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giovedì 29 settembre 2011

Con le buone maniere si ottiene tutto


Nuntio vobis gaudium magnum: habemus tesseram! Ebbene sì, ce l’ho fatta. L’Ordine dei giornalisti ha finalmente partorito il mio tesserino. Un travaglio lunghissimo, ma il bimbo sta bene. Me lo sto coccolando quasi sbalordito. Quando ieri ho telefonato al sindacato dei giornalisti della Calabria per avere aggiornamenti sulla situazione, quasi non credevo alle mie orecchie. Il piccolo era là, nel cassetto di Carlo Parisi e attendeva soltanto che uno della famiglia andasse a ritirarlo.
Il segretario del sindacato, tra il serio e il divertito, mi ha però rimproverato. Oggi è anche apparsa su CALABRIA ORA una sua replica al mio intervento di inizio settembre, che riproponeva l’articolo di denuncia postato sul blog il 31 agosto. Da quel che ho compreso, Parisi è rimasto infastidito da alcune telefonate scherzose (“ma glielo volete dare questo tesserino?”) e perché l’unico nome presente nel pezzo, a parte quello del commissario Cembran, era il suo. In realtà, il mio articolo non era “contro” di lui, né “contro” il sindacato, che anzi mi è stato di grande aiuto, sia nel dipanare una questione parecchio ingarbugliata, sia nel pungolare l’Ordine per il rilascio del tesserino. Probabilmente, il titolo scelto dal giornale (“L’Ordine dei giornalisti mi snobba da otto anni”) non sintetizzava al meglio il contenuto della mia lamentela. Ma come ben sa Parisi, i titoli non li scrivono gli autori degli articoli.
Riguardo alla precisazione di oggi (“Snobbato dall’Ordine? No, ed ecco il perché”), devo segnalare una piccola inesattezza, che però è sostanziale. Nel 2003, la tessera l’avevo richiesta. Lo so benissimo che esiste una procedura a parte rispetto a quella di iscrizione all’Albo. Non “me ne sono dimenticato”, come egli ipotizza con un pizzico di ironia. Né penso di avere trasgredito la saggia norma di raccontare “i fatti senza omissioni di sorta”. Tant’è vero che avevo ammesso di non avere seguito la pratica per anni, dopo la richiesta, e di avere dovuto saldare diverse quote annuali.
L’incidente è comunque chiuso, con reciproca soddisfazione. Abbiamo anzi scherzato su questa querelle. Una considerazione però va fatta. Neanche il tempo di leggere sul giornale la mia lettera e ho avuto il tesserino. Davvero una singolare coincidenza.

martedì 27 settembre 2011

Farsi del male, un vizio assurdo e inguaribile



La notizia non è ufficiale, ma fonti vicine al comitato referendario danno oltrepassata la soglia delle 500.000 firme per l’abolizione del Porcellum. Un grandissimo risultato, raggiunto nonostante una visibilità televisiva impercettibile, compensata tuttavia dal tam tam della rete, che anche in questa occasione – come nella consultazione referendaria di giugno – ha svolto il prezioso ruolo di difensore dei sacrosanti principi democratici ad essere informati e a partecipare alla res publica. Si tratta di un primo passo, che va gestito senza la presunzione di pensare che il più sia stato fatto.
L’avviso ai naviganti è chiaro. Tocca al Parlamento, ora, decidere se ignorare la richiesta di cambiamento e continuare a fare strame della volontà popolare, o se sia più opportuno fare tesoro del messaggio lanciato dalla società civile. Le reazioni a caldo sembrano incoraggianti, se perfino Alfano, che non doveva trovarsi sulla Luna quando è stata approvata la “porcata”, si è detto disponibile a modificarla: “Siamo per capovolgere il sistema elettorale per cui oggi i parlamentari sono calati dall’alto”. Un sussulto che fa restare basiti. Certo, potrebbe anche essere una tattica dilatoria. Fino a quando la Cassazione non si pronuncerà sull’ammissibilità del quesito (gennaio 2012), non accadrà nulla. E se, come sembra, la legislatura si interromperà prima della scadenza naturale, tutto potrebbe tornare in alto mare perché si andrebbe alle urne con l’attuale sistema elettorale.
Al di là di qualsiasi considerazione, siamo però di fronte alla luminosa attuazione del principio scolpito nel primo articolo della Costituzione: la sovranità appartiene al popolo. Ed è bene che lo sappia chi confonde il potere con l’arbitrio. Ci sarà sempre un giudice a Berlino, fino a quando le istituzioni democratiche funzioneranno.
In questa Italia schizofrenica, il pericolo è semmai un altro. Quello che piccoli interessi di bottega possano vanificare un risultato ottenuto, per lo più, indipendentemente dalle sigle di partito. I sostenitori dell’“altro” referendum (il “Passigli”), dopo l’iniziale passo indietro, hanno di nuovo fatto sentire la propria voce non soltanto per invitare gli elettori a sostenere il proprio quesito, ma anche per seminare dubbi sulla possibilità che i quesiti del comitato “firmo, voto, scelgo” superino il vaglio della Cassazione e sugli effetti della loro approvazione.
In un momento come quello attuale, dividersi costituisce una grave prova di immaturità e di autolesionismo. Responsabilità vuole, invece, che una volta individuata una priorità, ci si comporti di conseguenza, senza volersi per forza appuntare sul petto la medaglia di primo della classe. È essenziale abolire questa legge vergognosa. Che lo faccia Arturo Parisi o Stefano Passigli, non fa grande differenza. Anche perché, in Italia, il referendum è uno strumento abrogativo, per cui dopo, in ogni caso, si renderà necessario l’intervento del Parlamento. Insomma, non importa il colore del gatto: l’importante è che catturi i topi.

sabato 24 settembre 2011

La guerra di Piero


Da più di un anno cerco di capire chi sia Piero Sansonetti, quale lo scopo di alcune sue spiazzanti prese di posizione e cosa rappresenti Calabria Ora nello scenario politico-culturale calabrese. Questa mia personale ricerca non sta approdando da nessuna parte. Forse per limiti miei. Forse perché il personaggio non si presta ad etichettature definitive. O forse perché a non essere catalogabili sono la politica e la società calabrese.
Già il suo arrivo, nell’estate 2010, fu una sorpresa. Che ci veniva a fare, in Calabria, l’ex direttore de L’Unità e di Liberazione? Calabria Ora attraversava il momento più critico dalla sua nascita, lo scontro tra gli editori e il direttore Paolo Pollichieni – di recente tornato in sella, più agguerrito che mai, con il settimanale Corriere della Calabria –, conclusosi con le dimissioni di quest’ultimo e dello zoccolo duro della redazione. Origine del terremoto, gli scoop sui rapporti tra mafia e politica, in particolare gli articoli di Lucio Musolino su alcune imbarazzanti frequentazioni del governatore Giuseppe Scopelliti e di altri politici reggini. E proprio Musolino fu la prima vittima del nuovo corso, nonostante le spallucce di Sansonetti, che addossò interamente alla proprietà il licenziamento del giornalista.
Tacciato dai detrattori di eccessivo esibizionismo, non fa nulla per nascondere il desiderio di stupire a tutti i costi, sostenendo posizioni spesso impopolari a sinistra, che gli sono valse l’accusa di collaborazionismo e intesa con il nemico. Discutibile il suo modo di argomentare lievemente ammiccante, quel “capite bene” che in genere, nei suoi articoli, precede l’affondo. Uno stratagemma per mettere con le spalle al muro il lettore, che si sente quasi obbligato a capire e condividere, anche se è di tutt’altro avviso. Non gli vengono perdonate le partecipazioni a “Porta a porta” – dove dovrebbe rappresentare il pensiero della sinistra – e i salotti frivoli e vacui dei talk show televisivi del pomeriggio. Mentre tutti i giornali di sinistra (e non solo) si scagliano contro il presidente del consiglio, Sansonetti si distingue per la condanna del tribunale mediatico (“Abbasso Santoro, viva le veline”) e l’indulgenza usata per le vicende Noemi e Ruby.
Il sensazionalismo come stella polare. Dalla morte di Lady Diana (“Scusaci principessa”), alla grazia per Anna Maria Franzoni; dalla legittimazione dell’estremismo nero di Forza Nuova, allo sdoganamento dello slogan fascista “boia chi molla”, proposto come grido di battaglia per un nuovo meridionalismo. Ancora, il tema spinosissimo della giustizia. La sottoscrizione della lettera (tra i firmatari, Fabrizio Rondolino, Claudio Velardi, Ottaviano Del Turco, Enza Bruno Bossio) che, a gennaio, scongiurava la sinistra di non farsi trascinare dal giustizialismo montante, perché “la corruzione va perseguita, ma non, come fu nel ’92-’94, decapitando una classe politica”. La lotta ingaggiata con la procura di Reggio e un garantismo sempre ostentato che improvvisamente viene meno. Per cui i pentiti non possono essere affidabili se accusano Scopelliti, ma diventano credibili se attaccano Giuseppe Pignatone. Da ultimo, il caso della collaboratrice Giuseppina Pesce, la cui ritrattazione, poi ritirata, è stata utilizzata da Sansonetti per insinuare pressioni psicologiche e confessioni estorte dal procuratore di Reggio. Una strategia difensiva – è poi emerso – che sostanzialmente si avvaleva dell’ignaro direttore di Calabria Ora (al quale l’avvocato Madia consegnò la lettera fatta firmare alla propria assistita perché “era l’unico disposto a pubblicargliela e a sposare la nostra causa”) per intorbidire ulteriormente l’aria insalubre della procura reggina. La gestione dei pentiti e delle loro rivelazioni è un aspetto essenziale del tema della giustizia. Ma un giornalista strumentalizzato non fa per niente una bella figura. E non è neanche una buona notizia.

domenica 18 settembre 2011

Un taglio alla democrazia


Ci risiamo. L’ennesima porcata, questa volta nascosta tra le pieghe della manovra economica bis, dietro il paravento delle “ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo” contenute nel decreto legge 13 agosto 2011 n. 138, comprensivo delle modifiche introdotte con il maxiemendamento approvato dal Senato il 7 settembre e passato alla Camera con il voto di fiducia del 14. L’articolo 16 del titolo quarto prevede infatti la “riduzione dei costi relativi alla rappresentanza politica nei comuni e la razionalizzazione dell’esercizio delle funzioni comunali”, da ottenere mediante le unioni dei comuni al di sotto dei mille abitanti e la diminuzione del numero di consiglieri e assessori comunali negli altri.
Si tenta di curare la patologia degenerativa del costo della politica ricorrendo ad una medicina con pericolose controindicazioni. La democrazia si realizza ampliando, non restringendo i luoghi del confronto e della dialettica politica; aumentando, non riducendo il numero di coloro che partecipano alla cosa pubblica. Già la legge 26 marzo 2010 n. 42 aveva dato una sforbiciata consistente (20%) alla composizione dei consigli comunali. Ma in molti municipi non ci sarà il tempo di verificarne l’effetto, poiché il nuovo provvedimento trasformerà i consigli comunali in circoli esclusivi: sei consiglieri nei comuni fino a mille abitanti; sei pure da 1.001 a 3.000 (due gli assessori); sette da 3.001 a 5.000 (tre assessori); dieci da 5.001 a 10.000 (quattro assessori). Nel caso di Sant’Eufemia, l’accetta del governo risparmierà otto privilegiati: il sindaco, cinque consiglieri di maggioranza e due di minoranza. Nove componenti in meno rispetto ad oggi. Di positivo c’è che tra i futuri vincitori nessuno resterà senza poltrona: tre assessori, il presidente del consiglio, il rappresentante alla comunità montana. I conti sembrano tornare. Ma l’idea di subordinare la democrazia al pallottoliere del ministero dell’Economia è aberrante. Si corre il rischio di scavare ulteriormente il solco che separa i cittadini dalla politica, degradando quest’ultima a ristretta questione privata. D’altronde, l’approvazione di un provvedimento del genere indica che lo scollamento tra politica e territorio è quasi irreversibile. In una situazione in cui i parlamentari non fossero dei “nominati” e dovessero dare conto ad un elettorato, non sarebbe possibile, perché le proteste degli amministratori locali imporrebbero un immediato cambio di rotta, per non compromettere la rielezione. Un altro motivo in più per sostenere e votare il referendum anti-porcellum.
Nel nostro comune, ai consiglieri comunali spetta un gettone di presenza di una ventina di euro; agli assessori un’indennità di circa 220 euro al mese. Un modo, semplice, per risparmiare senza tagliare la democrazia ci sarebbe: abolire qualsiasi emolumento per chiunque presenti annualmente la dichiarazione dei redditi, indipendentemente dall’importo. Dopodiché, si potrebbe addirittura ritornare ad un consiglio di venti membri, un numero adeguato per assicurare, nei piccoli comuni, la rappresentanza di gran parte della comunità. E indispensabile per non trasformare la formazione delle liste nell’organizzazione di una partita di calcetto, una faccenda da sbrigare con un rapido giro di telefonate.

giovedì 15 settembre 2011

Firmo, voto, scelgo


La consequenzialità logica è semplice e lineare: firmo, voto, scelgo. È lo slogan del comitato referendario per i collegi uninominali, presieduto da Andrea Morrone e composto da Idv, Sel, Pli, Unione popolare, Democratici di Arturo Parisi (coordinatore politico del comitato), Rete dei referendari di Mario Segni. Entro settembre “firmo” per chiedere l’indizione del referendum; nella prossima primavera “voto” per abrogare il famigerato “Porcellum”; nel 2013, salvo imprevisti, “scelgo” il mio rappresentante in Parlamento. Un diritto del quale il cittadino è stato espropriato nel 2005, quando fu approvata la legge Calderoli, definita “una porcata” dall’allora ministro per le riforme – e, su quella scorta, “Porcellum” dal politologo Giovanni Sartori – a causa di alcune contestatissime caratteristiche, prima fra tutte quella delle liste bloccate.
Il termine ultimo per raggiungere le 500.000 adesioni necessarie (soglia elevata precauzionalmente dai promotori a 600.000) è fissato al 30 settembre, ma per questioni organizzative e burocratiche è bene chiudere la raccolta entro il 25. È possibile sottoscrivere i quesiti referendari presso i banchetti allestiti in tutta Italia o nei comuni, anche in quelli che non hanno dato alcuna pubblicità all’iniziativa. Basta chiedere e da qualche armadietto spunteranno fuori i moduli da firmare.
Fiutata la possibilità di dare la spallata decisiva al governo, negli ultimi giorni anche il Pd si è dato da fare, ospitando alle feste dell’Unità i banchetti per la raccolta delle firme, dopo l’iniziale titubanza spiegata con l’esistenza della proposta democratica già depositata in Parlamento, che ricalca il sistema elettorale tedesco (proporzionale con sbarramento).
Non sarebbe male se, per una volta, a sinistra la smettessero di sbranarsi e si compattassero per raggiungere un obiettivo di vitale importanza per la qualità del nostro sistema politico. In 150 anni di storia unitaria, soltanto le leggi elettorali fasciste hanno superato quella attuale per sprezzo della democrazia: la legge “Acerbo” del 1923, che assegnava i due terzi dei seggi alla lista (o coalizione) che avesse superato il 25% dei voti; la legge del 1928 che introdusse il plebiscito e la lista unica; il regio decreto del 1939 che abolì la Camera dei deputati e istituì la Camera dei fasci e delle corporazioni, priva di alcuna legittimità elettorale e composta “ex officio” dai vertici delle corporazioni e dai segretari federali del partito nazionale fascista.
Il “Porcellum” salva la forma, ma nella sostanza rappresenta un vulnus al diritto del cittadino di scegliersi i rappresentanti, concentrando nelle mani di quattro-cinque leader di partito il potere di “nominare” i componenti dell’intero Parlamento. Probabilmente, proprio per questa caratteristica – tutt’altro che disprezzata dalle segreterie dei partiti – è mancata sempre, al di là dei proclami, un’azione convinta per modificare la legge. Il referendum rappresenta l’ultima spiaggia e la possibilità di inchiodare alle proprie responsabilità l’intera classe politica. L’abolizione dell’attuale legge ripristinerebbe il “Mattarellum” (così denominato dal relatore della legge, Sergio Mattarella), un sistema elettorale misto che assegna il 75% dei seggi di Camera e Senato mediante l’elezione in collegi uninominali e il restante 25% con il metodo proporzionale. Non proprio il massimo della semplicità se si pensa al complicatissimo meccanismo dello “scorporo”. L’obiettivo ultimo dei referendari è però quello di costringere il Parlamento a porre mano ad una nuova legge elettorale che, come ha sottolineato Cittadinanzattiva, ridia autorevolezza ad un Parlamento ormai espropriato del proprio ruolo e tuteli l’effettività del diritto di voto dei cittadini. Se poi i 945 “nominati” (più i senatori a vita) non dovessero essere in grado di confezionare una nuova legge elettorale, sempre meglio il “Mattarellum” del “Porcellum”.

sabato 10 settembre 2011

11.9, scacco agli Stati Uniti


“Fuori sta succedendo la fine del mondo e tu sei chiuso dentro un archivio? Sei il solito topo da biblioteca!”. Le parole di mio fratello Mario, quando da poco anche la seconda delle Torri gemelle era stata centrata da un aereo, sono il mio primo ricordo dell’11 settembre 2001, il giorno che segna l’inizio del terzo millennio. Mi telefonava dall’Australia, dove si trovava in quel periodo. Io invece ero ignaro di tutto, piegato su alcuni documenti che stavo consultando all’archivio di Stato di Catanzaro, per la tesi di dottorato.
Ho ancora ben viva la sensazione di sconcerto e di smarrimento che mi assalì mentre attonito percorrevo in auto la strada del rientro a casa e ascoltavo gli aggiornamenti della lunga no-stop radiofonica. Proprio due giorni prima ero rimasto molto scosso per l’uccisione, ad opera di due kamikaze travestiti da giornalisti, di Ahmad Shah Massud, il leggendario “leone del Panshir” – eroe della resistenza afgana contro l’invasore sovietico negli anni ’80, poi ministro del governo di liberazione, quindi strenuo oppositore della deriva fondamentalista impressa dai talebani – che la penna di Ettore Mo aveva reso affascinante e romantico, un moderno Che Guevara.
Una volta acceso il televisore vidi anch’io l’orrore materializzarsi nelle immagini ben note dell’apocalisse. Le Twin Towers colpite dai due aerei dirottati che si afflosciavano una dopo l’altra, come in un macabro videogioco. Alcuni disperati che si lanciavano nel vuoto. Le fiamme, la polvere sui visi dei newyorkesi in fuga dal World Trade Center, la scritta sulla CNN (USA under attack!), l’eroismo dei pompieri mentre tutto attorno stava crollando, le prime angosciate testimonianze. E poi lo “sceicco del terrore” Osama bin Laden, Al Qaeda e i 19 terroristi islamici. Gli altri due aerei dirottati, il primo abbattutosi contro un lato del Pentagono, l’altro diretto contro la Casa Bianca e precipitato in una campagna della Pennsylvania grazie all’eroica lotta dei passeggeri contro i dirottatori. Immaginavo George Bush jr in volo sull’Air Force One, l’aereo progettato per salvaguardare l’incolumità del presidente nelle situazioni di emergenza. Un paio d’anni dopo, nel film Fahrenheit 9/11, Michael Moore l’avrebbe inchiodato alla sua goffaggine e inadeguatezza, impresse sul volto mentre riceveva all’orecchio la notizia dell’attacco terroristico.
Ho trascorso negli Stati Uniti gennaio e febbraio 2002. Di Ground Zero ricordo soprattutto l’odore acre del metallo liquefatto che si respirava nell’aria, a distanza di sei mesi. Tantissime fotografie attaccate all’inferriata che delimitava l’area, sul marciapiede fiori, lumini, bandierine, peluche, bigliettini. Sulla 5th avenue, un funerale di corpi ricomposti e riconosciuti soltanto allora, il centro di New York paralizzato da un corteo interminabile. Ho capito cos’è il nazionalismo statunitense quando la proprietaria dell’abitazione in cui ho vissuto per due mesi insieme ad altri colleghi ci rimproverò perché avevamo spostato sul retro la bandiera a stelle e strisce e ci intimò di rimetterla nell’ingresso principale.
Quello doveva essere il momento della solidarietà. “Siamo tutti americani” fu infatti il titolo dell’editoriale di Ferruccio de Bortoli sul CORRIERE DELLA SERA il giorno successivo all’attentato, un riadattamento esplicito delle parole rivolte da John Fitzgerald Kennedy agli abitanti di Berlino Ovest nel 1963: “Ich bin ein Berliner”. Ne nacque un dibattito acceso su Occidente, Islam e democrazia, con il richiamo inevitabile allo “scontro di civiltà” teorizzato dal politologo Samuel Huntington. Oriana Fallaci scrisse “di pancia” il furibondo La rabbia e l’orgoglio, un’invettiva piena di livore contro gli italiani (e gli occidentali) codardi e ignavi, indifferenti alla chiamata a raccolta per la Guerra Santa contro l’invasore islamico e ormai rassegnati a vivere in un’Europa diventata “Eurabia”. Sul campo opposto, le Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani, manifesto pacifista che individuava nella non-violenza l’unica via d’uscita possibile dall’odio. Una posizione impopolare al cospetto di quasi 3.000 vittime, ma anche una lezione di umanità in mezzo alla barbarie del terrorismo, della guerra e della comoda scorciatoia che la violenza rappresenta. Sempre e comunque.

martedì 6 settembre 2011

Il ballo del candidato


Sembra di assistere a quel filmato Rai in bianco e nero nel quale un giovane Enzo Jannacci, interpretando Vengo anch’io. No, tu no, si produce in esilaranti piroette, mentre va avanti e indietro sul palcoscenico. Al momento, si intuiscono molti ballerini, tutti animati da buone e legittime dosi di ambizione. Il balletto però è quello. Non si balla da soli, ma quasi. Ogni aspirante sindaco raccoglie attorno a sé tre-quattro fedelissimi, apre la ruota del pavone e aspetta di vedere “l’effetto che fa”. Se la reazione non è incoraggiante, fa un passo indietro e si ripropone a distanza di tempo.
Uno degli effetti più disastrosi della politica senza partiti è l’improvvisazione. A livello locale, è ancora più evidente che tutto si è ridotto alla capacità del singolo di compattare gruppi di supporto alle proprie velleità. Leaderismo in sedicesimo. Per i programmi sulle prospettive future della comunità e per la visione d’insieme su quel che si intende fare, meglio ripassare. D’altronde, interessano a qualcuno, in elezioni che si riducono a scontro tra le solite famiglie o gruppi di potere, per cui si vota il fratello, il cugino, lo zio, il compare, il datore di lavoro, indipendentemente da ogni altra considerazione?
Nonostante lo scoppiettio di fuochi di paglia più o meno duraturi e credibili, l’attesa maggiore è per le mosse dei due big della politica eufemiese, il consigliere regionale Luigi Fedele e il sindaco Enzo Saccà, entrambi fino ad ora abbottonatissimi e ostentatamente distaccati. Un po’ troppo per non alimentare i sospetti di tatticismo. I tempi stanno stringendo, le elezioni della prossima primavera sono alle porte e chi ha fiato deve cominciare a correre. L’inciucio immaginato da alcuni settori dell’opinione pubblica appare altamente improbabile, dopo il siluro agostano scagliato contro Saccà da Scopelliti – del cui “cerchio magico” fa parte Fedele – sulla gestione allegra e impropria dei fondi Asi. Chi vivrà, vedrà.
Il bilancio dell’amministrazione Saccà, a meno di un anno dalla sua naturale scadenza, è sufficiente soltanto se non si tiene conto delle promesse fatte in campagna elettorale. Che sono state tante. Probabilmente troppe. Nulla da eccepire sull’ordinaria amministrazione, sulla gestione finanziaria dell’Ente (che non è poca cosa) e sui finanziamenti per opere pubbliche e progetti che pure hanno impinguato le casse comunali. Le aspettative però erano altre, gli interventi strutturali in grado di promuovere lo sviluppo economico e migliorare la qualità della vita dei cittadini non si sono visti. Dei centodieci posti di lavoro, settanta dalla realizzazione di un impianto per la produzione di energia con combustione di biomassa, quaranta dallo sviluppo di un grande mercato ortofrutticolo, neanche l’ombra: “su questo impegno, io scommetto la credibilità della mia storia politica”. Scommessa persa. Sono rimasti chiusi nel libro dei sogni anche il riconoscimento di origine protetta dei prodotti ortofrutticoli locali, il piano di promozione turistica e artigianale, la casa della cultura, il centro di aggregazione giovanile e quello per anziani.
Quando ogni cosa, anche la più insignificante, deve passare dalle mani del sindaco, diventa tutto molto complicato. Per questo motivo esistono le deleghe. Un nuovo modo di fare politica non può prescindere da un processo di responsabilizzazione generale. Perché costituisce anche un comodo alibi quello di nascondere l’inerzia dello staff dietro il protagonismo del capo. Gioco di squadra. Ognuno ha un compito preciso da svolgere e, in caso di inadempienza, va sostituito senza esitazione. Non è necessariamente questione di persone, quanto di una mentalità nuova, di un differente modo di rapportarsi con il cittadino, più sincero, meno propagandistico e meno arrogante. Diventa un problema di nomi se si persevera nell’autoreferenzialità e nella strafottenza, sordi e ciechi di fronte ai segnali di malcontento e alle richieste di un rinnovato approccio nella gestione della cosa pubblica.

lunedì 5 settembre 2011

Liberate Francesco!



Francesco Azzarà è un operatore di Emergency, logista nell’ospedale pediatrico che l’Organizzazione di Gino Strada ha aperto a Nyala, Darfur. Dal 14 agosto è prigioniero di un gruppo di terroristi, o forse di una banda di criminali, come ce ne sono tante nei luoghi di guerra, che si autofinanziano attraverso i rapimenti degli occidentali, preferibilmente volontari di Organizzazioni Non Governative. Sulla questione, i punti oscuri sono ancora maggiori rispetto alle certezze. La Farnesina sta facendo il suo lavoro, ma non lascia trapelare nulla, probabilmente per non compromettere la riuscita della trattativa. Insieme ai reporter, i volontari sono, incredibilmente, gli obiettivi più facili di una guerra: in genere non sono armati e sono sempre sovraesposti rispetto a chi assiste comodamente seduto nei divani degli alberghi, in attesa delle veline dei governi. Emergency, poi, ha fatto della presenza sul campo la propria ragione di vita. Ed è davvero vigliacco attaccare chi dedica la propria vita per curare persone che altrimenti non avrebbero alcuna assistenza sanitaria, nei teatri di guerra più difficili.
Nell’ultima settimana, la mobilitazione per chiederne la liberazione, iniziata quattro giorni dopo il rapimento con la fiaccolata svolta a Motta San Giovanni (RC), paese natale di Azzarà, è cresciuta e ha coinvolto anche le istituzioni politiche. Diversi Comuni (per primo quello Firenze), la Provincia di Reggio Calabria e la Regione Calabria, hanno srotolato dalle finestre l’immagine di Francesco, le iniziative si susseguono una dopo l’altra e il tam tam, approdato sul web, si sta diffondendo velocemente.
Francesco Azzarà è un calabrese che fa onore alla nostra regione. Speriamo che la sua vicenda si possa risolvere al più presto. Nel frattempo, teniamo accesa la fiammella della speranza.