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lunedì 21 ottobre 2013

In alto a sinistra


I libri insegnano ai ricordi, li fanno camminare. Li ho letti per intero, non ne ho lasciato nessuno a mezzo, per quanto fosse deludente o presuntuoso l’ho seguito fino all’ultima linea. Perché è stato bello per me girare la pagina letta e portare lo sguardo in alto a sinistra, dove la storia continuava. Ho girato il foglio sempre alla svelta, per proseguire da quel primo rigo, in alto a sinistra. Questo mi mancherà del mondo…
(Erri De Luca, In alto a sinistra)


In alto a sinistra. Come la pagina di un libro ancora da leggere.
Per fare visita alla tomba del professore Rosario Monterosso, all’interno del cimitero di Bagnara Calabra, occorre dirigersi verso l’area destinata ai defunti della frazione di Pellegrina e percorrere il vialetto che porta alla cappella dell’Annunziata. Proprio in fondo alla stradina, in alto a sinistra, la sua immagine scruta il viandante, con quello sguardo ben noto a chi gli fu amico, allievo o semplice conoscente.
È volato un anno dalla sua ultima lezione.
Un anno di conversazioni mancate: sull’esecutivo delle larghe intese, sul masochismo del partito democratico, sul governo della regione o sulle amministrazioni comunali dei nostri paesi.
Un anno senza i suoi consigli su quel libro di recente pubblicazione o sul saggio storico che avrei dovuto leggere, perché mi sarebbe stato utile per qualche mia ricerca. Recensioni “volanti”, improvvisate appoggiati alla sua macchina, nel cofano qualche piantina per il suo orto acquistata di passaggio da Sant’Eufemia.
Un anno senza il conforto di parole e di idee candide, sorrette dalla sua onestà intellettuale e dall’esempio fulgido della rettitudine.
Un anno di scoperte non condivise, non commentate. Lou Palanca e Katia Colica, gli ultimi lavori di Carmine Abate e Mimmo Gangemi, l’incoraggiante fermento culturale che la nostra martoriata terra riesce ad esprimere.
Sarei andato a trovarlo per portargli il mio libro e per chiedergli di presentarlo. La moglie Anna, aprendo la porta, mi avrebbe indirizzato da lui: “vedi che è qua dietro, nell’orto. Vai”. L’avrei sorpreso nel suo angolo di paradiso, mi avrebbe accolto col suo “sorriso rugoso” e avrebbe accettato.
Come l’altra volta.
È stato un anno così. Un anno senza Rosario Monterosso.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Oriana Fallaci scriveva che "l'abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte."Io penso che, a volte, è la più grande delle benedizioni proprio per quel potere intrinseco che ci permette di continuare il cammino. Ma in questo caso ancora mi suona molto strana la non-presenza del Professore Monterosso: "e quel che manca non si potrà contare." (Qoèlet)
Rossella

Domenico ha detto...

Non posso che condividere. In alcuni momenti è davvero una benedizione: poi però ci sono pure questi momenti e va bene lo stesso. Ricordare per ripartire. Il discorso dei sassolini...

Cirano ha detto...

emozionante! Quando i maestri e i profeti mancano la nostra vita è più povera....tocca seguire le loro tracce, tu Domenico ci stai riuscendo!

Domenico ha detto...

Con i mezzi che ho, che purtroppo non sono molti. Ma tu sai meglio di me che non bisogna mai arrendersi. Grazie, Fabio