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sabato 30 novembre 2013

Calabria d'autore - Incontro con Fabio Cuzzola

La mia seconda partecipazione a uno degli appuntamenti della manifestazione ideata da Antonio Calabrò ha confermato l’impressione suscitata la settimana scorsa, quando era toccato a Katia Colica accomodarsi sul divano del salotto ricavato all’interno di una sala della stazione ferroviaria di Santa Caterina. Senza trionfalismi, qua si sta scrivendo una pagina culturale importante per Reggio Calabria, che potrebbe aprire strade nuove, tutte da esplorare, sul rapporto tra territorio e cultura, luoghi e forme di fruizione.
Non è mia intenzione fare una recensione dell’evento che ha visto protagonista Fabio Cuzzola (Lou Palanca 2), anche perché ha già provveduto ottimamente Letizia Cuzzola per il sito di informazione locale ZoomSud.
Cuzzola è la mia prima conoscenza fatta sul web circa quattro anni fa, anche se ci eravamo già sfiorati nella “vita reale”, in occasione di un’iniziativa culturale poi non andata in porto. Siamo “fratelli di blog” e mi conforta verificare che su molte cose condividiamo lo stesso sguardo. Da questo punto di vista, mi sono sentito a casa nell’ascoltare ieri canzoni che fanno parte anche della mia “costellazione musicale”. Così come, senza scomodare Popper o Sartori, sottoscrivo in toto le considerazioni sui contenuti e sulle dinamiche che governano la televisione.
Ciò che colpisce, leggendo o ascoltando Cuzzola, è l’impegno civile che impregna ogni sua parola. Una storia che viene da lontano, dallo scoutismo, e si riflette nella sua missione di docente attento alla lezione di don Milani (il libro-documentario Soli e insieme. Viaggio nel mondo della scuola andrebbe fatto leggere e vedere ai detrattori della scuola pubblica e agli arraffatori di stipendi statali imboscati in certe aule).
Una storia che vive nel presente nutrendosi di due ideali potentissimi: rivoluzione e pacifismo. Apparente contraddizione che si scioglie nell’unica sintesi possibile, la strada indicata da Gandhi e Capitini: quella della rivoluzione pacifica.
Sembra quasi di sentirgli ripetere “vigiliamo”, verbo al quale Cuzzola spesso ricorre sul suo blog “Terra è Libertà”, che ci dà la cifra di un intellettuale non certo confinato in biblioteche e archivi. E poi l’umiltà, quel suo ritrarsi per lasciare spazio a uomini e fatti che solo grazie a lui vengono tirati fuori dagli scantinati della storia. Siano i cinque anarchici del Sud, sui quali si è appuntata l’attenzione di Carlo Lucarelli e del suo “Blu Notte”, i testimoni della rivolta di Reggio, o Luigi Silipo. “Da questo momento queste storie sono vostre”, ci dice senza falsa modestia e facendo un passo indietro – che è un po’ il senso della scrittura collettiva e dello pseudonimo Lou Palanca – per lasciare il campo a quelle vite, a quei sogni infranti, a quel messaggio di speranza in un futuro migliore.

*Per chi fosse interessato, la mia recensione dell’anno scorso al libro di Lou Palanca, Blocco 52

giovedì 28 novembre 2013

Decadenza sì, ma senza ola

Non sono tra quelli che stanno facendo il trenino per la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore della Repubblica. E non perché il leader della rinata Forza Italia mi ispiri alcuna simpatia. In quasi quattro anni di blog, non ho mai perso occasione per manifestare la mia avversione politica, oltre che la condanna etica del berlusconismo, il virus che ha infestato la società italiana nell’ultimo ventennio.
Non esulto perché le macerie sono evidenti ovunque e occorreranno parecchio olio di gomito e pazienza infinita per ricostruire il tessuto morale di questo Paese.
Non esulto perché la contrapposizione tra tifoserie ci ha portato al lutto esibito da rappresentanti delle istituzioni privi di alcun pudore. Come se il Senato fosse stato chiamato a giudicare sulla colpevolezza o sull’innocenza di Berlusconi, un pregiudicato condannato in via definitiva, e non ad applicare una legge, la Monti-Severino, che gli stessi parlamentari forzisti avevano sollecitato e approvato. Feroce contrappasso per chi ha utilizzato il potere per sfornare leggi ad personam senza ritegno, certo. Ma tant’è: la legge, questa volta, è stata uguale per tutti.
Non esulto perché stamattina, da Londra, Mario mi ha inviato un articolo apparso su “Metro”, giornale che viene distribuito gratuitamente su metropolitana, tram e bus, dal titolo eloquente: “Nonostante l’espulsione dal Senato Silvio continua a lottare, senza vergogna”. Nel solco di ciò che prima delle elezioni del 2001 l’Economist sparò in copertina: “Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy”.
Non esulto perché in qualsiasi parte del mondo un Berlusconi sarebbe stato incandidabile sin dal 1994 e perché la sinistra non ha mai fatto nulla di concreto per risolvere il nodo del conflitto d’interessi, pur avendone avuta la possibilità già nel 1996. Anche se, in effetti, ci sarebbe finalmente da rallegrarsi, considerato che in questi due decenni Berlusconi, prima ancora che avversario politico, è stato il formidabile alibi di una sinistra spesso inconcludente, a volte complice (più o meno volontaria), di certo deludente.
Non esulto perché il mio pensiero va anche agli amici che hanno creduto sinceramente alla “rivoluzione liberale” promessa da Berlusconi nel 1994, a chi ha compromesso relazioni personali nell’assurda guerra tra il bene e il male che ci hanno fatto combattere, per poi ritrovarci, tutti, con le pezze al culo. Più poveri e più sfiduciati.
Non esulto perché ripenso alla profezia di Indro Montanelli: “Tutto finirà male, malissimo, nella vergogna e nella corruzione. E sarà stato inutile avere ragione”.
E quindi, rimbocchiamoci tutti le maniche e ripartiamo. Senza più giustificazioni, né capri espiatori. Da qui. Dal disastro di questi venti anni.

sabato 23 novembre 2013

Calabria d'autore - Incontro con Katia Colica

Il bello bisogna andare a cercarlo. Può così capitare di trovarlo in un posto impensabile come una stanza della stazione ferroviaria di Santa Caterina che i soci dell’associazione “Incontriamoci sempre” hanno trasformato in un piccolo gioiello.
Grazie alla felice intuizione di Antonio Calabrò, dall’8 novembre e fino al 20 dicembre ogni venerdì è un evento imperdibile, l’occasione per conoscere da vicino scrittori, giornalisti e artisti calabresi che onorano questa nostra regione.
Ieri è toccato a Katia Colica, scrittrice reggina che presta penna e sensibilità agli ultimi della terra, dando voce e dignità a chi, questa società, la dignità spesso non riconosce o calpesta.
Antonio Calabrò è a suo agio e scandisce con sapienza e leggerezza i ritmi dell’intervista: cambia registro di frequente, riuscendo così a tenere viva l’attenzione di un pubblico comunque concentratissimo. Si passa dai brani musicali alle citazioni cinematografiche, ai riferimenti letterari che Letizia Cuzzola utilizza come un passe-partout dell’anima. La formula è convincente, Katia Colica è gentile e generosa.
Novanta minuti volano in un soffio, aggrappati a “una scusa” da trovare ogni giorno “per restare” e continuare a lottare, tra i ricordi e le speranze di una confessione che ci ha fatto sorridere, riflettere, commuovere.

giovedì 21 novembre 2013

“Avremmo voluto fare come in Francia”: in ricordo di Pippo Fiore

Aveva una gran voglia di parlare, Pippo Fiore. A dispetto dei molti “guarda che è meglio se lasci perdere: da tempo ha tagliato ogni tipo di rapporto con tutti quelli che gli eravamo amici”. Inutile dire che l’avvertimento, invece di scoraggiarmi, esaltò il mio desiderio di conoscerlo per sottoporgli la mia richiesta. Stavo lavorando alla tesi di laurea Il ’68 a Messina, argomento sul quale ancora non esisteva uno studio specifico. L’idea, poi realizzata, era quella di intrecciare le testimonianze provenienti da fonti diverse e vagliarle per tentare una ricostruzione quanto più oggettiva, lontana dal mito e dalla nostalgia: i ciclostilati del “giornale dell’occupazione” e i documenti del movimento studentesco messinese, i resoconti della stampa locale, le interviste ai protagonisti, quelli che l’avevano fatto e quelli che l’avevano subito. Ciò che si sperava che fosse, ciò che era stato, ciò che era rimasto a distanza di trent’anni. Il bilancio di una generazione attraverso le risposte alle quaranta domande di un questionario che avevo preparato insieme al mio correlatore, Marcello Saija, anch’egli protagonista di quegli avvenimenti.
Tra i soggetti da intervistare, il comunista Pippo Fiore, all’epoca studente della Facoltà di Giurisprudenza e Scienze politiche, che proveniva – come tanti altri – dall’esperienza delle associazioni (Ugi, Agi, Intesa, Fuan) e degli organismi rappresentativi studenteschi pre-sessantotto: a Messina, il parlamentino dell’Orum, composto da 35 rappresentanti degli studenti. Sconfitto, solo e azzannato dal male che nel giro di un anno lo avrebbe messo al tappeto. “A fargli compagnia, è rimasta soltanto la bottiglia”, la chiosa finale, amara, anche un po’ cattiva, di chi mi suggeriva di non provarci nemmeno.
L’intervista non ci fu. Ci furono due settimane di incontri, tra giugno e luglio del 1997, necessari perché un intervento chirurgico alla lingua gli impediva di esprimersi bene e per più di 20-30 minuti. Già al primo appuntamento, davanti alla trattoria “La Capanna”, mi sommerse di osservazioni e suggerimenti sul percorso che avrei dovuto seguire per scrivere una buona tesi. Dopo le presentazioni, mi strappò letteralmente dalle mani il questionario e cominciò a leggerlo, mentre io gli camminavo a fianco. Finimmo con il percorrere per due volte il perimetro dell’isolato. Finì anche per beccarmi un “sei un figlio di puttana”, quando arrivò alla domanda su cosa significasse essere comunista mentre i carrarmati sovietici occupavano Praga: “è vero che il burocraticismo staliniano e brezneviano ebbe la meglio sulla spinta riformatrice di Dubcek, però non bisogna fare semplificazioni. Ci sono anche, ad esempio, la lotta e la lezione di Che Guevara. Il valore della libertà è l’elemento fondante dell’essere comunista. Altrimenti sei un’altra cosa”.
Con Pippo Fiore, il questionario non servì. Scendeva con un’andatura incerta e leggera da via Dei Vespri, attraversava l’incrocio di via Cesare Battisti ed entrava al “Bar Università”, dove l’attendevo, registratore, bloc-notes e penna sul tavolino. Era un fiume in piena, spaziava da considerazioni politiche, sociali e di costume sulla storia di Messina all’introspezione, per cui a me non restava che tentare di inserirmi con qualche domanda per indirizzarlo sulle questioni attinenti alla mia ricerca.
Come in un nastro, i fotogrammi di un’epoca. L’operazione Mussolini-monsignor Paino, dopo il 1908, che spinge l’Università a rinchiudersi nel proprio recinto culturale. La città succube di una borghesia qualunquista cui dà fastidio il jazz dei ragazzini del “Maurolico”. Il Cut (centro universitario teatrale) e le contrapposizioni ideologiche su Picasso e Dalì, “senza spesso sapere chi c…. fosse Picasso e chi c…. fosse Dalì!”. Il Sessantotto stesso come movimento piccolo-borghese, per il quale – in definitiva – valse la metafora dell’orologio contenuta nella commedia Addio giovinezza! di Nino Oxilia: la storia d’amore tra due studenti universitari a inizio Novecento, bruscamente interrotta quando il padre di lui manda al figlio appena laureato una “cipolla” da tasca che sottintende il richiamo a casa. A Messina e altrove il tentativo di disinnescare la contestazione con la cooptazione (“hai fatto il ’68, con tutte le tue idee… bene, ora puoi tornare a casa”), era riuscito. Quando invece sarebbe stato auspicabile un altro modello di riferimento culturale: lo studente universitario Luca Marano, protagonista del romanzo di Francesco Jovine Le terre del Sacramento, che paga con la vita la scelta di schierarsi al fianco dei contadini molisani in lotta contro il fascismo agrario.
Il grande dolore di Pippo Fiore, nonostante le molte soddisfazioni raccolte da sindacalista Cgil, credo sia stata l’Università: “sono stato per anni assistente universitario, poi mi hanno fatto fuori”. E l’amarezza impregnava l’invito che mi rivolse, affinché studiassi anche i percorsi professionali, in particolare accademici, di molti sessantottini, lasciando così intuire il perché del suo ritiro in sdegnosa solitudine.
Alla domanda “che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?”, risolta da Bertold Brecht nella poesia A chi esita con “non aspettarti nessuna risposta oltre la tua”, Pippo Fiore non ebbe tentennamento alcuno: “L’autocritica la farei su tutto. Ma alla mia età e con la cosa [il cancro] che ho addosso, fare autocritica sarebbe patetico. L’autocritica è di essere messinese. È stato che avevamo tutti i difetti e che non avevamo alcune cose; è stato che, in fondo, avremmo voluto fare come in Francia”.
Non riesco a non pensare a Pippo Fiore quando su Rai 3, a notte fonda, scorre la sigla di “Fuori Orario”. Anni fa mi è capitato di parlare di lui mentre Patty Smith realizzava il prodigio di Because the night. Altri rimpianti, nella notte che confonde i sogni.

giovedì 14 novembre 2013

Costituito a Sant’Eufemia il circolo Pd “Sandro Pertini”

Di recente (qui) ho anticipato, seppure non esplicitamente, un’ipotesi sulla quale stavo da tempo meditando. La cautela era dettata dall’esperienza del passato, dagli avvenimenti che per ben due volte (al tempo dei Ds prima e del Pd dopo) avevano portato alla mia repentina fuoruscita dal partito. Ho riflettuto su quelle vicende, sulla politica in generale, sui suoi valori calpestati dall’esercizio quotidiano del potere. Ho sempre condiviso le mie considerazioni sul mio blog, per cui tutto è scritto, nero su bianco; e scritto resterà. Non ritengo infatti che la decisione di impegnarmi nuovamente nel partito democratico contraddica le critiche durissime che ho negli ultimi due anni espresso e che tutt’ora reputo valide.
Perché, dunque, questa svolta? E perché proprio ora, nel momento in cui l’antipolitica sembra vincere a mani basse e i partiti tradizionali pagano lo scotto di una montante quanto comprensibile impopolarità? Per un paio di semplici motivi.
Perché credo nella validità dell’articolo 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”), nonostante l’importanza e l’indispensabilità dei movimenti e delle associazioni impegnate anch’esse sul piano concreto dell’azione politica. Anzi, è proprio a quelle esperienze (che ben conosco per una frequentazione ultraventennale) che bisogna rifarsi, per coinvolgere “la meglio gioventù” nella gigantesca opera di distruzione di un modus operandi che non ci soddisfa affatto. Con un gruppo di amici abbiamo deciso di aderire al partito democratico per trasformarlo radicalmente, perché esso non sia più ciò che è stato fino ad ora. Nel nostro piccolo, ovviamente. Non siamo così presuntuosi o sprovveduti da pensare che a Sant’Eufemia possa avere inizio una rivoluzione. Anche perché non è più tempo di rivoluzioni che si concludono con la conquista del Palazzo d’Inverno. La vera rivoluzione è lottare giorno per giorno per cambiare le cose nel luogo in cui viviamo, lavoriamo, studiamo, ci incazziamo, sorridiamo, sogniamo. Si realizza nell’esempio che si riesce a dare agli altri e nel contributo al miglioramento di quel posto, fedeli all’insegnamento della cofondatrice di Emergency, Teresa Sarti: “se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino, ci troveremmo in un mondo più bello senza neanche accorgercene”.
Stare fuori, guardare, indignarsi e imprecare non porta a niente. Soltanto all’irrilevanza. Mentre si finisce per lasciare campo libero a coloro che nella palude ci sguazzano da sempre. Tanto per fare un esempio: l’8 dicembre si terranno le primarie per eleggere il segretario nazionale. Ogni volta che il partito democratico ha utilizzato lo straordinario strumento delle primarie ne sono successe e se ne sono sentite di tutti i colori. Ora, può darsi che da qualche parte i signori delle tessere abbiano già predisposto la farsa e che in alcuni comuni accadrà che i votanti alle primarie siano superiori al numero di coloro che alle prossime elezioni voteranno Pd. È già successo, anche a Sant’Eufemia.
Noi sentiamo il dovere di testimoniare la possibilità di un’altra strada: forse non ci sarà un’affluenza di 300, 400 o 500 elettori. Ma chi verrà, l’avrà fatto consapevolmente. E se nessuno dei candidati dovesse prendere il 100% dei voti, per noi sarà un motivo di soddisfazione. I plebisciti sono propri delle dittature, o delle elezioni taroccate.
Bisogna cominciare a proporre modelli positivi dal basso, senza perdersi in sterili discussioni sui massimi sistemi. Il resto verrà da sé. In questa fase era importante ripartire. Proprio per non offrire il destro a possibili illazioni, si è deciso di rimandare il tesseramento vero e proprio alla prossima riapertura delle iscrizioni. In quella circostanza verrà inoltre rieletto il direttivo del circolo, del quale in via provvisoria sono segretario, con Giuseppe Gentiluomo vicesegretario e Enzo Fedele tesoriere.
L’elezione di Seby Romeo a segretario provinciale del Pd ci fa ben sperare sulla possibilità di trovare a Reggio Calabria una sponda credibile e un reale interesse per l’avvio di un nuovo, trasparente e partecipato percorso politico.
Abbiamo voluto dedicare il circolo a Sandro Pertini. Al socialista e all’antifascista, all’esule e al recluso politico, al partigiano e al combattente per la libertà, al primo presidente della Repubblica veramente popolare, non più semplice notaio e grigio custode delle regole del gioco. Per avere chiara la strada che si intende imboccare, occorre sapere da dove si proviene: le nostre radici e i valori che professiamo. Noi non crediamo al qualunquismo di chi sostiene che i politici “sono tutti uguali” e che niente distingue la destra dalla sinistra. Per noi, la lezione di Norberto Bobbio è ancora valida: inclusione, integrazione, riduzione dei fattori di diseguaglianza, uguaglianza delle opportunità. I governi delle larghe intese costituiscono un’eccezione, soluzioni d’emergenza che non sbiadiscono la nostra identità, fondata sull’antifascismo, sulla Resistenza e sulla Costituzione repubblicana. Da qui bisogna partire e dalla lezione di don Lorenzo Milani: “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.

lunedì 11 novembre 2013

Via Roma (u Carvariu)



Mi sono ritrovato nella casella di posta elettronica una email che mi ha molto gratificato. Mi ha scritto Cosimo Oliverio, un nostro concittadino (che non conosco personalmente) emigrato in Germania a quattordici anni, nel 1969. Poche righe per ringraziarmi e per dirmi che aspetta “sempre con ansia” qualche articolo su “Sant’Eufemia D’Aspromonte e dintorni”: “Quando leggo il suo blog mi sembra di essere di nuovo ragazzino e correre per le vie del paese vecchio. Abitavo a Via Roma e a via Telesio”.
Gli attestati di stima fanno sempre piacere, soprattutto quando sono inaspettati ed espressi con la semplicità di chi quasi chiede comprensione perché, “dopo 44 anni di emigrazione”, ha “dimenticato purtroppo la nostra bella lingua”. In questo caso, ciò che conta sono i sentimenti, non la perfezione stilistica delle frasi.
Complimenti del genere danno davvero un senso alle cose che scrivo. E quindi sono io a sentirmi in dovere di ringraziare il signor Oliverio e, con lui, tutti gli amici che vivono fuori Sant’Eufemia.
Riporto dal mio libro Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte (p. 136) un brano della voce “via Roma”, donandolo idealmente al signor Oliverio, che là ha trascorso la sua infanzia:

“Via Roma è anche conosciuta come “Il Calvario”, per via del monumento raffigurante la scena delle tre croci collocato quasi in cima alla ripidissima salita che dal Vecchio Abitato porta al Petto. Dalla relazione dell’ingegnere Gaetano Oliverio, autore nel 1846 del progetto originale su incarico dell’allora sindaco Paolo Capoferro, si apprende che un’opera simile, preesistente, era andata distrutta nel corso degli anni […]”.

Al numero uno della via, in alto, si trovava la residenza di Michele Fimmanò, uno degli amministratori più longevi e influenti della storia comunale. Ma altre famiglie eufemiesi importanti avevano in via Roma le proprie dimore, ridotte oggi a ruderi irriconoscibili. Come Palazzo Greco, in origine proprietà dei Capoferro che Rosaria portò in dote a Saverio Greco e che fu ereditato dal figlio Domenico, nato a Delianuova e podestà di Sant’Eufemia nella metà degli anni Trenta, prima di essere assassinato il 19 settembre 1936.
A questa strada, che collega il “Paese Vecchio” con il rione “Petto”, sorto dopo il terremoto del 1783, il poeta Domenico Cutrì (al quale è intitolata la biblioteca comunale) ha dedicato due poesie, la prima in lingua dialettale.

“Lu Carvariu” è contenuta nella raccolta Cascami (1965):

Quantu voti passandu di sta via
m’indinucchiai vicinu a stu carvariu
sgranandu cu la menti nu rusariu
’nsuffraggiu di la morta mamma mia.

E mentri ch’iu pregava cu fervuri,
ogni divotu chi di ccà passava
cu fidi na candila ci ddumava
sutta li pedi di nostru Signuri.

St’artari misu ’mmenzu a ddù paisi
d’ogni fidili canusci li peni,
pari ca dici: «vulitivi beni
senz’odiu, senza chianti, ma surrisi».

O vecchiaredda cu la testa janca
chi ’nchiani pe la strata purvirusa,
avvicinati, o matri dulurusa,
dammi la manu si ti senti stanca…

… e quandu simu ni lu crucivia
ogn’unu pigghia pe lu so’ caminu,
s’abbrazza lu so’ pallidu Destinu,
lu bagagghiu pisanti e… Cusì sia!


“Sulla strada del Calvario” è invece tratta da L’eterno sentire (1974):

Lasciatemi salire,
arrancare ancora una volta
per questa pietraia.

Lasciatemi baciare ancora
la croce arrugginita dell’icona.

Sarà l’ultima volta.

domenica 3 novembre 2013

Addio, Roberto

Caro Roberto,
avevamo capito tutto quando a maggio non ti vedemmo svoltare l’angolo della piazza per venirci incontro con la tua inseparabile sigaretta accesa. Avevamo saputo che non stavi bene, per cui quest’anno non ti era stato possibile trascorrere i tuoi “soliti” cinque mesi a Sant’Eufemia.
Ci piaceva la tua vita da pensionato: sette mesi a New York e cinque a Sant’Eufemia. La tua simpatia, il tuo affetto e la tua educazione: sentimenti antichi che ti rendevano giovane tra i giovani. E noi a cercarti, contendendoti ad altre comitive, per proporti qualcosa di interessante. Una gara per avere la tua presenza: “Roberto, stasera non prendere impegni: si va per un gelato”. Oppure, improvvisamente, tutti sulle macchine e via verso l’Aspromonte, per una spaghettata alle due di notte in una casetta di campagna, bibite e companatico vario racimolati nelle dispense delle nostre cucine.
Dei tanti momenti trascorsi insieme ricordo quella volta che Salvatore organizzò una serata per salutarti prima della tua partenza, un paio di anni fa: eravamo una ventina e alla fine saltò fuori una torta in tuo onore che ti fece commuovere.
Ora sei tu a farci commuovere, con la notizia di oggi, che ci ha spiazzato nonostante fosse attesa. Non ci abitueremo mai alla morte, al suo mistero e ai crateri che lascia nell’anima.
Voglio ricordarti così, a capotavola col bicchiere alzato.
Addio, amico mio.