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giovedì 30 agosto 2012

Venditori di fumo

E siamo a tre. Terzo consigliere regionale arrestato in due anni. Prima, due politici del Pdl: Santi Zappalà (associazione mafiosa, corruzione elettorale, voto di scambio), insieme ad altri quattro candidati pro-Scopelliti, a dicembre 2010; Franco Morelli (concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di segreto d’ufficio e corruzione), a novembre 2011. Ora, Antonio Rappoccio, repubblicano eletto nella lista “Insieme per la Calabria”, accusato di associazione a delinquere, truffa, corruzione elettorale aggravata e peculato. I fatti sono ormai noti: 850 giovani truffati con la promessa di un posto di lavoro in cambio della preferenza. Un sistema oleato, utilizzato anche per supportare la candidatura di Elisa Campolo al consiglio comunale di Reggio Calabria. I disoccupati-elettori avevano anche dovuto pagare 15 euro per iscriversi a una cooperativa e 20 euro per partecipare a un concorso del quale, prima del voto, era stata svolta la prova scritta. Dell’esame orale, invece, non si ha nessuna notizia (chissà come mai).
Fin qua, verrebbe da dire, nulla di nuovo sotto il sole. Il tema non è questo, né il degrado morale di partiti che fanno credere di vivere sulla luna, quando tutti sanno che loro per primi vanno a bussare a certe poco raccomandabili porte, e vorrebbero nascondere dietro il paravento di inutili codici etici l’incapacità di selezionare un personale politico del quale non vergognarsi. Non è nemmeno la constatazione del marcio che ci circonda o della sonnolenza della società civile, che non reagisce e resta passiva, salvo indignarsi quando il magistrato di turno fa esplodere il bubbone. Aurelio Chizzoniti, presidente del consiglio comunale di Reggio ai tempi del “modello Reggio” di scopellitiana memoria e primo dei non eletti dietro Rappoccio, ha evidentemente un interesse personale nella vicenda. Ma le sue accuse risalgono a due anni fa e, in tutto questo tempo, la sua è stata una battaglia solitaria. Basti pensare che, tra i truffati, soltanto in dieci hanno presentato un esposto alla procura. Perché la promessa del posto di lavoro per molti non è un reato, bensì il giusto compenso in uno scambio considerato tutto sommato “naturale”. Se va male, si può sempre sperare che vada meglio la volta dopo, magari affidandosi a un politico “più serio” del chiacchierone la cui parola non vale niente. Facile intuire quanto sia libero il voto in un sistema così fragile e quanto dalla politica ci si attende, in una realtà dove tutto è politica, anche l’economia.
La questione, dicevamo, è però un’altra e riguarda il clima di veleni che ammorba l’aria nel palazzo di giustizia di Reggio. Chizzoniti non ha usato giri di parole: “Rappoccio ha fatto tutto questo perché gliel’hanno consentito”. Una pesantissima accusa di omessa contestazione dei reati, rivolta all’ex procuratore della Repubblica di Reggio, Giuseppe Pignatone, ma anche ai giudici Sferlazza e Musolino, che il politico reggino interpreta come conseguenza dello scontro con il giudice Alberto Cisterna per la scalata alla Procura di Roma. In questo contesto, anche l’utilizzo del pentito Nino Lo Giudice, che ha svelato i rapporti tra il fratello Luciano e l’ex numero due della Dna, rientrerebbe nella strategia “politica” di Pignatone, che avrebbe insabbiato la vicenda per un proprio tornaconto personale.
La denuncia di Chizzoniti non è compatibile con il profilo professionale di Pignatone. O l’una, o l’altro: tertium non datur. Ecco perché occorre fare chiarezza, al più presto, nell’interesse dei soggetti coinvolti e per la credibilità dello stesso sistema giudiziario italiano.

mercoledì 29 agosto 2012

Ragazze al bivio

Scampoli di estate, valigie quasi pronte e quella tristezza che assale chi deve andare. Certo, c’è anche chi non vede l’ora di lasciarsi alle spalle “quattro case e un forno” e i “quattro gatti” che ci abitano. Accompagnando magari la partenza con una buona dose di ingenerosità (chi sta fuori, spesso, lo fa sulle spalle di chi, a casa, compie enormi sacrifici): “ma che ci torno a fare qua?”.
Già, perché tornare? Ci sono infinite ragioni per mettere quanti più chilometri possibile tra sé e un piccolo paese che ha poco da offrire, soprattutto ai giovani. E ancora di meno a una ragazza. Pochissimo lavoro, spazi di socialità quasi inesistenti, molto tempo libero che diventa tempo sprecato, non avendo granché da fare. Parcheggiate in qualche Università, per una laurea che spesso è a pieni voti, ma desolatamente inutilizzabile. Il passaggio da ragazza a zitella è brevissimo, dalle nostre parti. Dura il tempo del corso accademico. Fino a quando si studia, si ha un alibi. Dopo, diventa tutto più difficile. Valla a trovare una giustificazione, se a venticinque-trenta anni non lavori, non sei sposata e nemmeno prossima al matrimonio.
Ho ricevuto una email che spiega questo duplice stato d’animo. Lo sradicamento che vive chi torna due-tre volte l’anno in paese, con quella “paura” di diventare un “estraneo” anche alle persone care, quando la frequentazione diventa saltuaria e il rapporto si allenta. E poi la difficoltà ad essere donna, qui. Anch’io penso che occorra “il triplo della fatica”, anche se fortunatamente non è sempre così. Sottopongo a voi l’email che ho ricevuto. Spero anche di riceverne altre, su qualsiasi tema. Il blog è a disposizione di chiunque abbia qualcosa da dire e intenda qui condividerla.

Vuoi sapere che cosa provo quando lascio la mia casa?
Lasciare la mia casa è sempre un po’ pesante, un po’ straziante.
Lasciare la mia casa è un po’ come entrare in coma e riuscire a svegliarsi solo alla fine del viaggio con gli occhi ancora un po’ pieni di lacrime e un nodo in gola che è meglio non vedere nessuno per qualche ora.
Lasciare la mia casa è un po’ come spogliarsi dell’abito più bello: sai che devi toglierlo ma vorresti tenerlo, ancora un po’.
Lasciare la mia casa è un po’ come rimanere orfani. E ti senti sperduto e spaesato e, pur non essendolo, ti senti solo, almeno per un po’.
Lasciare la mia casa è un po’ come perdere l’infanzia e il suo sapore, senza sapere come.
Lasciare la mia casa è un po’ come sparire e avere la paura nel cuore di diventare estraneo per quelle persone care, anche solo un po’.
Lasciare la mia casa è sempre un po’ un dovere da mantenere per credere di farcela, anche soltanto un po’.
Lasciare la mia casa è sempre una certezza e una speranza: so di ritornare, magari per un po’, spero di restare, molto più di un po’...
Se solo ci fosse anche solo una possibilità di restare a casa mia la sfrutterei senza pensarci perché amo la mia terra e vorrei fare qualcosa per cambiarla. Ma voglio anche riuscire a fare qualcosa della mia vita... Essere donna qui è pesante, ci vuole il triplo della fatica.

domenica 19 agosto 2012

Strettamente personale

Oggi mi è stato recapitato via web un invito particolare. Una minaccia, nemmeno tanta velata, a farmi “i fatti miei” e a non permettermi di criticare l’operato dell’onorevole Fedele. Ora, io non penso di avere mai offeso Luigi Fedele, che sul piano personale è persona squisita, educata e garbata, con cui ho sempre avuto un rapporto franco e leale. Rivendico però il diritto alla critica, che da parte mia non è mai diventata insulto.
Questo il testo (errori compresi) del commento all’articolo L’autostrada più bestemmiata del mondo:

Caro Domenico visto il tuo innamoramento costante ed incessante nel citare l'on FEDELE che, come ben sai nel tuo animo frustrato nelle vesti del più grande scrittore Corrado Alvaro, si sta battendo per il suo paese affinchè si abbia uno svincolo degno e meritevole di un paese come il nostro Sant'eufemia ma anche Sinopoli e la vostra tanta amata "Delianuova". Quindi se non vuoi essere "richiamato" per l'ennesima volta ti invito a non parlare più di Fedele, inoltre come tu ben sai nel Quotidiano della Calabria hai scritto un articolo un po di giorni orsono che il sig. nonchè illustre assessore Napoli ti ha consigliato dicendo che tutti si dimettono per far posto ad Arimare prendendo in giro gli elettori eufemiesi. Allora ti esorto nuovamente a farla finita perchè sai un commento non gradito o una parola detta male stavolta non farà di certo piacere. Non ti resta che pensare a ciò che scrivi ti ringrazio spero che tu legga il messaggio e poi dopo averlo letto lo puoi cestinare.

All’anonimo commentatore vorrei solo ricordare che sul web qualche impronta digitale resta, anche quando si commenta in forma anonima. Per cui, non solo non raccolgo l’invito a “cestinare” il commento, ma lo pubblico su un post a parte per dargli maggiore risalto. Intelligenti pauca.

Detto questo:
a) non mi sento un grande scrittore, ma soltanto uno che dice ciò che pensa, a volte indovinando, altre sbagliando;
b) “la vostra amata Delianuova” non è espressione che rispecchia i miei sentimenti di eufemiese innamorato del proprio paese;
c) rivendico il diritto al dissenso, che è l’espressione più alta della libertà di opinione;
d) rassicuro i miei lettori sul fatto che generalmente penso a ciò che scrivo;
e) non scrivo sul “Quotidiano della Calabria” dal 2004. Se qualche volta lo faccio, si tratta di interventi sulla pagina “Lettere al Quotidiano”, sempre firmati con nome e cognome, al contrario dell’anonimo estensore della minaccia di cui sopra. L’articolo in questione non è da me firmato, né potrebbe esserlo, non essendo più io corrispondente per il Quotidiano da otto anni (infatti, è firmato Francesco Iermito);
f) decido io di cosa parlare sul mio blog.

Titolo “strettamente personale” questo post per omaggiare uno dei più grandi giornalisti italiani del ventesimo secolo, Enzo Biagi, titolare di una rubrica così intitolata e autore di una straordinaria e sempre attuale lezione di giornalismo, dignità, indipendenza e libertà.

sabato 18 agosto 2012

Putin, pussy via

Forse sono state esagerate. Forse potevano evitare di violare la cattedrale di Cristo Salvatore, cuore pulsante della Chiesa ortodossa russa. Forse sono esibizioniste in cerca di visibilità. Concesso. Però la condanna a due anni di lavori forzati per un reato d’opinione (anche se la sentenza parla di “teppismo religioso”) è abnorme. E poi, tra il gruppo punk russo Pussy Riot e Vladimir Putin, il cui sport preferito è la sistematica violazione dei diritti umani e la disinvolta eliminazione, con le buone o con le cattive, degli avversari politici, non si pone neanche il problema di scegliere da che parte stare.
Dalla parte di Nadia Tolokonnikova, Yekaterina Samutsevich e Maria Alyokhina, le tre ragazze che il 21 febbraio scorso diedero vita a balletti (“danza satanica”, per i giudici) e canti di protesta in un luogo sacro per condannare l’appoggio dato dalla chiesa ortodossa a Putin, con il viso coperto da maschere colorate diventate ora il simbolo delle manifestazioni pro Pussy Riot.
Per Voltaire, il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri. Aggiungo io, anche dall’esistenza o meno, sul suo territorio, di strutture di “correzione” attraverso il lavoro che rimandano alle tragiche esperienze dei gulag sovietici, dei laogai cinesi, dei campi di rieducazione cambogiani. D’altronde, “il lavoro rende liberi” era il beffardo biglietto da visita che sovrastava l’ingresso di Auschwitz.
Che le manifestazioni “situazioniste” siano spesso al confine della legge, è risaputo. Che possano costare due anni di lavori forzati è medioevo.


giovedì 16 agosto 2012

19 agosto 1970

Il campo sportivo è il "Claudio Morisi" nella versione precedente, con il rettangolo di gioco perpendicolare rispetto all'attuale.
La combriccola, invece, era composta da un gruppo di ragazzi oggi con i capelli grigi.
La partita, un incontro estivo tra giovani promesse e vecchie glorie, un'occasione per trascorrere in allegria un caldo pomeriggio d'agosto.

Dedico questo post alla memoria di Giuseppe Saccà ("U pileri"), un amico che ci ha lasciati troppo presto.


Sant'Eufemia d'Aspromonte, 19 agosto 1970
Eufemiese Vecchie Glorie - Eufemiese Juniores 2-3
Eufemiese Juniores:
In alto, da sinistra: Vincenzo Tripodi (allenatore), Enzo Galante, Pino Luppino, 'Ntoni Migliardi, Edy Petris, Pino Fedele, Mimmo Fedele (presidente), Pasquale Creazzo (segretario).
In basso, da sinistra: Pino Pangallo, Saverio Garzo, Luigi Nolgo, Peppe Saccà, Carmelo Delfino, Nino Lupoi.

Un grazie ad Elisa, che ha gentilmente messo a disposizione del blog la foto.

domenica 12 agosto 2012

Occhi












Grondano
fiele
i tuoi occhi,
una rabbia ancestrale
incastonata
in un sorriso
di sabbia.

martedì 7 agosto 2012

Huntsville

Ad Huntsville, in Texas, salvo un miracolo dell’ultima ora, oggi sarà giustiziato Marvin Wilson, un cinquantaquattrenne afroamericano condannato nel 1992 per l’omicidio di un informatore della polizia che lo aveva denunciato come spacciatore. Wilson si è sempre dichiarato innocente, ma il punto non è questo. E non lo è neanche il fatto che egli abbia un quoziente intellettivo pari a 61, nove punti in meno della soglia al di sotto della quale, per la sentenza “Atkins” (Corte suprema federale, 2002), non può essere comminata la pena capitale.
L’esecuzione sarà possibile perché la “sentenza Atkins” concede ai singoli Stati la facoltà di fare rispettare il divieto, sulla base di criteri discrezionali nella valutazione del ritardo mentale dell’imputato. Difatti, tutti i ricorsi presentati dagli avvocati di Wilson alle corti statali e federali sono stati puntualmente rigettati. Il punto, dicevo, non è la colpevolezza o l’innocenza di Wilson, né la sua presunta disabilità. Il punto è il valore della vita umana, di tutte le vite umane (anche quella del “colpevole” Wilson). Il punto è riconoscere o meno, a chicchessia, il diritto di decidere sulla vita altrui.
Continuo a considerare la condanna capitale una mostruosità giuridica e morale. È osceno agganciare la vita di un uomo al filo esile di un cavillo burocratico, alla magnanimità o alla pietà di un altro uomo (in questo caso, il governatore del Texas, l’unico che potrebbe, oggi, decidere di commutare la condanna a morte in ergastolo).
La vendetta ha poco a che fare con la giustizia e altro sangue non può mai lavare il sangue versato. Ecco perché la pena di morte è un crimine equivalente all’omicidio, ancor più grave in quanto commesso dallo Stato, entità superiore al singolo individuo (almeno, così ci hanno insegnato). Essere contro la pena di morte non significa essere contro la giustizia. Significa essere a favore della civiltà.

* Huntsville, contenuta nell’album Che cosa te ne fai di un titolo (2005), è una bellissima canzone dei “Mercanti di liquore”. Purtroppo, non sono riuscito a trovarla su youtube.

venerdì 3 agosto 2012

L'autostrada più bestemmiata del mondo

Al tg2 delle 13 è stata data una buona notizia: sulla Salerno – Reggio Calabria sono stati chiusi quattro cantieri e riaperti non ricordo quanti chilometri di autostrada.
Poi dice che uno diventa un bufalo fumante. Ovvio, quando si parla dell’autostrada più bestemmiata del mondo.
Due giorni fa, nei pressi di Scilla, si è staccato il cornicione di una galleria e solo per una fortuita coincidenza non ci è scappato il morto. Autostrada chiusa e traffico deviato nel centro di Scilla, in una lunga notte di passione, per i residenti e per gli automobilisti bloccati in qualche stretto tornante della strada provinciale. Il giorno successivo, concessione – non richiesta – del bis, con Anas e Polizia stradale sempre più nel pallone, incerte se riaprire o no. Perché diventa una responsabilità pesantissima autorizzare il traffico su un tracciato maledetto da Dio e dagli uomini. Il problema vero è che la manutenzione sul vecchio tracciato è quasi inesistente, da quando sono cominciati i lavori per l’ammodernamento del quinto macro-lotto della SA-RC. In alcune gallerie piove, letteralmente a dirotto. Altro che infiltrazioni: non so come si possa autorizzare la viabilità e spero, per i responsabili, che non succeda mai niente. Ma ogni volta che ci passo, mi ripeto: “speriamo che non venga giù tutto”. Ovviamente, i telegiornali si guardano bene dal dare simili notizie. Non è una novità. E poi, si rischierebbe di mettere paura a chi ha intenzione di mettersi in viaggio e puntare a Sud.
Nel frattempo, a Sant’Eufemia d’Aspromonte abbiamo perso lo svincolo autostradale. Tagliati fuori dalle grandi (si fa per dire) reti di comunicazione, siano esse stradali o ferroviarie, con ricadute intuibili sulla nostra già asfittica economia. Per collegarsi al nuovo tracciato, occorrerà fare i salti mortali, con dispendio di tempo, soldi e bile. L’assessore regionale ai trasporti, Luigi Fedele, eufemiese, per il momento tace. L’ex sindaco Saccà preannuncia battaglia. Come l’attuale, Creazzo.
La mia opinione è che ci sia poco da fare, perché è tutto deciso. E non da ora, nonostante certe periodiche e rassicuranti dichiarazioni. A ogni modo, mi permetto un piccolo suggerimento a tre politici che rappresentano – credo – la quasi totalità della cittadinanza eufemiese. Mettete da parte ogni tentazione personalistica. Sulla vicenda dello svincolo, ci sono già state troppe strumentalizzazioni. Soprattutto, bando alle chiacchiere, ai tavoli e agli incontri più o meno chiarificatori con Anas, prefetto, istituzioni politiche. L’unica strada da percorrere, per diventare “visibili”, è creare il massimo disagio a quanto più persone possibili. Si blocchi l’autostrada, sine die, fino a quando non ci sarà la certezza che lo svincolo si farà o fino a quando non ci arresteranno tutti. Solo su questa base vi seguiremo. Siete pronti a prendervi qualche denuncia? Altrimenti, lasciate perdere, sarebbe tempo sottratto a qualche bella giornata di mare. Si creeranno disagi a gente che non ha colpe? Perché, noi che colpa abbiamo ad avere questa autostrada e a passarvi sopra ore di inferno, da quasi dieci anni?