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martedì 23 ottobre 2012

Lettera a G.

Ti ho visto poco fa: eri su un manifesto, attaccato a un muro. Proprio ieri, a pranzo, si parlava di te, di quanto manca la tua allegria, quel modo unico di stare in compagnia, la conversazione “pirotecnica” (bravu pe’ ’na vita!), la gestualità che era essa stessa parola, il racconto di storie incredibili. O soltanto di una filastrocca in dialetto, una qualsiasi del tuo inesauribile e comicissimo repertorio. Ecco, se c’è una cosa che rimpiango, è di non averti mai detto di “passarmele”, di farmele scrivere e conservare.
Dicono che il modo migliore per ricordare chi non c’è più sia farlo con il sorriso sulle labbra. Magari quello che tu sempre riuscivi a strappare, a chiunque. Come quella volta che, chissà in quali pensieri assorto, dimenticai di servirti il cucchiaio accanto al bicchierino del caffè (ché nella tazza non ti piaceva). Aspettasti un po’, guardandomi in silenzio, dopo di che, senza scomporti minimamente, girasti il caffè con l’indice!
Il bar di mio padre è stato, per me, il dono irripetibile dell’affetto (da bambino) e dell’amicizia (da adulto) dei suoi amici. Privilegio tremendo, con il passare degli anni. Mimmareddu, ma anche Marieddu e Loigeddu: la conosco bene quella voce, per questo mi viene difficile sorridere, ora. Forse un anno è troppo poco. Forse davvero soltanto il tempo riuscirà a riempire un po’ di vuoto.
Potrei raccontare centinaia di aneddoti. Le storie sul periodo che trascorresti in Germania, da giovane emigrato: eins, zwei, drei, quando volevi insegnarmi i numeri in tedesco. L’episodio, inverosimile (ma con te era sempre difficile capire dove finisse il gioco e dove iniziasse la realtà), della foto della tua pancia esposta per due mesi in non so quale museo.
O di quando andavamo a caccia. In realtà, io ero un elemento scenografico, non avendo mai sparato un colpo di fucile né allora, né dopo. Però a dodici, tredici anni era una gara tra fratelli per stabilire a chi toccava alzarsi alle 4.00 l’indomani mattina. La lampadina accesa per fare capire che eravamo pronti, il caffè caldo e poi sulla macchina (la tua golf modello preistorico o la 127 di mio padre). Il freddo, l’attesa, il ritorno, le tipiche pose da cacciatore, il giro in paese per zittire tutti gli spraticuni che si spacciavano per cecchini infallibili.
Ricordi che si accavallano. Quella passata con l’organetto e la tua ospitalità. La sacralità della preparazione delle polpette e quel tuo tratto caratteristico di “imboccare” l’ospite, di dedicare a due come a trenta commensali un’attenzione particolare, una cura di parole e bocconi, il sollievo di ore e ore di spensieratezza. Perché il tempo, con te, di certo non era un’entità assoluta.
Il racconto sulla vita degli animali – “Piero Angela può venire a lezione da me” – e il religioso silenzio con cui seguivi i documentari alla televisione. La descrizione dell’accoppiamento delle api, racconto fantastico di una quarantina di minuti che ci fece ridere fino alle lacrime. L’adorno, che ti piaceva osservare con il cannocchiale “mentre teneva stretto nel becco un insetto”.
Mi è capitato di sognarti, ma mai il sogno o la fantasia possono avvicinarsi alla realtà di quella volta che mi portasti nel tuo orto per farmi raccogliere una busta di mandarini. “Li devi assaggiare”, mi avevi detto. Ci andammo subito dopo pranzo. Venne a recuperarmi mio padre a notte fonda, dopo non so quanti litri di vino, soppressate e formaggio consumati con il pan biscotto, io, tu e un amico passato per caso da lì e prontamente da te sequestrato. Che poi – si sa com’è quando si sta in compagnia – i mandarini non facemmo in tempo neanche a raccoglierli.

6 commenti:

nella ha detto...

Quadro dolcissimo di un dolcissimo ricordo...Molto bravo!

Anonimo ha detto...

Ciao domenico scusa i miei punti e virgola che non metto ho fatto la terza media per forza tantissimo tempo fa, ho scoperto da poco il tuo blogg. da piccolo frequentavo (u bar i mariu) ma non riesco a ricordare chi e G.a differenza di tutti quei ricordi che mi ai fatto rivivere cu ceu,peppuzzu,u vichingu,vita da bar,e tanti altri .sono quello che ti ho lasciato lultimo post su (boni cunti) se non hai intuito chi sono in una vicina estate te lo diro di persona. volevo anche chiederti saro a torino e andro' alla fiera del libro lo trovero il tuo cavallo di chiuminatto.CIAO PINO

Domenico ha detto...

Con questi pochi indizi non riesco a capire chi sei. Secondo me se mi dici almeno il cognome o meglio la "ngiuria" lo capisco subito! Puoi anche scrivermi sull'email (forgidome@libero.it).
Non lo so se la casa editrice Nuove edizioni Barbaro sarà presente al Salone del libro. In ogni caso, se vieni questa estate qua lo trovi. Il 18 maggio lo presento, ma lo farò di nuovo in estate, in una serata tra il 5 e il 14, proprio per gli eufemiesi emigrati.
G. è "u 'zi Pinu" Carbone ("Pinu 'u 'Ttaviu"). Aveva la macelleria sulla via Principe di Piemonte. Ora ricordi?

Anonimo ha detto...

E come non ricordo sono cresciuto con lui mio padre aveva il negozio poco piu'su nell'angolo a desta difronte a dove ora ce' il bar rammenti?

Domenico ha detto...

forse forse ho capito chi sei (u minsognaru)... mi fa piacere ritrovarti qua :-)

Anonimo ha detto...

E gia' comunque mi fa piacere che qualcuno si interessi alle cose del nostro paese altrimenti tante cose andrebbero perse e non solo quelle.come gli articoli su zucco. penza te te sono stato li 30 anni e non lo conoscevo. ciao pino