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venerdì 30 dicembre 2011

Il 2011 dalla A alla Z


A – AZZARÀÈ durata quattro mesi la prigionia di Francesco Azzarà, logista presso un centro pediatrico aperto da Emergency a Nyala, nel Darfur meridionale. In mano a una banda di sequestratori sudanesi dal 14 agosto, il cooperante di Motta San Giovanni (RC) è stato rilasciato il 16 dicembre, dopo che il suo rapimento aveva provocato una vasta mobilitazione dell’opinione pubblica.
B – BIN LADEN. Nel decennale dell’attacco qaedista alle Torri Gemelle, lo “sceicco del terrore” viene scovato ed eliminato in un nascondiglio ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio. Il corpo di Bin Laden viene poi gettato in mare. L’immagine che passerà alla storia ritrae il presidente Obama, il vice Biden, Hillary Clinton, il capo del Pentagono e lo staff presidenziale mentre seguono in diretta il blitz dei Navy Seals dalla Situation Room della Casa Bianca.
C – CATASTROFI NATURALI. L’Italia frana e ogni temporale diventa un’emergenza ambientale. Anche il 2011 piange parecchie vittime (5 nelle Marche e in Romagna, 12 nello spezzino e in Lunigiana, 6 a Genova e 3 nel messinese) e conta danni per milioni e milioni di euro. La devastazione ambientale e l’incuria dell’uomo sono il migliore alleato della natura, che ogni tanto si ribella e lascia dietro di se soltanto fango e morte.
D – DSK. Annus horribilis per il direttore generale del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, passato dall’altare della possibile sfida a Sarkozy per la conquista dell’Eliseo al carcere, accusato di tentata violenza sessuale ai danni della cameriera di un hotel di New York. Accuse rivelatesi infondate, che hanno alimentato le voci di un complotto politico. Prosciolto negli Usa, DSK è stato successivamente accusato di molestie in Francia.
E – EURO. Lo strappo di Londra, il tandem Francia/Germania, le due velocità dell’Europa, zavorrata dal peso del debito dei PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) e dalla sofferenza dei conti italiani. La crisi del debito “sovrano” in Grecia è stata la spia della difficoltà dell’eurozona. Il rischio è che sulla moneta unica si scateni la resa dei conti: “salvare l’Euro o salvare l’Europa?”. Senza unione politica, il destino dell’euro sembra segnato.
F – FUKUSHIMA. Il numero delle vittime provocate dal terremoto (8.9 scala Richter) e dallo tsunami che ha colpito il Giappone l’11 marzo è incerto (circa 30.000), ma la tragedia della centrale nucleare di Fukushima avrà conseguenze sull’ecosistema dell’intero pianeta per i prossimi decenni. Radiazioni, contaminazione dell’aria e del sottosuolo: il disastro ecologico ha indotto la Germania ad abbandonare l’energia atomica; in Italia, un referendum ha chiuso la porta al nucleare.
G – GURU. “Stay hungry, stay foolish” (Siate affamati, siate folli), il monito lanciato da Steve Jobs ad una platea di neolaureati quando già il male lo stava divorando. Vinto dal cancro il 5 ottobre, il cofondatore di Apple e ideatore di prodotti tecnologici innovativi come l’iPhone e l’iPad è diventato un’icona, un “genio creativo e visionario” paragonato a straordinarie personalità del passato (Leonardo, Newton, Einstein) per la capacità di incidere sul corso della storia.
H – HASHTAG. Il 2011 è stato l’anno di Twitter. Dalla Primavera araba alla crisi di governo italiano, alle manifestazioni degli Indignati, non c’è stato avvenimento che non sia stato raccontato da protagonisti e testimoni comuni armati di smartphone. Simbolo di questo nuovo modo di raccontare la cronaca è l’hashtag (#), l’etichetta che raccoglie i tweet su un determinato tema. #yearinhashtag, ideato da Claudia Vago, Luca Alagna, Marina Petrillo, Maximiliano Bianchi e Mehdi Tekaya sintetizza dodici mesi di notizie “da un punto di vista particolare: la Rete e i suoi utilizzatori”.
I – IRAQ. Otto anni e 4.474 morti dopo gli Usa lasciano l’Iraq. Per le vittime irachene il bilancio è incerto: almeno 100.000 tra militari e civili, “effetti collaterali” dei bombardamenti di villaggi sospettati di nascondere truppe fedeli al regime di Saddam. Delle cause portate a pretesto per scatenare la guerra (appoggio ad Al-Qaeda e programma di armamenti di distruzione di massa) nessuna si è rivelata fondata. L’eliminazione di Saddam non ha pacificato l’Iraq e il ritiro dell’esercito Usa lascia un grosso punto di domanda sul futuro di Baghdad.
L – LACRIME. Quelle di Elsa Fornero, ministro del lavoro e delle politiche sociali nel governo Monti, durante la presentazione della manovra economica “lacrime e sangue” (tanto per restare in tema). Ma soprattutto le nostre, se tagli al welfare, tasse e aumenti vari non saranno compensati da misure per la crescita. Ora come ora, l’impressione è che a pagare saranno i soliti, mentre altri soliti la faranno franca, visto che rendita, patrimoni e privilegi sono stati appena scalfiti. Non ci resta (davvero) che piangere.
M – MONTI. Anche se un suo ministro piange, il professore rimane impassibile, tanto da continuare ad illustrare i contenuti della riforma previdenziale e, bando alla ciance, “correggimi; commuoviti ma correggimi”. Invocato come il salvatore della patria per porre un argine ai disastri del governo Berlusconi, con Monti l’Italia sta lentamente riguadagnando la credibilità che scandali, “cene eleganti” e altre amenità del genere avevano affossato. Il Paese però appare sfiduciato e depresso. Il 2012 sarà un anno di ulteriori sacrifici.
N – NIPOTE DI MUBARAK. È stata la bufala dell’anno, ma l’Italia è un Paese talmente bizzarro che ha ricevuto l’avallo istituzionale. Ruby “rubacuori”, amichetta del premier finita in Questura per un litigio con una prostituta brasiliana, è la nipote marocchina dell’ex leader egiziano Mubarak. L’ha stabilito la Camera dei deputati votando la richiesta di sollevare davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione nei confronti dell’autorità giudiziaria per spostare il processo “Ruby” dal Tribunale di Milano al Tribunale dei ministri. La degna chiusura del ciclo berlusconiano.
O – OCCUPY WALL STREET. Per il magazine statunitense “Time” è il contestatore la “persona dell’anno 2011”. Dagli Indignados in Spagna, scesi in piazza a maggio per manifestare contro le misure economiche del governo Zapatero, a Piazza Tahrir, dove sboccia la primavera araba, a Zuccotti Park, luogo simbolo della protesta nel cuore di Manhattan sgomberato a metà novembre, dopo due mesi di occupazione, è un susseguirsi di manifestazioni culminate con la giornata mondiale dell’indignazione, il 15 ottobre.
P – PRIMAVERA ARABA. È appena iniziato l’anno quando muore Mohamed Bouazizi, laureato disoccupato e venditore ambulante abusivo che a dicembre si era dato fuoco in segno di protesta per le condizioni di miseria in cui vive gran parte della Tunisia. Inizia la “primavera araba”: migliaia di giovani si riversano in piazza e costringono il presidente Ben Alì alla fuga. La rivolta contagia il Nord Africa. Piazza Tahrir, al Cairo, diventa l’epicentro della rivolta egiziana, che costringe Mubarak a passare la mano ai militari. Quindi è la volta della Libia, che si solleva contro Gheddafi e, grazie al sostegno decisivo dell’Occidente, pone fine alla dittatura ultraquarantennale del rais.
Q – QUATTRO SÌDopo 24 quesiti affossati consecutivamente a partire dal 1995, il 12-13 giugno è stato raggiunto il quorum necessario per rendere valida la consultazione referendaria. Le urne hanno detto che gli italiani sono contrari al nucleare e alla privatizzazione dell’acqua. Ma hanno anche bocciato Berlusconi, già bastonato nelle amministrative di maggio, cancellando la legge sul “legittimo impedimento”, una delle tante leggi ad personam licenziata dal Parlamento dei “nominati”.
R – ROYAL WEDDING. Il “matrimonio reale” tra William e Kate è stato l’evento mediatico dell’anno. Seguito in diretta televisiva e sul web da oltre due miliardi di spettatori in tutto il mondo, il “sì” pronunciato nell’abbazia di Westminster ha riconciliato la monarchia Windsor con il popolo inglese, che non aveva mai completamente elaborato il lutto per la perdita di Lady D. La favola moderna della giovane coppia reale ha tutti gli ingredienti per soddisfare la richiesta di sogno presente, in tutti i tempi e ad ogni latitudine, presso l’opinione pubblica.
S – SPREAD. Non avremmo mai sospettato che il nostro primo pensiero, una volta svegli, potesse essere rivolto allo spread. Ormai il nostro umore sale e scende in maniera inversamente proporzionale all’andamento della differenza di rendimento tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. Superata quota 500, chiamiamo il 118. Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana lo spread ha fatto cadere un governo e ne ha issato un altro. È il primato dell’economia sulla politica.
T – TELEVISIONE. Non siamo ancora al superamento del duopolio Rai-Mediaset, ma segnali di novità importanti arrivano dall’ascesa di La7, trascinata dall’effetto Chicco Mentana e da una politica semplice, favorita dallo smantellamento dell’azienda di viale Mazzini. La Rai si lascia scappare i pezzi pregiati e mantiene fino alla caduta di Berlusconi Minzolini, autore del “più brutto telegiornale della storia” (Aldo Grasso). A parte le quattro puntate di Fiorello, c’è poco da salvare. Interessante l’esperimento di Santoro, in onda su una “multipiattaforma” (emittenti locali, Sky, siti internet e radio).
U – UNITÀ D’ITALIA. Il 150° anniversario è stata un’occasione persa, scivolato nella retorica delle ragioni unitarie e identitarie, da un lato, e nella strumentalizzazione di un revisionismo politico prima che storiografico, dall’altro. Affidata alla penna di giornalisti polemisti più che al rigore scientifico degli storici, la ricostruzione del Risorgimento italiano si è per lo più trasformato in una “controstoria” buona soltanto per i rutti leghisti e per le parate in costume dei neoborbonici.
V – VASTO. Non sappiamo se qualcuno, contraddicendo la raccomandazione di Nichi Vendola, abbia strappato la foto di Vasto, che ritraeva sorridenti il leader di Sel, quello di Idv Antonio Di Pietro e il segretario del Pd Pierluigi Bersani, proiettati verso un’alleanza elettorale e di governo per il dopo-Berlusconi. La costituzione del governo Monti ha rimescolato le carte. Soprattutto l’approvazione della manovra economica ha raffreddato i rapporti tra chi l’ha votata (Pd), chi ha negato la fiducia (Idv) e chi, non avendo rappresentanti in Parlamento, si è ritrovato nel mezzo (strattonato ora dall’uno, ora dall’altro). Le sirene del Terzo polo potrebbero dare il colpo definitivo alle speranze di unità a sinistra.
Z –ZAPATERO. Che sia un periodaccio per la sinistra, anche a livello internazionale, lo conferma la parabola del premier spagnolo Zapatero, travolto dopo sette anni di governo dalla crisi economica: 5 milioni di disoccupati, rischio default e Indignados nelle piazze. Il leader del Psoe ha almeno salvato la faccia, dimettendosi prima della scadenza naturale del mandato e affidando il destino della Spagna ad elezioni anticipate, stravinte dal candidato del partito popolare Mariano Rajoy. Si chiude così una stagione di importanti conquiste in materia di diritti civili (la più nota, la legislazione sulle coppie omosessuali), guardata con interesse dalle sinistre di tutto il mondo.

Pubblicato il 31 dicembre 2011 su http://www.scirocconews.it/index.php/2011/12/31/lalfabeto-del-2011-dalla-a-alla-z/

sabato 24 dicembre 2011

Buon Natale

Buon Natale con le parole e la musica di Francesco De Gregori: "Natale di seconda mano".
Perché non tutte le tavole stasera saranno imbandite come le nostre, perché quelli che non avranno niente da festeggiare saranno la maggioranza, perché l'Italia non può essere il Paese dei pogrom contro i senegalesi a Firenze e contro i rom a Torino.
Buon Natale

Un anno di piazze


Quando, sul finire del 2010, Mohamed Bouazizi si dà fuoco per protestare contro la polizia tunisina che gli aveva confiscato la frutta e la verdura che vendeva per guadagnarsi da vivere e per non pensare al foglio di carta rilasciatogli dall’Università, insieme ad un posto nella statistica dei disoccupati, mai avrebbe pensato che sarebbe presto diventato un novello Jan Palach capace di infiammare tutto il Nord Africa. Da Sidi Bouzid, la “rivoluzione dei gelsomini” contagia rapidamente le principali città tunisine. I manifestanti individuano il responsabile della disoccupazione, della miseria del popolo e della corruzione politica nel presidente Ben Ali, che il 14 gennaio viene costretto alla fuga. Le prime elezioni libere dall’indipendenza registrano in seguito la vittoria del partito islamista moderato, illegale sotto il regime.
Leitmotiv del 2011 è la piazza e i suoi dimostranti, per lo più giovani, con una elevata percentuale di donne, un particolare significativo per i paesi islamici. La copertina che il settimanale statunitense Time dedica alla “person of the year” ritrae proprio una manifestante con il volto coperto. Un’immagine vista a Tunisi, al Cairo, a Bengasi, ma anche a New York, a Roma, a Madrid, ad Atene. E sono di pochi giorni fa fotogrammi che passeranno alla storia e che immortalano il pestaggio della ragazza egiziana “dal reggiseno blu”.
La rivolta tunisina innesca la “primavera araba”, una coraggiosa sfida ai regimi accompagnata da una domanda di democrazia e di partecipazione senza precedenti, che viaggia principalmente sulla rete, attraverso gli aggiornamenti in tempo reale dei blogger e su Twitter, il social network che diventa strumento indispensabile per il “citizen journalism”. L’informazione passa dagli smarthphone dei manifestanti alla rete, raggiungendo ogni angolo del pianeta in barba a qualsiasi tentativo di restrizione della libertà. Yemen, Baharein, quindi l’Egitto, con piazza Tahrir, al Cairo, che diventa il luogo simbolo della sollevazione. Le cariche della polizia, i morti e gli arresti non fermano un processo irreversibile che si conclude con le dimissioni del presidente Mubarak, seguite dall’arresto e dal passaggio del potere ai militari. Dopo quarant’anni crolla anche il regime libico. L’opposizione a Gheddafi si organizza sfruttando le potenzialità del web, ma a sancire la fine del rais sarà la risoluzione 1973 dell’Onu che autorizza l’intervento della comunità internazionale per istituire una no-fly zone e per proteggere i civili.
Il 2011 infiamma le piazze di tutto il mondo. In primavera, gli indignados spagnoli costringono alle dimissioni anticipate Zapatero. A Manhattan, Occupy Wall Street per due mesi, fino al violento sgombero del 15 novembre, diventa il centro mondiale della richiesta di cambiamento nelle politiche sociali e occupazionali. Un’assemblea permanente a Zuccotti Park, culminata con la “giornata mondiale dell’indignazione” (15 ottobre), coinvolge oltre 1.000 città in tutto il mondo. Crisi economica, ricette inadeguate, reazione di una generazione che non si fida più dei suoi rappresentanti politici e, come nel ’68, ritira la delega, sono gli ingredienti della contestazione globale. La rete la sua arma più incisiva.

lunedì 19 dicembre 2011

Assolutamente no


Che alcuni politici ritengano di godere dell’immunità ortografica è un sospetto insinuato tempo fa da Gian Antonio Stella, in un articolo che metteva alla berlina “l’onorevole ripetente” del Pdl Michaela Biancofiore, già nota per un criptico “mi vogliono distrutta, annientata, denigrata, scanzonata”. Il Parlamento è però lo specchio del Paese e i liberi interpreti della lingua italiana si trovano ovunque. Oltre agli errori da matita blu, esiste un campionario di parole, locuzioni, modi di dire di per sé corretto, o comunque tollerato, che induce comprensibilmente alla diffidenza e alla perplessità nei confronti di chi vi fa ricorso.
Partiamo da “assolutamente” (assolutamente sì; assolutamente no), una risposta secca e rinforzata in quest’epoca di labili certezze. A volte pleonastica. Di sicuro irritante. “Vieni al cinema?”. “Assolutamente no”. Come dire: “se me lo chiedi di nuovo mi offendo”. Un intercalare molto diffuso, equiparabile al “cioè” di qualche anno fa, finito gloriosamente in soffitta. La crociata contro l’utilizzo di “piuttosto che” con significato disgiuntivo, definito “inammissibile” dall’Accademia della Crusca, è invece una battaglia persa. Impossibile riuscire ad imporsi sulla schiera di conduttori, ospiti, concorrenti che vi ricorrono una frase su due. L’uso di “assolutamente” e “piuttosto che” per alcuni è chic. Beati loro. Sono gli stessi che concludono un elenco con “quant’altro”. Un modo per non dire nulla – o dire poco – lasciando il dubbio che di un determinato argomento si sappia tutto. Un approccio sbrigativo, superficiale, che mette al riparo da eccessive responsabilità. “Niente di che” vale per quel che sostiene (niente); “nel senso che” apre a considerazioni non richieste sul nulla. “Ho cenato, nel senso che avevo fame”. Grazie dell’informazione.
L’abuso del vezzeggiativo ha raggiunto dimensioni epidemiche. Da “cosina” a “sciarpettina” (più tutte le varianti fashion), fino all’intramontabile “attimino”, a volte sostituito dall’urticante “secondino”, è il festival delle smancerie. Poi ci sono alcune parole che, utilizzate al di fuori del loro habitat naturale, per essere digerite richiedono dosi massicce di bicarbonato. Pochi esempi: “interfacciarsi”, tratto dalla forma sostantivata (interfaccia) familiare agli ingegneri elettronici, indica impropriamente una relazione tra due soggetti; “attenzionare”, verbo orribile che sostituisce la locuzione “sottoporre all’attenzione”, analogamente ad “efficientare” (rendere efficiente) e “appuntamentare” (prendere un appuntamento); “inerzia”, utilizzato da molti telecronisti sportivi per descrivere situazioni (“si è spostata l’inerzia della partita”) che con l’inoperosità non c’entrano nulla. Pensavo che fosse finita l’epoca della “misura in cui”, lessico da assemblea sessantottina. In un libro scritto da un luminare di filosofia politica, sto invece constatando, con enorme stupore, la sua riesumazione, che si accoppia all’abuso dell’avverbio “parimenti”, altro reperto archeologico.
Il linguista Tullio De Mauro ha lanciato un preoccupante allarme sull’aumento dell’analfabetismo di ritorno: “il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e di comprensione di un testo scritto di media difficoltà”. D’altronde, alcune strutture grammaticali e sintattiche elementari sono addirittura ignorate da molti studenti universitari. La lingua s’impara solo se si leggono buoni libri, mentre la dipendenza televisiva e tecnologica sta uniformando verso il basso il livello della conoscenze. Per questo, invece di affossarli, sarebbe il caso di rilanciare gli studi umanistici. Assolutamente.

venerdì 16 dicembre 2011

Finalmente libero Francesco Azzarà

La notizia è stata lanciata da Emergency su Twitter, alle 15.47:

Gino Strada: “Alte autorità del #Sudan ci hanno comunicato l’avvenuta liberazione di Francesco. Aspettiamo le conferme” #freefrancesco



Attendiamo ulteriori aggiornamenti, ma sembra proprio che stavolta ci siamo. Una bella notizia per Francesco, per Emergency, per l’Italia, per la Calabria, per Reggio, per i suoi familiari e amici, per chi, come me, prima di questa sua disavventura, non sapeva niente di lui.
Poco più di una settimana fa, sul blog, ero tornato per la seconda volta sulla sua vicenda e, sarà stata una coincidenza, dopo che l’articolo è apparso anche sul “Quotidiano della Calabria”, è stato un susseguirsi di altri interventi pubblici, tra cui quello del sindaco di Motta San Giovanni, che aveva preannunciato una grande iniziativa per chiedere nuovamente la liberazione di Francesco. Coincidenza o meno, sono felice per avere dato il mio piccolo contributo di sensibilizzazione attorno alla vicenda di Azzarà.
Buon Natale Francesco

lunedì 12 dicembre 2011

I crumiri con la ramazza


Sporcare l’immagine del “modello Reggio” sarebbe stata una carognata insopportabile sotto feste. Sporcare. È proprio il verbo giusto. Per cui non possiamo che esultare per la soluzione raggiunta sulla questione degli stipendi dovuti agli operai di Leonia, la società mista che si occupa della raccolta dei rifiuti. Una breve riflessione però va fatta, visto che qualcuno ha trovato scorretta la protesta dei lavoratori, uno sciopero non autorizzato che ha impedito lo svolgimento del servizio minimo essenziale.
E questo non va bene. Fin quando la spazzatura invade le strade delle periferie è un conto, ma se cumuli di sacchetti deturpano il salotto della “Reggio bene” diventa difficile sposare la causa di circa trecento padri e madri di famiglia che non sanno più cosa fare per vedersi riconosciuto un diritto sacrosanto. Metà stipendio di ottobre e l’intera retribuzione per il mese di novembre.
Garantire i servizi essenziali. Perché, una vita decente non va garantita? E un piccolo pensiero da fare trovare sotto l’albero ai propri figli? E fare la spesa senza doversi umiliare nel chiedere credito? Fare a meno dei prestiti di familiari o amici, è pretendere troppo?
La verità è un’altra. Senza azioni eclatanti, senza disobbedienza civile non si ottiene nulla. Partiti e sindacati non hanno mai avuto un livello di credibilità così basso. Difatti, all’incontro tenuto in prefettura con il sindaco Arena e il direttore di Leonia, non c’erano. Avvenimenti come quello verificatosi a Reggio Calabria certificano il loro fallimento. La messinscena allestita da consiglieri e assessori comunali, trasformatisi in crumiri a favore di teleobiettivo, giusto il tempo di qualche foto, è solo avanspettacolo. Immortalati con la ramazza in mano e il tacco spinto. La metafora più calzante del distacco tra politica e società.

domenica 11 dicembre 2011

L'Italia, Monti e l'ombrello di Altan


Tempo di sacrifici. Occorre farne tutti. Benissimo. Ma è troppo pretendere un minimo di equità? Le misure approntate dal governo Monti col fiato dello spread sul collo vanno in altra direzione. L’impressione è che a pagare sarà il cittadino comune, destinato ad un progressivo e rischiosissimo impoverimento. A farla franca, o comunque a ricevere un piccolo buffetto e niente più, saranno i soliti noti, le molteplici caste abituate a godere di privilegi intollerabili. Siamo sempre all’ombrello di Altan.
Una manovra sbilanciata sul fronte delle tasse, come certificano le tabelle del ministero del tesoro, che prevedono un aumento della pressione fiscale dal 42,5% del 2011 al 43,8% nel 2012. E che chiunque può già tastare nelle pompe dei carburanti, il cui prezzo è schizzato alle stelle per l’aumento delle accise: in media, 9,9 centesimi in più per la benzina; 13,6 per il gasolio; 2,6 per il Gpl. A questo salasso, vanno aggiunti l’introduzione dell’Ici-Imu sulla prima casa e l’aumento dell’Iva, provvedimenti che non possono che causare la contrazione dei consumi. E senza consumi, che crescita ci può essere?
Il senso di ingiustizia è tutto in questo accanimento contro i ceti medio-bassi. L’annunciato aumento dell’Irpef sui redditi alti non c’è stato. Le tasse su barche e Suv sono propaganda e basta, ininfluenti. La deindicizzazione delle pensioni al di sopra dei 936 euro un’ingiustizia, a fronte del costante aumento del costo della vita. Talmente ingiusta che negli ultimi giorni sta prendendo piede l’ipotesi di portare l’asticella a 1.400 euro. L’abolizione delle pensioni di anzianità, senza distinguere tra lavoro e lavoro, una vigliaccata. Una bazzecola il prelievo dell’1,5% sui capitali scudati, peraltro tecnicamente difficile da realizzare nei casi in cui siano stati reinvestiti in altre attività. Un provvedimento serio dovrebbe attaccare stipendi e pensioni d’oro, rendita e patrimoni milionari. Inutile girarci attorno. Senza il buon esempio, non è onesto pretendere sacrifici. E finiamola con le strumentalizzazioni dei cattolici impegnati in politica. L’Ici sul patrimonio immobiliare della Chiesa è una misura di equità, non di ostilità. Specialmente in questo frangente.
Sacrifici, sacrifici, sacrifici. Dal 1992 in poi, gli italiani hanno ampiamente dimostrato di possedere uno spirito squadra formidabile. Testa bassa e pedalare, quando c’è da raggiungere un obiettivo. Però diventa complicato continuare a chiederne, se non servono a innescare processi virtuosi. Se non creano sviluppo e lavoro per i giovani. Una perplessità avanzata anche dal direttore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che ha definito la manovra necessaria e urgente, ma recessiva, priva di misure per la crescita. Guardando alla Calabria, la “razionalizzazione” del servizio decisa da Trenitalia e Alitalia (soppressione di 20 tratte e di 52 voli) non è un segnale incoraggiante, alla vigilia dell’annuncio delle misure per il Sud. Non si capisce proprio come si possa produrre sviluppo isolando un’intera regione dal resto del Paese.

giovedì 8 dicembre 2011

I silenzi sul rapimento di Francesco Azzarà


C’è un preoccupante silenzio attorno alla vicenda di Francesco Azzarà, l’operatore di Emergency rapito il 14 agosto a Nyala, nel Darfur, regione del Sudan dove dal luglio del 2010 è attivo un centro pediatrico messo in piedi dall’organizzazione fondata da Gino Strada. La Farnesina tace, mantenendo la linea inaugurata da Franco Frattini nei giorni successivi al sequestro. Siamo fermi alla dichiarazione del deputato Pdl Lella Golfo, che riprendeva fonti diplomatiche: “Francesco è in ottime condizioni e sarebbe stato individuato il luogo in cui è tenuto prigioniero”. Da quattro mesi è un “non possiamo parlarne per motivi di sicurezza”, per “problemi di intelligence” e per “non mettere a repentaglio l’incolumità del prigioniero”.
La mobilitazione iniziale è stata imponente, in Calabria e in tutta Italia. L’immagine di Azzarà sugli edifici pubblici di moltissime città, negli stadi, portata alla Marcia per la pace di Assisi dal comitato “Francesco Libero”. Poi è sceso il silenzio. Le uniche informazioni al di fuori del burocratese del ministero degli esteri sono venute da Cecilia Strada, che davanti alla Commissione straordinaria dei diritti umani del Senato, a metà settembre, dichiarò che Emergency era riuscita a stabilire un contatto diretto con Azzarà (“resiste bene, per quanto possibile nella situazione in cui si trova. Mangia e beve e tiene duro”) e, qualche settimana dopo, da Gino Strada, intervenuto telefonicamente a Che tempo che fa per annunciare che “ci sono buoni motivi per dire che molto presto potremo riabbracciare Francesco”.
Quando si immaginava imminente la soluzione, qualcosa si è però inceppato, facendo saltare tutto. Da allora, non è più filtrato nulla. Sui giornali e sulle televisioni nazionali la notizia non ha ormai alcuna risonanza. A tenere alta l’attenzione sembra essere rimasto soltanto il deputato del Pd Franco Laratta, che già nei mesi passati aveva ripetutamente esortato l’ex ministro degli esteri Franco Frattini ad intervenire in Aula sulla questione. Una nuova interrogazione, presentata insieme al collega di partito Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, chiede ora al neoministro Giulio Terzi di riferire “se il governo segue con costanza il sequestro di Francesco Azzarà; se vi sono stati contatti con i rapitori; se si hanno notizie sulla condizioni e sullo stato di salute del rapito”.
A chi su twitter gli ha posto domande sulla sorte del volontario di Motta San Giovanni, il ministro Terzi (più verosimilmente, il suo ufficio stampa) ha risposto: “seguiamo costantemente, con massima attenzione. Il riserbo è nell’interesse di Azzarà”. Per cui difficilmente se ne saprà di più. Qualcosa però non torna in una vicenda che, data per risolta nello spazio di un mese, si è rivelata complessa e, per l’opinione pubblica, indecifrabile. Proprio per questo, sul caso Azzarà occorre tenere accesi i riflettori.

lunedì 5 dicembre 2011

5 dicembre 2011


A volte la vita è il primo piano di Enrico Ghezzi e le sue parole fuori sincrono. Mentre parli, mentre scrivi, mentre vivi, scorre altrove. Scorre altra. E non sei nemmeno quello che appari. È uno stadio successivo all’intuizione di Pirandello: siamo come gli altri ci vedono. No, non siamo neanche quello. Siamo in perenne lotta con l’immagine che gli altri hanno di noi. Ogni singolo individuo incarna il mistero della vita. E della morte. Consumiamo i nostri giorni affannandoci a capire qualcosa, di noi e degli altri. Inutilmente. Perché quando arriva il momento di capire, scopriamo la nostra inadeguatezza. Pietrificati, ci auguriamo soltanto che le lancette scorrano veloci, per non pensarci più.
Abbiamo combattuto la nostra fottutissima guerra per arrivare a questo punto. Per ritrovarci col cuore a pezzi e non poterlo neanche mostrare. Perché nessuno capirebbe. Ognuno dirà che è colpa dell’altro. Come se la vita sia questo. Non penso che sia così. E mi fa orrore ridurre tutto a una guerra che non avrà mai un vincitore, ma soltanto vittime più o meno consapevoli. L’orgoglio ferito è capace di qualsiasi cosa. Purtroppo.
Ragione e torto. Mi sono seduto dalla parte del torto perché gli altri posti erano già tutti occupati. Ma chi lo stabilisce qual è la parte del torto? E chi può sapere se ci è dato scegliercelo un posto? Ci si ritrova su una sedia. Aspettando che le lancette scorrano veloci. Perché domani arriverà presto. Ma niente potrà più essere come prima. Neanche la speranza.

venerdì 2 dicembre 2011

Aveva ragione Bennato

Ci hanno insegnato che tutti gli –ismi sono la degenerazione di idee buone. A parte il fatto che una simile affermazione è opinabile, è giustizialismo – quindi negazione della giustizia – indignarsi per quanto sta accadendo a Reggio Calabria e, più in generale, in Calabria?
Un altro facile e diffuso luogo comune accusa la magistratura di invadere lo “spazio” della politica e di fare, essa stessa, politica. Un’azione eversiva, al servizio di non meglio precisati “poteri forti”, contro l’ordine costituito, quello che una malintesa idea di democrazia considera legittimato a qualsiasi porcheria dal consenso popolare, che viene così caricato di un significato etico e populista contrario ad ogni principio democratico. Invece è vero il contrario. La magistratura occupa uno spazio vuoto, lasciato incustodito da partiti che non sono capaci di selezionare una classe politica degna di questo nome, e da una società civile tenuta al guinzaglio dal padrone di turno, oggi come 150 anni fa.
Il problema è uno solo e racchiude tutti gli altri. Se di notte tutte le vacche sono nere, se il magistrato è uguale all’avvocato, che è uguale al politico, che è uguale allo ’ndranghetista, che è uguale all’imprenditore, che è uguale al poveraccio che non sa come arrivare a fine mese nella regione più povera d’Italia; se tutto è uguale e immutabile, vinceranno sempre “loro”. Possono arrestarne 100 al giorno. Vinceranno sempre “loro”, perché ridurre tutto a una questione di ordine pubblico fa soltanto comodo a chi si sciacqua la bocca con l’antimafia da salotto e da convegno, con l’antipolitica, con le banalità qualunquiste. Perché qua – Calabria 2011 – questo sta succedendo. Che non si capisce più chi sta con chi. E per spiegarcelo, deve scendere un giudice da Milano.



Joe Sarnataro & Blue Stuff, Nisciuno! (dall'album E' asciuto pazzo 'o padrone, 1992). Venti anni dopo, le parole scritte da Edoardo Bennato per Napoli sono ancora attuali.

giovedì 1 dicembre 2011

Una regina di nome Ciccia



La corona di Ciccia non era d’oro. Era fatta di capelli. Non aveva pietre preziose incastonate, ma tanti ferretti. Quelli che tenevano arrotolata sulla sua testa una lunga treccia, d’inverno nascosta sotto un foulard prima a fiori, poi nero.
Da bambina Ciccia non era stata una principessa, anche se era riuscita a completare la scuola elementare. Una rarità, in un paesino dell’Aspromonte negli anni ’20 del secolo scorso. Tempi in cui si diventava presto donne, soprattutto se si avevano due sorelle e un fratello più piccoli. A 12 anni si era già mamme. Non erano tempi di amori da feuilleton. Se uno zio acquisito, Micu, rimaneva prematuramente vedovo perché la moglie era morta di parto, era quasi naturale che toccasse alla nipote più grande allevare, assieme ai fratelli, i due cuginetti. Non di rado, capitava di andare in sposa allo zio. Quattordici anni di differenza non sono pochi, ma questa era l’ultima delle preoccupazioni. I problemi si risolvevano in famiglia.
Quando iniziava la primavera, Micu si trasferiva sull’Aspromonte, mesi e mesi senza tornare a casa, giorni interi a tagliare legna e, di notte, a sorvegliare la carbonaia. Poi la guerra nel teatro libico, la prigionia e il rientro a casa. Un carbonaio analfabeta, spedito dal Duce a difendere la Quarta Sponda, doveva per forza diventare comunista. E così fu per Micu, tessera del Pci nel portafogli e sul comodino i ritratti di Stalin e Togliatti, accanto al rosario e al libro di preghiere della moglie.
Il mondo di Ciccia era un cucinino, un gabinetto e due stanze. Per qualche tempo, una. Da dividere con mamma, marito, uno dei due cugini e due figli (un maschio e una femmina), per il periodo in cui nell’altra camera si accampò un parente con tutta la famiglia, una sistemazione “provvisoria” durata diversi anni. Sempre meglio dei molti che, ancora negli anni ’60, vivevano nelle baracche in legno del dopo terremoto, monolocali affollatissimi privi di acqua, servizi igienici, corrente elettrica. Attaccato al suo mondo c’era l’Eden, raggiungibile varcando l’uscita sul retro. Un piccolissimo ma ricco giardino, curato con amore e applicazione: rose bianche e rosse, calle, fior d’angelo, biancospino, gladioli, begonie, garofani, tulipani, dalie, un cespuglio di margherite, un albero di camelie, due di mele del paradiso, un mandarino, un arancio.
Nel suo mondo c’erano soprattutto due figli da accudire, in particolare la piccola di casa, alla quale portava ogni mattina una tazza di latte e fette di pane nel letto. Ai piedi, a mo’ di borsa dell’acqua calda, un mattone riscaldato nel braciere; in caso di mal di gola, anche un calzino pieno di cenere viva da tenere arrotolato al collo come una sciarpa.
La stessa attenzione usata più avanti nei confronti dei nipoti, le cui date di nascita teneva appuntate su un quaderno di prima elementare: 10.000 lire al festeggiato, 5.000 agli altri. A Natale, Capodanno, Epifania e Pasqua, uguale trattamento per tutti.
A cavallo degli anni ’80, si stava bene da Ciccia. Stretti stretti, il calore aumentava. La porta era sempre aperta e i bambini entravano di corsa dal cortile per bere, accaldatissimi e sporchi. Si faceva merenda con pane, sale e olio. D’estate, l’orzata. Dolcissima, nel bicchiere che portava stampate sul vetro macchinine d’epoca. L’idrolitina del cavalier Gazzoni, no: quella la beveva soltanto lei. Per i gelati bastava andare in uno dei due alimentari della ruga: i putijari segnavano nella libretta, poi passava Ciccia. Si dormiva nello stesso letto e, appena svegli, la colazione era baldoria, con la scatola dei biscotti Doria da tre chilogrammi al centro della tavola e tutti attorno cinque piccole pesti pronte a sfidare enormi tazze arancione. La domenica tutti a messa: al momento dell’offerta, nella mano di ogni bambino scivolava una moneta da deporre nel cestino. Subito dopo, la cucina sprigionava l’odore del sugo con le polpette che avrebbe condito i maccheroni fatti in casa e stesi sul letto matrimoniale, sopra un lenzuolo bianchissimo. Ed era festa.