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mercoledì 27 aprile 2011

Fischi e fiaschi


I fischi non sono una manifestazione di pensiero political correct. Su questo non si può che concordare. L’abusatissimo “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu lo possa dire”, aforisma attribuito per comodità a Voltaire e pietra miliare della filosofia liberale, non ha avuto applicazione in occasione delle celebrazioni per la festa della Liberazione. A leggere i resoconti di quanto accaduto a Milano e a Roma il 25 aprile, l’intolleranza (minoritaria) di alcuni partecipanti ha vanificato l’invito alla concordia e all’unità auspicate dal presidente della Repubblica.
Sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista, condannando le contestazioni che puntualmente si ripetono da diversi anni a questa parte, ha parlato di “snaturamento di una data che dovrebbe essere celebrata con lo stesso spirito concorde che ha animato il centocinquantesimo compleanno della nazione italiana”. Un paragone approssimativo, a mio modo di vedere. Non so a quali manifestazioni si riferisse Battista, ma chiunque abbia seguito quella vicenda è in grado di verificare come, purtroppo, le cose siano andate diversamente. Dalle polemiche interne alla stessa maggioranza governativa sulla chiusura di scuole e uffici pubblici, alle dichiarazioni leghiste sull’opportunità stessa di festeggiare, tutto si è visto, tranne che unità di intenti. Tra secessionisti dell’ultima ora, borbonici di ritorno, meridionalisti più o meno di comodo fautori di una copiosa letteratura antiunitaria, le celebrazioni hanno innescato dispute ai limiti della decenza. Abbiamo potuto leggere anche sui quotidiani locali notizie riguardanti storici che, in qualche convegno, hanno preferito abbandonare il tavolo dei relatori per non dovere ascoltare talune filippiche dalla controversa attendibilità scientifica.
Al di là di queste considerazioni, le parole di Battista richiedono però un’ulteriore riflessione. Non si può nascondere che di politicamente corretto, in Italia, sia rimasto ben poco. L’urlo sembra essere assurto ad unità di misura del pensiero, tanto che il “cosa” è stato soppiantato dal “come” viene detto. L’innalzamento esponenziale dei decibel nelle discussioni esprime l’incapacità di parlarsi da parte delle tifoserie che da 17 anni occupano gli spazi della politica. I fischi potrebbero pertanto rappresentare un modo, certo discutibile, per difendere quei valori definiti da Giorgio Napolitano “punti di contatto” tra Risorgimento e Resistenza (libertà, indipendenza e unità), che agli occhi di una fetta di opinione pubblica appaiono quotidianamente minacciati. Perché si fa fatica a considerare una coincidenza fortuita il contemporaneo attacco ai due eventi cruciali della storia italiana contemporanea. La demolizione culturale delle ragioni che a lungo hanno tenuto unito il Paese passa anche dai manifesti di chi paragona i giudici alle brigate rosse, dalle iniziative parlamentari volte a riscrivere l’articolo 1 della nostra Carta fondamentale per assoggettare alle maggioranze parlamentari tutti gli altri organi costituzionali, dal disinteresse per i risvolti che può avere sulla tenuta democratica dello Stato l’operazione di salvataggio del premier dalle sue grane giudiziarie. Probabilmente, è contro tutto questo insieme di cose che i contestatori, forse in maniera scomposta, hanno voluto fare sentire la propria voce.




venerdì 22 aprile 2011

Votantonio

Non invidio affatto i cittadini di Reggio, costretti ad inventarsi gli stratagemmi più incredibili per schivare gli assalti dell’esercito di candidati che, fino al 15-16 maggio, batteranno anche le vie solitamente meno frequentate della città. La lotta per conquistare la poltrona di Palazzo San Giorgio vedrà infatti impegnati 6 candidati a sindaco, supportati da 25 liste, per un totale di 746 candidati a consigliere comunale. A cui vanno aggiunti i 224 candidati delle 28 liste per le elezioni provinciali, presenti negli 8 collegi cittadini. Quasi un candidato ogni 160 elettori.
Voci incontrollate provenienti dal capoluogo riferiscono di vere e proprie ronde impegnate in estenuanti battute di caccia, con i fiancheggiatori a fare da corona al candidato che con passo sicuro incede al centro del gruppo. È un porta a porta asfissiante, nessun campanello viene risparmiato e a tutti viene consegnato il gadget del momento: un santino il cui testo, sciolte le briglia alla fantasia, in genere viene partorito al termine di interminabili notti insonni. Irraggiungibili le vette toccate altrove (su tutte: “Michele Dell’Utri. Non sono parente” e “Fabrizio D’Addario. Non sono una escort, ma mi candido lo stesso”), ma il divertimento è comunque garantito.
Immagino il povero elettore reggino uscire dal portone della propria abitazione con fare circospetto, imbacuccato per non farsi riconoscere, a dispetto del primo caldo. Uno sguardo a destra, uno a sinistra e zac!, di corsa sulla macchina, dove finalmente può tirare un sospirone di sollievo per lo scampato pericolo, non prima però di avere bloccato gli sportelli dall’interno.
A noi eufemiesi, per questo giro, è andata meglio, unicamente perché qui si vota soltanto per la Provincia. Certo, ci sono 28 candidati, ma la maggior parte di essi sono dei perfetti sconosciuti. Non lo sono ovviamente i due compaesani, entrambi schierati con la coalizione di centrodestra che appoggia Giuseppe Raffa: Saverio Garzo (lista Sud), da decenni vulcanico organizzatore di riuscitissime iniziative estive e attualmente consigliere comunale nel comune di Asso (Como) e Pietro Violi (Socialisti uniti), a lungo presidente della Pro-Loco eufemiese. Tra gli altri aspiranti inquilini di Palazzo Foti, sono abbastanza conosciuti tre sostenitori di Raffa: l’attuale sindaco di Oppido e presidente della Comunità montana versante tirrenico meridionale, Bruno Barillaro (Udc); il suo sfidante alle passate comunali, Domenico Giannetta (Pdl); Orlando Fazzolari (Scopelliti presidente), accidentalmente vice sindaco di Varapodio, ma soltanto perché la normativa vigente vieta tre mandati consecutivi. Due i volti noti in appoggio alla coalizione di centrosinistra capeggiata dall’uscente Giuseppe Morabito: Santo Gioffrè, assessore provinciale di Rifondazione comunista e Antonio Frisina, del Pd; altrettanti a sostegno di Pietro Fuda, candidato per il terzo polo: il consigliere provinciale uscente Domenico Fedele (Fuda presidente) e l’habitué Carmelo Vitalone (Autonomia e diritti). Ha invece lasciato campo libero, preferendo non ricandidarsi, il consigliere provinciale Carmine Alvaro, eletto nel 2006 con i socialisti della Rosa nel pugno. Per la gioia dei suoi rivali, che non dovranno fare i conti con il candidato più votato a Sant’Eufemia cinque anni or sono.
Le logiche che guidano le scelte nelle elezioni locali sono essenzialmente due. Quella dell’appartenenza (o dell’ideologia, come si diceva un tempo), che vive un periodo di appannamento, e quella del rapporto personale con il candidato, magistralmente espressa dal detto: “mi suꞌ pidocchi, ma mi suꞌ di nostri”. Ma c’è anche una terza via, indicata da Enzo Jannacci e valida nei casi in cui, avendo promesso il voto a tutti, si è quasi costretti a recarsi almeno al seggio. La praticano i tanti che, ritenendo che “la politica l’è una roba sporca (…), votano scheda bianca per non sporcare”.



sabato 16 aprile 2011

La strana coppia

Fa un certo effetto leggere sul "Corriere della Sera" un intervento firmato da due parlamentari di primo piano appartenenti a forze politiche contrapposte. Ma induce anche ad uno sforzo interpretativo supplementare, per non ridurre la proposta ad estemporanea esternazione di due politici emarginati dai loro stessi partiti di provenienza. Se un politico navigato come Beppe Pisanu, ex pupillo del segretario della Dc Benigno Zaccagnini negli anni di piombo, ora senatore del Pdl e presidente della Commissione parlamentare antimafia, mette la firma (e la faccia) accanto a quella dell'ex segretario del Pd, Walter Veltroni, qualcosa bolle in pentola.
L'interpretazione letterale orienta verso una replica della ciclica riesumazione del progetto di un governo di responsabilità nazionale, una soluzione emergenziale per rasserenare l'incandescente clima politico puntando alla realizzazione di pochi punti, tra i quali la riforma dell'attuale legge elettorale. Da questo punto di vista, niente di inedito o che non sia già stato preparato in tutte le salse e puntualmente rispedito in cucina. Per dirlo con le parole dei due politici: "uniti sui valori fondanti e sulle regole del gioco, divisi sul resto". C'è il richiamo all'esigenza di superare un "bipolarismo immaturo e litigioso", per dare l'avvio ad "una nuova stagione politica ed istituzionale" in cui non si governi "contro" qualcuno, ma "per" l'Italia. La sottoscrizione in tempo reale da parte di quanti (Terzo polo) già in passato avevano avanzato proposte analoghe non poteva che provocare la reazione stizzita della maggioranza, espressa con la consueta e notoria eleganza dal leghista Calderoli.
A naso, la proposta di Pisanu e Veltroni appare poco realistica perché non sembra tenere conto di un dato di fatto incontrovertibile. La presenza sulla scena politica di Berlusconi. Che non si trova lì per un accidente della storia, ma per tantissime cause concatenate, non ultima la preferenza espressa in suo favore dagli elettori. E che soprattutto non ha alcuna intenzione di farsi da parte. C'è qualcuno in grado di dire al presidente del consiglio che è giunto il momento di togliere il disturbo? Forse soltanto Gianni Letta o Fedele Confalonieri, ma in un clima meno avvelenato dell'attuale. Lo stadio in cui si fronteggiano le opposte tifoserie allestito davanti al tribunale di Milano sembra indicare altro. Un contesto esacerbato, che trova conferma nell'improvvida uscita del professore Alberto Asor Rosa. Irresponsabile e controproducente, visto che affermazioni del genere fanno il gioco del premier, un vero campione nel presentare se stesso come vittima perseguitata da nemici desiderosi di abbatterlo con qualsiasi mezzo.
Per confutare l'impressione di velleitarismo suscitata esiste un solo modo: la coerenza tra le parole e le azioni. Il senatore Pisanu abbandoni insieme ai suoi non pochi fedelissimi la maggioranza, faccia cadere il governo e assuma l'iniziativa della prospettata nuova fase.

martedì 12 aprile 2011

Chi sgobba, chi ride e chi piange

Per chi non avesse consultato l’albo pretorio sul sito web, il consiglio comunale di ieri poteva benissimo rientrare nella categoria delle riunioni carbonare. E pensare che la trasparenza era stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale, quando si favoleggiava addirittura di un ufficio stampa e di pubblicazioni periodiche sull’attività amministrativa del Comune. L’affissione per le strade del paese della convocazione del consiglio comunale doveva proprio rappresentare il segnale di un nuovo corso. È stato così fino a quando (casualità?) le acque non si sono agitate e si è cominciato ad economizzare sulla carta, prima affiggendo soltanto un manifesto dentro il Palazzo municipale, quindi eliminando anche quello.
Il primo punto all’ordine del giorno prevedeva la surrogazione di Eufemia Surace, presidente del consiglio dimessasi due mesi fa nell’indifferenza più completa, come se fosse normale che tre componenti, uno dopo l’altro, abbandonino il consiglio comunale. Un dovere di chiarezza che per la verità non hanno avvertito i consiglieri dimissionari per primi, almeno pubblicamente, nemmeno nei confronti dei propri elettori.
Torna così tra i banchi comunali “mastro” Mimmo Fedele, figura storica di amministratore che, dopo mezzo secolo, tra un anno dirà addio alla politica attiva dalla poltrona di presidente del consiglio. L’apertura di una discussione infinita, con botta e risposta tra il sindaco e i consiglieri di minoranza Creazzo e Papalia, ha dato vita ad un siparietto a tratti comico. Creazzo ha vestito i panni di alzatore, secondo l’eccellente tradizione pallavolistica italiana che da Fefè De Giorgi e Paolo Tofoli conduce a Valerio Vermiglio. E il sindaco non si è fatta sfuggire l’occasione per chiudere il punto. Ma si può citare come esempio di mala amministrazione la vicenda del campo di calcetto realizzato dalla passata maggioranza, quella dei propri colleghi di lista? Una struttura non collaudata, inaugurata in pompa magna per ragioni elettorali, abbandonata a se stessa e mai utilizzata. Eppure è accaduto.
Altra bizzarria, la votazione di un “ordine del giorno sulla crisi che investe il settore dell’agricoltura”, sui contenuti del quale nessuno ha proferito parola. Cosa sia stato deliberato, in concreto, resterà un mistero. Approvati infine lo schema di convenzione per la gestione associata di una stazione unica appaltante provinciale, gli oneri di urbanizzazione e lo scioglimento della convenzione di segreteria con il comune di Melicucco.
C’è stato anche il tempo per un’escursione sul terreno spinoso della centrale per la biomassa, quella dei settanta posti di lavoro propagandati in campagna elettorale, tanto per intendersi. A Papalia viene da ridere ogni volta che se ne parla, ma i giovani eufemiesi si sganasciano di meno. Il nuovo annuncio indica ottobre come possibile data di inizio dei lavori. Un risultato costato fatica reale, secondo quanto dichiarato dal sindaco: 240 kg di carta portati personalmente dallo scantinato di un palazzo della regione all’assessorato competente. Per fare il sindaco ci vuole davvero un fisico bestiale.

lunedì 11 aprile 2011

Elogio del passo

Se qualche decennio fa mi avessero detto che un giorno un’amministrazione comunale avrebbe realizzato un progetto denominato “Piedibus” per incentivare l’uso dei piedi negli spostamenti, avrei fatto la faccia smarrita e stupita di quel tale la prima volta che vide un televisore acceso, talmente scettico da andare a controllare che non ci fosse qualcuno nascosto dietro lo schermo.
È di questi giorni la notizia dell’iniziativa del comune di Polistena per promuovere, in collaborazione con il Servizio civile nazionale, la mobilità pedonale mediante l’impiego di sedici operatori che accompagneranno gli alunni dalla fermata dei bus al portone delle scuole, al fine di “diminuire il traffico davanti alle scuole, ridurre il tasso di inquinamento e stimolare l’apparato fisico-motorio dei ragazzi”. Il kit in dotazione agli studenti prevede un cappellino rosso, un ombrellino e una mantellina antipioggia.
Le finalità sono lodevoli. Riuscire a limitare gli ingorghi mostruosi che si creano davanti alle scuole avrebbe già del miracoloso. Alcune considerazioni però sono inevitabili. È vero: nelle strade i pericoli sono aumentati. Tra motorini, automobili e scatolette per minorenni spesso si ha la sensazione di avventurarsi in una giungla pericolosissima. Per i bambini delle scuole elementari potrebbe essere troppo rischioso, anche se non dimentico che piccoletti si andava all’edificio scolastico tranquillamente a piedi, ovunque si abitasse. Altri tempi, certamente. Ma quell’abitudine facilitava la socializzazione, perché lungo il tragitto si incontravano altri coetanei, la comitiva s’ingrossava e si conversava di più. La strada percorsa per anni, tutte le mattine, rappresentava metaforicamente il percorso di crescita di ogni ragazzino.
Passi comunque per le elementari. Ma per la scuola media e per il liceo? Non voglio pensare che i genitori di oggi abbiano così tanta sfiducia sulle capacità dei propri figli di attraversare incolumi la strada. Né credo che i nostri genitori ci abbiano amato di meno o siano stati degli sconsiderati. Forse si tratta più di un fatto di costume: l’uscita della scuola come luogo d’incontro e momento delle pubbliche relazioni.
Al di là di ogni possibile riflessione, va detto che una passeggiata permette di apprezzare le bellezze di un paese, di osservarne gli scorci più suggestivi. Operazione che è difficilmente realizzabile da dietro il finestrino di una macchina. Chiunque ami il proprio paese dovrebbe ogni tanto fare “quattro passi” lungo le sue strade, specialmente quelle meno battute.
Provate a introdurvi nei vicoli della Matrice, a Diambra, a Mistra, ad attraversare il ponte crollato dell’Annunziata per poi percorrere il sentiero che un tempo portava alla stazione e a Sant’Oreste. Oppure salite dal Paese vecchio al Muraglio e alla contrada Peras, da lì proseguite verso Campanella e Sorvia, alle “due gebbie”, e poi scendete, sempre attraverso la campagna, al campo sportivo. Se vi rimangono ancora fiato e gambe, da lì andate a Crasta dopo avere attraversato i “Candilisi”, passate al guado la fiumara – quando l’acqua è bassa – e andate a bere alla fontana di San Bartolo. Vi sentirete parte di una storia umana antichissima, perché è il “passo” il ritmo della poesia, il respiro dell’anima di un posto, da catturare in ogni sua pietra, tavola, mattone.

giovedì 7 aprile 2011

Il senso del pudore

Possono girarci e rigirarci attorno quanto gli pare. Spaccare il pelo in quattro dopo averlo trovato nell’uovo. Accampare tutti i sentimenti di riconoscenza e di devozione di questo mondo. Insistere con la tiritera delle toghe rosse e dell’ineluttabilità delle barricate contro il golpe giudiziario. Rispolverare la blasfemia costituzionale dell’asservimento della magistratura al governo, in spregio alla classica tripartizione dei poteri.
La sostanza del voto alla Camera del 5 aprile però non cambia. Trecentoquattordici deputati hanno ritenuto legittima la richiesta di sollevare davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione nei confronti dell’autorità giudiziaria (Procura della Repubblica e giudice per le indagini preliminari di Milano) per spostare il processo “Ruby” dal Tribunale di Milano al Tribunale dei ministri, sulla base di una motivazione che sta rendendo l’Italia ridicola agli occhi del mondo intero. Quando Berlusconi telefonò in questura per chiedere il rilascio della minorenne marocchina, stava esercitando le sue funzioni istituzionali di premier, in quel momento preoccupatissimo per la possibile crisi diplomatica che poteva scoppiare con uno stato estero. Già, perché il presidente del consiglio, vecchio credulone, aveva dato credito alla fanfaluca di un’avvenente giovinetta che si era dichiarata nipote del leader egiziano Mubarak. E poiché Berlusconi agiva nell’esercizio delle sue funzioni di premier, suo giudice naturale è il tribunale dei ministri.
Altro che facce di bronzo. Qua non è rimasta nemmeno la faccia. E nessuno che consideri un orizzonte più distante delle scadenze giudiziarie del premier. O che dica la verità sull’unica vera, reale e spudorata ragione: impedire lo svolgimento del processo, visto che il Tribunale dei ministri per procedere ha bisogno dell’autorizzazione della Camera dei deputati. Sì, ciao: come non detto.
Non rappresenta un bel segnale per la democrazia la possibilità che sia la maggioranza parlamentare a stabilire la verità dei fatti. Secondo quella stessa logica populista che vede nell’eventuale condanna di Berlusconi il sovvertimento del voto popolare. Come se il consenso elettorale possa garantire a chicchessia l’impunità. Quel che diranno gli storici del futuro sull’era berlusconiana non è possibile saperlo, anche se non sembra complicato intuirlo. Per il presente, non è forse inutile conoscere i nomi dei deputati calabresi che hanno avallato questa castroneria: Francesco Nucara, Santo Versace, Giovanni Dima, Giancarlo Pittelli, Jole Santelli, Lella Golfo, Giuseppe Galati, Michele Traversa, Ida D’Ippolito, Antonino Foti (tutti del Pdl), Elio Belcastro (“Iniziativa responsabile”) e Aurelio Misiti (ex Idv, ex Mpa). Così, tanto per avere un’idea nel caso che un giorno si possa nuovamente scegliere tra diversi candidati e non limitarsi a ratificare una lista di nominati.

mercoledì 6 aprile 2011

Un terzo polo senza i partiti del terzo polo

Forse non hanno alcuna somiglianza con i “quattro straccioni di Valmy” evocati da Francesco Cossiga per dare una pennellata di romanticismo ad uno dei molteplici tentativi di ricostruire attorno alle forze di centro l’asse portante del sistema politico italiano. Fatta la tara delle ambizioni e delle rivendicazioni personali (senza dubbio presenti), l’idea di fondo non dista molto dalla concezione che indica nella soluzione “centrista” l’esito costante dello scontro politico in Italia. Il “connubio” di Cavour e Rattazzi, il trasformismo depretisiano, Giolitti, lo stesso fascismo (con Mussolini nel ruolo di mediatore tra ras locali, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, reduci, corporativisti), prima ancora della “balena bianca”, dimostrano come – al di là degli interpreti – lo schema di gioco sia sempre lo stesso da centocinquanta anni.
Certo, a livello nazionale l’esperimento della provincia reggina sta passando quasi inosservato. E non potrebbe essere altrimenti. A meno che i vertici dell’Udc non riescano ad essere convincenti nel dichiarare cosa, se non le poltrone, impedisce di fare a Reggio ciò che Casini va predicando da due anni in giro per tutta Italia.
Il Polo civico raccoltosi attorno a Pasquale Tripodi, Pietro Fuda e Giuseppe Bova, per come si è costituito, presenta delle differenze sostanziali rispetto al progetto originale del Terzo polo, poiché per certi versi (presenza di una componente proveniente dal Pd, quella di Bova) va addirittura oltre i confini stabiliti a livello nazionale. Se i detrattori vi vedono soltanto il tentativo di restare aggrappati alle poltrone messo in atto da una classe politica “vecchia”, i promotori ne sottolineano la rivendicazione di autonomia decisionale rispetto all’imposizione dall’alto, sottolineata dallo slogan “la nostra autonomia senza se e senza ma”.
È un dato di fatto che Tripodi e Bova sono fuorusciti da due partiti tradizionali. E che le scelte riguardanti i candidati a sindaco e presidente della provincia delle altre coalizioni sono causa di frizioni non meno forti con il livello romano. La vicenda del siluramento della candidatura di Luigi Fedele da questo punto di vista è sintomatica. È giunto forse il momento di una riflessione comune sui meccanismi di selezione della classe politica. I partiti non sono più palestra di niente. Men che meno sono utili per la formazione della classe dirigente del paese. Il loro declassamento al ruolo di comitati elettorali al servizio del leader di riferimento, se ci riporta all’Ottocento e alla lotta politica nella fase precedente lo sviluppo dei partiti di massa, ha anche come effetto il proliferare di cartelli coincidenti con le aspirazioni personali di candidati che, a Roma come nella periferia, consumano gli stessi stanchi riti.