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mercoledì 26 giugno 2013

L'exploit di Gino Trematerra



Soddisfazioni. Per esempio, sentirsi degnamente rappresentati. Nel consiglio regionale, al Parlamento italiano, a quello europeo. Perché i nostri politici sanno sempre distinguersi. Hai voglia a pensare che, in fondo, gli altri ci sopportano a stento, con la tipica puzza sotto il naso di chi avverte un evidente senso di superiorità per quattro “straccioni” che contano quanto il due di coppe quando cade a bastoni.
E invece no. Arriva Gino Trematerra e riscatta un’intera classe politica. Di più. Un’intera regione.
Fresco incoronato “assenteista d’oro” (solo il 35% di presenze alle sedute del Parlamento europeo, secondo la classifica pubblicata da Andrea D’Ambra), l’europarlamentare dell’Udc si è trovato suo malgrado coinvolto nell’edificante vicenda che ha visto protagonista il collega Raffaele Baldessarre (Pdl), beccato con le mani dentro il vasetto della marmellata da un giornalista “ienista” di una televisione olandese.
Baldessarre stava “soltanto” certificando la propria presenza ai lavori del Parlamento, alle 18.30 (!), in modo da poter riscuotere i 300 euro di diaria che altrimenti non gli sarebbero stati corrisposti.
Non sia mai.
Nella baruffa che ne è seguita (“I don’t understand” e “non capisco”, l’arrogante arrampicata sugli specchi di Baldassarre), con tanto di tentativo di aggressione al giornalista, il “calmi, calmi” di Trematerra ci ha rassicurati. Davvero.
I nostri politici sanno sempre da che parte stare. Scopelliti difende a spada tratta uno condannato per reati che dovrebbero fare cadere la faccia. L’ex ministro Fabrizio Barca scaglia un siluro contro il Pd regionale, commissariato da tempo immemorabile e in mano a pochi “capibastone”. Sel (la vicenda della federazione provinciale reggina è emblematica) non ha dubbi nello scegliere vecchi arnesi e vecchi metodi, spingendo fuori dal partito, di fatto, una nuova classe politica ancorata ai bisogni del territorio e proiettata nel futuro. Tutto il resto è noia.

lunedì 24 giugno 2013

Il cavallo di Chiuminatto sulla Gazzetta del Sud


Grazie al bel lavoro pubblicato dallo studioso Domenico Forgione
Adesso S. Eufemia d’Aspromonte conosce per intero la sua storia
– di Giuseppe Fedele [Gazzetta del Sud, 23 giugno 2013]

La sala consiliare del palazzo municipale ha ospitato la presentazione dell’ultima opera di Domenico Forgione, “Il cavallo di Chiuminato” – Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte, edito da Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro. Dottore di ricerca, giornalista pubblicista e blogger, con interessi per la storia e la letteratura, il volontariato, la politica e lo sport, già autore de “Il ’68 a Messina” (1999), “Fascismo e Prefetti a Catanzaro 1922-1943” (2005), e “Sant’Eufemia d’Aspromonte. Politica e amministrazione nei documenti dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria. 1861-1922” (2008), Domenico Forgione ha dedicato la sua ultima opera al prof. Rosario Monterosso, che fu suo docente al liceo ma soprattutto suo maestro di vita, di recente scomparso, ed ai fratelli Mario, «che da queste strade è partito», e Luigi, che in questa cittadina è tornato. Con la pubblicazione de “Il cavallo di Chiuminatto” – Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte, il cui contenuto è costituito da vicende vere che messe insieme formano la storia vera della città, lo scrittore ha inteso mettere a disposizione dei propri concittadini il frutto delle sue ricerche stimolandoli, così, a recuperare ricordi, personaggi e memorie della loro comunità, spesso non conosciuti. Come nel caso del Chiuminatto riportato nel titolo del libro, che altri non è se non il nome del titolare della ditta che, in territorio di S. Eufemia d’Aspromonte, costruì il ponte in ferro e la galleria nel tratto ferroviario che collegava Gioia Tauro a Sinopoli.
L’opera di Forgione, sulle strade, i toponimi delle strade e le storie dei personaggi che naturalmente i toponimi sottintendono, è un affresco degli ultimi tre secoli di storia del paese. Naturalmente, accanto ai toponimi delle strade e alla storia dei personaggi, c’è anche un riferimento specifico a usi e costumi del paese, agli antichi mestieri che non ci sono più ed anche naturalmente al modo di vivere che si è evoluto nel tempo e che comunque è stato fotografato nel libro dall’autore. In definitiva, “Il cavallo di Chiuminatto” costituisce un complesso di storia nazionale mista a storia locale per cui, ad un certo punto, ci si imbatte in una panoramica sul Risorgimento e sull’apporto che ad esso è stato dato dagli eufemiesi, impegnati eroicamente anche nella grande guerra.
Pur senza fornire ulteriori anticipazioni e approfondimenti, al termine della cerimonia di presentazione Domenico Forgione ha annunciato l’imminente pubblicazione di una nuova opera da lui realizzata assieme al prof. Giuseppe Pentimalli, autore fra l’altro del “Vocabolario ragionato del dialetto femijotu”.

venerdì 21 giugno 2013

La giustizia secondo Gelmini

Maria Stella Gelmini, in riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale che ha respinto il legittimo impedimento chiesto dai difensori di Berlusconi nel processo Mediaset, ha pavloviamente dichiarato: “La giustizia va amministrata in nome del popolo, non contro il popolo o per correggere il popolo”.
L’illuminata dichiarazione è stata quindi integrata da un pippone sulla gravità di una decisione che mina il principio costituzionale della separazione dei poteri: la consueta solfa sulla magistratura che interviene a gamba tesa per sovvertire il risultato delle elezioni e della volontà popolare.
Due considerazioni.
La prima. Come si dice dalle nostre parti, “non ci vuole la zingara” (né, tanto meno, una sentenza della Corte Costituzionale) per capire che per Berlusconi, da 20 anni, l’impegno prioritario è la ricerca di un modo per sfuggire alla giustizia, processando a sua volta i processi o facendoli processare dai suoi giornali e dalle sue televisioni: il “metodo Boffo” sulle pagine del quotidiano di famiglia, La guerra dei venti anni in prima serata sulla rete ammiraglia dei canali Mediaset o l’intervista di Alfonso Signorini alla “nipote di Mubarak” nel programma Kalispera andrebbero studiati in tutte le scuole di giornalismo, come esempio negativo su cosa “non fare” se si vuole essere un buon giornalista e non un killer al soldo del proprio datore di lavoro.
Un’attività dispendiosa sotto ogni profilo, che ha coinvolto i ministri fatti accomodare, di volta in volta, sulla poltrona più scottante di via Arenula e gli onorevoli “nominati” nei due rami del Parlamento. Spesso con esiti apprezzabili per il Cavaliere, come testimoniano le leggi ad personam che hanno determinato la depenalizzazione o la prescrizione di qualche reato.
Seconda osservazione. Trovo semplicemente aberrante l’idea – ancor più perché espressa da una parlamentare ex ministro della Repubblica – che consenso possa essere sinonimo di impunità. Utilizzare il voto come una clava è uno sport molto praticato dalle parti di via dell’Umiltà, dove non si perde occasione per sostenere l’argomento specioso che gli “italiani vogliono Berlusconi”, al di là del merito dei suoi guai giudiziari: in fondo – si argomenta – “i problemi sono altri”; e poi, contro il voto popolare non c’è sentenza di tribunale che tenga.
La stagione politica di Berlusconi volge al tramonto. Su questo si è abbastanza concordi anche nel centrodestra. Il guaio sarà smaltire le tossine di venti anni di berlusconismo.

giovedì 20 giugno 2013

Il cavallo di Chiuminatto. La recensione di Antonio Ligato (Gazzetta del Sud)



È raccontata ne “Il cavallo di Chiuminatto” di Domenico Forgione
Una storia che sottrae all’oblio i nomi di tanti eufemiesi illustri 
- di Antonio Ligato  (“Gazzetta del Sud”, 20 giugno 2013 – Pag. 23)

Si deve ad Aurelio Rigoli, etnologo dell’Università di Palermo, la definizione, che è esplicativa di un nuovo modo di fare storia: «etnostoria» come metodo d’indagine storica che utilizza tutte le fonti a disposizione dello studioso, non soltanto quelle “ufficiali”, ma anche quelle sommerse degli archivi comunali e delle chiese, delle carte private delle famiglie illustri, senza trascurare le fonti orali, la cultura e la sapienza popolare. Anche Cesare Pavese, aveva scritto che un paese senza la provincia non ha nerbo. Queste considerazioni ci vengono in mente leggendo il volume di Domenico Forgione, dottore di ricerca, giornalista pubblicista, fresco di stampa: Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte (Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro, Delianuova (RC) Aprile 2013). Partendo dall’espressione «Poti quantu o cavaddu i Chiuminati» riferito ai cavalli impiegati, negli anni Venti, per i lavori di costruzione del ponte della ferrovia e della galleria, nel tratto eufemiese delle linee Taurensi, eseguiti dalla ditta genovese di Giacomo Chiuminatto, il testo di Forgione dimostra che accanto agli storici di professione c’è un esercito di storici locali. Costoro, con pazienza, scavano negli archivi dimenticati dei paesi e delle parrocchie, inseguono indizi, e rispolverano pagine dimenticate di storia. Non si tratta soltanto di storia locale, di «microstoria», perché essa si intreccia con la «macrostoria», la integra e spesso la corregge. Così Forgione non si limita a pubblicare uno stradario di Sant’Eufemia. Attraverso i nomi delle strade ricostruisce, innanzitutto, la storia di una comunità, che gli stessi abitanti del luogo non conoscono. A tutti è capitato di imbattersi nel nome di una strada e di non saper risalire al riferimento storico ch’esso senz’altro contiene. Così emergono dall’oblio i nomi di tanti eufemiesi illustri con le loro vicende: Carlo Muscari, uno dei quindici calabresi giustiziati a piazza Mercato dopo il fallimento della rivoluzione napoletana del 1799 e la caduta della Repubblica Partenopea; Ferdinando De Angelis Grimaldi, graduato dell’esercito borbonico, napoleonico e nuovamente borbonico ai primi dell’Ottocento, guardia urbana e sindaco di Sant’Eufemia, comandante dell’esercito della Terza Divisione calabro-sicula durante i moti del 1848 e in quanto tale condannato a morte in contumacia; Michele Fimmanò, protagonista assoluto della storia politica e amministrativa del Comune di Sant’Eufemia per sessant’anni; Luigi Cutrì, maggiore dell’esercito ed eroe della prima guerra mondiale; Bruno Gioffrè, medico condotto, poeta, e testimone diretto del terremoto del 1908; Vittorio Visalli, lo storico più autorevole del Risorgimento in Calabria. Agli avvenimenti storici si alternano gli aneddoti particolari, le piccole curiosità, che consentono di ricostruire il costume di un tempo e fanno “rivedere” il paese così com’era cinquanta, cento, centocinquanta anni fa, con il suo mercato, i suoi artigiani, i suoi cinema, la sua vita economica, culturale, sociale. Dalla rivisitazione compiuta da Domenico Forgione emergono pure pagine semisconosciute di letteratura eufemiese. La sua opera, già per tutto questo, sarebbe encomiabile. Ma essa va oltre, perché attraverso le vicende dei vari personaggi locali evocati con maestria si risale ai grandi avvenimenti storici del Risorgimento, della prima guerra mondiale, dei decenni successivi, ai quali la Calabria ha senz’altro dato un notevole contributo. Il volume di Domenico Forgione rappresenta, in conclusione, un valido esempio di quel metodo «etnostorico» ben delineato da Aurelio Rigoli.

lunedì 17 giugno 2013

La Consulta comunale si tinge di rosa


La Consulta comunale diventa realtà. Dopo la votazione per il direttivo, l’importante organismo voluto dall’amministrazione Creazzo si è dotato degli strumenti necessari per avviare le proprie attività, sintetizzate nel manifesto che – circa un mese fa – invitava la cittadinanza a presentare la domanda di adesione: “favorire il raccordo e lo scambio di idee tra la cittadinanza e l’amministrazione comunale […] diffondere informazioni, promuovere lo sviluppo culturale, contribuire all’educazione democratica ed alla formazione intellettuale e civile, garantire il pluralismo, coadiuvare l’attuazione di tutte quelle iniziative idonee a migliorare le condizioni di vita delle varie categorie di cittadini, incrementare e diffondere lo studio e la conoscenza della storia, delle tradizioni locali e dei valori e dei principi sanciti dalla Costituzione Repubblicana”.
Quasi un plebiscito ha sancito l’elezione a presidente di Enzo Fedele (30 anni), consulente del lavoro con alle spalle un’esperienza già ultradecennale nel mondo dell’associazionismo locale (Associazione di volontariato cristiano “Agape” e Associazione “Terzo Millennio”). Al suo fianco, la vicepresidente Rossella Morabito (33), dottoressa in lettere spesso protagonista di interessanti eventi culturali, e Angela Gioffré (36), impiegata Inail con una lunga militanza nell’associazione culturale “Sant’Ambrogio”.
La Consulta dovrebbe fungere da camera di compensazione tra politica e società civile, una sorta di cinghia di trasmissione che permetta alle istanze della comunità di pervenire al livello politico tramite un modus operandi partecipato, trasparente e democratico. Al direttivo, in particolare, il compito e la responsabilità di realizzare ciò che sulla carta rappresenta un segnale di novità, certamente positivo perché presuppone il coinvolgimento di quanti sono disposti a mettere al servizio della collettività il proprio bagaglio di esperienza e passione per la cura del bene pubblico.
L’età media del direttivo, composto in prevalenza da donne (sei su otto), è di circa 37 anni: la più giovane è la studentessa Maria Grazia Orlando (18), che ha ottenuto il maggiore numero di preferenze; il più “anziano” Salvatore Coletta (50), impiegato presso il centro semiresidenziale di riabilitazione di Sant’Eufemia. Gli altri componenti del direttivo sono: Maria Iero (43), insegnante con la passione per le tradizioni popolari; Tita Violi (48), figura di riferimento storica per il mondo del laicato parrocchiale; Mimma Rugari (37), componente del direttivo dell’associazione “Terzo Millennio” e rappresentante dei genitori nel consiglio dell’Istituto comprensivo statale “Don Bosco”.
Di seguito, il resoconto del breve colloquio che abbiamo avuto con il presidente Enzo Fedele.



Quali sono le tue prime impressioni da presidente della Consulta?
Bisogna partire da lontano. Come idea, la Consulta nasce più di un anno fa, con la stesura del programma della lista “LeAli al paese” che poi trionfò alle elezioni comunali. Da lì in avanti è stato un percorso a tappe, con la redazione del regolamento e la sua approvazione in consiglio comunale. Fino ad arrivare ad oggi, con l’elezione degli organi che andranno a comporla. Le votazioni hanno rappresentato un momento di partecipazione attiva e di sana democrazia per la nostra comunità. Subito dopo, il mio primo pensiero è andato alle persone che mi hanno eletto e con le quali dovrò lavorare: amici di vecchia data, con i quali ho già condiviso parte del mio percorso di vita, e nuovi amici che ancora non conosco a fondo: la circostanza di ritrovarci tutti qua sta però a significare che abbiamo principi e valori comuni, e questo è un buon punto di partenza.

Qual è la tua idea di Consulta?
Penso alla Consulta come ad un cantiere, un laboratorio di idee che produca progetti da affidare all’amministrazione comunale. Sant’Eufemia ha bisogno di spazi di bellezza, di luoghi di incontri che favoriscano il dialogo e la partecipazione di tutti alla “vita” del paese: sono questi gli indicatori della crescita civile e culturale di una comunità.

Cosa ci dici a proposito della squadra che lavorerà al tuo fianco?
Come avrai notato, è una squadra a “trazione rosa”. Puntiamo molto sull’energia delle donne, a partire dalla giovanissima Maria Grazia Orlando (alla quale facciamo un grosso in bocca al lupo per gli esami di maturità che si appresta a sostenere), che avrà il compito di coinvolgere i giovani del nostro comune. Tita Violi curerà prevalentemente i rapporti con le aziende che insistono sul nostro territorio; Maria Iero si occuperà del tema a lei congeniale del recupero storico e culturale delle nostre tradizioni; Mimma Rugari di pari opportunità e di integrazione con gli stranieri, molti dei quali ormai da anni risiedono stabilmente nel nostro comune; Salvatore Coletta del coinvolgimento degli anziani in progetti che li possano vedere e rendere protagonisti. Io, Rossella Morabito ed Angela Gioffré avremo invece il compito di coordinare e seguire da vicino i lavori dei singoli settori: giovani, cultura, pari opportunità, anziani, attività produttive.

Quali saranno le prime iniziative della Consulta?
Innanzitutto ritengo sia giusto presentare la squadra all’intera comunità, in modo che ogni cittadino sappia “chi si occuperà di cosa” e, se lo ritiene opportuno, possa partecipare allo sviluppo delle idee e alla realizzazione dei progetti. Subito dopo, penso ad iniziative cha facciano conoscere qual è la storia del nostro comune e la sua vocazione; penso a convegni su tematiche particolari quali la sicurezza nel mondo del lavoro, l’importanza della raccolta differenziata, la promozione dei nostri prodotti. In ogni caso, si tratterà di iniziative che metteranno al centro del dibattito il cittadino “responsabile”, che vuole rendersi protagonista della vita sociale nel nostro comune.

giovedì 13 giugno 2013

Il cavallo di Chiuminatto sul mensile La Piana



Presentato a S. Eufemia d’Aspromonte un pregevole libro di Domenico Forgione 

 L’aula consiliare del municipio di Sant’Eufemia d’Aspromonte ha ospitato il quinto appuntamento di “Pagine di storia”, attività culturale fortemente voluta dall’amministrazione comunale guidata da Domenico Creazzo, che nell’occasione ha promosso la presentazione del libro scritto dallo storico eufemiese Domenico Forgione, edito ad aprile dalla casa editrice Nuove edizioni Barbaro di Delianuova: “Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte”.
Ha aperto l’incontro il moderatore della manifestazione Cosimo Petrolino, che ha sottolineato la caratteristica più importante del volume, lo studio della toponomastica come strumento per fare opera di memoria, utile per conservare e tramandare alle future generazioni un patrimonio culturale e sociale che altrimenti andrebbe disperso. Subito dopo, i saluti del primo cittadino eufemiese, che ha assicurato il pieno appoggio a tutte quelle iniziative che mirano alla valorizzazione delle competenze e delle professionalità locali.
Un’attitudine che di recente l’Amministrazione comunale ha in un certo senso “istituzionalizzato” con la creazione della Consulta comunale, che entro l’estate dovrebbe essere pienamente operativa.
L’editore Raffaele Leuzzi si è invece soffermato sul valore didattico delle pubblicazioni di carattere regionale, provinciale e comunale, dato che i libri di scuola “ufficiali” ignorano completamente la dimensione locale della storia e, per alcuni versi, anche della letteratura: un settore nel quale si è ormai da tempo specializzato Nuove edizioni Barbaro, con le ristampe anastatiche di pregevoli e introvabili opere di autori calabresi del Novecento.
E’ seguita poi la presentazione vera e propria del volume, curata dal professore Giuseppe Pentimalli, autore del “Vocabolario del dialetto femijotu” e dal professore Francesco Arillotta, deputato di storia patria per la Calabria, che ha sottolineato il valore scientifico del volume, realizzato sulla base di una corposa documentazione archivistica e bibliografica e l’importanza storica dell’evento. “Il libro – ha detto Arillotta – è un atto d’amore che Forgione manifesta nei confronti del suo paese; ma è soprattutto un regalo fatto all’intera comunità che fa riscoprire il senso di identità, l’orgoglio di sentirsi eufemiesi e l’importanza di coltivare la memoria collettiva”. Un concetto che Arillotta aveva già sottolineato nella stessa prefazione del libro: “Troviamo la dimostrazione che ‘toponomastica’ non è solo ‘nomi di strade’. Dietro quelle scritte, spesso modeste, in nerofumo, o appena leggibili, ci sono sempre storie importanti, che ‘devono’ essere raccontate, perché ‘devono’ essere ricordate”.
In conclusione, l’intervento dell’autore, commosso quando ha voluto dedicare la manifestazione alla memoria del professore Rosario Monterosso, suo docente ai tempi del liceo, scomparso nel novembre del 2012.
Forgione ha ripercorso la “marcia di avvicinamento” alla pubblicazione del libro, dall’elaborazione dell’idea, allo sviluppo della ricerca, alla stesura finale, sottolineandone gli aspetti “curiosi” ma anche le difficoltà che non sono poche quando si tratta della individuazione e della fruizione del materiale documentario locale. Infine il senso della pubblicazione: “Il libro – ha detto – è la tessera di un mosaico più grande che è la storia di Sant’Eufemia. Dare il mio contributo per ricostruirla e restituirla agli eufemiesi (uso volutamente il verbo “restituire”, perché la storia è di tutti, non di chi la scrive) è per me motivo di grande orgoglio”.

lunedì 10 giugno 2013

Apnea

Ho visto uomini distrutti dalle convenzioni. Ne ho visti altri smascherati nelle loro granitiche convinzioni. Donne capaci di amare oltre ogni ragione. Come solo una donna può fare. O odiare con tutta la forza, l’amarezza, il dolore e il disprezzo. Come solo una donna sa fare.
Ho visto uomini e donne aspettare Godot e morire aspettando. Annientati dai propri fantasmi.
Confondere il ricordo con la realtà è una colpa. A volte, un alibi.
Ma che cos’è la realtà? E dov’è, se non dentro ogni pianto, scoppio di risa, gesto di ribellione? Se non dentro ogni singola testa? A forza di inseguire l’oggettività abbiamo perso la nostra qualità migliore. Quella di essere originali, unici, sfacciati nel respingere ogni pensiero dominante e conformista. Sovrastrutture mentali che altri vorrebbero imporci. Con l’inganno. Violentandoci.

Ci sospinge la forza che abbiamo dentro, il mantra “ce la farò; ce la devo fare”; il pensare che altra scelta non c’è per contendere al destino i brandelli di un sogno. Il nostro sogno.
Non è poi tanto diverso dall’apnea. Vivi trattenendo il fiato, nella speranza che presto o tardi riuscirai a tirare la testa fuori dal secchio e finalmente respirerai a pieni polmoni.
E invece passa tutta una vita: giorni, anni scanditi da una furibonda lotta per divincolarsi dalla mano che ti tiene giù.
“Chi sono? Cosa voglio?”. Il punto è sempre quello. “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”: gli occhi del Poeta sono traccianti di fuoco nel buio delle coscienze.
È sempre complicato ragionare per addizione (“sono questo, questo e quest’altro; voglio questo, questo e quest’altro”). Perché si rischia di non arrivare da nessuna parte, di rimanere delusi. Intrappolati.
Non è più vita, ma il suo surrogato: un karkadè di merda. Che lascia cicatrici.

Ogni cicatrice ha una firma e una data.
Potrei fare nomi e cognomi: io so.
So chi mi ha schiacciato al suolo. 
So chi mi ha ingannato, circuito; chi ha tentato di comprare la mia dignità.
So chi mi ha detto che bisogna sapere aspettare il proprio turno.
So chi mi ha umiliato.
So chi si è vendicato perché ho osato entrare in un giardino che non era il mio.

Non mi hanno fatto del male. Senza presunzione, vivo al piano di sopra. Mi hanno reso la vita difficile, questo sì.
Ho tentato pure di spiegarlo a uno di loro, ma questa è gente che non sa affrontare, né accettare con dignità le sconfitte. E allora piagnucolano, come un bambino privato del suo giocattolo preferito.
Ma si può, alla tua età? Credevi davvero di avere il fascino dell’intellettuale?
Coglione. Vecchio e coglione. Penoso.
Peccato. Anzi, no.
Te lo sei meritato.
E per favore, togli la testa dalla mia spalla: mi stai inzuppando la camicia.

Non parlarmi di perdono. Perdono è una parola senza senso. Vuota. Ognuno gli dà il significato che vuole: un vestito per più occasioni. Da indossare, riciclare, chiudere in un baule. A piacimento. Con sufficienza. Per quello che vale.
Posso perdonare o meno, in circostanze analoghe. Strano, no?
Il perdono dipende dalla pancia più che dalla testa. Dipende dalla fame, dal desiderio di sopravvivere ai propri incubi.
Bisognerebbe riuscire ad andare oltre. Il passato è passato. Non può essere cancellato. Ma non deve diventare una gabbia, una camicia di forza che impedisce ogni movimento.
Che pietrifica.
Tutti hanno diritto di volare. Senza zavorre.
O almeno di provarci.

mercoledì 5 giugno 2013

Il Santuario di Sinopoli... a Firenze

Da circa un anno sto raccogliendo gli scritti degli autori eufemiesi del Novecento. Non è semplice, perché spesso si tratta di opere dalla tiratura limitatissima, pubblicate 50-60 anni fa e oltre, più facili da trovare in possesso di collezionisti privati che presso le biblioteche pubbliche. Tra Reggio, Polistena e Palmi ho recuperato una cinquantina di pubblicazioni, che ho fotocopiato o riprodotto digitalmente. Ma ancora c’è da lavorare.
Necessariamente incompleta, ad esempio, è stata la sintesi della produzione letteraria di don Luigi Forgione, da me proposta in occasione del centenario della nascita, anche se all’appello mancavano due opere su sette: Sinopoli e il suo Santuario; Verso l’Alto.
Mancavano.
La cosa che più mi sta gratificando in questa ricerca è la disponibilità che riscontro tra gli amici ai quali necessariamente devo rivolgermi. Roberto è uno di questi, il mio asso nella manica. Lui è il protagonista di Pulp fiction: “mi chiamo Wolf, risolvo problemi”. Grazie a lui, la Biblioteca nazionale di Firenze è dietro l’angolo di casa mia. E io, sfacciatamente, ne approfitto. Gli ho addirittura affidato una lista di pubblicazioni che sono conservate soltanto in riva all’Arno!
Per tale motivo, periodicamente e compatibilmente con i suoi impegni universitari, mi arriva via email qualche “regalino”, in formato sia word che pdf: Per un prode. In onore di Luigi Cutrì, maggiore nel 12° reggimento fanteria, caduto sul campo il 30 novembre 1915, di Bruno Gioffré (Ditta D’Amico, Messina 1916) e Commemorazione del comm. avv. Michele Fimmanò, letta al Consiglio comunale di S. Eufemia d’Aspromonte nella tornata dell’11 marzo 1913, di Pietro Pentimalli (Tip. Succ. Fratelli Nistri, Pisa 1913) sono stati fondamentali per la stesura di due voci del mio libro Il cavallo di Chiuminatto.
Ieri sera, un nuovo cadeau: Sinopoli e il suo Santuario, Istituto padano di arti grafiche, Rovigo 1955. Una piccola raccolta di componimenti poetici (23 pagine) pubblicata “A ricordo dell’anno mariano e della consacrazione della parrocchia alla Madonna”, in occasione della festa dell’Immacolata del 1954: “Sinopoli”; “Breve storia del celebre santuario di Maria SS. delle Grazie – Sinopoli (Reggio Calabria)”; “Novena: A Maria SS. di tutte le Grazie – Nel celebre santuario di Sinopoli”; “Preghiera”; “Preghiera – Da recitarsi alla festa dell’8 settembre”; “Inno a Maria SS. delle Grazie”; “Canzoncina tradizionale – Da cantarsi nei sabati sacranti della Madonna delle Grazie di Sinopoli”; “La festa della Madonna delle Grazie”; “La commissione della festa della Madonna delle Grazie”.
Di seguito, riporto i leggeri e scherzosi versi dedicati ai membri della commissione della festa, a beneficio degli amici di Sinopoli che vi ritroveranno, forse, qualche vecchio parente.

La Commissione della festa della Madonna delle Grazie
Voglio dirvi, se aspettate,
se un pochino pazientate,
in che modo si compone
la solerte Commissione
della Festa di Maria,
tutta piena d’armonia.
Pronti i nomi, ecco la lista.
Bella vista, bella vista,
ma più bello il loro cuore
freme e palpita d’amore
per la Mamma di Gesù
e risplende di virtù.
E’ Domenico il Sergente
nostro bravo Presidente.
E fa Bruno il suo mestiere
di simpatico cassiere.
L’altro Bruno viene poi
e son tanti i meriti suoi.
Pur del tempo fan buon uso
i devoti e pii Caruso.
Gode infatti buona fama
quel che Angelo si chiama.
Or ricordo il caro Antonio
ed il buon Francescantonio.
Né dimentico Giovanni,
il fedel di tutti gli anni.
Antonio poi presento,
ch’è di nobil sentimento.
Due i Romeo ed un Lirosi,
sì gentili e rispettosi.
Anche il terzo Fimmanò
fede e slancio vi portò.
Condò, Sabato e Puccini,
noti ai grandi ed ai bambini,
per la Festa, in pia unione,
ora restano e Carbone.
Ahi!... rimàn quest’anno solo
l’indelebile Bartòlo.
Son carissime persone,
tanto buone, tanto buone!
O Madonna, benedici,
tutti rendili felici.
D’ogni pena li compensa
e ogni grazia a lor dispensa.
Benedici i tuoi devoti:
chi ti prega e chi fa voti.
I vicini ed i lontani
rendi sempre lieti e sani,
o dolcissima Maria,
Mamma nostra. Così sia!

domenica 2 giugno 2013

Ancora una scusa per restare

Il respiro di ogni città ha il colore della notte, quando si ripongono nell’armadio gli abiti della quotidianità e si procede nudi per le sue vie, finalmente in grado di sentire sulla propria pelle le ferite delle molte solitudini che la popolano. Spesso invisibili. Ma non per gli occhi sensibili di Katia Colica, che della vita raccattata ai bordi delle strade di Reggio Calabria ha tratto i racconti-reportage di Ancora una scusa per restare (Città del Sole edizioni, 2012): “storie di ordinaria invisibilità in una notte metropolitana”, strappate dall’autrice alle tenebre del cuore, allo sguardo distratto di quella “maggioranza” che – con Fabrizio De André – immaginiamo alla guida della “colonna di dolore e di fumo che lascia le infinite battaglie al calar della sera”.
Nei protagonisti del libro non c’è rabbia, neanche di fronte alle ingiustizie e alle inefficienze di un sistema attento più alla propaganda di eventi inutili, che al reale miglioramento della qualità della vita della comunità. Un sistema che invece di includere, tende all’espulsione, presentandosi con la faccia matrigna della “città-prigione” che non dà al diversamente abile Lorenzo “una buona ragione per restare”. Una città in cui uno straniero può sentirsi “lontano” dagli stessi vicini di casa, perché i discorsi (e le politiche) sull’integrazione durano lo spazio del finanziamento di un progetto, ma poi – nella realtà di tutti i giorni – la società è ulcerata da persistenti sacche di diffidenza e pregiudizi. “Io non conosco nessuno in questa città”: è l’amara considerazione di Milka, ventitré anni, due figli e neanche il tempo per piangere. Un destino che accomuna la ragazza serba a Rosa, che rischia l’infarto per inerpicarsi lungo la salita del “Riuniti”, trascinando sulle spalle la sdraio per “fare la notte” al marito malato; a Livio, clochard invisibile con un solo grande desiderio: consumare un caffè dentro al bar; a Rosario, venditore di rose bangladese che attraversa la città come un fantasma; a Mariya, che preferisce ascoltare il silenzio del mare o i fischi del treno che – spera – un giorno la salverà dalla prostituzione.
Solitudine è la triste condizione di molti adolescenti, nonostante le uscite in gruppo e le serate trascorse nei locali più à la page della città. Giovani permeati dall’insana subcultura dello sballo, file di chupitos trangugiati secondo le regole del binge drinking, “l’unico oggetto di interazione tra ragazzi che non si guardano, non si parlano” e “stanno lì, ognuno col proprio cellulare a scorrere chissà cosa col dito indice sullo schermo”.
Con le sue storie pescate ai margini della società, Katia Colica tocca le corde dell’emozione, dopo avere sbattuto in faccia al lettore i dati impietosi delle statistiche ufficiali su povertà, prostituzione minorile, alcolismo, condizione dei migranti, disagio giovanile e precarietà: siamo tutti Milena, una laurea inservibile inchiodata al muro e i sogni riposti nel cassetto, fregati dalla filosofia del “meglio che niente” cui ci si piega per non ribellarsi a lavori da co.co.pro che sono puro sfruttamento.
Per non cedere alla rassegnazione, occorre cercare dentro se stessi la via del riscatto. Una redenzione che ha il volto dei ragazzi con le ramazze, impegnati a pulire gli spazi all’aperto utilizzati per ballare la break dance. Gli unici, forse, ad avere ancora la forza di “credere” nella città e che ispirano il monologo finale in cui la stessa Reggio Calabria, rivolgendosi ai suoi figli, indica nella gentilezza l’àncora alla quale aggrapparsi per non affondare e per trovare, ogni giorno, un motivo per non scappare via.