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mercoledì 16 ottobre 2013

Memoria e buon senso


Dieci italiani per ogni tedesco rimasto ucciso nell’attentato eseguito il 23 marzo 1944 dai Gap romani contro le truppe di occupazione in transito da via Rasella. Un ordine giunto direttamente dalla Germania, che rivedeva al ribasso l’iniziale proporzione suggerita da Hitler in persona: cinquanta a uno.
Bisogna tenere a mente questo, quando si guardano le fotografie di Erich Priebke anziano. Quindi accostare le immagini dell’ex capitano delle SS a quelle dei corpi ammassati nelle Fosse Ardeatine: 335 vittime (civili, militari, detenuti comuni e partigiani, ebrei) giustiziate con un colpo di pistola alla nuca. Infine collegare fatti e responsabilità, vittime e carnefici. I martiri dell’eccidio e la pietà umana, da un lato; Herbert Kappler, Kurt Malzer, Erich Priebke, Karl Hass e il questore Pietro Caruso, dall’altra. Né vale la giustificazione “eseguivo degli ordini”, se nei settant’anni successivi all’orribile massacro non ci sono mai stati una dichiarazione di condanna o un barlume di resipiscenza.
Nessun tentennamento, quindi, nella condanna storica e morale di quanto accaduto. Ma veniamo alla cronaca di ieri. Un funerale non funerale, una salma sballottata di qua e di là, gli scontri attorno al feretro. Questa la sintesi di una pagina non esaltante, per nessuno. Per il prefetto di Roma, per l’autore della fuga di notizie, per alcune teste vuote e rasate, per chi si è prodotto nello sport italico dello sputo al cadavere, disciplina che ha una tradizione antica e consolidata.
Per quanto mi riguarda, non è in discussione il sentimento di pietà verso i defunti, che vale per tutti. Anche per Priebke. Quello stesso Priebke che per molti anni si è peraltro mosso per le strade di Roma senza destare parecchia indignazione.
Però chi ha responsabilità nella gestione dell’ordine pubblico doveva prevedere che il funerale facilmente si sarebbe trasformato in un vergognoso raduno di naziskin e che sarebbe bastato un niente per fare scoccare la scintilla della violenza.
Sarebbe stato sufficiente un minimo di buon senso: niente di più, come ha fatto notare anche Massimo Gramellini su LaStampa.it. Ma il buonsenso, si sa, è merce rarissima. Eppure le cronache sono piene di funerali svolti all’alba, in gran segreto e in località sconosciute. Questo bisognava fare. Dare comunicazione della morte del criminale Priebke a esequie officiate: non offrirgli un’ulteriore, postuma e ignobile notorietà.

*Nella foto: “Fosse Ardeatine” (Renato Guttuso, 1950)

2 commenti:

Blackswan ha detto...

Hai espresso molto bene e con intelligenza le tue ragioni,caro Dome, ma per quanto mi riguarda con questa gente non dev'esserci nessun moto di pietas.Perchè a furia di porgere l'altra guancia continuiamo a far danni a questo paese e a rendere plausibile che una bestia immonda possa essere venerato come un'eroe da schiere di imbecilli.Priebke è un insulto alla giustizia, alla storia e alla civiltà, da vivo e da morto. Andava gettato in una latrina ed era fin troppo. Non è politically correct quello che ho scritto,ma francamente ho perso anche la voglia di essere tollerante con certa gente.
Perdona lo sfogo.

Domenico ha detto...

Sottoscrivo il politically uncorrect sul maiale nazista. Su questo non devono esserci cedimenti. Voglio dire però, che "ognuno fa il suo gioco", tanto per essere crudi, e che quindi bisognava fare tutto in segreto, senza dare ulteriori vetrine a queste bestie. Gli americani in queste cose sono maestri: di Bin Laden non si è vista traccia.