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martedì 30 dicembre 2014

Il mio 2014

Non amo particolarmente i bilanci. Sanno di pannelli didattici di alcune mostre, che li leggi e cerchi di comprendere vicende e protagonisti, anche se è difficile riuscire a spiegare tutto in un paio di righe. Lo spazio a disposizione è limitato, la sintesi della didascalia dice e non dice, perché è risaputo che il diavolo si nasconde in dettagli impossibili da riportare in poche righe. Il punto di vista, poi, rimane sempre quello di chi scrive, anche se la storia è il “piatto di grano” e le mani ignote che l’hanno raccolto prima che diventasse immagine o parole cantate sbadatamente, senza prestare molta attenzione.
Fa bene chi specifica “bilancio personale”: per farne uno completo, “obiettivo”, occorrerebbe scomodare le centinaia di persone che hanno condiviso con noi gli attimi lenti e quelli veloci dell’anno appena concluso. Chiedere a loro della nostra vita. A loro che ci hanno visto vivere.
La realtà è fluida, difficilmente si lascia intrappolare in un giudizio che puoi tenere in tasca come il portachiavi da tirare fuori davanti al portone. Siamo talmente impegnati a viverla che a volte diventa dura riuscire anche a comprenderla.
Non si può tirare una riga verticale sulla pagina del 2014, mettere a sinistra le cose negative e a destra quelle positive, richiudere il foglio, riporlo nel cassetto degli anni andati e ripartire.
Quindi non farò un bilancio. Non proverò a mettere ogni cosa al suo posto, un gioco che non conosco perché so che domani potrei essere chiamato a rivedere tutto, a segnare di qua ciò che avevo collocato di là. Il presente è fatto di emozioni che nessuna tabella può contenere per sempre. Non esistono avvenimenti memorabili o da dimenticare; siamo esistiti noi in quel preciso istante, noi che già mentre leggiamo potremmo essere cambiati e provare emozioni nuove, diverse.
Esistono invece stati d’animo da difendere gelosamente, fatti di benessere interiore e coscienza a posto. Di qualche sorriso, anche. Ricevuto, donato. Di tante belle persone incontrate, con le quali è stato bello condividere parole e sentimenti, riconoscersi.
Credo in ciò che posso toccare con le mani e vedere con gli occhi. Credo nell’impegno quotidiano che pur non avendo riscontri immediati è acqua che disseta e sole che riscalda. Ognuno di noi ha impegni da onorare e responsabilità più o meno gravose. Individualmente, nelle famiglie e nella società. Il principio è giocarsi anche “l’ultimo frammento di cuore”, se si pensa che ne valga la pena. E pazienza se a volte ci si scontra con incomprensioni assurde. Pazienza se qualcuno vuole per forza scorgere nell’attività dell’altro chissà quale secondo fine; se confonde la lealtà per sudditanza; se pensa che la propria pur legittima ambizione personale possa passare come un rullo compressore sulla dignità altrui, senza innescare meccanismi istintivi di autodifesa.
È stato l’anno in cui come mai in passato sono stato a un passo dall’andare, ma dopo un paio di notti insonni ho deciso ancora una volta di restare, testardamente e convintamente.
È stato un anno che ho vissuto come ho potuto e come ho voluto, dando tutto ciò che avevo da dare. Senza rimpianti.
E quindi va bene così.

domenica 28 dicembre 2014

Il Natale di solidarietà dell'Agape

Siamo contenti perché quest’anno siamo riusciti a coinvolgere nuove energie, com’era già capitato nella colonia estiva. Sabato 20 abbiamo effettuato, a gruppi, una ventina di visite domiciliari ad anziani soli o ammalati: abbiamo parlato con loro, soprattutto abbiamo ascoltato (che è la cosa che più fa piacere a chi passa da solo gran parte della sua giornata), quindi abbiamo consegnato un pensierino natalizio, che nel pomeriggio abbiamo portato anche agli ospiti della Residenza Sanitaria per Anziani “A. Messina”.


Martedì 23 ci siamo stancati e divertiti (in ogni caso più divertiti che stancati) con la “tombolata di beneficenza”: un'iniziativa molto importante per noi perché di autofinanziamento per le attività dell'associazione. La sala del ristorante “Le Macine” era pienissima e quindi siamo molto soddisfatti. Grazie a chi c’è stato e grazie a chi non c’era ma è stato lo stesso con noi e con i ragazzi che ogni anno partecipano alla colonia estiva per disabili, per lo più realizzata proprio con il ricavato della tombolata.



Mercoledì 24 abbiamo infine diviso tra due famiglie in difficoltà del paese il carrello della spesa che i nostri generosi concittadini avevano riempito nei giorni precedenti presso il Market Verdeblu.


Vorremmo fare di più, ma sappiamo di avere fatto quello che andava fatto, con le risorse che abbiamo e con l'amore che sappiamo.
Grazie a tutti

mercoledì 24 dicembre 2014

Natale sarà

Fino a quando non ci metti piede dentro senti di essere ancora un uomo. Un uomo con la sua dignità di uomo dallo sguardo fiero e dritto. Acciaccato, ma uomo. Nonostante i colletti delle camicie graffiati dalla barba, i tacchi di gomma deformati sul bordo esterno, la tasca posteriore dei pantaloni bucata perché il portafogli si sistema sempre di traverso ed è una partita senza storia quella tra lo spigolo di finta pelle e l’angolo di stoffa nei pressi della cucitura.
Varchi quella soglia e sei un fallito. Per sempre.
Mi sono fatto forza e sono entrato. Di fretta, quasi col fiatone e con le parole che martellavano al centro del petto. Non è stato affatto semplice, no. Orgoglio, forse vergogna. Chissà che aspetto avevo mentre casualmente giravo intorno all’isolato. Avanti e indietro per un paio di giorni, aspettando che la città si distraesse. Che non badasse a me e al colletto della mia camicia spelacchiato. Con tutte le lucine che le facevano l’occhiolino, perché sembrava interessata soltanto alla mia andatura rassegnata, a questo sguardo che punta e non guarda?
Non la ricordo neanche la scritta dell’insegna. I colori, sì. Nero e giallo come la divisa del Borussia Dortmund, quelli del 3-1 alla Juve nella finale di Champions 1997. Sfondo nero e scritta gialla, a caratteri cubitali: COMPRO ORO. Sotto, qualcosa che si riferiva al pagamento: “in contanti”, “immediato”, o giù di lì.
- Nel periodo di Natale la quotazione dell’oro dovrebbe salire, è bene approfittare di quei giorni per concludere un buon affare.
Credo di averla ascoltata da qualche parte questa dritta, qualcuno deve avermela soffiata come rimedio da adottare in caso di emergenza. Che puntualmente è arrivata.
Non avevo altra scelta, con il piano di rateizzazione per il pagamento della bolletta appeso all’albero come una pallina. Va bene l’affitto scaduto da mesi e mesi, bontà del proprietario della mia abitazione, ma il taglio della corrente no. Inizierò a pagare alla fine di gennaio, quattro rate mensili. Nel frattempo arriverà il primo trimestre del prossimo anno, ma che importa. Non sono nella condizione di pensare a cosa potrà accadere da qui a quattro mesi. Non so neppure se sarò ancora vivo, tra quattro mesi.
Ricordo però il sorriso dell’uomo dell’oro. Uguale a quello del mio medico da bambino, quando tentava di farmi ingoiare l’antibiotico:
- È uno sciroppo buonissimo. Dolce. Non è vero che è amaro. Lo bevono tutti i bimbi che vogliono diventare imbattibili nella corsa.
Quel sorriso che non riesce affatto a nascondere il trucco. Che sa di fregatura lontano un miglio. Però non mi ha chiesto nemmeno la carta d’identità, una cortesia inconsueta che ho apprezzato. È stato come andare da una puttana senza essere riconosciuto da nessuno. Tutto sommato, va bene così.
La bilancia elettronica è stata feroce: 22 grammi. E sì che avevo rovesciato sul bancone i miei quarant’anni tradotti in oro. Battesimo, comunione, anniversari e altri eventi meritevoli di gioielli insignificanti che mai ho indossato. Non abbiamo idea di quanta vita possa contenere un sacchetto di carta per le caramelle. Pazienza se equivale a otto banconote da 50 euro e due da 20. Quel che conta è che Babbo Natale arriverà anche per i miei figli. Ci concederemo un pranzo diverso da quello striminzito che ogni tanto attendo tra un clochard e un indiano, in fila alla mensa della Caritas. Stapperemo anche lo spumante, se spumante può contenere una bottiglia prezzata 99 centesimi.
E sarà Natale anche per noi.

lunedì 15 dicembre 2014

Il resoconto della presentazione di Minita, a cura di Disoblio Edizioni


Il resoconto della presentazione del libro, a cura di Disoblio Edizioni.
(Per la casa originale, cliccare al seguente link: http://disoblioedizioni.blogspot.it/2014/12/santeufemia-daspromonte-presentato-il.html)

Si è svolta sabato 13 dicembre, presso la Sala Consiliare del Palazzo Municipale di Sant'Eufemia d'Aspromonte, la presentazione del libro “Minita” di Domenico Forgione (Disoblio Edizioni). Alla presentazione, moderata da Carmela Cutrì (Docente di Lettere presso il Liceo Scientifico “E. Fermi” di Sant'Eufemia d'Aspromonte), sono intervenuti: Carmelo Pirrotta (Assessore alla Cultura di Sant'Eufemia d'Aspromonte), Fabio Cuzzola/Lou Palanca (Scrittore), Salvatore Bellantone (Editore), Domenico Forgione (Autore del Libro).
Carmela Cutrì ha introdotto i lavori, ricalcando come Domenico Forgione sia uno scrittore multiforme che propone in maniera avvincente una serie di racconti dotati di grande sensibilità umana. Il suo stile narrativo ricorda molto Umberto Saba, perché mette in evidenza le figure al margine della società. Come lo definisce Antonio Calabrò nella sua prefazione, l'autore è un artista del sentimento e un artigiano della speranza.
Carmelo Pirrotta ha spiegato l'importanza della presentazione di Minita per la città di Sant'Eufemia d'Aspromonte perché con questo libro Domenico Forgione ci arricchisce tutti, evidenziando come non possa esserci crescita alcuna se non attraverso la cultura e la lettura. Il suo libro sottolinea come il cambiamento provienga da ognuno di noi, con la consapevolezza di trasmettere ai più giovani dei modelli di vita sana.
Fabio Cuzzola/Lou Palanca ha spiegato come il libro di Domenico Forgione metta in risalto un nuovo genere letterario proveniente dal mondo della blogosfera e poi diventato un libro vero e proprio. Come dice Deleuze, occorre parlare al mondo e del mondo dal microcosmo da cui si proviene, senza mai dimenticare il luogo da cui si parla. La forza di Domenico Forgione è proprio questo, l'approccio meticcio alla globalità e al linguaggio. Come Anteo, l'autore è un gigante ben radicato nella propria terra, anche da un punto di vista etico, soltanto che gli dèi lo guardano solo. Parla dei vinti, dei semplici, di coloro che sembra non facciano storia invece ne sono i tasselli essenziali. Minita è un libro di resistenza contro tutte le oppressioni e un libro di radicamento alla propria terra.
Salvatore Bellantone ha chiarito come Domenico Forgione sia uno scrittore poliedrico. Come un arcobaleno, dentro di sé ha tanti di quei colori che rendono bella la sua scrittura, capace di raccontare qualsiasi cosa. Minita narra una grande trasformazione, da una vita a un'altra, in direzione di una chiara visione delle cose, nella quale tutto sarebbe diverso se ognuno di noi facesse la sua piccola parte. Il libro propone un viaggio alla scoperta della propria vera identità, coincidente con l'urgenza di non essere più così come il sistema impone con le sue mode, ideali e reali, e con i suoi strumenti di controllo e di manipolazione. Tale ritrovamento consiste nel recupero della coscienza e dello sguardo sul mondo proveniente dalla realtà in cui si è cresciuti, senza le macchie della società dei consumi, della fretta e del capitalismo. Minita è un libro di resistenza, di ribellione a tutti gli schemi manipolanti imposti dall'alto e a tutti i costumi degenerati della nostra società. Impone la fermata del tempo del potere e dell'economia, e l'accesso a un diverso tempo nel quale c'è ancora la propria unicità.
Domenico Forgione ha chiarito come Minita sia il libro più sofferto che ha scritto, perché parla di lui senza veli. Molti degli scritti presenti nel libro provengono dal blog “Messaggi nella bottiglia”, e contiene svariati racconti: giornalistici, di storia grande e piccole storie, di personaggi locali. Il libro racconta il mio ritorno a quello che ero. È un mix di cultura alta e bassa, di ironia e dramma. Ho voluto trattare dei sentimenti umani, lasciando al lettore la libertà di farsi un'idea e di ricercare le proprie citazioni che riempiono il proprio mondo. Come direbbe De André, “in ognuno brilla una goccia di splendore”. Occorre abituarsi a vedere le cose e le persone nella loro giusta dimensione ma ciò è possibile cominciando a fare qualcosa per gli altri ogni giorno. È questa la rivoluzione di cui necessitiamo, tornare al buon senso e alla responsabilità.
Accesa infine la lanterna della Disoblio, Sant'Eufemia d'Aspromonte è stata irradiata dalla luce della conoscenza, un bagliore nella notte portatore di una diversa visione delle cose, incentrata nella convivenza e nella condivisione.

mercoledì 10 dicembre 2014

giovedì 4 dicembre 2014

Minita in libreria

Minita è stato il primo post che ho pubblicato sul blog, più di quattro anni fa. Oggi è diventato il titolo di un libro.

 
“Nei momenti di difficoltà ho sempre avuto l’abitudine – quasi un riflesso – di ascoltare canzoni che so a memoria e di scrivere. È stato per me naturale provare a riempire la sensazione di vuoto allo stomaco continuando a “tenermi impegnato” con quello che avevo sempre fatto: un po’ per pigrizia, un po’ perché Massimo Troisi aveva ragione ad obiettare che non se la sentiva di ricominciare da zero, sentendo in cuor suo che due o tre cose discrete nella vita le aveva comunque fatte. E anche se così non fosse, dedicarsi a ciò che procura serenità indubbiamente rappresenta per lo spirito un efficace ricostituente”.
[Dalla premessa]

“Il libro scorre veloce: l’ironia garbata, a volte pungente, invita al sorriso. La malinconia a tratti lacera, ma diventa piacevole nella speranza di un ricordo. Ricordando spera, e sperando ama; cesella distanze che sembrano infinite, unisce due rette con uno scherzo ben riuscito, colora ogni spazio bianco e diluisce quelli neri con una scolorina lirica frutto del suo ingegno. Non appiattisce, anzi rimarca le differenze: si limita a svelare i trucchi disneyani di un mondo voluto a forza manicheo; suggella le enormi differenze tra gli uomini, tra tutti gli uomini, intingendo direttamente la penna nel suo cuore messo a nudo: non ci sono buoni e cattivi, ci sono fatti, circostanze, e persone che si trovano nella mischia, a volte senza neanche uno scudo per difendersi. La realtà è così complessa che vale la pena di essere vissuta, canticchiando Because The Night e gustando U Mangiari i San Giuseppi”.
[Dalla prefazione di Antonio Calabrò]

“E allora vedremo la bellezza di ieri, i personaggi semplici di paese, i maestri di scuola e i genitori di una volta, gli insegnanti di vita, le amicizie, i giochi, la centralità dello studio e della formazione politica; le comunità preoccupate per il destino dell’altro, gente affamata e povera, racconti di guerra, di emigrazione, di morte sul lavoro, personaggi illustri, mastri e tipi divertenti; e anche esempi di solidarietà, di condivisione, di amicizia nella disabilità, storie di bufale, leggende ed episodi fatali. […] Diventando Minita, Domenico Forgione non scappa via dalla nostra terra “perché sa dove andare”. Il suo compito è raccontare “i colori da dietro”, da altri punti di vista; è dire alla gente che “basterebbe cambiare prospettiva, spostarsi di sedia e occupare il posto dell’interlocutore di fronte a noi, indossare i suoi abiti, intuire le sue emozioni, le sue aspettative, le sue ansie”; è indicarle la necessità di imparare a convivere con la ragione dell’altro”.
[Dalla postfazione di Salvatore Bellantone]

mercoledì 26 novembre 2014

Chi non vota e chi fa l’alba al seggio

Un paio di considerazioni – mi auguro – non banali sul dato della diserzione dalle urne, costantemente in crescita e confermato anche in questa tornata elettorale.
Votare nella sola giornata di domenica non aiuta. Ragioni di spending review, si motiva. Ma a forza di tagliare anche la possibilità di esercitare i propri diritti, alla fine resterà ben poco.
Disaffezione degli elettori, sempre più delusi dalla politica, ormai rassegnati al declino che comunque fa il suo corso, nonostante i politici. O forse proprio per causa loro. Può darsi.
Rabbia generalizzata contro tutto ciò che “puzza” di casta, privilegi, furberie, arricchimento personale a discapito del bene comune. Gli esempi non mancano. Se possibilità di salvezza può esistere, si conclude, è fatica sprecata cercarla in soggetti che si scannano per una poltrona. I canali da attivare sono altri, fuori dalla politica, nella strada e nell’impegno quotidiano per un mondo migliore.
Non è semplice contestare questo genere di considerazioni. Aggiungerei anche un altro elemento, non trascurabile: il disastro del Movimento Cinque Stelle, la formazione di Grillo e Casaleggio che era riuscita a intercettare lo scontento verso la classe politica dandogli “dignità” istituzionale, in forme spesso rozze e populiste, ma che ha finito per gettare nel cassonetto dei rifiuti il biglietto vincente della lotteria rivelandosi, in definitiva, forza politica inconcludente, velleitaria, autoreferenziale.
A mio avviso sono due i fattori che concorrono al dato spaventoso e preoccupante (checché ne pensi Renzi) dell’astensionismo: lo sbandamento dei partiti di destra e il fallimento del Movimento Cinque Stelle. Insomma, la “colpa” è di chi non va a votare, non di chi si reca alle urne. Ecco perché non è corretto sminuire la vittoria del centrosinistra. Chi vuole vincere deve essere in grado di avanzare una proposta politica credibile, cosa che evidentemente il centrodestra non è al momento capace di fare, intrappolato sotto le macerie del post-berlusconismo in Italia e del post-scopellitismo in Calabria, e pertanto propenso alla diserzione o al tentativo trasformistico e opportunistico di saltare sul carro del vincitore.
A maggior ragione sarebbe auspicabile il recupero dell’umiltà della militanza politica. Quella che dava, non chiedeva e neanche si aspettava. Si militava per un ideale, perché ognuno si sentiva il granello di sabbia che avrebbe inceppato la macchina del potere. I partiti sono indispensabili cinghie di trasmissione tra la società e i luoghi decisionali, strumenti di mediazione e composizione degli interessi collettivi dai quali non si può prescindere se non si vuole tornare al conflitto permanente dello stato di natura hobbesiano.
Sono stato al seggio dalle 6.45 di domenica all’alba di lunedì e conserverò l’immagine di due ottuagenari come monito da tirare fuori quando lo sconforto cercherà di prevalere sull’etica dell’impegno. Il primo fotogramma contiene un’esile figura appoggiata per tutta la durata dello spoglio alla transenna che separava il pubblico dal seggio, da dove mi lanciava occhiate di complicità ogni volta che dall’urna veniva estratta una preferenza per il nostro candidato. Il secondo, il passo lentissimo e sofferto di un compagno storico che ha impiegato 45 minuti per scendere dalla macchina, percorrere con l’aiuto di una stampella il lungo corridoio che portava al seggio, votare e fare il tragitto di ritorno.
Anche per loro occorre andare a votare, sempre. Perché c’è stata una notte buia in cui i nostri nonni non hanno potuto godere di questo e di molti altri diritti.

mercoledì 12 novembre 2014

Il gobbo della Matrice

Conviveteci voi, se ne siete capaci, con una gobba che vi deforma il corpo e lo spirito. Con il disprezzo della gente, ché jimbu e zoppia non possono non avere a che fare con i peccati di qualche impresentabile antenato e, quindi, ben vi sta. Non ascoltate Ezechiele. Geremia avverte che le colpe dei padri ricadono sui figli, perché qualcuno deve pur pagare: nessuno pensi di riuscire a farla franca. Ve lo fa credere anche il prete, lo so, sfogliando la margherita del librone che sistemo già aperto alla pagina che ascoltate in un silenzio gelido. Voi non sapete leggere, io sì. A fatica, ma quel tanto che mi basta per capire che le parole vanno interpretate e che chi le interpreta è l’unico vero Dio.
Don Saverio mi prese con sé, per rispetto del sangiovanni che aveva con mio nonno: un modo per dare a uno sgorbio un ruolo nella società affidandogli il compito di accendere e spegnere le candele, togliere la cera bruciata, annunciare con lo sguardo l’inizio della messa. Insomma, ho imparato a cantilenare brani arcani proprio grazie a questo panetto da mezzo chilo che mi ritrovo piantato sulla scapola, a incurvarla. Altrimenti sarei rimasto un cafone come voi, schiavo di gnuri che a stento vi riconoscono il diritto di mangiare, quando arriva il momento di spartire con loro il raccolto di ciò che voi avete seminato. Che fra voi e il mulo con cui condividete sforzo e fame e freddo non fanno differenza. Che si scopano le vostre mogli e le vostre figlie perché qua, in questo inizio di Novecento, è ancora e sempre tutta roba loro.
Quando faccio tintinnare il campanello e vi lasciate cadere sulle ginocchia, a questo pensate, alla pena che certamente state scontando sulla terra, che vi varrà – sperate – una carezza sul prezzo finale: perdona, Signore, i miei peccati e quelli dei miei cari. Lo leggo sulle vostre labbra tremanti per gli spifferi e per la paura dell’inferno che potrebbe toccarvi in sorte.
La vostra ripugnanza è il carburante della mia abiezione. La vomito sui ragazzi che si prendono gioco di me, quando riesco ad acciuffarne qualcuno e lo rimando dai genitori pestato per bene. Come il chierichetto cui dovettero staccare la tavoletta chiodata che rabbiosamente gli avevo conficcato nella coscia mentre cercava di tuffarsi fuori dalla sagrestia.
A risalire controcorrente il sangue del mio sangue, dicevo, bisogna perciò imbattersi per forza in un nonno assassino o in una zia puttana. Un ubriacone che per un bicchiere di vino negato al tocco avrà chiamato fuori dalla cantina il cornuto che ha osato tanto, per poi lasciarlo dentro la conetta della strada, riverso sulle sue stesse luride viscere. Una zitellona indifferente al sudore stantio di corpi sfatti dalla fatica e dall’alcol, perché il denaro non fete se la pancia reclama un boccone. La ragione di una punizione divina così appariscente va ricercata in altre vite, mi pare ovvio.
Eppure sono salvo, mentre tutto intorno a me continua a crollare. Il flagello di questo finale d’anno è per voi che avreste banchettato con il poco che custodite nelle credenze di povere baracche, cicatrice ancora fresca di un’altra recente punizione divina. Perché la mia pena è dietro alle mie spalle, non davanti ai miei occhi. Non avrei certo festeggiato, io. Non ne ho motivo. Avrei invece agognato il mattino, per incontrare volti da scrutare e non salutare.
Ne sto incrociando molti, stamattina. Stravolti, impolverati, incrostati di sangue rappreso. Mi aggiro tra le rovine e le vittime che – dicono – sono più di cinquecento, forse mille. Non provo pietà per il dolore e per le lacrime che rendono vive queste strade morte. Come se l’orrore di questo 28 dicembre 1908 fosse la mia rivincita, una vittoria finalmente: la bruttezza ci salverà.
La bruttezza ti salverà. Non tanto il grido d’aiuto che solo io ho raccolto – di certo non possono ascoltarlo le vite che saranno e che attendono le tue mani per affacciarsi al mondo – e che ha portato il mio passo claudicante davanti al cumulo di macerie che ti sta seppellendo viva. Ti tirerò fuori solo se accetterai di sposarmi.
Tocca a te decidere.

domenica 2 novembre 2014

La giustificazione

Ieri mi è stato fatto notare che da un po’ di tempo aggiorno il blog con minore frequenza. Poiché ci tengo alla reputazione di questo mio alter ego, non mi rimane che prendere metaforicamente in mano carta e penna e provare a giustificare la mia “latitanza”. In effetti, sì: è un periodo di bonaccia. Capita, anche perché il 2014 sembra una gara di fondo e forse ho bisogno di recuperare le energie necessarie per affrontare al meglio lo sprint finale. Mi servirà perché sarebbe davvero un peccato restare senza benzina in corpo sul più bello.
Ma non è solo questo. Direbbe Paolo Conte che “è tutto un complesso di cose”. Ad esempio l’impegno con il Partito Democratico, del quale mi onoro di essere segretario cittadino in una situazione locale oggi “difficile”. Perché c’è la maledetta abitudine di trasportare sul piano personale vicende che sono politiche, complicando situazioni che sono molto più semplici di ciò che si vuole strumentalmente far credere. Ad ogni modo, il 23 novembre diremo la nostra, con la consapevolezza di chi sa di dover lottare contro un assessore regionale uscente, un’intera amministrazione comunale e un ex sindaco. Qualche amarezza personale ha ovviamente lasciato strascichi e provocato contraccolpi che probabilmente hanno influito sulla prolificità del blog. Ecco, di questo mi dispiace. Per il blog, ovviamente. Il resto va come deve andare: ho le spalle abbastanza larghe e conosco il mondo con i suoi volubili protagonisti.
C’è poi la riflessione sul destino dei blog in generale. Da anni si dibatte infatti sulla loro “crisi”, provocata dall’irruzione dei social network nel mondo della comunicazione. Qualche sera fa ne discutevo – in un’atmosfera quasi goliardica attorno a un’ottima bottiglia di rosso – con Salvatore Bellantone e Fabio Cuzzola. Non sarebbe male riuscire ad organizzare un evento e coinvolgere altri blogger sul tema del futuro della comunicazione online (portando anche il vino, perché no): tra i primi che mi vengono in mente, Mara Rechichi, Tiziana Calabrò, Pasqualino Placanica e Antonio Calabrò, con i quali ci “seguiamo” a vicenda. Insomma, se ci siete, battete un colpo.
A completamento delle considerazioni sulla ragione della parsimonia dei miei interventi – e rovesciando altresì il celebre adagio in cauda venenum – c’è anche da dire che da qualche mese le mie energie sono assorbite dal lavoro di lima su alcune pagine che a breve saranno stampate. Ci siamo quasi.
Ecco, l’ho detto.      

martedì 14 ottobre 2014

Muti, Cilea e un po’ di Sant’Eufemia sconosciuta


La visione delle immagini relative alla visita di Riccardo Muti al mausoleo di Francesco Cilea, a Palmi, ha riportato alla mia mente una curiosità storica della quale forse non tutti sono a conoscenza. L’autore di Adriana Lecouvreur nacque infatti a Palmi il 23 luglio 1866, figlio dell’avvocato Giuseppe e di donna Felicia Grillo. Nelle sue vene scorreva però una parte di sangue eufemiese: quello della nonna Rachele Parisi, figlia di Francesco e Marianna Capoferro, la quale a 23 anni, il 2 giugno 1822, aveva sposato il ventottenne Francesco Cilea, medico originario di Pentidattilo. L’atto di matrimonio, redatto dall’allora sindaco di Sant’Eufemia Antonino Luppino, è conservato nel “Registro dei matrimoni” (anno 1822), presso l’Ufficio Anagrafe e Stato civile.
Un altro filo rosso che lega Cilea alle pendici dell’Aspromonte ci porta invece dritti a Nino Zucco: pittore, scrittore e scultore originario di Sant’Eufemia sulla cui opera l’8 aprile 2013 l’amministrazione comunale ha organizzato un convegno, grazie all’input arrivato da una serie di articoli e interventi che su questo blog avevano denunciato l’oblio ingiustamente calato su uno degli eufemiesi più illustri del Novecento.
Zucco fu infatti spesso ospite della casa del compositore palmese, sia a Roma che a Varazze, in provincia di Savona, dove Cilea trascorse gli ultimi anni di vita. È opera di Zucco il celebre quadro che ritrae il Maestro seduto al pianoforte. Così come il disegno a carboncino che ne riproduce il volto sofferente, a pochi giorni dalla morte.

Fu proprio grazie all’opera di convincimento di Zucco che la moglie di Cilea, inizialmente contraria, acconsentì di rilevare il calco del viso del marito per realizzarne la maschera funeraria.


A trent’anni dalla morte (1981), Zucco diede alle stampe il ricordo e il carteggio attestanti il rapporto “di profonda devozione da parte mia e di benevolenza e affettuosa amicizia da parte del maestro per me che durò fino alla sua morte” (Francesco Cilea. Ricordi e confidenze, Barbaro editore). Un’amicizia iniziata negli anni Quaranta, quando Cilea volle conoscere personalmente l’autore dell’articolo a lui dedicato dal quotidiano newyorkese in lingua italiana “Il Progresso Italo-Americano” del potentissimo Generoso Pope, sul quale a lungo scrisse anche il giornalista e critico musicale Nino Fedele, un altro illustre eufemiese che meriterebbe di essere riscoperto.

sabato 11 ottobre 2014

Forza Eufemiese


I campionati di calcio giovanili e le categorie dilettantistiche sono come il militare: periodi “mitici” che si finisce per ricordare negli anni, magari davanti a una bottiglia di vino o a una birra ghiacciata, tra vecchi eroi del tempo andato. Ancora oggi a quelli della mia generazione capita di ricordare la “lotta” tra ragazzini di 13-14 anni, in occasione delle trasferte, per salire su una Fiat 131 blu sulla quale una volta ci stringemmo in nove (più i borsoni). La nostra automobile preferita. Merito del simpatico autista che aveva sempre aneddoti curiosi da raccontare e che, puntualmente, all’altezza dell’uscita di Gioia Tauro, faceva scendere uno o due passeggeri: insomma, quelli che eravamo in soprannumero. Dall’autostrada ci arrampicavamo sul cavalcavia, lui superava in tranquillità l’eventuale posto di blocco della polizia, quindi ci riprendeva a bordo. Perfezione geometrica. La Fiat 126 bianca di Peppe Napoli, che chissà quanti chilometri ha macinato in giro per la provincia, e poi altri bolidi: la Fiat 127 rossa sulla quale al ritorno da Bagnara una volta consumammo un’intera cassetta di fragole; il “maggiolino” della Volkswagen con optional “vista sull’asfalto”, grazie a un buco nella carrozzeria coperto dal tappetino; la Citroen due cavalli, che in teoria non avrebbe mai dovuto cappottarsi: impresa realizzata dal suo proprietario, per fortuna non con noi a bordo.
Amicizie nate nello spogliatoio e intatte decenni dopo, grazie a una passione che andrebbe sempre trasformata in occasione di crescita sociale e umana, collettiva e individuale. Altrimenti non ha senso. Non so se provare tenerezza o sorridere per quelli che si creano chissà quali aspettative. Bisognerebbe invece capire che uno su trecentomila ce la fa e che la finalità di una squadra di calcio dilettantistica non è quella di creare campioni. Anche se qualcuno bravo ogni tanto salta fuori e riesce anche ad avere anche una discreta carriera. Anche se alla fine a nessuno piace perdere. No, il calcio a questi livelli e in queste realtà – come qualsiasi altra attività sportiva – è qualcosa di molto importante proprio perché va al di là della prestazione e del risultato. Vincere o perdere non è tanto questione di un gol in più o in meno. Vincere o perdere è riuscire ad essere fattore di aggregazione, trasmettere valori positivi a ragazzi che domani diventeranno adulti. Condivisione, rispetto, responsabilità e sacrificio: talenti che vanno oltre la pratica sportiva, elementi fondamentali del percorso di maturazione che ogni ragazzo vive.
Lo so che sono di parte, perché è mio amico e perché per molti anni su quella Fiat 126 bianca ci sono salito ogni settimana, per andare a volte in posti impossibili nei quali non sono mai più ritornato: Cataforio, ad esempio.
Dirigenza, allenatori e giocatori passano, ma lui c’è sempre: da almeno 35 anni dici Eufemiese (ora A.C. Sant’Eufemia) e inevitabilmente pensi a Peppe Napoli. Una passione che non ha mai flessioni, nonostante le difficoltà di un impegno gravoso anche sotto l’aspetto organizzativo. Domani inizia il campionato di Seconda categoria, che avrà tra le protagoniste l’Eufemiese (io la chiamerò sempre così): un grosso in bocca al lupo a Peppe Napoli, a mister Franco De Luca, ai collaboratori e ai ragazzi. Forza Eufemiese!

mercoledì 1 ottobre 2014

Perché voto Oliverio

Al termine di una telenovela estenuante e a dire il vero anche stucchevole, finalmente domenica 5 ottobre si terranno le primarie per scegliere il candidato del centrosinistra alla presidenza della giunta della Regione Calabria. Non era scontato che finisse così: chiunque segua con un minimo di attenzione le vicende politiche del partito democratico calabrese ha potuto verificare gli innumerevoli tentativi messi in campo più o meno strumentalmente per impedire il rispetto dello statuto del partito, che all’articolo 18 prevede lo svolgimento delle primarie per le cariche monocratiche istituzionali. Mesi a gettare sul tavolo il papa nero, quello bianco e l’altro arancione; chilometri su chilometri macinati tra via delle Nazioni a Lamezia e via del Nazareno a Roma, per trovare una quadra che semplicemente non c’era, come poi s’è visto. Non si è capito molto, purtroppo scontiamo un atavico deficit di chiarezza, ma tra quel poco c’è di sicuro l’ostilità pervicace di alcune frange del partito (segretario regionale in testa) nei confronti della legittima aspirazione del presidente della provincia di Cosenza Mario Oliverio, in campo già dalla primavera scorsa e con le carte abbondantemente in regola: ben 153, su 300, sono stati infatti i delegati regionali firmatari della sua candidatura.
Tra i candidati in lizza, considero Oliverio il più idoneo a guidare una regione complessa come la Calabria, principalmente perché dotato di un cursus honorum adeguato e del riconoscimento della bontà del suo impegno nelle istituzioni, come certifica l’apprezzamento unanime del lavoro svolto, da ultimo, a capo della Provincia di Cosenza. Esperienza che servirà molto più degli slogan, considerato che – finito il tempo della propaganda – poi bisognerà amministrare. Oliverio ha dimostrato di sapere governare: a questo si deve guardare quando si andrà a votare, non certo alla carta d’identità che di per sé può anche non significare niente. Il cambiamento vero va perseguito sul campo, nella guida di un ente che fa acqua da tutte le parti e che ha l’assoluta necessità di recuperare in credibilità. Altrimenti il cambiamento rischia di rivelarsi una bandiera sventolata in campagna elettorale e subito dopo riposta nel cassetto dei buoni propositi. La ragione per cui scelgo Oliverio, in definitiva, risiede nella sua affidabilità amministrativa.
Di Gianluca Callipo non mi convince la trita riproposizione dell’armamentario propagandistico renziano, lo scimmiottamento su scala locale del modus operandi del presidente del consiglio, il generico e ostentato richiamo al “cambiamento”. Indispensabile come l’aria, certo. Ma a partire dal rapporto con gli elettori, se non si vuole che rimanga parola vuota. Cambiamento significa, ad esempio, mettere chiarezza su “chi sta con chi” e porre fine ad atteggiamenti ambigui. Il trasversalismo della campagna per le primarie di Callipo, da questo punto di vista, è davvero imbarazzante. E prima o poi occorrerà aprire una discussione sull’opportunità di primarie condizionate dal voto di non iscritti ai partiti del centrosinistra. Personalmente, non mi rassegno all’idea che le “nostre” primarie possano essere inquinate dal voto di settori del centrodestra, oggi disorientati dal fallimento di quello schieramento e alla ricerca disperata di una nuova verginità politica. Transumanze dettate dall’opportunismo e che niente hanno a che fare con le ragioni ideali della politica. Votare Oliverio vuol dire anche sbarrare la strada al trasformismo dei gruppi di potere cresciuti a pane e inciuci.

* A Sant’Eufemia d’Aspromonte il seggio sarà allestito all’interno del Palazzo municipale, domenica 5 ottobre dalle 8:00 alle 21:00.

giovedì 18 settembre 2014

Anime nere

“Che ci fanno queste anime/ davanti alla chiesa/ questa gente divisa/ questa storia sospesa”: “macchie di lutto” per Fabrizio De André e Ivano Fossati in Disamistade. “Anime nere”, nel libro di Gioacchino Criaco dal quale Francesco Munzi ha tratto un film potente, spiazzante per chi temeva la semplificazione del ricorso alle categorie del bene e del male. Come se la questione fosse solo identificare il male senza riuscire a raccontarlo. Non per tentare di spiegarlo, magari ricorrendo a giustificazioni storiche o sociologiche, con il rischio di offrire – anche soltanto involontariamente – un assist all’alimentazione del suo fascino perverso. Bensì per gridare: questo siamo, questo esiste. Nonostante noi, vittime e carnefici; nonostante voi, che ci impiegate un attimo a capire tutto rifugiandovi in comodissimi stereotipi. Con tutta l’umanità possibile, senza retorica e cercando di proteggere quel che resta dell’uomo risucchiato dal gorgo della violenza, condannato a un destino quasi ineluttabile. Fatto di sangue che chiama sangue. Ma forse ancora capace, se non di redimersi, di ribellarsi ai codici della morte pur provocando ancora morte, superbo e drammatico paradosso che rimanda ai temi universali della tragedia greca.
Anime nere è una fotografia, racconta uno spaccato della realtà calabrese per come essa è, senza la presunzione di insegnare nulla: “non è mio compito lanciare messaggi”, ha precisato Munzi nel dibattito seguito alla prima del “Lumiere” di Reggio Calabria. Come d’altronde aveva già fatto Criaco nelle pagine del romanzo, epopea criminale che innalza a tragedia universale il dramma familiare di una famiglia di pastori diventata nel giro di una generazione protagonista mondiale del traffico internazionale della droga e del riciclaggio di denaro sporco. Ascesa inarrestabile, comune a molte famiglie di ’ndrangheta, che non può che concludersi dietro le sbarre o sottoterra. Subito dopo i titolo di coda, la commozione di Criaco è diventata così l’emozione degli spettatori, un tutt’uno con il “collettivo urlo liberatorio” richiamato nel suo intervento dallo scrittore per definire l’esito della pellicola.
Lutto dopo lutto, le contraddizioni delle “anime nere” si sciolgono nel sangue di un finale sorprendente, che realizza sul piano della realtà il falò con cui Luciano (uno straordinario Fabrizio Ferracane) brucia metaforicamente il passato, il presente e il futuro della propria famiglia. Per i figli dei pastori diventati criminali non c’è salvezza. Non per Luciano, che era rimasto quando probabilmente avrebbe fatto meglio ad andare. Né per Luigi (Marco Leonardi), che passa indifferentemente dal night di mille euro a notte allo scuoiamento di un capretto gonfiato soffiando dentro una penna Bic. Tantomeno per Rocco (Peppino Mazzotta), che non sa resistere al richiamo del sangue e incarna l’immortalità di “regole” arcaiche tramandate nel dialetto africoto dei dialoghi sottotitolati in lingua italiana, respirate insieme alla stessa aria dei paesaggi dolorosamente stupendi dell’Aspromonte, trasformati da Munzi in set cinematografico.

lunedì 8 settembre 2014

La promessa

Pizzico queste sei corde, il loro suono accompagna la nenia senza tempo che mi sussurravi da bambino per farmi addormentare. Anche i mostri che il lume a petrolio proiettava sulla parete trovavano finalmente riposo, una pace che negli anni non ho più vissuto. Una tregua che vorrei siglare ancora, irricevibile a quanto pare.
Non lo so se riesci ad ascoltarmi, ma io sono qua. Per quanto possa esserti di conforto, proprio davanti a te. Forse è più utile a me, ma non importa. Importa il silenzio rotto dal canto di questa storia che sa di muffa e cimici. Storia non memorabile, ma mia: ciò che ero; ciò che sono.
Ti osservo con la devozione di un fedele inginocchiato ai piedi della statua muta. Ti guardo e attendo parole che so non arriveranno mai. Che mai potranno arrivare. Mi accontento del soffio che a fatica esce dal tuo petto e che sorreggo fino a farlo adagiare sopra le lenzuola candide. Lentamente, quasi accompagnandolo dal palmo delle due mani ai fiorellini ricamati sul lino. Come in una deposizione già vista. Devo accontentarmi di questo perché altro di te non mi rimane. Né molto di me, che ho rinunciato a tutto pur di tenere fede al nostro patto:
- Anche se non tu dovessi più essere capace di badare a te stessa, non ti porterò in ospizio. Stai tranquilla, mamma: te lo prometto.
Ti avevo appena raccontato del pranzo di Natale con gli ospiti della casa di riposo. Mi aspettavo pochi anziani, immaginandone la gran parte al tepore delle famiglie, arbitri delle rumorose corse ingaggiate dai nipotini per presentare i regali della mezzanotte:
- Guarda cosa mi ha portato Babbo Natale!
Invece erano tutti presenti, gruppo marmoreo dell’aridità e di una salvezza che stentiamo a riconoscere. Solitudini rassegnate, aspre, ignare. Lontane dallo squillo di voce che nel pomeriggio anticipava l’indicazione dei numeri sul tabellone. Lontane dal nostro dovere di umanità. Altrove.
Un Natale che ricorderò per sempre. Come quello dei miei otto anni, una tavola spoglia e niente da mangiare, neanche un pezzo di pane. Avevo adocchiato un deposito di patate da semina: tra il pensiero e lo scasso fu un attimo, cosicché cominciai a scegliere le migliori per portarle a casa, quando i miei occhi si posarono a terra, su di uno strano foglio color mattone piegato in quattro. Lo aprì e in quell’istante imparai ad amare Dante Alighieri, il cui profilo austero occupava il centro della banconota da 10.000 lire. Allora fu carne, come non ne vedevamo da Carnevale. Se chiudo gli occhi riesco a sentire le tue lacrime scorrere calde sulle mie guance. Le stesse di quando scappai di casa per due giorni temendo una tua punizione per quell’uovo che avevo rubato in un pollaio e bevuto d’un fiato, che invece tu sapevi stantio, lasciato sotto il culo della gallina per la cova.
Devo al Sommo Poeta il più bel pranzo di Natale della mia vita.
Vorrei regalartene uno uguale, per riassaporare ora quella felicità. Per diventare ancora una volta il tuo piccolo eroe. Mi aggrappo al ricordo della morbidezza del tuo grembo quel giorno, cercando di non farmi trafiggere dalle raffiche di nostalgia. E mi ritrovo a cullare i tuoi 38 chili in questo finale scelto insieme, che non mi permette di entrare nei tuoi occhi per scoprire cosa guardano quando mi fissi senza sorridere. Ma che contiene tutto ciò che c’è da sapere.

lunedì 1 settembre 2014

La colonia estiva dell'Agape


Ha ragione chi ha commentato lo scatto rubato al gioco di due bambini speciali – uno affetto da una grave patologia, l’altro extracomunitario – con la considerazione che loro sì avrebbero tutti i titoli per tenere un corso di studi o una conferenza sui temi dell’integrazione e della lotta a ogni tipo di discriminazione. E viene da riflettere sulle responsabilità della società degli adulti nell’opera quotidiana di corruzione di uno stato di natura che è fatto di tolleranza, non di violenza dell’uomo contro l’uomo.
Per questo e per tanti altri motivi non è retorico ribadire che chi fa volontariato il dono lo riceve, non lo dà. Perché i maestri migliori sono quelli che ignorano di esserlo eppure riescono a insegnare l’autenticità della vita con un sorriso, un abbraccio, una carezza. A ricordarci quanto sia penoso affannarsi in inutili complicazioni quando è tutto così semplice, quasi come fare una torta di sabbia e provare emozione per un “capolavoro” che le onde del mare presto porteranno via.
La colonia estiva dell’Agape di Sant’Eufemia viaggia verso i venti anni. Alcuni volontari non ne hanno saltata neanche una, altri si sono aggiunti estate dopo estate, in un ricambio generazionale sempre più sofferto che quest’anno ha però registrato il segno positivo, grazie alla partecipazione di due nuove ragazze che hanno fatto la differenza e sulle quali l’associazione spera di fare affidamento nelle prossime edizioni, insieme a chi all’ultimo minuto ha dovuto a malincuore rinunciare e ad altri che vorranno unirsi a un gruppo affiatato, composto anche da quelli che ormai si portano dietro i figli. Bravissimi.
Anche tra i “ragazzi” in ciambelle e braccioli (dieci, di età compresa tra 6 e 63 anni) ci sono state novità. Segno che occorre continuare a tendere l’orecchio e ad osservare la comunità con occhi attenti, sentinelle dell’emarginazione, della solitudine, dell’indifferenza.
Il desiderio del mondo del volontariato è scomparire, perché ciò significherebbe che le istituzioni riescono a garantire i diritti di tutti e a soddisfare i bisogni delle categorie sociali più deboli. Purtroppo così non è, proprio per questo l’azione di supplenza del welfare sviluppata dalle associazioni rappresenta un patrimonio – non solo di umanità – prezioso e provvidenziale.
Chi ha preso parte alla colonia avrà frammenti di felicità da custodire nel segreto della propria anima: canzoni e giochi di parole, una mano che ne sostiene un’altra per girare la stecca del calciobalilla, il coro “oh-issa” per le uscite dall’acqua più impegnative, la corsa di una ragazza ebbra di gioia per salutare il pulmino dopo il ritorno a casa. Gesti semplici perché l’amore è così: semplice. Ma anche quel magone finale, da spingere e tenere giù a forza, di fronte alle domande senza risposta sul dolore degli uomini, sulle ragioni insondabili della crudele lotteria che condanna o salva lo stesso innocente.

giovedì 21 agosto 2014

Sulla vicenda dei Bronzi la penso così

Puntuale come il cd autunnale di Mina, l’estate 2014 ha portato in dono il sempreverde dibattito sulla trasferibilità dei Bronzi di Riace. Questa volta ci ha pensato l’ambasciatore per le Belle arti di Expo 2015 Vittorio Sgarbi a rispolverare la vexata quaestio, prima proponendo l’idea di un tour meneghino per i due guerrieri greci in occasione dell’esposizione universale e poi traducendo l’auspicio in una richiesta ufficiale – sottoscritta insieme al presidente della Lombardia Roberto Maroni – al ministro della Cultura Dario Franceschini, il quale ha preannunciato la costituzione di una commissione di esperti per decidere sulla trasportabilità delle due statue. Neanche a dirlo, la polemica è divampata immediatamente. Molte le reazioni stizzite: “chi vuole vederli deve venire a Reggio, a Milano si porti il David di Michelangelo e vediamo cosa dirà Renzi in proposito”, il senso di quelle più concentrate sul campanile. Non sono mancati però i possibilisti: “sarebbe una bella pubblicità per la città e una buona occasione per guadagnarci qualcosa”. D’altronde, dai sei mesi di visite al Padiglione numero 1 che dovrebbe ospitare i Bronzi, Sgarbi ipotizza un incasso di 15 milioni di euro, un terzo dei quali – assicura – potrebbe essere destinato alla città di Reggio.
Inevitabili, poi, anche le remore sulla fattibilità di scarrozzare le due statue senza rischiare di danneggiarle. Questo sì problema sul quale non ci si può dividere e preliminare rispetto a qualsiasi altra considerazione.
Assodata quindi la priorità della loro salvaguardia e al netto delle guerre di religione tra chi è pronto a fare le barricate per non spostarli dal museo di Reggio Calabria e chi è disposto ad accettare di spedirli in giro per l’Italia o per il mondo, il dato da cui bisogna partire, senza pregiudizi, è che i Bronzi – ora come ora – non creano turismo culturale, né indotto economico.
Perché è un bel dire “i turisti devono venire qua”, quando la verità inconfutabile è che i turisti a Reggio non vengono. Chi ha competenze tecniche e responsabilità di governo su questo dovrebbe confrontarsi, in modo da elaborare una proposta seria e realizzabile entro un paio d’anni. Avvitarsi perennemente in un dibattito inconcludente non risolve il problema; semmai, diventa un alibi all’inefficienza di chi doveva fare e non ha fatto, per negligenza o per incapacità. E, quindi, sarebbe forse più utile concentrarsi su come agire per rimuovere i molti ostacoli strutturali e incoraggiare il flusso turistico a Reggio.
Si potrebbe ad esempio pensare all’istituzione di una commissione per il rilancio e la valorizzazione del museo della Magna Grecia, composta da soggetti istituzionali e esperti del settore, alla quale affidare l’incarico di elaborare un progetto organico di sviluppo culturale della città in grado di colmare il gap di ricettività del territorio e di fruibilità dell’arte che Reggio sconta nei confronti di altre realtà nazionali e internazionali. Magari facendo ricorso proprio ai fondi garantiti dalla tournée dei Bronzi a Expo 2015 o da altre, limitate nel tempo, da svolgersi nell’ambito di eventi di eccezionale partecipazione.

martedì 19 agosto 2014

Il libraio di Meladoro

Perché è importante leggere i libri? La riflessione di Francesco Petrarca sul suo rapporto con i libri, a distanza di quasi otto secoli, conserva un’intatta forza evocativa e può essere considerata una valida risposta al nostro quesito:

Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v’è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m’insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d’agricoltura, d’eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge.

Leggere fa bene allo spirito. Ed è anche un esercizio utile, perché tra le righe di ogni pagina si finisce con il ritrovare le vite che non si sono vissute; si ha il privilegio della compagnia di personaggi inavvicinabili; si assiste dalla “prima fila” allo scorrere della Storia.

Chi non legge – osserva Umberto Eco – a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito... perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

La lettura dei libri consente di gettare un ponte tra presente e passato, di instaurare un dialogo con gli spiriti migliori dei secoli andati, di ascoltare – a un prezzo irrisorio – lezioni uniche e fondamentali per lo sviluppo dell’umanità.
Giovanni Florio, il libraio di Meladoro protagonista dell’omonimo romanzo di Aldo Coloprisco (Laruffa Editore, 2014) tutto questo lo sa bene. Sa che in un paese come Meladoro/Sant’Eufemia d’Aspromonte, negli anni Sessanta del secolo scorso, sono in pochissimi a leggere e sa che la sua è una missione quasi impossibile. La strada che conduce al progresso culturale di una piccola comunità passa pertanto dalla testimonianza dell’amore verso i libri e la lettura, che va promossa a maggior ragione dopo avere letto sgomenti le attuali statistiche. I dati del “Libro verde sulla lettura in Calabria” pubblicati alla fine del 2012 sono preoccupanti e rilegano la Calabria nelle retrovie di un Paese che già guarda le altre nazioni europee dal basso in alto. La quota di lettori in Italia è infatti tra le più basse del Vecchio Continente: l’8% di lettori abituali e il 30% di lettori saltuari, a fronte del 63,7% nel Regno Unito, del 60,2% in Germania, del 48,3% in Francia, del 47,6% in Spagna. Una percentuale che in Calabria scende a livelli record, se si considera che i lettori di libri durante il tempo libero costituiscono il 30,5% della popolazione, mentre la media nazionale è pari al 43,8%.
Florio, che aveva “ereditato” la passione per i libri dal suo padrino di battesimo, osserva che a Meladoro pochissimi leggono e quei pochi, per lo più, si limitano ai libri di testo delle scuole. Spostiamo la scena al giorno d’oggi: quanti ragazzi, persino laureati, non leggono quasi niente se si fa esclusione dei libri necessari per superare gli esami universitari?
Giovanni invece era diverso: divorava i libri “nel silenzio della sua cameretta o in mezzo al chiasso indiavolato dei compagni delle medie e del liceo (…). Leggeva di tutto e s’immedesimava nelle storie che leggeva. Grazie a queste letture imparava a conoscere il mondo senza spostarsi dal paese”.
In Giovanni Florio c’è ovviamente molto dell’autore, per decenni professore di lettere presso la locale scuola media “Vittorio Visalli” e titolare di una libreria diventata negli anni uno strumento formidabile di aggregazione socio-culturale. Nel romanzo però Coloprisco presta la sua biografia anche a un altro personaggio, il professore Forlini, che mette in piedi a Meladoro una compagnia teatrale della quale uno degli attori di punta è proprio Giovanni Florio. Un’attività che non sempre i colleghi di Aldo Coloprisco hanno compreso, considerandola minore rispetto all’insegnamento ortodosso, fatto di lezioni frontali e interrogazioni. Cosa voleva quel professore bizzarro che, invece, faceva disporre i banchi a ferro di cavallo per lasciare nel mezzo lo spazio per le prove della rappresentazione teatrale che ogni anno veniva allestita? Che era capace di “bruciare” così tre ore? Che di sua spontanea iniziativa insegnava rudimenti di latino perché poteva “tornare utile” ai ragazzi intenzionati a iscriversi al liceo scientifico, al classico o al magistrale?
Quando rileva l’attività del padre don Cecè, Giovanni Florio dà un forte impulso alla libreria. Porta più libri di testo, fa arrivare in paese le edizioni economiche degli autori italiani e stranieri più famosi, organizza la “settimana del libro”, come nelle realtà più grandi e culturalmente più avanzate rispetto a Meladoro. La libreria diventa punto d’incontro nel quale parlare di scrittori e poeti, riflettere sul passato e sul presente, scambiare esperienze ed emozioni. La vetrina a muro posta sulla strada, all’esterno del negozio, si trasforma per tanti giovani nella finestra attraverso la quale guardare il mondo da una prospettiva inedita, quella del fermento culturale della società contemporanea. Al di là, ovviamente, di ogni considerazione sull’aspetto economico, davvero risibile in un comune piccolo come Meladoro: carmina non dant panem, dirà Giovanni Florio allo scagnozzo del boss che vorrebbe costringerlo a cedere l’attività.
Giovanni Florio è un idealista. Crede nella potenza salvifica della parola e non perde occasione per ribadire la strettissima relazione che intercorre tra sogni, libri e libertà: “i sogni sono libertà”. Si definisce “un venditore di sogni, non di morte” ed esorta i suoi concittadini a comprare libri ai figli, per farli sognare e renderli migliori. La sua contrapposizione allo spirito prevaricatore della ’ndrangheta è una lezione di vita che i giovani frequentatori della libreria e del teatro colgono in pieno.
Il libraio di Meladoro contiene pagine durissime, sorprendentemente violente. Tuttavia, si conclude con un messaggio di speranza. I ragazzi scendono per strada per manifestare il proprio dissenso rispetto alle dinamiche distorte della malavita e si schierano dalla parte di Florio. Dalla parte del bene e contro il male. Anche se il protagonista sa perfettamente che una rivoluzione non si improvvisa, ma è l’esito finale di un processo lento, che ha i suoi tempi e che richiede il coinvolgimento delle agenzie educative presenti sul territorio: chiesa, scuola, associazioni culturali, famiglie.
I giovani di Meladoro ricordano gli studenti che nella scena finale del film “L’attimo fuggente” salgono sui banchi in segno di ribellione e per dimostrare di avere recepito la lezione del professore John Keating. Quelli saltano sui banchi, questi danno vita a una manifestazione antimafia. Una reazione dirompente nella sua spontaneità e un messaggio di speranza da condividere e rivolgere alle giovani generazioni di oggi e di domani.

mercoledì 13 agosto 2014

Forza venite gente


Non è questione di fare classifiche, che sono sempre antipatiche, perché poi la finalità di ogni manifestazione è quella di creare momenti di aggregazione, spensieratezza e crescita per la nostra comunità. Per cui a tutti quelli che si impegnano per rendere migliore Sant’Eufemia va rivolto un applauso incondizionato, per la generosità e la gratuità di uno sforzo che spesso comporta più sacrifici che onori.
Va però dato atto all’associazione Terzo Millennio di essere da diversi anni protagonista imprescindibile dell’estate eufemiese (e non solo dell’estate). Un gruppo assortito e ben amalgamato di donne e uomini, giovani e meno giovani, che riesce a realizzare iniziative culturali di ottimo livello e che non potrebbe ottenere questi risultati se alla base non vi fosse un’organizzazione solida, rodata e coesa nella quale il caso e l’improvvisazione non giocano alcun ruolo. Di sicuro, un esempio da seguire nel campo dell’associazionismo per l’entusiasmo, il desiderio di mettersi costantemente in gioco, la voglia di divertire divertendosi.
Era difficile migliorare l’exploit della rappresentazione teatrale messa in scena nell’agosto scorso, eppure anche quest'anno è stato fatto un ulteriore passo in avanti. Verso dove non si sa, considerato che si tratta pur sempre di un cast di volontari alle prese con i problemi quotidiani di ogni comune mortale: famiglia, studio, lavoro. E quindi, accanto ai meritatissimi applausi, già fa capolino la curiosità per ciò che l’associazione sarà costretta a inventarsi la prossima estate, per continuare a stupire.
Un musical richiede un surplus di impegno rispetto alla “semplice” recita, tra il pubblico crea un’aspettativa maggiore, tra gli attori responsabilità, emozione e tensione nuove.
Tutto è andato come doveva e lo spettacolo Forza venite gente è stato la dimostrazione della potenza di una macchina oleata ad arte. Una serata indimenticabile per i protagonisti e per il pubblico assiepato in ogni angolo di piazza Municipio, filata liscia con la soavità della perfezione e giustamente culminata nella standing ovation finale che gli spettatori hanno voluto tributare agli attori e a tutti i soci dell’associazione.
Dalla scenografia ai costumi, alle coreografie dei balletti, alle parti cantate e a quelle recitate, ai tempi di scena: ogni cosa è sembrata di una naturalezza disarmante; ogni cosa – aspetto non certo secondario – è stata curata totalmente dall’associazione fin nei minimi particolari.
Non è un caso se già tra qualche giorno ci sarà un bis “in trasferta” (a Vibo Marina il 15 agosto), se altri comuni hanno manifestato la volontà di ospitare lo spettacolo, se a ottobre il musical approderà addirittura ad Assisi.
Complimenti al presidente Francesco Luppino e, con lui, a tutta l’associazione e lunga vita – anche per il bene di Sant’Eufemia – all’associazione Terzo Millennio.

martedì 12 agosto 2014

Robin Williams in quattro foto e un finale

Mi divertiva quella stretta di mano particolare, come una forbice che si incastrava con un’altra forbice. Ci siamo a lungo salutati così tra ragazzini, ripetendo il tormentone che rese famoso Robin Williams (“nano-nano”) nella fortunata serie televisiva Mork & Mindy. Williams interpretava Mork, un alieno giunto dal pianeta Ork sulla terra a bordo di un’astronave a forma di uovo (“mi chiamo Mork, su un uovo vengo da Ork”, l’attacco della sigla), in un ruolo che gli consentì di fare conoscere al grande pubblico la sua straordinaria vena comica.



Una comicità travolgente: lievemente strampalata di Adrian Cronauer in Good morning, Vietnam, film che esaltò la capacità di improvvisazione di Williams;



tenera e commovente in Patch Adams: “ridere non è soltanto contagioso, ma è anche la migliore medicina”.

Fu però serissimo il ruolo che lo consegnò alla storia del cinema, quello dell’anticonformista professore John Keating in L’attimo fuggente. La pellicola che stuzzicando la mia curiosità mi avvicinò a Walt Whitman, del quale immediatamente acquistai la raccolta di poesie Foglie d’erba.



Quel film cambiò la vita di generazioni di adolescenti: tutti avevamo il diritto (e il dovere) di rendere straordinaria la nostra vita. O almeno, bisognava tentarci: anche salendo coi piedi sul banco, se necessario.
Le prime notizie riferiscono di un probabile suicidio. L’ennesima triste conferma che dentro ogni artista c’è un uomo, dentro ogni uomo un mistero.

martedì 29 luglio 2014

Dieci anni senza Tiziano Terzani

In un celebre verso Attilio Bertolucci osserva che l’assenza è una presenza “più acuta”. Sorte toccata a Tiziano Terzani, scomparso da dieci anni ma vivo nel dibattito culturale e letterario, addirittura nel costume di una società in crisi e alla ricerca di una bussola o soltanto di parole lievi come una carezza. Se in vita Terzani fu “soltanto” un grandissimo inviato e scrittore, autore di reportage che oggi vengono studiati nelle scuole di giornalismo, con la morte – con l’esposizione “pubblica” della malattia e della morte – è diventato un poeta dell’esistenza (copyright del velista in solitaria Giovanni Soldini), profeta laico dell’urgenza di “pensare diversamente” la realtà, perché “il mondo non è più quello che conoscevamo” e “questa è l’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all’oggi e potrebbe domani portarci al nulla”. L’occasione per comprendere – dopo avere visto da vicino e raccontato il fallimento delle rivoluzioni in Vietnam (dove era stato tra i pochi testimoni della resa di Saigon e della fuga rovinosa degli americani all’arrivo dei vietcong, nel 1975), Cambogia, Unione Sovietica, Cina – che l’unica rivoluzione possibile è quella che conduce alla pace interiore: consapevolezza spinta fino all’accettazione serena della morte in Un altro giro di giostra, l’ultimo e più intenso viaggio (“nel male e nel bene del nostro tempo”) del giornalista fiorentino.
Il pellegrinaggio incessante lungo il “sentiero Terzani” per raggiungere l’albero “con gli occhi” nel bosco del suo ritiro all’Orsigna, sull’appennino tosco-emiliano, dove fece costruire una gompa tibetana e ricreò l’atmosfera dell’ashram indiano in cui aveva a lungo vissuto facendosi chiamare Anam, “il senza nome” (e da Anam sottoscrisse la volontà di essere cremato: “un nome appropriatissimo per concludere una vita tutta spesa a cercare di farmene uno”); i numerosi e attivi gruppi di lettura che leggono e dibattono i suoi libri; l’ospedale di Emergency a Lashkar-gah in Afghanistan e le scuole “Tiziano Terzani” sono espressione di un fenomeno sociale, del bisogno di esempi di bellezza, purezza, umanità. Anche quando si ha a che fare con il fondamentalismo islamico, perché i terroristi si sconfiggono eliminando le ragioni che portano migliaia di persone a imbracciare le armi o a farsi saltare in aria, non rispondendo al sangue con altro sangue. Le Lettere contro la guerra rappresentano il punto più alto del suo impegno civile all’indomani dell’11 settembre, quando decide di “scendere in pianura”, tornare cioè nel mondo dopo la scelta del prepensionamento da Der Spiegel, stanco della professione, convinto di avere detto tutto ciò che aveva da dire sul giornalismo, ritirato sull’Himalaya senza l’assillo di scadenze che non fossero quelle della natura e delle stagioni. Nel momento storico dominato dal “siamo tutti americani” lanciato dal direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli e dal livore di Oriana Fallaci, che in La rabbia e l’orgoglio mette sul banco degli imputati la “viltà” di un’Europa prona e diventata “Eurabia”, Terzani torna per indicare nella non-violenza la sola strada percorribile per spezzare la spirale dell’odio.
La lapide che lo ricorda nel cimitero di Orsigna ne riassume la vita con la parola “viaggiatore”, mentre la moglie Angela Staude ricorre al tedesco Sehnsucht (“brama di vedere”) per definire il fascino che gli suscitavano paesaggi e culture lontani non solo geograficamente dall’orizzonte occidentale e per racchiudere la dimensione più autentica di Terzani, quella del “viandante alla ricerca della conoscenza”: “la meta, per Tiziano, è stata la strada, il cammino”.

*Articolo pubblicato su Segnali di cultura a cura di Adexo Ufficio Stampa, 28 luglio 2014

domenica 20 luglio 2014

Otto

Scoprì molto tempo dopo che l’otto è il simbolo dell’infinito. E che pertanto avevo fatto bene a eleggerlo mio numero preferito in quel lontano autunno di grembiulini azzurri in fila per due e mani sudate e saldate, le orecchie puntate al suono della campanella. Preferito, non fortunato. Ché la fortuna bisogna cercarla da soli, non come i numeri che ti trovano – loro – ovunque.
Le bretelle della cartella ancorate alle spalle, mi lanciai scivolando a gambe aperte dalla larga ringhiera delle scale color ocra, saltai a terra e scattai verso casa. Correvo e contavo, contavo e correvo: uno, due, fino a otto. Poi ricominciavo, tenendo strette tra le dita le divise variopinte dei calciatori fotografati a figura intera, da attaccare a un album che non avevo. Rischiai più volte di inciampare, di sbattere, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo dai capelli rossi di Odoacre Chierico, che Aldo mi aveva “regalato” durante la ricreazione: ne aveva un mazzo di figurine, anche quella introvabile di Luciano Bodini.
- Prendila, così potrai giocare anche tu con noi.
Imparai in un lampo la liturgia della disposizione “a tetto” delle figurine da capottare assestando al pavimento uno schiaffo violento: alla fine, Chierico si ritrovò in compagnia di altri sette giocatori, le mie sette conquiste. Per la prima volta nella mia vita fui orgoglioso di me, per quella vittoria guadagnata colpo dopo colpo che mi aveva lasciato sul palmo della mano un livido doloroso.
Quel giorno Aldo diventò il mio migliore amico. Uno accanto all’altro, gambe incrociate per terra e pollici alzati “alla Fonzie” nelle foto di classe, o abbracciati e accovacciati dietro al pallone di cuoio in polverosi e cocenti campi di calcio. Più avanti, con l’espressione di chi sa il fatto suo, un piede contro l’albero e la prima sigaretta in bocca, ingellati e preparati per la caccia al ritmo felpato dei lenti ballati su terrazze disadorne.
Nessuno avrebbe potuto farci del male e se anche qualcuno avesse voluto tentare avremmo saputo difenderci. Sarebbe bastato tirare fuori dalla tasca il coltello che entrambi avevamo acquistato, identico: il suo già tinto del rosso sgorgato dagli indici incisi e fatti baciare per conferire all’amicizia il sacro sigillo del sangue. Quello stesso coltello che anni dopo placò la sua folle sete nella pancia di un ragazzo che non aveva distolto lo sguardo da Aldo all’entrata di una discoteca.
- Che cazzo hai da guardare?
La notte in cui Aldo uccise eravamo già due sconosciuti, la mia lama seppellita da anni ai piedi di un castagno. Ci separavano una lingua di mare e il ricordo annebbiato di una vita lontana dall’impegno di aule, libri e discussioni a stordire la notte tra un bicchiere e un tiro. Avevo da tempo imparato a non scagliare il pacchetto vuoto dal finestrino dell’automobile in corsa, a condividere sui cartoni birra e Lucky Strike, a pennellare il mondo con i colori dell’utopia fottendomene se resistevano il tempo di un corteo. A camminare piano e armato – questa volta sì – di una curiosità feroce, gli occhi come carta assorbente stesa sul mondo.
Anche se nel volto cupo di Aldo rilanciato dalle prime pagine dei giornali intravedevo i miei lineamenti, riflessi nello specchio oscuro delle possibilità.

giovedì 10 luglio 2014

EstatEufemiese 2014

I nomi degli “animatori” dell’estate eufemiese sono una garanzia, perché si tratta di gente che fa questo da decenni e perché l’ha fatto sempre bene. Insomma, ci si può fidare e prepararsi ad affrontare i prossimi due mesi con un occhio attento alle date del calendario delle manifestazioni di EstatEufemiese 2014. Nel presentare il programma allestito in collaborazione con associazioni e comitati, il profilo facebook Sant’Eufemia d’Aspromonte official site informa sul sostegno economico concesso dall’amministrazione comunale a coloro che da sempre si impegnano “per fare di Sant’Eufemia una cittadina più vivibile e dinamica”. Un atto dovuto ma importante, anche quando si tratta di un contributo poco più che simbolico; un riconoscimento ai tanti giovani e meno giovani che “donano” alla comunità il proprio tempo, la propria passione, le proprie competenze (anche il proprio denaro) per realizzare occasioni di crescita o semplici momenti di svago.
Il programma è molto vario, l’occhio dei promotori sempre attento alla valorizzazione del territorio, in tutte le sue componenti. Confermata la tradizione degli appuntamenti religiosi, con i festeggiamenti in onore di Maria SS. del Carmelo (19-20 luglio), i SS. Cosma e Damiano (2-3 agosto), Sant’Eufemia V.M. (15-16 settembre), i quali coinvolgono i tre rioni del paese (Pezzagrande, Vecchio Abitato, Petto) e ai quali va aggiunta la “Festa delle contrade” in piazza Cersa (contrada Badia, 14 agosto).
Non poteva ovviamente mancare lo sport, con l’organizzazione di due tornei di calcio a 5, a cura dell’Oratorio parrocchiale Don Bosco: quello “adulti” si è appena concluso, quello per bambini si svolgerà sui campetti del circolo polisportivo La Madonnina dal 28 luglio al 10 agosto. Ancora, il saggio di danza dell’Associazione sportiva Olympus (anch’esso già svolto); il torneo di scacchi all’aperto “semi-lampo” (13 agosto), a cura dell’Associazione scacchistica Zatrikion; il raduno “Tuning” (24 agosto), a cura del club “The new generation of the tuning”.
Diversi gli appuntamenti dedicati alla storia, alla cultura, alla tradizione e alla promozione del territorio. Il défilé di moda a cura dell’Associazione sarti e stilisti calabresi (26 luglio), con protagonisti le migliori botteghe sartoriali regionali; l’ormai storica sagra della patata, a cura dell’Associazione turistica Pro-Loco (8 agosto); la presentazione del libro di Giuseppe Pentimalli “Storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte” (7 agosto); la tradizionale escursione naturalistica nel Parco nazionale dell’Aspromonte a cura dell’Associazione Terzo Millennio (9 agosto); le celebrazioni per il 152° anniversario del ferimento di Garibaldi in Aspromonte, a cura dell’amministrazione in collaborazione con Pro-Loco, Associazione Acanto, Associazione Garibaldini d’Italia.
Ben quattro le manifestazioni teatrali: “La giara”, a cura della IVb dell’Istituto comprensivo “Don Bosco” (6 agosto); una rappresentazione in vernacolo a cura del gruppo “Insieme per crescere” (10 agosto); il doppio appuntamento a cura del Terzo Millennio: il musical “Forza venite gente” (12 agosto) e una rappresentazione in vernacolo, in occasione della tradizionale “Festa dell’emigrante” (17 agosto).
Occasioni di svago, appuntamenti per soddisfare i più svariati interessi culturali, ma anche attenzione per le fasce più deboli della popolazione con la “Giornata della solidarietà” curata dall’Avis (27 luglio) e con l’impegno dei volontari dell’Associazione di volontariato cristiano Agape nell’organizzazione della consolidata “Colonia estiva” in favore di soggetti diversamente abili (1-6 settembre).
Infine, gli eventi dedicati dall’amministrazione comunale ai più piccini: i quattro appuntamenti di “Bimbi Estate in Piazza” (piazza Matteotti: 30 luglio, 4, 11 e 22 agosto) e l’organizzazione dei “Giochi della Gioventù”, in collaborazione con Agape, Avis e i giovani della parrocchia.

lunedì 7 luglio 2014

Il compagno

L’immagine è il manifesto “Vota Comunista”, il primo a comparire sui muri di Sant’Eufemia a ogni campagna elettorale. Uno l’attaccava sulla parete esterna del deposito attrezzi del terreno agricolo di contrada San Luca, che ha coltivato fino a qualche settimana fa nonostante i suoi 86 anni.
Le parole, invece, sono quelle apodittiche di mio nonno Mico “Marco” Pentimalli – che teneva sul comodino i santini di Stalin e Togliatti – all’indirizzo di mio padre, candidato negli anni Ottanta alle elezioni comunali per la lista del Partito socialista: “Non posso votarti, lo sai che sono comunista: voto la lista del Pci, per Vincenzo ’u brigghiu”. Mio nonno, un passato da carbonaio analfabeta spedito dal Duce a difendere la “Quarta sponda” in Libia, al ritorno dalla prigionia inglese non poteva che iscriversi al partito comunista: quando l’appartenenza era una fede e l’ultimo dei militanti si sentiva protagonista di un grande sogno di libertà e riscatto sociale. La fotografia riprodotta in uno dei pannelli dedicati alla storia di Sant’Eufemia, all’interno del Palazzo municipale, li ritrae uno accanto all’altro, insieme ai compagni eufemiesi scesi in piazza per protestare: il segretario della Camera del Lavoro Vincenzo Gentiluomo e mio nonno magro dentro al cappotto, barritta calata in testa, mentre tiene in alto il cartello della Cgil. Quando mi hanno riferito che ’u brigghiu era in rianimazione, in condizioni gravissime, sono rimasto senza parole. Avremmo dovuto cenare insieme qualche giorno prima, un incontro di preparazione per l’apertura della nuova sede del Partito democratico, al quale aveva aderito con entusiasmo, ma all’ultimo minuto aveva dato forfait. Nessuno poteva però sospettare un epilogo così drammatico.
Mi rimane il conforto di un rapporto che eravamo riusciti a ricucire due anni fa dopo uno strappo dolorosissimo, un silenzio che aveva fatto soffrire entrambi per troppo tempo. La mia prima vera campagna elettorale furono le Provinciali nel 1994: Umberto Pirilli per il Polo della Libertà, Demetrio Scordino per Pds e Partito popolare, Pasquale Amato per Rifondazione comunista e Movimento meridionale. Gentiluomo era candidato nella lista di Rifondazione, ma non fu eletto. Votai per lui e quando venne a Sant’Eufemia Amato, all’epoca mio professore all’università, fui con loro nell’incontro che tennero con gli elettori, pur non essendo io un militante del partito. Degli anni a seguire ricordo la stima reciproca e le piacevoli chiacchierate sulla politica locale e nazionale, il tentativo fallito di una mia candidatura in quota Rifondazione alle elezioni comunali del 1997 e la violentissima rottura nelle successive del 2002. Capita spesso, nei piccoli comuni, di assistere alla fine tristissima di amicizie che durano da una vita. Soprattutto quando chi non ha un interesse politico diretto si schiera e non rimane nel limbo dei pavidi, del “chi te la fa fare di esporti pubblicamente?”.
All’epoca ero corrispondente per il Quotidiano della Calabria e scrissi un articolo sulla “strana alleanza” tra comunisti e Forza Italia all’interno di una lista civica, che provocò l’intervento della Federazione provinciale di Rifondazione e mi procurò, in un comizio, l’attacco del candidato comunista. Gentiluomo si sentì da me tradito, io invece non gli perdonai un’accusa infamante: l’avere cioè firmato un articolo scritto dal candidato a sindaco della lista avversaria. L’offesa più grave che si possa rivolgere a un giornalista.
Ci risalutammo a dieci anni da quei fatti, quando lo avvicinai per chiedergli come stesse dopo un gravissimo problema di salute che gli era costato diversi mesi d’ospedale.
La costituzione del circolo del Partito democratico, nove mesi fa, aveva risvegliato in lui il fuoco antico della militanza. Era venuto al seggio per le primarie nazionali e regionali, quindi aveva fatto campagna elettorale per le elezioni Europee con tanto di facsimili in tasca, da distribuire in quel porta a porta del quale era maestro.
Il mio pensiero va ora alla sua espressione felice per il brillante risultato ottenuto dal Pd e all’esortazione ad aprire una sede, un “luogo” della politica che considerava indispensabile e che aveva promesso di abbellire con i manifesti della “sua” Camera del Lavoro.

venerdì 27 giugno 2014

Una scuola da difendere, senza se e senza ma

Ciò che saremo è, per lo più, ciò che siamo stati. Ecco perché periodicamente la scuola si ritrova al centro del dibattito sul futuro della società. In genere ci finisce dopo qualche episodio spiacevole, esecrabile, vergognoso. Aggettivi appropriati per definire l’aggressione subita da Rosanna Gallucci, vicepreside del liceo classico “Telesio” di Cosenza, ad opera dei genitori di una quattordicenne fresca di bocciatura.
Si dirà che è un caso isolato, che può capitare. Che si tratta di una famiglia emarginata. Lo sosterranno anche altri genitori e altri studenti. Ogni volta che accettiamo una spiegazione-giustificazione del genere facciamo un danno incalcolabile ai nostri ragazzi, a noi stessi e alla collettività. Perché è evidente, al di là del caso specifico, che si è innescato un pericolosissimo corto circuito nel rapporto tra scuola e famiglia. Le due principali agenzie educative non riescono a parlarsi, ma soprattutto non riescono a riconoscere e a rispettare i rispettivi ruoli, che dovrebbero essere distinti e convergenti, non confusi e sovrapponibili. Ci sono i docenti e ci sono i genitori: l’uovo di Colombo è che ognuno faccia il proprio mestiere, senza invasioni di campo.
Nessuno si augura il ritorno degli insegnanti dallo schiaffo facile, i ceci sotto le ginocchia, le bacchettate, i pizzicotti e le orecchie tirate fino alle lacrime. Non è per questa via che la scuola riacquista autorevolezza, il grande assente nelle istituzioni scolastiche di oggi. Un’autorevolezza che non viene riconosciuta anche per una semplice, errata, deduzione. Molti dei genitori attuali hanno lo stesso titolo di studio, se non addirittura più alto, di quello dei docenti dei propri figli: “chi è quel docente, che ne sa meno di me, per valutare i miei figli?”, una frase che capita di sentire o leggere in sguardi stizziti.
Mentre un tempo i ragazzi venivano “affidati” a maestri e professori con smisurata fiducia, oggi vengono “parcheggiati” a scuola con supponente diffidenza. Tanto, nella maggior parte dei casi il pezzo di carta arriverà, in un modo o nell’altro, docenti o non docenti. Per cui, se qualcuno fa notare che va avanti solo chi lo merita, può ritrovarsi sbattuto a terra, preso a calci e pugni, piegato da un modello di società fondato sui vincenti, non sugli sfigati bocciati al primo anno di liceo. Occorre ripartire da una filosofia che contempli la possibilità dell’errore, che consideri utili i fallimenti personali e professionali, che indichi nella caduta il primo passo verso un nuovo e più maturo riscatto.

venerdì 20 giugno 2014

Vandali in azione al campo di tiro a volo “Giuseppe Garzo”

Viene difficile dare torto a Rocco Rugari quando sostiene che no, così non si può andare avanti e forse è giunto il momento di gettare la spugna. Qualche notte fa è successo un fatto molto grave al campo di tiro a volo “Giuseppe Garzo”. Ignoti – ma di certo vandali e vigliacchi – si sono introdotti all’interno della struttura dedicata dal 1973 a uno dei soci fondatori dell’omonima associazione sportiva costituita l’anno precedente e, una volta dentro, hanno smontato e portato via dieci macchine lancia piattelli del “percorso caccia” e dello “skeet”, piattelli e altre attrezzature del campo. Un danno economico di circa 20.000 euro, non bruscolini per una società sportiva che si mantiene per lo più con l’autotassazione degli iscritti e con il denaro che qualche socio negli anni ha anticipato e chissà quando avrà indietro.
Ciò che più brucia è però la ferita allo spirito di questo gruppo di amici. Rugari c’era quando l’associazione è stata costituita più di quarant’anni fa e per venti (dal 1992 al 2012) ne è stato presidente, prima di passare la mano a Raffaele Monterosso per un saggio ricambio generazionale. Il campo di tiro a volo rappresenta, per lui e per molti altri, un sogno realizzato, ma anche importanti traguardi sportivi e gratificanti riconoscimenti ottenuti in tutta Italia. Senza fare l’elenco, citiamo la recente vittoria nel campionato regionale specialità “Fossa universale” a squadre, un’affermazione che a settembre farà volare a Bergamo i tiratori eufemiesi per la disputa della finale nazionale.
I due campi di “Fossa universale” non hanno subito danneggiamenti, per cui dovrebbero svolgersi regolarmente gli eventi già calendarizzati per la stagione estiva (13 luglio: trofeo “Città di Sant’Eufemia”; 16-17 agosto: trofeo “Garzo”, trofeo “Pillari”, trofeo “Lombardo”). Però il colpo psicologico è duro da assorbire e il futuro diventa un punto interrogativo che richiede una considerazione pacata e seria: vale la pena proseguire?
Tutto ciò che serve per creare aggregazione o utilità sociale è sacro, si tratti di strutture pubbliche, private, in uso alle associazioni. Le donne e gli uomini che se ne servono per fini di promozione sociale e del territorio vanno sostenuti e incoraggiati, non feriti a morte nell’entusiasmo, la parolina magica che spesso ripete un caro amico, da almeno 35 anni in prima linea nel campo del volontariato: “se manca l’entusiasmo non si va da nessuna parte, perché ogni attività ci apparirà un sacrificio e non un momento di crescita, nostro e della comunità”.
Chi ha compiuto questo inqualificabile atto può ancora rimediare restituendo il bottino del raid vandalico, che oltretutto è di complicata collocazione sul mercato. Questa sì che sarebbe una bella notizia.

lunedì 16 giugno 2014

Cari ragazzi, in bocca al lupo

Eccoli qua i giorni e le ore tanto attese. Il momento in cui diventa quasi insopportabile il peso della responsabilità per l’esito di un processo di formazione che va oltre la semplice didattica, anche se il sigillo sarà un voto. La cifra che dovrebbe racchiudere un lustro di esperienze, gavettoni e pallonate, compiti in classe e pomeriggi sui libri, sorrisi e pianti, ciò che si era a quattordici anni e ciò che si è diventati a diciotto. Una tappa di avvicinamento alla maturità vera e propria, per chi proseguirà negli studi e per chi dirà basta.
C’è un mondo che vi aspetta. Aspetta tutti voi, perché sarà vostro. Dovrà essere vostro. Di voi che sudate al solo pensiero di questi esami. Di voi che risolvete la questione con strafottenza, perché tanto sapete che in qualche modo riuscirete a sfangarla.
La conosco l’ansia di questo momento, perché è stata la mia. Perché negli anni più volte mi è capitato di sognarmi alle prese con il compito di matematica e non vi dico il sollievo, al risveglio, nel realizzare che si trattava solo di un incubo notturno. Perché anch’io la mattina dell’orale ebbi la sensazione di andare incontro a un plotone d’esecuzione che forse mi avrebbe risparmiato, se solo fossi riuscito ad essere convincente. Solo contro tutti, con in testa un mantra che da allora mi ripeto ogni volta che la posta in gioco appare troppo alta, ogni volta che il bivio atterrisce, ogni volta che le conseguenze di una decisione o di un evento atteso tolgono il sonno: “stai tranquillo. Domani a quest’ora sarà tutto finito da un po’, comunque andranno le cose”.
Il mio auspicio è che il patrimonio di speranza che rappresentate non vada disperso. Ho avuto modo di ascoltare alcuni di voi, anche negli anni scorsi. Non tutto è perso a Sant’Eufemia: c’è del bello anche grazie a questo nostro caro liceo, ai suoi docenti e agli studenti. Perciò non mi stancherò mai di ripetere che va custodito come una gemma preziosa.
Un consiglio solo mi sento di darvi. Partecipate. Partecipate alla vita del nostro piccolo paese, nei modi che ritenete più opportuni. Però fatelo. Nelle realtà associative già presenti sul territorio o in nuove aggregazioni che inventerete voi stessi. Siate protagonisti e date libero sfogo all’entusiasmo che avete in corpo. Ci sarà tempo per le delusioni, purtroppo. Ora è il tempo della semina, la vostra.
Tra un paio d’anni ricorderete questi giorni, prima con il sorriso sulle labbra, poi con il rimpianto per un passato di leggerezza che vi costerà fatica riuscire a mantenere nel tempo. Perché la vera sfida sarà quella della vita quotidiana, con i suoi mille piccoli problemi. Sarà capire non tanto che gli esami non finiscono mai, bensì accettare con serenità che non sempre si vince. Che perdere non è un dramma, ma una possibilità a volte necessaria. Che le sconfitte servono a preparare le vittorie e che entrambe non sono mai eterne. Che il viaggio è più affascinante della meta. Che dare tutto per realizzare qualcosa in cui si crede è una virtù che prescinde dal risultato. Non abbiate mai timore di fare domande, scavate in profondità e siate sempre curiosi, capaci di stupirvi e di emozionarvi per ogni (apparente) piccola cosa.
Capaci di sognare.

venerdì 13 giugno 2014

Fettuccine Alfredo e cappuccino. Alcuni stereotipi sugli italiani all’estero

Ho chiesto a Mario di farci un resoconto curioso dell’immagine, spesso stereotipata, che all’estero hanno degli italiani. Ecco il risultato  (D.F.)

L’esperienza mi ha convinto che all’estero gli italiani sono generalmente benvoluti perché paragonati al resto del mondo risultano sempre essere il male minore. Il nostro modo di fare, la gestualità esagerata generano simpatia anche nel dramma intrinseco di cerchi infiniti, disegnati con le mani, ai quali addossare tutte le colpe di questo mondo: dal buco dell’ozono al crollo dei governi, alla nostra incapacità di parlare sottovoce. La loquacità è socialmente accettata e incoraggiata, mentre i nostri difetti sono condonati perché fanno parte di quella italianità che ci caratterizza e rende unici.
Essere italiano è un biglietto da visita che negli anni mi ha aperto tante porte, perché portare a spasso oltre duemila anni di storia suscita fascino e una buona dose di curiosità. Se in Italia ci ricordassimo della popolarità che abbiamo all’estero, molte cose sarebbero diverse anche in casa nostra. Siamo una leggenda metropolitana alimentata da luoghi comuni così radicati nell’immaginario collettivo che è quasi impossibile smentirli. Un po’ come affermare che in Calabria nevica. Provate a dirlo a un inglese: non vi crederà mai. Eccoli, allora, alcuni di questi stereotipi, chicche made in Italy che di italiano hanno poco o niente.
LE FETTUCCINE ALFREDO. In America sono talmente popolari da avere una pagina su Wikipedia, con tanto di varianti alla ricetta originale. Con gli scarafaggi, che essendo in grado di sopravvivere a un’esplosione nucleare non potranno mai essere sterminati da nessuna disinfestazione, le “fettuccine Alfredo” sono la costante di qualsiasi ristorante americano. Ovviamente, tranne che nel borgo romano di provenienza, Alfredo è in Italia un emerito sconosciuto, così come le sue fettuccine, note con un nome semplice quanto la ricetta rubata da Alfredo e fatta sua. Andate su Google e scopritelo da soli. Da non credere.
BEVIAMO LITRI DI CAPPUCCINO. La colpa è dei ristoratori italiani all’estero che, per arrotondare il conto, a fine pasto offrono un cappuccino. Sembra non ci sia niente di meglio che lavare pranzo o cena con un bel tazzone di latte caldo. Hai voglia a spiegare che se in Italia ordini un cappuccino dopo le undici del mattino come minimo ti cacciano dal bar e in casi limite di sparano al petto senza avvertimento. Cavalcando l’onda infondata di questa nostra usanza, “Starbucks” in America, “Costa” e “Nero” in Inghilterra, oltre a creare franchising milionari, spingono intere e inconsapevoli nazioni a bere caffè e cappuccino sino a notte fonda. E poi ci si chiede perché non dorme mai nessuno.
I CAPELLI DI BERLUSCONI. 100% made in Italy, come la famosa bandana, ora sempre in testa ai chirurghi della serie televisiva americana Grey’s Anatomy. Non c’è dottore che non la indossi prima di praticare una qualsiasi operazione a cuore aperto o un massaggio cardiaco. Del resto, prima degli ultimi rovesci Silvio è stato cavaliere. Cos’altro aggiungere?
LA PIZZA HAWAIANA. Prendete una semplice pizza al prosciutto cotto, copritela con fette di ananas e poi sbattetela in forno, perché una cosa del genere merita di essere cotta senza pietà. Infine servitela a un qualsiasi anglosassone, che la sbaferà senza vergogna. In un mondo ossessionato dal mangiare “sano”, la pizza hawaiana è diventata una scelta obbligata, perché contiene due delle cinque porzioni di frutta e verdura che ipoteticamente dovremmo assumere giornalmente. Resta un mistero il motivo per cui è stata così battezzata dal pizzaiolo di dubbie origini che l’ha inventata. Forse voleva darle un’aura esotica. A me ricorda soltanto il bombardamento di Pearl Harbour, direttamente sul mio stomaco. Sublime alternativa per la colazione è il cornetto dolce, farcito con salame e formaggio.
GLI ITALIANI LO FANNO MEGLIO. Beh, sorvoliamo.
L’ORTO. Ogni italiano che si rispetti ha dietro casa l’equivalente della foresta pluviale di Avatar in 3D, terra generosa dove coltiviamo l’impossibile perché – si sa – da noi è tutto fresco e la spesa al supermercato è usanza delle grandi città. In campagna invece si vive di baratto. L’alba è una radiosa visione di casalinghe assennate e benevole che, con aria di santità e ceste alla mano, raccolgono un pomodoro qui e una pesca là, proprio come natura crea. Questo ci conduce direttamente alla leggenda metropolitana per antonomasia.
LA MAMMA. Per mezzo mondo, una creazione di menti malate. Infaticabile dea della cucina, fazzoletto in testa e grembiule, dall’alba al tramonto non c’è niente che non crei dal nulla. Immaginiamola di primo mattino avvolta in una nube di farina, a stendere pasta fresca mentre sforna una ciambella dietro l’altra per la colazione, in un delirio da Mulino Bianco. Quindi impegnata nella preparazione di conserve e sugo di pomodoro sufficienti per tutto l’anno, alle prese con salami da insaccare, formaggio da stagionare, creme e dolci, pomodori secchi e pesto fresco: un pezzo di casa da mettere in valigia e portare nel fumo di Londra o in giro per il mondo. Basta semplicemente ordinare.
In realtà, se portassi a mia mamma delle melanzane e le chiedessi di farle sott’olio, me le tirerebbe dietro una per una con mira da cecchino, prima di giustiziarmi con una ciabattata assestata tra capo e collo alla fine di un estenuante inseguimento attorno al tavolo della cucina.
Ma gli amici inglesi non mi crederebbero, perché l’Italia è il paese delle mamme e noi tutti mammoni siamo.