabbracciare Francesco”.
Quando si immaginava imminente la soluzione, qualcosa si è però inceppato, facendo saltare tutto. Da allora, non è più filtrato nulla. Sui giornali e sulle televisioni nazionali la notizia non ha ormai alcuna risonanza. A tenere alta l’attenzione sembra essere rimasto soltanto il deputato del Pd Franco Laratta, che già nei mesi passati aveva ripetutamente esortato l’ex ministro degli esteri Franco Frattini ad intervenire in Aula sulla questione. Una nuova interrogazione, presentata insieme al collega di partito Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, chiede ora al neoministro Giulio Terzi di riferire “se il governo segue con costanza il sequestro di Francesco Azzarà; se vi sono stati contatti con i rapitori; se si hanno notizie sulla condizioni e sullo stato di salute del rapito”.
A chi su twitter gli ha posto domande sulla sorte del volontario di Motta San Giovanni, il ministro Terzi (più verosimilmente, il suo ufficio stampa) ha risposto: “seguiamo costantemente, con massima attenzione. Il riserbo è nell’interesse di Azzarà”. Per cui difficilmente se ne saprà di più. Qualcosa però non torna in una vicenda che, data per risolta nello spazio di un mese, si è rivelata complessa e, per l’opinione pubblica, indecifrabile. Proprio per questo, sul caso Azzarà occorre tenere accesi i riflettori.

lunedì 5 dicembre 2011

5 dicembre 2011


A volte la vita è il primo piano di Enrico Ghezzi e le sue parole fuori sincrono. Mentre parli, mentre scrivi, mentre vivi, scorre altrove. Scorre altra. E non sei nemmeno quello che appari. È uno stadio successivo all’intuizione di Pirandello: siamo come gli altri ci vedono. No, non siamo neanche quello. Siamo in perenne lotta con l’immagine che gli altri hanno di noi. Ogni singolo individuo incarna il mistero della vita. E della morte. Consumiamo i nostri giorni affannandoci a capire qualcosa, di noi e degli altri. Inutilmente. Perché quando arriva il momento di capire, scopriamo la nostra inadeguatezza. Pietrificati, ci auguriamo soltanto che le lancette scorrano veloci, per non pensarci più.
Abbiamo combattuto la nostra fottutissima guerra per arrivare a questo punto. Per ritrovarci col cuore a pezzi e non poterlo neanche mostrare. Perché nessuno capirebbe. Ognuno dirà che è colpa dell’altro. Come se la vita sia questo. Non penso che sia così. E mi fa orrore ridurre tutto a una guerra che non avrà mai un vincitore, ma soltanto vittime più o meno consapevoli. L’orgoglio ferito è capace di qualsiasi cosa. Purtroppo.
Ragione e torto. Mi sono seduto dalla parte del torto perché gli altri posti erano già tutti occupati. Ma chi lo stabilisce qual è la parte del torto? E chi può sapere se ci è dato scegliercelo un posto? Ci si ritrova su una sedia. Aspettando che le lancette scorrano veloci. Perché domani arriverà presto. Ma niente potrà più essere come prima. Neanche la speranza.

venerdì 2 dicembre 2011

Aveva ragione Bennato

Ci hanno insegnato che tutti gli –ismi sono la degenerazione di idee buone. A parte il fatto che una simile affermazione è opinabile, è giustizialismo – quindi negazione della giustizia – indignarsi per quanto sta accadendo a Reggio Calabria e, più in generale, in Calabria?
Un altro facile e diffuso luogo comune accusa la magistratura di invadere lo “spazio” della politica e di fare, essa stessa, politica. Un’azione eversiva, al servizio di non meglio precisati “poteri forti”, contro l’ordine costituito, quello che una malintesa idea di democrazia considera legittimato a qualsiasi porcheria dal consenso popolare, che viene così caricato di un significato etico e populista contrario ad ogni principio democratico. Invece è vero il contrario. La magistratura occupa uno spazio vuoto, lasciato incustodito da partiti che non sono capaci di selezionare una classe politica degna di questo nome, e da una società civile tenuta al guinzaglio dal padrone di turno, oggi come 150 anni fa.
Il problema è uno solo e racchiude tutti gli altri. Se di notte tutte le vacche sono nere, se il magistrato è uguale all’avvocato, che è uguale al politico, che è uguale allo ’ndranghetista, che è uguale all’imprenditore, che è uguale al poveraccio che non sa come arrivare a fine mese nella regione più povera d’Italia; se tutto è uguale e immutabile, vinceranno sempre “loro”. Possono arrestarne 100 al giorno. Vinceranno sempre “loro”, perché ridurre tutto a una questione di ordine pubblico fa soltanto comodo a chi si sciacqua la bocca con l’antimafia da salotto e da convegno, con l’antipolitica, con le banalità qualunquiste. Perché qua – Calabria 2011 – questo sta succedendo. Che non si capisce più chi sta con chi. E per spiegarcelo, deve scendere un giudice da Milano.



Joe Sarnataro & Blue Stuff, Nisciuno! (dall'album E' asciuto pazzo 'o padrone, 1992). Venti anni dopo, le parole scritte da Edoardo Bennato per Napoli sono ancora attuali.

giovedì 1 dicembre 2011

Una regina di nome Ciccia



La corona di Ciccia non era d’oro. Era fatta di capelli. Non aveva pietre preziose incastonate, ma tanti ferretti. Quelli che tenevano arrotolata sulla sua testa una lunga treccia, d’inverno nascosta sotto un foulard prima a fiori, poi nero.
Da bambina Ciccia non era stata una principessa, anche se era riuscita a completare la scuola elementare. Una rarità, in un paesino dell’Aspromonte negli anni ’20 del secolo scorso. Tempi in cui si diventava presto donne, soprattutto se si avevano due sorelle e un fratello più piccoli. A 12 anni si era già mamme. Non erano tempi di amori da feuilleton. Se uno zio acquisito, Micu, rimaneva prematuramente vedovo perché la moglie era morta di parto, era quasi naturale che toccasse alla nipote più grande allevare, assieme ai fratelli, i due cuginetti. Non di rado, capitava di andare in sposa allo zio. Quattordici anni di differenza non sono pochi, ma questa era l’ultima delle preoccupazioni. I problemi si risolvevano in famiglia.
Quando iniziava la primavera, Micu si trasferiva sull’Aspromonte, mesi e mesi senza tornare a casa, giorni interi a tagliare legna e, di notte, a sorvegliare la carbonaia. Poi la guerra nel teatro libico, la prigionia e il rientro a casa. Un carbonaio analfabeta, spedito dal Duce a difendere la Quarta Sponda, doveva per forza diventare comunista. E così fu per Micu, tessera del Pci nel portafogli e sul comodino i ritratti di Stalin e Togliatti, accanto al rosario e al libro di preghiere della moglie.
Il mondo di Ciccia era un cucinino, un gabinetto e due stanze. Per qualche tempo, una. Da dividere con mamma, marito, uno dei due cugini e due figli (un maschio e una femmina), per il periodo in cui nell’altra camera si accampò un parente con tutta la famiglia, una sistemazione “provvisoria” durata diversi anni. Sempre meglio dei molti che, ancora negli anni ’60, vivevano nelle baracche in legno del dopo terremoto, monolocali affollatissimi privi di acqua, servizi igienici, corrente elettrica. Attaccato al suo mondo c’era l’Eden, raggiungibile varcando l’uscita sul retro. Un piccolissimo ma ricco giardino, curato con amore e applicazione: rose bianche e rosse, calle, fior d’angelo, biancospino, gladioli, begonie, garofani, tulipani, dalie, un cespuglio di margherite, un albero di camelie, due di mele del paradiso, un mandarino, un arancio.
Nel suo mondo c’erano soprattutto due figli da accudire, in particolare la piccola di casa, alla quale portava ogni mattina una tazza di latte e fette di pane nel letto. Ai piedi, a mo’ di borsa dell’acqua calda, un mattone riscaldato nel braciere; in caso di mal di gola, anche un calzino pieno di cenere viva da tenere arrotolato al collo come una sciarpa.
La stessa attenzione usata più avanti nei confronti dei nipoti, le cui date di nascita teneva appuntate su un quaderno di prima elementare: 10.000 lire al festeggiato, 5.000 agli altri. A Natale, Capodanno, Epifania e Pasqua, uguale trattamento per tutti.
A cavallo degli anni ’80, si stava bene da Ciccia. Stretti stretti, il calore aumentava. La porta era sempre aperta e i bambini entravano di corsa dal cortile per bere, accaldatissimi e sporchi. Si faceva merenda con pane, sale e olio. D’estate, l’orzata. Dolcissima, nel bicchiere che portava stampate sul vetro macchinine d’epoca. L’idrolitina del cavalier Gazzoni, no: quella la beveva soltanto lei. Per i gelati bastava andare in uno dei due alimentari della ruga: i putijari segnavano nella libretta, poi passava Ciccia. Si dormiva nello stesso letto e, appena svegli, la colazione era baldoria, con la scatola dei biscotti Doria da tre chilogrammi al centro della tavola e tutti attorno cinque piccole pesti pronte a sfidare enormi tazze arancione. La domenica tutti a messa: al momento dell’offerta, nella mano di ogni bambino scivolava una moneta da deporre nel cestino. Subito dopo, la cucina sprigionava l’odore del sugo con le polpette che avrebbe condito i maccheroni fatti in casa e stesi sul letto matrimoniale, sopra un lenzuolo bianchissimo. Ed era festa.

martedì 29 novembre 2011

Eppure avevo capito che il problema della discarica è di tutti, non che qualcuno ne avesse l’esclusiva


Ho ricevuto stamattina un’email che mi ha fatto riflettere su alcune cose. Ne riporto uno stralcio:

Sono nauseata dal dibattito che ne è venuto fuori. L’unica cosa buona è che ora conosco molto di più il problema, e conosco molto di più le persone.

Per un po’ sono stato indeciso se darne notizia, così come ieri sera mi era sorto il dubbio se limitarmi a cancellare l’intervento del coraggiosissimo e anonimo Rocco Aspromonte, oppure se parlarne. Alla fine ho optato per questa seconda soluzione, certo che la chiarezza non può che fare bene e che, alla fine, sono le azioni e le parole a qualificare gli uomini.
Ora però l’argomento è chiuso. Questa vicenda mi ha insegnato due cose. Una riguarda la vicenda in sé. Dagli approfondimenti che ho fatto e dalle parole pronunciate ieri dal sindaco in consiglio comunale, temo che la discarica si farà, perché attorno ad essa ci sono interessi troppo forti. Questo il timore, che si unisce alla speranza che, se proprio si dovrà fare, che venga fatta nel rispetto di tutte le regole e con la previsione di controlli strettissimi su ciò che vi si andrà a scaricare. Il secondo insegnamento è sulla natura umana, su quelle persone che si lamentano sempre perché i cittadini non appoggiano le loro iniziative e, quando invece questo accade, perdono la testa perché considerano la cosa “roba loro” e temono che qualcun altro gliela voglia sottrarre.
Rassicuro tutti. Contrariamente ad altri, non cerco visibilità o pubblicità. Rinuncio volentieri al surplus di visualizzazioni che ha avuto il mio blog in questi ultimi giorni (oltre 400 nell’ultima settimana) e spero che, nel giro di poco tempo, si possa tornare all’antica eleganza, quella presente anche in articoli e commenti nei quali non è certo mancata una buona dose di spirito polemico.
Ho un unico rammarico. A causa dell’insistenza al limite dello stalking del coraggiosissimo e anonimo Rocco Aspromonte, che mi ricorda l'elefante nascosto dietro al palo della luce, sono stato costretto a inserire la funzione “moderazione” nei commenti. Per cui, se non prima li leggo io, i vostri commenti non potranno essere pubblicati. Ho dovuto farlo perché ieri sera la mia casella di posta è stata presa d’assalto dal coraggiosissimo e anonimo Rocco Aspromonte, che mi ha fatto una decina di volte la stessa domanda, alla quale peraltro avevo ampiamente risposto nel commento. Non appena cesserà la sua sindrome compulsiva da “invio commenti”, torneremo alle vecchie abitudini. Lo stile è l’uomo. E io penso che ogni argomentazione possa essere difesa con garbo, senza il ricorso ad un’aggressività che, invece di avvicinare, allontana le persone.

domenica 27 novembre 2011

Ancora sulla discarica

Da più parti mi è stata segnalata l'impossibilità di commentare l'articolo precedente. Non sono un esperto di informatica, ma temo che dipenda dal fatto che alcuni commenti sono troppo lunghi. Ovviamente mi fa piacere sapere che il mio blog è servito ad aprire questo dibattito. Alcuni hanno scritto, altri mi hanno telefonato, altri mi hanno fermato in piazza. Bene. Il mio blog è a disposizione, chi non volesse limitarsi ad un commento, può tranquillamente farlo, inviandomi il pezzo sull'indirizzo email (forgidome@libero.it) e io provvederò a pubblicarlo. Per quanto riguarda i commenti, vi raccomando di non essere troppo lunghi (l'autobiografia di Rositano in effetti è eccessivamente lunga) e soprattutto di rispettare quelle due famose regole: libertà di opinione e divieto del turpiloquio. Pubblico di seguito un intervento che mi è stato mandato stamattina. Per motivi che comprendo, l'autrice dell'articolo mi ha chiesto se può firmarlo soltanto con l'iniziale. Acconsento perché conosco la persona.


Ho sempre seguito il blog di Dominik, sia perché ammiro la sua grande professionalità, sia perchè lo ritengo un importante veicolo di democrazia. Da mesi sento parlare della discarica in località Zingara, così come da quando si sono incendiate le famose travi della ferrovia, mi sono chiesta che cosa stia succedendo in quel posto. Mi è capitato anche di vedere dei tir con targa straniera imboccare la via della discarica, e mi è suonato in testa un altro campanello: nel nostro territorio succedono spesso cose molto poco chiare. Ho cercato di saperne di più nel mio piccolo, ma pochi sono informati sull’argomento. Ho letto gli articoli che Rositano ha disseminato nel territorio, ma nonostante la professionalità decantata dei giornalisti, non mi sembra che essi illuminino la questione da tutti i lati. Quindi, sempre in ritardo, mi sono collegata nel sito del Tributarista Ambulante, ma vi ho ritrovato soltanto i due famosi articoli, che non mi possono bastare. Alla fine mi sono rivolta a Dominik che ha colmato altri tasselli che mancavano, perché ha trattato l’argomento in una prospettiva più ampia. La risposta di Mimmo Rositano è stata ancora più illuminante.
Caro signor Rositano, io ammiro tutte le lotte che hai fatto fino ad adesso, e ti ringrazio per tutto quello che stai facendo per il futuro dei nostri figli, davvero spesso hai dato voce ai nostri dubbi, e alla nostra indignazione, e mi sono chiesta perché alla fine sono così pochi quelli che ti seguono. La risposta che mi sono data stava sicuramente in una caratteristica degli Eufemiesi che siamo pronti a dire mille parole su chi sbaglia e spenderne veramente poche per chi fa qualcosa di buono. Anch’io mi sono indignata con le Associazioni che non hanno aiutato ad approfondire questo problema, e mi sono vergognata perché anche io nel mio ruolo di cittadina, non mi sono informata abbastanza e non ho fatto nulla.
Ma davanti alla risposta che hai dato a Saverio, che ha peccato nel farsi prendere un po’ troppo dalla passione che, nelle sue buone intenzioni, lo distingue, mi chiedo quanto tu dia spazio all’altro, e quanta sia stata cercata la COLLABORAZIONE degli altri. Se vuoi che ti aiutiamo, Mimmo, ci devi informare. Quelle cose che hai scritto nel blog io non le sapevo, e vorrei conoscerle in maniera più approfondita. Rendici informati, dacci la possibilità di fare qualcosa, nella consapevolezza però. Non tutti possiamo stare nelle piazze per sentirne le voci, non tutti possiamo partecipare ai Consigli Comunali, ma oggi tutti abbiamo un computer e nei pochi ritagli di tempo che abbiamo possiamo informarci. Tanti, in questa situazione dobbiamo fare il mea culpa, ma non è il momento di imitare i capponi di Renzo e beccarci l’un l’altro, c’è un problema serio, un problema, che tutti te lo riconosciamo, hai messo tu in luce, ma che è comune.
Come diceva Kissinger la democrazia è quella che nasce dal basso, prima devono essere democratici i cittadini e poi lo diviene il governo; sta a noi essere informati e chiedere risposte concrete, altrimenti mai nessuno ce le calerà spontaneamente dall’alto.
C.

giovedì 24 novembre 2011

Striscia o non striscia, la discarica è un problema


Ieri doveva essere il giorno dell’arrivo di Striscia la notizia alla discarica di contrada “La Zingara” di Melicuccà, ma come è stato reso noto da un comunicato stampa di Legambiente “Aspromonte”, il viaggio in Calabria dell’inviato Max Laudadio – che avrebbe anche dovuto fare tappa a Catanzaro, presso gli uffici dell’assessorato regionale all’ambiente – è stato rinviato a causa del maltempo. Ma con o senza le telecamere di Canale 5, la questione della discarica tocca da vicino la nostra comunità e richiede alla popolazione uno sforzo di partecipazione alla battaglia che, quasi in solitaria, sta conducendo da tempo Mimmo Rositano, presidente del circolo aspromontano di Legambiente.
Andiamo con ordine. Tutto inizia nel dicembre 2010, quando la chiusura della discarica “Marrella” di Gioia Tauro provoca i primi veri disagi nella raccolta dei rifiuti nella Piana. Il governo regionale decide l’apertura di nuove discariche e chiede collaborazione alle amministrazioni comunali. Invito colto immediatamente da Emanuele Oliveri, sindaco del comune di Melicuccà, all’interno del quale ricade la località “La Zingara”, che di fatto, però, è incastrata tra i comuni di Sant’Eufemia e Bagnara Calabra. Costo dell’operazione per la realizzazione della conca e la bonifica del sito (che contiene una discarica già utilizzata negli anni scorsi): 2.756.518,48 euro. La multinazionale Veolia attraverso una sua controllata (Tec) dovrebbe poi gestire la discarica, destinata ad accogliere il FOS (frazione organica stabilizzata) proveniente dal termovalorizzatore di Gioia Tauro, con un ulteriore introito per le casse del comune di Melicuccà di 5 euro a tonnellata.
Smaltimento dei rifiuti, sovraffollamento del pianeta e depauperamento delle risorse naturali rappresenteranno la questione centrale in questo secolo. Produciamo rifiuti con un ritmo esponenziale, per cui non possiamo pensare di scansare gli oneri del loro smaltimento. Qualcosa però non torna. Il primo a capirlo è Mimmo Rositano, un eufemiese abituato a “fare le pulci” alle amministrazioni locali, indipendentemente dal loro colore politico. Raccoglie materiale, ascolta pareri tecnici, fa opera di sensibilizzazione. Anche a Bagnara qualcosa comincia a muoversi, per iniziativa di un comitato di residenti di contrada Piani di Pomarelli, praticamente a due passi dalla discarica, e di Daniela Monterosso, segretaria provinciale del Partito popolare sicurezza e difesa. A fine aprile 2011, un consiglio comunale aperto, a Melicuccà, affronta la questione. I sindaci di Bagnara (Cesare Zappia) e di Sant’Eufemia (Enzo Saccà), si dichiarano pronti alla mobilitazione, mentre alcuni cittadini manifestano perplessità di fronte alla promessa che la vecchia discarica sarà bonificata e la nuova costruita nel rispetto di tutte le norme di sicurezza. C’è il timore che, una volta aperta, vi finisca dentro di tutto. Non è un timore infondato. L’odore acre che ogni tanto giunge in paese e la colonna di fumo che talvolta si vede salire in cielo non sono segnali rassicuranti. Il ricordo del fumo nero e dell’olezzo tossico sprigionato per una settimana dall’incendio di trentamila traversine al creosoto, finite non si sa come nella vecchia discarica, a cinque anni di distanza è ancora vivo.
Antonino Calogero, segretario della Cgil della Piana rilancia, ponendo la domanda da un milione di dollari, quella alla quale nessuno ha ancora risposto: perché il Commissario per l’emergenza ambientale ha proposto la costruzione di tre nuove discariche, tutte in provincia di Reggio (Rosarno, San Calogero e Melicuccà)? C’è un progetto per fare della nostra area la pattumiera della regione? Il dubbio viene, anche perché, accanto alla vicenda delle discariche, c’è quella del raddoppio del termovalorizzatore di Gioia Tauro. Una scelta illogica e antieconomica (basti pensare ai tempi e ai costi del trasporto) rispetto alla previsione iniziale di costruire un impianto nel cosentino, per il quale l’ex giunta Loiero, la provincia di Cosenza, ed il comune di San Lorenzo del Vallo avevano sottoscritto un protocollo d’intesa. La gestione emergenziale dei rifiuti si è rivelata un fallimento. Già il fatto che duri dal 1997 la dice lunga: un’emergenza dovrebbe essere affrontata e risolta nel più breve tempo possibile, non procrastinata all’infinito. Nessuno dei problemi è stato risolto: la discarica di Pianopoli va in tilt non appena piove, quella di Alli è finita sotto sequestro per la violazione delle norme ambientali e –notizia di oggi – l’inchiesta in corso (“Pecunia non olet”) ha portato all’arresto di cinque persone, al sequestro di beni per 12 milioni di euro e alla richiesta di interdizione per il Commissario per l’emergenza ambientale, Graziano Melandri, già dimessosi dall’incarico nei giorni scorsi. Per quanto riguarda la discarica di contrada “La Zingara”, sono tre gli elementi che suscitano perplessità e per i quali va verificato il rispetto delle leggi: la distanza della discarica dagli insediamenti abitativi, davvero minima; il passaggio su di essa dei cavi dell’alta tensione, con il conseguente rischio di un’esplosione nel caso di esalazione di gas infiammabili; l’esistenza nel sottosuolo di una falda acquifera che confluisce nell’acquedotto “Vina”, che serve diversi comuni della Piana.
La giornata di ieri è stata comunque importante. Il sindaco di Bagnara ha infatti reso noto di avere presentato una denuncia alla Procura della Repubblica per chiedere di verificare la regolarità dei lavori di costruzione e di accertare la commissione di eventuali reati ambientali. La scintilla di Legambiente è ormai diventata una battaglia di civiltà e di verità, da sostenere senza se e senza ma.

Miracolo: il commento di Luis al mio articolo sui Pink Floyd


Potenza della musica! Da quando gestisco questo blog (e anche prima, dai tempi di santeufemiaonline), avrò chiesto un'infinità di volte a mio fratello un articolo sui Pink Floyd. In alternativa, un argomento a piacere. Niente di niente, inviti sistematicamente andati a vuoto. Poi arriva il commento di Blackswan a un mio articolo e si compie il prodigio. Tra di loro ci deve per forza essere un'alchimia particolare, quella che accomuna le persone animate da una stessa passione. E questo è il bello della rete: persone che neanche si conoscono riescono a comunicare, ad emozionarsi, a vivere. Di questi tempi, è un miracolo.

Prima di tutto le scuse. Nonostante abbia molte volte avuto la “quasi voglia” di dire la mia sui vari argomenti discussi nel blog di mio fratello, mi sono sempre astenuto dal farlo; diceva il buon Raz: “sono fatti miei”. Stavolta no. E rinnovo le mie scuse per la prolissità di quanto segue.
Parto subito con un piccolo appunto a Blackswan (concedimelo in virtù del fatto che pochi eletti mi chiamano Blackman…): “feticismo” mantiene di fondo un’aura negativa, un’accezione “terra-terra” che non può associarsi all’arte. Nel mio caso (ma da quello che ho letto credo anche nel tuo) io sarei più portato a parlare di “estasi”. Emozioni fuori dai canoni, che se sei fortunato provi una volta nella vita. Ecco, in questo senso io sono MOLTO fortunato. Quando comprai The wall era il mio regalo a me stesso, compivo 14 anni. E sono venticinque anni che ogni volta che ascolto l’assolo di Comfortably numb mi commuovo fino al midollo. Il buon David l’avrebbe poi via via ritoccato fino a compiere il miracolo nel live Pulse. Perché, piacciano o meno i Pink Floyd, in quell’occasione Gilmour ha fatto vedere a Dio e agli uomini cosa si può fare con un pezzo di legno e sei corde.
Tempo fa mio fratello scriveva della notte più bella della sua vita. Per me c’è un prima e un dopo il 20 settembre 1994. Tutto qui. O si capisce senza parole, o non ne basterebbero milioni.
Per il resto, sono contrario alle classifiche, tutte ovviamente influenzate dai gusti personali (per lo stesso motivo diffido dei critici: di conseguenza, anche e soprattutto ciò che dico va preso con le pinze) ma un punto urge sia chiarito. Nella stragrande maggioranza dei casi, pochi prescelti dal fato realizzano un capolavoro. Piccolo inciso: sono appassionato di pittura e scultura, diciamo che nel mio piccolo qualcosa ci capisco. Ora, Michelangelo (tra le altre cosucce) ha scolpito il David, il Mosè e la Pietà. Fatemi sapere chi è il pazzo che può stabilire quale è il masterpiece.
Nel caso nostro, se possibile, l’affare si complica. Sorvoliamo sulla miriade di gemme disseminate qua e là nei vari album, cerco di stringere il più possibile. C’è chi ravvisa in The piper at the gates of dawn l’apice del movimento psichedelico (magari ex-equo col Sergeant pepper’s lonely heart club band degli Scarafaggi, coinquilini negli studi di registrazione in Abbey Road). C’è chi reputa la parte live del doppio Ummagumma il miglior album dal vivo mai dato alle stampe, anche in virtù dell’epoca di registrazione (un “preistorico” 1969). Alcuni considerano la suite eponima Atom heart mother la loro summa. Ma veniamo alla Triade.
The dark side of the moon, Wish you were here, The wall. Non mi fate il marchiano errore di considerare l’album di mezzo inferiore agli altri due. Non parlo di quello che tutti, ma proprio tutti, sanno. Vorrei spostare la vostra attenzione sul testo di Welcome to the machine e su Have a cigar, pezzo caratterizzato da uno dei più trascinanti attacchi di chitarra della storia del rock. Ne esiste una versione live (in Ivor Wynne, bootleg con purtroppo una resa appena accettabile) in cui Gilmour si può definire solo come una forza della natura. Foo Fighters, non è che per la vostra cover ci avete prima dato un ascolto? Comunque sia, aspetto pareri.
Prima di dire finalmente la mia (l’avevo detto che sarei stato prolisso, ma siccome dopo sparirò…) faccio i miei complimenti a Blackswan per l’apprezzamento nei riguardi di Animals. Proprio nel momento in cui il Punk tirava spallate per abbattere quei gruppi definiti “dinosauri del Rock”, i miei eroi uscivano con un album che, per cupezza di sonorità e testi, ha ispirato a qualche sconsiderato la definizione “Punk Floyd”. Un’onta da lavare col sangue. Io adoro il Punk, che sia chiaro, ma qui rasentiamo la blasfemia. Passiamo oltre.
A mio fratello non devo dire nulla. Naturalmente, conoscevo già i suoi gusti in merito. Sebbene per sua stessa ammissione non sia ferratissimo in materia, se l’è cavata egregiamente. Discorso a parte per ricordi ed emozioni. Cosa dire di uno che, all’attacco della seconda parte di Shine on you crazy diamond, quando tutti intorno erano ammutoliti perché non conoscevano le parole ed era rimasto solo “un tizio” a cantare a squarciagola (…!), gli affibbiò una pacca esagerata urlando “Ah! Tu la sai!!!!” ? O che, mentre sempre lo stesso tizio, famoso per non aver versato una lacrima in ben altri frangenti, non riusciva a trattenersi durante l’assolo di Comfortably numb, gli strinse una spalla dicendo “oh!??”, ricevendo come risposta “tutto a posto!!!”? Mick, mi sarei reso conto dopo (mai affrontato quest’argomento), non era lì, come me, per vedere i Pink Floyd. Era lì per vedere i Pink Floyd e me. Noi siamo cresciuti in simbiosi, praticamente come due gemelli (11 mesi di differenza d’età non sono nulla) e lui godeva della mia estasi. Il resto, voi capirete, è una faccenda solo nostra.
Ma ora finiamola. The final cut è stilisticamente perfetto, anche se l’ottimo Michael Kamen non avrebbe mai potuto sostituire in toto le tastiere di Wright, i suoi sognanti assolo modali suonati con una mano sola, ballando a volte su due (DUE…) sole note. Questo per mio fratello.
Animals è un lavoro ragguardevole, per molti gruppi in giro allora e/o adesso già raggiungere quei livelli sarebbe una grazia mandata dal cielo. Inattaccabile a distanza di quasi trentacinque anni.
Questo per Blackswan. Ah, piccola perla che magari già conosci: tornando a Wright, cerca due note in Ummagumma e poi ritrovale a morire in Animals, dopo una carriera quasi decennale…
The dark side of the moon, oltre a fare da spartiacque (il mondo prima e dopo…) è sicuramente il miglior album “corale” della band, nonché uno dei picchi della creatività umana. Un lavoro che dopo la bellezza di trentotto anni suona ancora moderno, fresco, innovativo. E inarrivabile. Ecco, solo in questo reputo Wish you were Here appena inferiore, nel sound che oggi arriva leggerissimamente datato. The wall, fatevene una ragione, non può essere né paragonato, né catalogato. Come si fa?
Partiamo dall’inizio. Gli altri album, prima della registrazione, hanno avuto tutti un rodaggio live. “Il muro” è stato tirato su indoor, mattone per mattone. Concepito e costruito, fin dall’inizio, per essere un concept musicale, uno spettacolo dal vivo e un film. Complessivamente, tre anni abbondanti di lavoro. Un’opera titanica. Bene dice mio fratello quando lo definisce “monumentale”. Nessun altro ha mai tentato niente del genere. E, divento presuntuoso al posto loro, nessun altro ce la potrebbe fare. Chiudo informando chi non lo sapesse di quanto segue: qualche anno fa The dark side of the moon e The wall sono stati elevati al rango di musica classica, accanto alla nona di Beethoven, o al Requiem di Mozart. Fanno ormai parte della Storia dell’uomo, quella con la “esse” maiuscola. Patrimonio dell’umanità. Non ho altro da aggiungere, a parte augurarvi di cuore un buon ascolto, qualunque tipo di musica vi piaccia ascoltare.

mercoledì 23 novembre 2011

I miei Pink Floyd


Girovagando nel web, mi sono imbattuto in una votazione sugli album dei Pink Floyd, la band inglese composta in origine da Syd Barret (chitarra e voce), Roger Waters (basso e voce), Nick Mason (batteria) e Richard Wrigth (tastiera), ai quali quasi immediatamente si unì David Gilmour (chitarra e voce) per supportare e infine sostituire Barrett, annientato dai propri demoni e dall’LSD. Un passaggio fulmineo e sfavillante nella storia del rock psichedelico che in seguito ispirò ai Pink Floyd l'album Wish you were here - in particolare, la canzone Shine on you crazy diamond - e, in parte (essendo prevalente l'autobiografia di Waters), il personaggio Pink nel monumentale The wall, “concept album” diventato anche film (regia di Alan Parker, con Bob Geldof nel ruolo del protagonista).
Devo però mettere le mani avanti. Non sono un esperto di musica. Quello che so sui Pink Floyd l’ho appreso quasi passivamente e senza accorgermene, come aria che si respira. Merito di mio fratello Luis, “pinkfloydologo” d'eccezione: tutto quello che è stato scritto, tutti i dischi (poi cd), tutte le videocassette (poi dvd), persino due tatuaggi, uno tratto dalle immagini dell’album The wall, l’altro da The division bell. Un giubbotto di jeans, che credo ancora conservi, sul quale ai tempi del liceo fece ricamare la copertina di The wall. Ecco, lui può dibattere indifferentemente e con rara competenza degli inizi psichedelici e degli anni della maturità; conosce le biografie di ogni singolo componente; sa tutto sulla genesi di ogni canzone e album; di tutte è in grado di recitarne il testo, in inglese e in italiano. Sa indicare con esattezza l’ingresso della batteria di Mason in Atom hearth mother (9.09: “ascolta ora 50 secondi di perfezione”), quella batteria che nella canzone In the flesh? diventa una raffica. Sa tutto, ma proprio tutto, sugli assoli di Gilmour, sublimati nella straordinaria Comfortably numb. Può anche fare una lezione su una canzone strumentale mai incisa ed eseguita soltanto dal vivo (Reaction in G), che forse gli stessi Pink Floyd non ricordano. I suoi dischi sono cimeli, suonati soltanto una volta per essere copiati sulle musicassette (all’epoca non esistevano cd). Poi sono stati idealmente messi dietro una teca, con il divieto assoluto, per chiunque, di toccarli.
Io non so scegliere tra The dark side of the moon e The wall. E anche a costo di andare controcorrente, penso che The final cut (l’ultimo prima dell’uscita di Waters, 1983) sia un grandissimo album.
Per me la musica è soprattutto pelle d’oca. È l’emozione di Time, che cantavo con mio fratello sotto la doccia (lui le strofe di Gilmour; io quelle di Wright); oppure la pace di Marooned, pezzo strumentale che ascolto quando devo prendere una decisione importante o raggiungere il massimo della concentrazione (ai tempi dell’università, prima di un esame). È l’emozione del concerto a Cinecittà, il 20 settembre 1994, al quale non potevamo mancare. Soprattutto dopo che, ancora minorenni, ci eravamo persi quello di Venezia, nella tournée del 1989. Prendemmo il treno insieme al nostro amico Cosimo e arrivammo di primo mattino davanti ai cancelli, ancora chiusi. Non c’era nessuno. Mio fratello ci proibì di muoverci, perché “dovevamo” entrare per primi e arrivare sotto il palco. E così fu. Tredici ore di attesa per un’esperienza straordinaria, condensata dalla sua battuta al sacerdote-professore di religione del liceo: “ha presente uno che prega, prega e di colpo gli appare la Madonna? Ecco, quando sul palco è spuntato Gilmour, credo di avere provato una cosa del genere!”.

sabato 19 novembre 2011

Il cinguettio della rete


Quella appena conclusa è stata la prima crisi di governo seguita e commentata dal cittadino comune mentre si svolgeva, grazie a Twitter, il social network creato a San Francisco nel 2006, che oggi conta 100 milioni di utenti attivi in tutto il pianeta e un traffico giornaliero di circa un miliardo di messaggi.
Il mio primo cinguettio (tweet) risale al 25 febbraio scorso, ma soltanto da poco ho iniziato ad apprezzare le potenzialità di questo strumento di comunicazione rapido ed efficace. Per parecchi mesi l’ho utilizzato raramente e male. Un atteggiamento diffidente dovuto all’esperienza negativa avuta con Facebook due anni fa, quando avevo aperto un profilo che chiusi dopo neanche un mese perché – motivazione allegata alla richiesta di cancellazione – “pensavo fosse un luogo dove ci si incontra e si discute, invece mi sembra un posto frequentato da guardoni ed esibizionisti”. Le vite degli altri attraverso il buco della serratura e l’ostentazione delle proprie “imprese”, con un’invadenza a volte insopportabile, basata sulla distorsione semantica del concetto di amicizia. Su Faceboook si diventa “amico” di qualcuno, termine abusatissimo e quanto mai inflazionato. Su Twitter si è invece “seguace” (follower), vocabolo più appropriato per mantenere la corretta distanza tra persone che non si conoscono, ma si “seguono” perché uno trova interessante ciò che l’altro dice. Un tweet “retweettato” da un centinaio di utenti sintetizza con ironia la differenza tra i due social network: “Twitter ti fa amare persone che non hai mai conosciuto. Facebook ti fa odiare persone che conosci da tanto tempo”.
Secondo la definizione ufficiale, Twitter è un servizio di microblogging che consente di postare messaggi non superiori a 140 caratteri – contenenti anche immagini e video – per mettere a disposizione degli utenti “notizie complete, chiare e soprattutto brevi” (Marco Castelnuovo, La Stampa). Una rivoluzione nel modo di fare informazione manifestatasi già durante le crisi che hanno interessato i Paesi del Nord Africa, con gli aggiornamenti sugli scontri e le violenze “in presa diretta”, grazie ai tweet inviati con il telefonino da rivoltosi e giornalisti freelance. Per introdurre una tematica d’interesse o partecipare a qualsiasi discussione si usano gli hashtags, parole precedute dal simbolo “cancelletto”. Nei giorni scorsi, #rimontiamo, ideato da Stefano Bartezzaghi anagrammando “Mario Monti”, è stato tra i TT (trending topics) inseriti da politici, giornalisti – i più interessati al fenomeno Twitter – e appassionati del web nei rispettivi commenti sull’evoluzione della crisi politica italiana; #OWS è invece da due mesi la parola-chiave per essere aggiornati sulla protesta che vede impegnato il movimento degli indignati Occupy Wall Street a Manhattan.
In Italia, il numero degli utenti è aumentato esponenzialmente dopo l’arrivo di personaggi del mondo dello spettacolo, su tutti Fiorello che si diverte a fare di Twitter una specie di “sala prove” per i suoi numeri. Tra i politici conquistati di recente dal cinguettio della rete, anche i leader di partito Bersani, Casini, Vendola, Di Pietro: #opencamera l’hashtag utilizzato da molti parlamentari e giornalisti per comunicare all’esterno, in diretta, ciò che accade durante le sedute parlamentari. Le notizie ormai passano prima da Twitter. Ma l’aspetto più intrigante è dato dalla possibilità di riuscire ad interloquire con i protagonisti della vita politica e culturale, ad esempio “guardando insieme” e commentando qualsiasi programma televisivo: cancelletto prima del titolo (#piazzapulita; #serviziopubblico; #portaaporta, e così via) e il gioco è fatto.

mercoledì 16 novembre 2011

L'italiano, questo sconosciuto


Non penso che essere ignorante sia una colpa. Semmai, è colpa della società se esiste l’ignoranza. Doverosa precisazione: con il termine ignorante non si intende una persona poco intelligente, secondo un’accezione offensiva ma largamente diffusa, bensì “colui che ignora”, cioè “che non sa”, per i più svariati motivi. Eppure è inevitabile un moto di irritazione alla lettura di alcune bestemmie ortografiche e sintattiche. Mi rendo conto che, a volte, è la fretta che genera questi mostri. Per esempio, quando si scrive un sms. In questi casi, l’indulgenza è scontata. Come nei confronti di chi ha passato troppo poco tempo a scuola e non ostenta certificati di laurea incorniciati in legno pregiato. Per gli altri, però, non c’è giustificazione che tenga.
La galleria degli orrori inizia da è, c’è, ce n’è e ce ne sono. Un metodo infallibile per non cadere in errore, appreso alle elementari, consiste nel trasformare il tempo del verbo da presente a imperfetto. Se la frase continua ad avere un senso, ci vogliono accento e apostrofo. Accorgimento valido anche per a con (verbo avere) o senza h (preposizione semplice). Altra lezione senza tempo, uno/una seguiti da aggettivi o nomi che iniziano per vocale. Se il genere è femminile (un’altra, un’anatra), ci vuole l’apostrofo; altrimenti, no (un altro, un uomo). Fa, va e sta non vanno accentati (fa caldo, va bene, sta in cantina), trattandosi di presente indicativo. Nella forma imperativa, invece, subiscono l'elisione, per cui richiedono l’apostrofo: fa’ presto, va’ dove ti porta il cuore, sta’ attento. Un po’ e be’ sono le forme tronche di poco e bene. Un si fa prima a scriverlo, ma fa anche venire l’orticaria. , prendendo in prestito l'ironia di Beppe Severgnini, “è un belato” (L’italiano. Lezioni semiserie). Qual è non vuole l’apostrofo: è un troncamento (o apocope vocalica), non un’elisione. , , perché, affinché vogliono l’accento acuto; è, cioè, caffè quello grave. Per non rischiare di diventare insopportabile, non prendo in considerazione le coltellate inferte alla consecutio temporum, né il condizionale utilizzato in luogo del congiuntivo, che provoca lo stesso effetto di un’unghiata sulla lavagna. Dico solo che una riforma universitaria seria, a questo punto, dovrebbe prevedere un esame finale molto semplice: il dettato. Ci sarebbe da ridere. O da piangere.
Due raccomandazioni finali. La prima: nell’esposizione di un pensiero, è fondamentale riuscire a farsi comprendere. L’ansia di dire tutto in un unico periodo può giocare brutti scherzi. Da evitare, pertanto, frasi chilometriche infarcite di subordinate. Maratone in grado di fare alzare bandiera bianca anche ai podisti più resistenti. La seconda: la punteggiatura non è un orpello superfluo. Punto, virgola, due punti, punto e virgola, trattini, parentesi sono il respiro stesso della pagina, gli strumenti che danno il ritmo alle parole. A patto di non esagerare, come accade di frequente con il punto esclamativo e con i puntini sospensivi, una tendenza dovuta all’irruzione del linguaggio non verbale nei nuovi sistemi di comunicazione. Non a caso, proprio i segni di interpunzione sostituiscono le “faccine” (emoticon) utilizzate nelle chat o negli sms.

sabato 12 novembre 2011

Comunque vada, dovrebbe essere un successo


Questione di ore e ci dovremmo avviare ad un esecutivo guidato da Mario Monti. C’è una gran voglia di archiviare al più presto la stagione berlusconiana, diciassette anni vissuti in apnea, rincorrendo annunci sempre più mirabolanti, una “rivoluzione liberale” promessa e mai realizzata, il rimpianto e la delusione di tanti per ciò che poteva essere e non è stato, come in una famosa poesia di Gozzano.
Non mancano però i colpi di coda. Il Pdl è lacerato, Alfano non sembra in grado di produrre una sintesi che tenga insieme chi non vuole sentir parlare di governo Monti (Brunetta, Rotondi, Matteoli, Sacconi) e chi invece è più possibilista e, anzi, lo considera un passaggio ineludibile in questa fase (Frattini, Scajola, Alemanno, Formigoni, Lupi). L’appoggio esterno può rappresentare un compromesso accettabile? Forse no. Perché a quel punto bisognerebbe valutare la reazione di Terzo polo e Pd, che non avrebbero alcun interesse ad intestarsi provvedimenti di lacrime e sangue, con il Pdl e la Lega a martellare l’opinione pubblica in un’infinita campagna elettorale. Maroni è stato chiaro: da lunedì la Lega è all’opposizione e oggi finisce il ciclo politico iniziato nel 1994, con l’alleanza tra Bossi e Berlusconi. È un “tutti liberi” e non si capisce quale potrebbe essere l’approdo. Proprio il timore di perdere il fedele alleato e di vedersi sbriciolare tra le mani il partito trattengono Berlusconi dallo sposare apertamente la soluzione Monti, altrimenti vissuta come una vera e propria liberazione. Per molti, all’interno del Pdl, la rottura con la Lega è un prezzo troppo alto, soprattutto fino a quando Casini insisterà nel suo terzismo.
Tutto sembra quindi condurre a Monti, da ultimo anche la correzione di tiro di Di Pietro, inizialmente per le elezioni anticipate. Comunità internazionale e mercati si sono già espressi in maniera favorevole, dimostrando un protagonismo al limite dell’ingerenza negli affari di uno Stato sovrano. D’altronde, sono stati Fmi e Bce a decretare la fine dei governi di Grecia e Italia, circostanza sulla quale comunque si dovrà riflettere per capire quale sarà il destino delle democrazie nei prossimi anni.
Monti o non Monti, se il prossimo governo non vuole fallire la propria missione, deve prendere pochi ma significativi provvedimenti, dei quali peraltro si parla da tempo immemorabile. Senza esempio e credibilità, nessuno avrà mai l’autorevolezza necessaria per potere imporre sacrifici. Ecco perché tra i primi provvedimenti, da prendere ora, non da promettere per il prossimo decennio, occorre inserire l’abbattimento dei costi della politica (riduzione del numero dei parlamentari, pesante decurtazione dello stipendio, abolizione di vitalizi, privilegi e benefits) e una robusta patrimoniale. Seguiti da una legge sul conflitto d’interessi affinché “non accada mai più” e da una riforma della legge elettorale che restituisca al cittadino il potere di scegliersi i rappresentanti in Parlamento. Un cronoprogramma da realizzare nel più breve tempo possibile e poi andare al voto. Ma questa classe politica sarà capace di uno scatto di dignità?

mercoledì 9 novembre 2011

E meno male che non è successo niente


Ha dovuto arrendersi all’evidenza. Non ce n’era più uno favorevole alla “bella morte” in un’ordalia parlamentare di prodiana memoria. Si è fermato un attimo prima. Merito, forse, dell’invito di Bossi a fare un passo “di lato”, giunto dopo che già il ministro dell’Interno Maroni aveva dichiarato che l’accanimento terapeutico non aveva senso. Verrebbe proprio da dire sic transit gloria mundi, pensando a quanto i destini e la fortuna della Lega siano dipesi dal rapporto preferenziale avuto con Berlusconi.
L’immagine del premier in Aula, impegnato a controllare i tabulati della votazione per accertarsi sull’identità dei “traditori” è una nemesi crudele per il presidente del consiglio insediatosi con la più ampia maggioranza della storia repubblicana. Sino alla fine, nonostante l’atmosfera da fine impero, è stata però una gara a chi era più convincente e surreale nel minimizzare. Bastava ascoltare il giornalista di Libero Filippo Facci, tanto per fare un esempio utile anche per deprecare la latitanza della Rai, nel momento più delicato per il governo, e l’ottimo servizio pubblico reso invece da una televisione privata (La7), con la lunghissima no-stop pomeridiana: “non è successo nulla”. Cos’altro doveva accadere, se hanno votato 308 deputati su 630 (309 se si prende per buona la giustificazione di Gianni Malgieri: “ero in bagno”)? Il Rendiconto generale dello Stato è stato approvato grazie all’astensione dell’opposizione. In altre parole, la maggioranza non esiste. E Maurizio Paniz aveva ancora la forza di argomentare che “non è detto che quelli che si sono astenuti oggi siano contrari al governo. Occorre fare prevalere la legge dei numeri. Da qui a dire che si è conclusa una storia politica ce ne corre”. Mentre Antonio Martino cercava di metterla sul decoro: “Berlusconi merita una fine più gloriosa. Dovrebbe cercare la fiducia in Parlamento sulla lettera della BCE e, se il Parlamento vota contro, vuol dire che in questo Parlamento non c’è nulla”. Un giochino, o un ricatto.
Sul piano strettamente procedurale, il premier non è tenuto a dimettersi, in assenza di un voto di sfiducia. Ma i consigli degli alleati e lo spread Btp/Bond schizzato a quasi 500 punti non hanno certamente confortato i propositi di resistenza ad oltranza. Cosicché, poco dopo le 18.30, c’è stata la tanta invocata salita al Colle e la promessa di rassegnare le dimissioni subito dopo l’approvazione della Legge di Stabilità. Un modo per concedersi un finale di partita dignitoso, prima di passare il pallino a Napolitano.
A quel punto inizierà un’altra partita, nonostante la contrarietà del leader del Pdl ad ogni ipotesi contraria alle elezioni anticipate. I giochi di Palazzo sono iniziati. Con il fronte anti-voto, interno allo stesso Pdl, pronto ad appoggiare una personalità prestigiosa capace di traghettare il Paese fino al 2013. Altri, invece, temono l’ennesimo bluff. Di Pietro, per esempio, consiglia prudenza e insinua il dubbio sulle reali intenzioni di Berlusconi. Che alla fine potrebbe approfittare dei prossimi giorni per realizzare l’ennesimo gioco di prestigio e ricompattare la maggioranza. Una provocazione, data la promessa fatta al presidente della Repubblica. Ma al tramonto le ombre si allungano e fanno più paura che mai.

domenica 6 novembre 2011

Un'altra settimana di passione, forse l'ultima


Buona regola, oltre che misura di prudenza, è attenersi al vecchio e saggio consiglio del Trap: “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”. In altre parole, non bisogna mai dare nulla per scontato. Soprattutto con “lui”. Ha già dimostrato ampiamente di avere una capacità di risollevarsi degna di Amintore Fanfani, il “rieccolo” di montanelliana memoria. D’altronde, viene spesso paragonato a “Ercolino sempre in piedi”, mitico pupazzo della Galbani che più lo atterravi e più si rialzava.
Comunque, pare che ormai sia cosa fatta. Questa potrebbe essere la settimana decisiva per scrivere la parola “fine” sulla fallimentare esperienza di governo iniziata nel 2008, con la più ampia maggioranza avuta da un governo repubblicano. Il vuoto creato attorno al presidente del consiglio è palpabile. In Italia e all’estero. Nel suo stesso schieramento, è un invito sempre più insistente a farsi da parte. E non solo tra i malpancisti, quella genia di parlamentari pronti a vendere la residua dignità per un posto da sottosegretario. “Responsabili” fino a quando hanno un tornaconto personale: una poltrona o la garanzia di una ricandidatura. Se anche Gianni Letta si è convinto che “così non si può andare avanti”, siamo ai titoli di coda. Non bastasse la fronda interna (con i vari Formigoni, Scajola e company attenti ai possibili movimenti tellurici del dopo Berlusconi), gli osservatori internazionali sono ancor più espliciti. Il titolo del Financial Times è eloquente: “In nome di Dio e dell’Italia, vattene”.
C’è quasi dell’eroismo nella resistenza opposta dal premier. O dell’irresponsabilità, dalla prospettiva opposta. Forse la consapevolezza che, una volta fuori dal bunker di Palazzo Chigi, molte giornate dovrà trascorrerle nelle aule dei tribunali.
Intanto, è un fuggi-fuggi generale. La maggioranza è un’anguilla che a tentare di bloccarla scappa da tutte le parti. Parlamentari dati in uscita sui quali il pressing di Denis Verdini e dello stesso premier non sembra più produrre effetto. Ma non definiamoli eroi. Tra coloro che ora vestono la maschera dei censori, la stragrande maggioranza è responsabile dello sfascio morale in cui si trova l’Italia. Sono quelli che hanno votato qualsiasi porcata e che si sono sfilati soltanto in questo decadente epilogo. E che con questa legge elettorale saranno rieletti. Difficile pensare che qualcuno sia disposto a fare cadere il governo e poi sparire dalla circolazione. I movimenti al centro sono frenetici ed è probabile che partiti di crinale come Udc ed Mpa diventeranno una lavanderia politica.
Fine di una storia, dunque. Con un rimpianto. Quello di non essere stati in grado di farcela da soli. Alla fine, dovremo ringraziare la comunità internazionale che ha provocato l’isolamento di Berlusconi, e Paolo Cirino Pomicino, il regista delle manovre che stanno sfilando uno ad uno i parlamentari pidiellini. Va a finire che moriremo davvero democristiani.

venerdì 4 novembre 2011

Il ritorno di Santoro


Che sarebbero state poche le novità, è stato chiaro sin dall’ingresso di Santoro nello studio sulle note della canzone di Vasco Rossi “I soliti”. Il pubblico di “Annozero” non ha avuto difficoltà a risintonizzarsi su “Servizio Pubblico”, praticamente il sequel del talk show andato in onda su Rai2. La stessa apertura con l’anteprima del conduttore, che ha ricordato due maestri del giornalismo, Enzo Biagi e Indro Montanelli, ed evocato la “rivoluzione civile” auspicata da Mario Monicelli. La stessa musica, quella di Nicola Piovani. Persino gli stessi caratteri utilizzati per scrivere il titolo del programma. Una formula vincente, confermata dai dati d’ascolto. Circa tre milioni di telespettatori e il 14% di audience (dietro soltanto a Rai1 e Canale5) il colpo messo a segno grazie ad una “multipiattaforma” composta da emittenti locali, Sky, siti internet e radio. La dimostrazione che è possibile fare televisione non di nicchia anche al di fuori del finto duopolio Rai-Mediaset.
“Sarà una tv che sale sulla gru”, era stata la promessa. E due gru, simbolo della protesta dei disoccupati, fanno parte della scarna scenografia. Con esse, tre torri d’acciaio da dove il “frate indignato” Vauro, con il suo “giramento di cordoni”, presenta le sue vignette, Giulia Innocenzi lancia in diretta i sondaggi su Facebook e il “paese reale”, quello dei disoccupati e dei precari, prende la parola. Sul palco non c’è il tavolo di “Annozero”, ma soltanto due sedie per gli ospiti della puntata, intitolata “Licenziare la casta”: l’imprenditore Diego Della Valle e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, sottoposti alle domande di Franco Bechis, Luisella Costamagna e Paolo Mieli, il “complottatore capo” (copyright di Giuliano Ferrara) del piano di disarcionamento del premier. Doppio Travaglio, come Vauro: “la balla della settimana” – il magistrato Ingroia “partigiano” della Costituzione – e “i soliti ignoti” sull’argomento della puntata. Asciutto e incisivo il servizio di Sandro Ruotolo sugli sprechi della politica, al quale hanno fatto da complemento le considerazioni di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, coppia di giornalisti abituata a fare le pulci alla casta. Ottimi i contributi provenienti dalla “strada”: l’intervista al deputato di Fli che ha definito Finmeccanica “il marchettatoio” di questo governo; le rivelazioni di Antonio Razzi, sedicente eroe per avere avuto il “coraggio” di tenere in vita il governo; la stizza di Claudio Scajola, beccato all’uscita dal famigerato appartamento, in parte pagato a sua insaputa dall’imprenditore Diego Anemone.
Nel complesso, prova superata, anche se alcune cose vanno riviste. Per esempio, sarebbe bene ascoltare più campane. E poi, non andare “fuori traccia”, un’impressione che si è avuta con l’intervista alla testimone chiave dei processi sul “bunga-bunga” e con il servizio sul latitante Valter Lavitola, autodefinitosi “lo sfigato della situazione”. Lo schema disegnato sulla lavagna dall’ex direttore dell’Avanti per spiegare i soldi a Tarantini è stato un numero da avanspettacolo, ma la vetta della comicità è stata raggiunta con il comizio di Scilipoti: “è finito il tempo dei cialtroni! È iniziato il tempo della meritocrazia!”.

giovedì 3 novembre 2011

Il Big Bang di Renzi e quell'idea che manca


Il segnale inequivocabile dell’approssimarsi delle elezioni sono le faide che si stanno scatenando all’interno del partito democratico e, più in generale, nel centrosinistra. Un riflesso pavloviano: appena si affaccia l’ipotesi di una votazione e, ancor più, di una possibile vittoria, iniziano i litigi. Verrebbe quasi da rimpiangere il centralismo democratico del vecchio Pci. Ora è “tutti contro tutti e ognuno per se”, al massimo per la propria corrente. I volti, alla fine, sono gli stessi di sempre. Sulla questione, ha ragione da vendere Matteo Renzi: “non è possibile che cambino continuamente i simboli dei partiti e restano sempre le stesse facce”.
La tre giorni alla stazione Leopolda ha ufficializzato le ambizioni di leadership del sindaco di Firenze. Una proposta di rottamazione del Pd e di un vecchio modo di fare politica, al quale si vuole contrapporre una proposta diretta e partecipata, non ingessata da rituali oligarchici. Un “partito format”, secondo la definizione di Aldo Grasso, giovanilista, ammiccante, piacione. “Si è presentato con il vestito della prima comunione”, ha ironizzato Luciana Littizzetto, mentre Maurizio Crozza è stato più cattivo: “il niente che avanza”. Il “Big Bang” ha ovviamente scatenato anche la reazione dell’establishment di sinistra. “Tardo blairismo in salsa populista”, per Rosy Bindi; “Renzi nel Pd è una contraddizione”, la quasi scomunica di Cofferati. Diplomatico invece Bersani. A differenza di Vendola: “Renzi è il vecchio”. Di certo, non unisce. Tanto da alimentare le peggiori illazioni. È stato addirittura ripescata dagli archivi Mediaset una puntata della Ruota della fortuna alla quale partecipò (e vinse). È stato ricordato l’incontro con Berlusconi ad Arcore (dicembre 2010), una visita a domicilio inconsueta da un punto di vista istituzionale, guardata dal Pd con sospetto e irritazione. È stato sottolineato con abbondante dose di malizia il contributo di Giorgio Gori (l’ex direttore di Canale 5 che portò in Italia il Grande Fratello, poi fondatore di Magnolia, società che produce L’Isola dei famosi) alla stesura delle “cento idee per l’Italia”. Tre indizi che fornirebbero la prova schiacciante di un Renzi “Berlusconi di sinistra”. Pierfranco Pellizzetti è andato giù pesante: “Il solo elemento di novità del renzismo è l’uso spregiudicato delle tecniche di comunicazione imbonitoria”.
Dalla disfida tra i ricostruttori di Bersani e i rottamatori di Renzi, a rimetterci potrebbe essere, come al solito, l’intero centrosinistra. Il programma della Leopolda, è stato detto, è discutibile e integrabile. A mio avviso, una lacuna andrebbe colmata in via preliminare. Altrimenti è impossibile confrontarsi sul resto. Il peccato originale della sinistra è la mancata approvazione di una legge sul conflitto d’interessi, subito dopo la vittoria alle elezioni del 1996. Bisogna stabilire, una volta per tutte, che chi – come il premier – si trova al centro di un groviglio di interessi, soprattutto nel settore dell’informazione, non può fare politica, per la ragione elementare che il suo tornaconto personale prevarrà sempre sul bene della collettività. Oggi, non sarebbe neppure un provvedimento punitivo contro Berlusconi, ormai al termine della sua parabola politica. Semplicemente, la regolamentazione di un’ anomalia inconcepibile in un Paese democratico.

martedì 1 novembre 2011

Trentasei anni senza P.P.P.


Sono arrivato a Pier Paolo Pasolini da solo. O quasi. Ai tempi del liceo, lo sfiorai tra la prima e la seconda classe, quando la professoressa di lettere ci assegnò alcuni libri da leggere durante le vacanze estive. Conobbi così Pasolini, Cesare Pavese, Italo Calvino, Primo Levi e qualcun altro autore del Novecento. Le fortune dei ragazzi passano spesso dagli insegnanti che incontrano lungo il cammino scolastico. A me è andata bene. Nel biennio, un rapporto splendido, anche sotto il profilo umano, con la professoressa Paino; nel triennio, quello decisivo per la mia formazione con il professore Monterosso (storia e filosofia). In quinta, però, studiammo poco o niente gli autori del Novecento. Di sicuro, non li leggemmo. E anche se il professore di lettere avesse avuto questa intenzione, non credo che ci avrebbe fatto leggere Pasolini. Troppo distante dal suo mondo.
Per vie traverse ci sono però arrivato ugualmente. Mi capita spesso di leggere qualcosa che rimanda ad altri autori. E così è stato. Mi sono “imbattuto” nella raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci e così ho prima approfondito il poeta, quindi sono passato alla lucidità del pensiero degli Scritti corsari, all’intellettuale scomodo, scandaloso e affascinante per chi si rifiuta di sottostare alle logiche e ai valori propagandati dal consumismo e dall’edonismo dominanti. Nessuno meglio di Pasolini ha saputo leggere i cambiamenti della società italiana nel secondo dopoguerra. Nessuno è stato così profetico e coraggioso nel mettere in guardia, con quarant’anni d’anticipo, dal baratro verso il quale l’umanità stava (e sta) precipitando. Le denunce contro il Palazzo, il ruolo e la funzione della televisione in una società di massa, l’omologazione culturale, la trasformazione antropologica della società sono temi drammaticamente attuali.
Domani ricorre il trentaseiesimo anniversario dell’assassinio di Pasolini. Una vicenda che presenta ancora molti lati oscuri. L’ennesimo mistero della storia d’Italia. Nella sua appassionata orazione funebre, Alberto Moravia pronunciò parole forti e condivisibili: “abbiamo perso prima di tutto un poeta, e poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono soltanto tre o quattro in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta: il poeta dovrebbe essere sacro!”.



sabato 29 ottobre 2011

Si fa, non si fa, si fa, non si fa...


Il primo ad affrettarsi a dire che no, il ponte si farà lo stesso, nonostante l’approvazione della mozione presentata dal dipietrista Antonio Borghesi, è stato il ministro Ignazio La Russa: “la mozione dice che il governo eventualmente può sopprimere i finanziamenti per l’opera, ma posso assicurare che non lo farà”. A ruota, la precisazione di Palazzo Chigi, dello stesso tenore. Qualche giorno fa, era stato il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, a ribadire che il Ponte rimaneva una priorità del governo, nonostante l’Unione europea non avesse inserito il Ponte tra le opere prioritarie del Corridoio 1.
Troppo semplice cavarsela con la battuta di La Russa: “una mozione non si nega a nessuno, ma vale per quello che vale”. La sensazione è che sia stata posta una pietra tombale sulla grandeur berlusconiana da immortalare con una costruzione faraonica. Bocciata con un provvedimento di buon senso che rimedia ai tagli dei trasferimenti del governo a Regioni ed Enti locali per le infrastrutture, andando a recuperare così 1,7 miliardi di euro. Qualche considerazione sull’opportunità di un’opera che difficilmente risolverebbe i problemi della Calabria è inevitabile. Guadagnare trenta minuti nell’attraversamento dello Stretto non risolverebbe alcunché. Senza voler fare del facile “benaltrismo”, è un problema l’isolamento dei comuni calabresi delle zone interne, dovuto a collegamenti scarsi e disastrati. Sono un problema le code interminabili sull’A3, le stragi della 106 ionica, le frane che impongono la chiusura di intere strade provinciali, i fatiscenti treni-lumaca. Nello specifico, è un problema l’esistenza di un duopolio che gestisce il trasporto nello Stretto sulla pelle dei pendolari, permettendosi aumenti dei prezzi frequenti e inspiegabili, senza che le legittime proteste non si rivelino soltanto un avvilente abbaiare alla Luna.
Il Ponte unirebbe Calabria e Sicilia, in un deserto di infrastrutture. L’unica utilità sarebbe quella dichiarata da Berlusconi: “se uno ha un grande amore dall’altra parte dello stretto potrà andarci anche alle quattro del mattino senza aspettare i traghetti”. Sotto il profilo dello sviluppo economico, cambierebbe poco. La Calabria deve guardare oltre la Sicilia. Occorre puntare lo sguardo ai mercati del Nord Italia e dell’Europa, per cui servono strade e ferrovie che ne riducano le distanze. Deve guardare ai Paesi del Mediterraneo. Il suo sviluppo passa necessariamente dal rilancio e dal potenziamento del Porto di Gioia Tauro (indotto e iniziative imprenditoriali che non riducano lo scalo a box per il pit stop delle navi), ora in grave crisi per l’addio della Maersk Line che ha causato una drammatica diminuzione del traffico.
La quantità di soldi spesi fino ad ora per la “realizzazione” del Ponte è da guinness dei primati: 270 milioni di euro (8,5 miliardi il costo finale previsto). Niente male per un’opera che – probabilmente – non si farà. E pensare che l’11 giugno la Società Stretto di Messina ha compiuto trent’anni. Un compleanno che rischia di diventare amaro, anche se la sua scadenza è fissata al 31 dicembre 2050. Il tempo (per gli sprechi) non basta mai.

venerdì 28 ottobre 2011

Tornano Santoro, Vauro e il baffone di Ruotolo

Manca oramai pochissimo all'esordio televisivo della squadra di Santoro, fissato al 3 novembre, ore 21.00. Il giovedì di Rai Due è intanto naufragato con i pessimi ascolti di Star Academy, soppresso prima che sul palco arrivassero i pomodori. A conferma delle politiche suicide della Rai dove, pur di fare favori al premier, si sta affossando la televisione pubblica. Pare che ora si voglia puntare su Giuliano Ferrara per un Annozero di destra, nello stesso canale e nello stesso orario. Un premio per il successo di Qui Radio Londra, programma rivelatosi di nicchia e per il quale, "stranamente", nessuno ha chiesto la chiusura, causa ascolti nettamente al di sotto delle aspettative. Si potrà seguire Servizio pubblico (titolo del nuovo programma, inizialmente Comizi d'amore) su Sky, ma anche su diverse emittenti locali, oltre che in streaming sul sito di Repubblica, Il Fatto Quotidiano e Il Corriere della Sera.
A fare pubblicità al programma, nello spot che sta girando in rete, il premier in persona.