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domenica 30 marzo 2014

Con Reggio è un blues a Bagnara

Per chi non c’era, il testo del mio intervento alla presentazione del libro di Antonio Calabrò, Reggio è un blues, presso la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, a Bagnara Calabra. La foto è tratta dal profilo facebook di Ginevra Hepburn

Ho incrociato Antonio Calabrò sei mesi fa, grazie alla sua rassegna “Calabria d’Autore”, un’iniziativa culturale di successo portata avanti in collaborazione con l’Associazione “Incontriamoci Sempre” di Reggio Calabria in quello splendido gioiellino che è la stazione ferroviaria di Santa Caterina: una struttura abbandonata che l’Associazione presieduta da Pino Strati ormai da anni ha restituito alla collettività, rendendola uno dei luoghi culturalmente più vivaci di Reggio.
Antonio Calabrò è tante cose, tutte molto intriganti: scrittore, giornalista di punta del giornale online ZoomSud, simpatico cultore di quella musica che sembra arrivare dal mare e che lui raccoglie e rilancia dal suo “Balcone sullo Stretto”. Ma anche agitatore culturale, un vulcano di idee che si traducono in iniziative di riconosciuta qualità. Calabrò rappresenta uno dei tanti volti belli di quella Reggio che egli stesso definisce “bella e dannata”.
Conoscevo già, invece, Salvatore Bellantone. Avevamo avuto un “contatto” un paio d’anni fa e la cosa che mi colpì nel nostro primo incontro furono le sue parole: “voglio fare l’editore, qui”. Nel mondo della piccola editoria, è un’affermazione molto coraggiosa, perché spesso si finisce con il diventare semplici stampatori.
Bellantone invece ha coraggio e talento. E quindi fa l’editore, qui: legge quello che gli propongono o che lui stesso intuisce possa essere meritevole di essere divulgato e se la sua valutazione è positiva, pubblica. I volumi di “Disoblio” sono l’esito finale di un’operazione editoriale molto attenta ai contenuti, che devono coincidere con la “mission” di questa giovane casa editrice: valorizzare le energie e le risorse locali, portare alla luce quel patrimonio culturale del territorio che va ricercato con pazienza certosina. Perché esiste, Bellantone lo sa, però va cercato con quella lanterna che è il simbolo di “Disoblio” e che, in fondo, fa svolgere alla casa editrice la stessa funzione etica delle biblioteche in Marguerite Yourcenar: granai nei quali vengono ammassate le riserve contro “l’inverno dello spirito”. Un’attività che è culturale e sociale. E che pertanto va incoraggiata e sostenuta.
“Reggio è un blues”, quindi. Calabrò aveva già avuto modo di farsi apprezzare nel 2005 con Johnny Rolling. Una gioventù di musica, battaglie e amori nella Calabria degli anni ’70, un libro sulle passioni e sulle contraddizioni della generazione post-sessantottina; e nel 2010 con Un libro ci salverà, un titolo che ci dice molto sulla vera natura di Antonio Calabrò. Un ottimista irriducibile: anche quando la realtà che racconta è amara e dolorosa, Calabrò concede uno spiraglio alla speranza, alla convinzione che la strada del bello esiste e che spetta a noi cercarla e percorrerla.
Calabrò è giornalista e scrittore. La tempestività è quella del cronista di strada. Leggendo ZoomSud a volte mi chiedo: “ma come ha fatto a scrivere già un pezzo su quell’avvenimento, se si sa qualcosa da neanche un’ora?”. Antenne dritte, fiuto e penna fluida. Queste sono le doti dei grandi giornalisti. Che, ovviamente, non inficiano il giudizio sullo “scrittore”: semmai, ne arricchiscono il profilo. Perché è anche vero che Calabrò “narra” la realtà che lo circonda mettendoci tutto se stesso. Il suo non è mai un racconto asettico. La passione trasuda da ogni parola utilizzata per raccontare storie e drammi di questa martoriata e splendida città che è Reggio. Una città sempre in bilico tra salvezza e dannazione, che Calabrò racconta senza farsi prendere la mano né dalla retorica indulgente e fatua, né dal qualunquismo parolaio di chi è bravo soltanto a criticare senza mai sporcarsi le mani per migliorare la società in cui vive. Una scrittura “impegnata”, quindi, perché le parole non sono involucri vuoti, ma lo scrigno di emozioni e sentimenti che vanno tradotti in energia positiva.
Da attento osservatore, Calabrò rileva le storture, le contraddizioni, i difetti della sua città. È proprio dalla constatazione di ciò che rende Reggio brutta e invivibile che occorre ripartire: gli scempi ambientali, il malaffare, la ’ndrangheta. Ma anche dalla deriva etica di una società che sembra avere smarrito la bussola dei vecchi e sani valori. Nascondere la polvere sotto il tappeto non serve. Ecco perché i racconti di Calabrò sono un costante invito alla responsabilità. Senza una collettiva assunzione di responsabilità, ogni sforzo si rivelerebbe inutile.
La denuncia si accompagna quindi alla proposizione di esempi di bellezza pescati nell’attualità o nel passato della storia della città. Il ricordo diventa resistenza, ribellione e speranza. Anche quando racconta il disastro materiale e morale di Reggio, l’autore lo fa offrendo la possibilità di un’altra città. Non tutto è perduto, ma solo se ci rendiamo conto di ciò che siamo diventati possiamo darci un orizzonte di speranza e confidare in un futuro migliore.
Calabrò utilizza diversi registri di scrittura: l’arma sottile dell’ironia, quella romantica della nostalgia per i bei tempi andati, quella asciutta della fedeltà a una rappresentazione mai edulcorata. La sua sensibilità è attratta da storie dimenticate che hanno spesso come protagonisti i “vinti”: storie che racconta con “compassione”, che è la capacità di “patire con”, di sentire cioè sulla propria pelle la sofferenza altrui. Il dramma delle vite stentate degli ultimi, la crisi economica e quella etica del gorgo che ci sta risucchiando: siamo più soli e più arrabbiati, in un mondo dominato dall’egoismo e dall’edonismo.
Come un vecchio menestrello Calabrò racconta storie ascoltate chissà dove e chissà quando. Il suo rapporto con Reggio Calabria rimanda a quello tra Jorge Luis Borges e Buenos Aires, alla profondità e alla magia di un’affermazione ripresa da Leonardo Sciascia in riferimento alla sua amata Racalmuto: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”.
Storie dimenticate e una città che purtroppo non esiste più. La Reggio non ancora violentata da una cementificazione selvaggia; la Reggio non ancora umiliata da due terrificanti guerre di ’ndrangheta; la Reggio non ancora saccheggiata da una classe dirigente inadeguata e truffaldina, la Reggio dei mestieri; la Reggio dei “rioni”: il “Pescatori”, il “Ferrovieri”, il confine geografico del Calopinace, sorta di “via Emilia” nell’accezione gucciniana di limite estremo nella Modena del secondo dopoguerra, al di là del quale c’era il “West”.
Ricomporre le tessere di questo antico mosaico non è ginnastica per la mente, bensì corrisponde ad un maturo impegno civile. Nella ossessiva ricerca di conferme di un passato diverso da questo triste presente emerge il tema principale dei racconti di Calabrò: l’amore incondizionato per la propria città, che l’autore dichiara senza giri di parole: “è la potenza dell’amore che mi spinge a criticare Reggio e perfino ad odiarla”.
Perché amare non significa coprirsi gli occhi o nascondere la realtà. Amare significa non arrendersi al declino; significa grattare il passato per togliere la polvere dell’oblio da avvenimenti e persone, trarre insegnamento da vicende minime ma emblematiche.
Reggio è un blues è amore, nostalgia, delusione, dolore. Ma è soprattutto un messaggio di speranza. Reggio non può essere “quella” che incendia il Museo dello strumento musicale (“lo stesso fuoco della biblioteca di Alessandria, lo stesso fuoco dei roghi nazisti”). Reggio è la fiumana di gente che reagisce riversandosi nelle strade, che suona, balla e canta per non darla vinta alla barbarie. Perché Reggio è un blues, la musica del riscatto.
Un riscatto nel quale Antonio Calabrò, nonostante tutto, continua a credere. E noi con lui.

giovedì 27 marzo 2014

Reggio è un blues... a Bagnara

Antonio Calabrò e Salvatore Bellantone hanno voluto farmi questo bel regalo, che ho accettato con molto piacere. E quindi sabato 29 marzo, a partire dalle ore 19:00, avrò l’onore di presentare a Bagnara l’ultimo libro di Calabrò, Reggio è un blues (Disoblio Edizioni).
Insieme all’autore e all’editore, ci ritroveremo presso la sede della Società operaia di mutuo soccorso, in via Antonio De Leo, con Mimma Garoffolo (presidente della Soms di Bagnara), Giuseppe Spoleti (assessore alla Cultura di Bagnara), Domenico Canale e Rodolfo Megale, i due musicisti che daranno all’evento quel tocco di originalità che da dicembre contraddistingue la tournée di presentazione del libro.

lunedì 24 marzo 2014

Un posto per la nostra storia

Molti ricorderanno la campagna partita da questo blog nel mese di gennaio del 2013, affinché l’amministrazione comunale commemorasse con i dovuti onori Nino Zucco, poliedrico artista eufemiese in contatto con i massimi esponenti della cultura calabrese nel Novecento: Francesco Cilea su tutti, ma anche Leonida Repaci, Corrado Alvaro, Raul Maria De Angelis, Alessandro Monteleone, Michele Guerrisi, Francesco Perri, Antonio Piromalli, Leopoldo Trieste. L’articolo suscitò gli interventi di Antonello Zucco e di monsignore Giorgio Costantino (rispettivamente figlio e nipote di Nino Zucco); quindi, su impulso del sindaco di Sant’Eufemia Domenico Creazzo, in breve tempo ci furono l’inaugurazione della Pinacoteca comunale (all’interno della quale una parete è oggi dedicata alle opere che il figlio di Zucco donò in quella circostanza) e l’organizzazione del convegno “Nino Zucco: pittore, scultore, scrittore, cantore della memoria eufemiese”.
Insomma, esiste un precedente incoraggiante. Per il calendario delle manifestazioni estive 2014 si potrebbe pensare a un’iniziativa di recupero della memoria storica, atteso che il prossimo 5 luglio ricorrerà il centenario della posa della prima pietra del palazzo municipale costruito dopo il terremoto del 1908 e inaugurato ufficialmente nel 1926, alla presenza del gerarca Maurizio Maraviglia.
Quella bella struttura architettonica è stata rasa al suolo una trentina d’anni fa, sostituita dall’attuale. E qui mi fermo, senza aggiungere altro, per carità di patria. È giunta però a noi l’epigrafe composta in quella solenne circostanza dallo storico eufemiese Vittorio Visalli:

Fin dagli oscuri tempi feudali/ madre di eletti ingegni e di forti lavoratori/ strenua ribelle contro la borbonica tirannia/ SANT’EUFEMIA D’ASPROMONTE/ sovvertita due volte dai moti convulsi della terra/ due volte risorse/ ed oggi/ per austera volontà di popolo/ per saviezza di amministratori/ per tenacia operosità del sindaco Pietro Pentimalli/ nel porre le fondamenta del suo civico palazzo/ celebra con sereni auspici un’aurora di vita novella/ e guarda fiduciosa a l’avvenire.

Sarebbe opera meritoria scolpire sul marmo le parole del più eminente storico del Risorgimento in Calabria e collocarle all’interno della sala del consiglio comunale, la sede più appropriata per perpetuare il ricordo del riscatto di un popolo ferito ma non domato dalla furia della natura, oltre che per onorare la grandezza di colui che le vergò.
E in quella stessa aula andrebbe anche collocata una riproduzione dell’epigrafe dedicata nel 1900 all’eufemiese Carlo Muscari, apostolo della libertà giustiziato in piazza del Mercato a Napoli, dopo la caduta della Repubblica partenopea, insieme ad altri quattordici patrioti calabresi. Sistemata in occasione del centenario dell’impiccagione di Muscari all’interno della casa comunale, allora situata nella “piazzetta”, la lapide originale andò distrutta dopo il terremoto del 1908, mentre la copia realizzata per il nuovo palazzo municipale andò persa con la demolizione dell’edificio negli anni Ottanta del secolo scorso:

Tradita la fede dei patti/ da bieca voluttà di tiranni/ CARLO MUSCARI/ milite della Repubblica Partenopea/ moriva strangolato a Napoli/ il 6 marzo 1800/ I cittadini eufemiesi dopo 100 anni/ a ricordo ed esempio.

La sede naturale per le due incisioni sarebbe, a mio avviso, la parete che si trova alle spalle della presidenza del consiglio comunale. Quello è il posto della storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Una storia che sappia essere monito e guida per coloro che siedono o siederanno su quegli scranni.


*Sulla vicenda del ritrovamento dell’epigrafe scritta da Visalli nel 1914: http://forgionedomenic.blogspot.it/2013/09/lepigrafe-di-visalli-lo-stupore-di-mico.html
**Per un profilo biografico di Carlo Muscari: Domenico Forgione, Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte, Nuove edizioni Barbaro, Delianuova (RC) 2013, pp. 116-120.

mercoledì 19 marzo 2014

Il calore di un aggettivo

Quattro anni e trecentoquarantacinque messaggi nella bottiglia dopo. Il 24 marzo 2010 aprivo il blog e pubblicavo il primo articolo: Minita, il nome che io stesso mi ero dato da bambino. Perché in un certo senso ripartivo, se non da zero (secondo l’insegnamento del grande Massimo Troisi), dalla consapevolezza che molto era cambiato nella mia vita. O almeno in ciò che mi ero prefigurato sarebbe stata, dieci anni prima.
Minita, quindi. Ripartivo dalla curiosità per ciò che mi accade attorno, dal desiderio di interpretare gli avvenimenti e di capire le persone al di là di ciò che appare a una prima, sommaria, osservazione. Ma anche dal bisogno di condividere con chi legge impressioni, considerazioni, emozioni. Con il maggiore tatto possibile, almeno nelle intenzioni.
Il nome di questo diario virtuale è Messaggi nella bottiglia proprio perché alle onde virtuali della rete affido periodicamente bigliettini che forse verranno letti, forse no. Oggi, domani o chissà quando. Giusto ieri ho ricevuto il commento alla recensione di un libro scritta quasi due anni fa!
Il blog è figlio di un esperimento fallito: quello di creare con il sito santeufemiaonline uno spazio di confronto che offrisse agli eufemiesi la possibilità di esprimersi liberamente, seguendo gli impulsi dati dalla sensibilità e dagli interessi culturali, sociali, politici. Nel momento in cui gli articoli finirono per essere firmati quasi tutti da me, quello spazio non aveva più senso. Era più corretto “sgravare” gli altri collaboratori dalla responsabilità delle cose che proponevo e guadagnare, se non una maggiore libertà (che era totale), certamente un rapporto più diretto e franco con i lettori. Questo per dire da dove si è partiti, da poche visualizzazioni che nel tempo sono cresciute e danno oggi un senso più compiuto a questa attività, ma inducono anche alla riflessione. Perché aumentano le responsabilità di chi scrive nei confronti di coloro che leggono.
Sono affezionato a questa mia creatura. Perché da qui sono partite proposte che la politica e le associazioni eufemiesi hanno spesso colto: su tutte, la riscoperta di Nino Zucco, un grande eufemiese dimenticato fino all’anno scorso.
Il blog mi ha fatto conoscere da gente che non immaginavo e mi ha dato l’opportunità di intrecciare rapporti e avere occasioni di confronto con persone altrimenti per me irraggiungibili.
E poi c’è l’aspetto “medico”: gli voglio bene perché mi ha aiutato a superare situazioni personali anche dolorose. Non mi stancherò mai di ripetere che scrivere è una terapia, ghiaccio a lenire i lividi lasciati sull’anima dai colpi bassi che la vita spesso riserva.
C’è anche molto di me qua dentro. In maniera esplicita o tra le righe, per ritrosia. Ma anche perché conforta il calore di un aggettivo messo lì, quasi per caso. Con la certezza che molti capiranno.

sabato 15 marzo 2014

U mangiari i San Giuseppi

Leggo “u mangiari i San Giuseppi” e sento l’odore caratteristico di un fumante piatto di pasta e ceci, che regolarmente arricchisco con una spolverata di pepe nero. Dai racconti dei “grandi” apprendo che la pietanza preparata per i bisognosi del paese aveva un sapore speciale, come tutte le cose desiderate e a lungo attese. Sulle polpette al sugo del giovedì di Carnevale, per molte famiglie l’unico giorno dell’anno in cui si comprava la carne, si potrebbero scrivere manuali di cucina. O testi di folclore. Un evento irrinunciabile, la cui importanza viene compendiata dal proverbio popolare “giovedì ’i lardarolu cu non avi carni si ’mpigna ’nu figghiolu”.
U mangiari i San Giuseppi” rimanda a principi e valori che oggi lottano con le unghie per non essere travolti dall’indifferenza e dal disimpegno imperanti. Ricorda persone semplici, che riuscivano a dividere con gli altri il poco che avevano. Che non passavano oltre, distrattamente e infastiditi, alla vista di una mano tesa. Che anzi quelle mani andavano a cercare, quando il naturale pudore di molti sfortunati le costringeva nelle tasche. Ricorda la vita vera delle rrughe, i bambini a piedi scalzi nei cortili e le nostre grandissime donne a sorvegliare pentole enormi, ricolme del pasto che avrebbe alleviato una fame antica. Ogni mercoledì una rruga: e poi la sala matrimoniale “Il Cagnolino”, che dal dopoguerra non ha mai smesso di perpetuare questa nobile tradizione.
Da diversi anni, grazie al dinamismo di un gruppo di amici del Vecchio Abitato “u mangiari i San Giuseppe” ricorda a chi l’avesse dimenticato non solo da dove veniamo, ma soprattutto cosa significa essere comunità e quali doveri abbiamo nei confronti di chi sulla propria tavola non sempre trova il conforto di un piatto caldo. Si tratti di eufemiesi di nascita o di eufemiesi di adozione, che il destino e la fame, dalle strade del mondo, ha portato alle pendici dell’Aspromonte.


domenica 9 marzo 2014

La notte degli gnomi

 
Martina amava i libri del padre. A dodici anni sognava di diventare Cecile, la ribelle protagonista di Bonjour Tristesse. O Lia, che in Canne al vento insegue la libertà scappando dalla Sardegna. Del romanzo di Grazia Deledda l’affascinava quel mondo fantastico, abitato da folletti e spiriti, che lei stessa incontrava ogni notte prima di addormentarsi.
Sotto le coperte, il lettino si popolava di folletti buffi e graziosi che si sfidavano in una gara molto particolare: spazzare via la tristezza del giorno. Spuntavano dietro un cespuglio o sotto un fungo, si lanciavano dai rami bassi degli alberi, scorrazzavano nello stagno a bordo di larghissime foglie.
Era la notte degli gnomi.
Gli angoli del materasso diventavano i confini di un mondo fantastico, il cielo trapuntato di stelle lucentissime e sorridenti. “Ma quante sono?”, si chiedeva con meraviglia per poi rabbuiarsi al pensiero del mistero di quel magnifico e imperscrutabile ricamo, che la faceva sentire uno zero tra gli infiniti numeri dell’universo. Ma era solo un attimo. Il tappeto di foglie brune croccava sotto i passi degli gnomi e delle fate che si rincorrevano festanti, si aggrappavano alla sua vestaglia e la invitavano ad unirsi a quel girotondo di magia. Martina chiudeva gli occhi e si lasciava abbracciare dalla felicità.
Fu in una di quelle notti che intravide uno gnomo vestito da cacciatore. Non aveva però con sé il fucile: solo un po’ di pane, in una mano, che presto sbriciolò per gli uccelli del bosco; alle orecchie, le cuffie della radiolina che fuorusciva da un taschino dell’eskimo beige.
Martina riconobbe subito quel sorriso distante, molto simile al suo. Quello gnomo era suo padre. Gli occhi erano uguali a suoi, cangianti dal verde mare al castano chiaro, a seconda dei riflessi del sole. In quelli di Martina si leggeva il dolore per quel vuoto ingombrante che il ricordo non riusciva a colmare. Che nessuno poteva capire.
Forse per questo gli gnomi avevano portato lì suo padre.
Per rassicurarla.
Con lo sguardo seguì quel passo lento che si arrestò all’ombra di un albero. Lo gnomo estrasse il giornale dalla tasca posteriore dei pantaloni, si accomodò sul prato e cominciò a leggere.

sabato 1 marzo 2014

Un cinghiale ferito non può far cambiare verso all'Italia

È successo che Renzi ha pensato bene di cominciare a “cambiare verso” all’Italia nominando sottosegretario alle Infrastrutture il senatore Tonino Gentile, da giorni nell’occhio del ciclone per la storiaccia delle pressioni al quotidiano “L’Ora della Calabria” per silenziare la notizia dell’inchiesta sugli incarichi legali all’Asp di Cosenza, che coinvolge il figlio Andrea.
È successo che, con sprezzo del ridicolo, esponenti di primo piano del Ncd calabrese hanno fatto a gara nell’esprimere soddisfazione e giubilo per la nomina del “cinghiale che se ferito ammazza tutti”: da Luigi Fedele a Nazzareno Salerno, da Daniele Romeo a Giuseppe Scopelliti. Senza imbarazzo alcuno.
È successo, questo ormai è evidente a tutti, che esiste un rapporto perverso tra stampa e politica che andrebbe spezzato. Perché un giornalismo sotto ricatto non potrà mai svolgere il ruolo di cane da guardia della democrazia. E alla fine di questa nauseabonda vicenda, a pagare potrebbero essere soltanto i tanti ragazzi che tra mille difficoltà si fanno il mazzo per inseguire un sogno.
È successo che ci saremmo aspettata una reazione feroce da parte degli esponenti del partito democratico, il quale (salvo rarissime eccezioni) risulta “non pervenuto” sulla registrazione della telefonata tra lo stampatore, nonché presidente di Fincalabra, Umberto De Rose e l’editore di “L’Ora della Calabria” Alfredo Citrigno. Imbarazzato ma taciturno, invece, sulla nomina di Gentile.
È successo che è impossibile che Renzi non sia stato informato su quel che è accaduto in Calabria nell’ultima settimana. Se, nonostante tutto, ha preferito piegarsi al diktat del suo alleato di governo, vuol dire che siamo di fronte all’ennesimo bluff. Ma sulle questioni di principio non si può esitare: la libertà di stampa è un principio costituzionale da difendere senza se e senza ma. Ad ogni costo. Punto.
Non ci sono altre strade per rimediare allo sdegno, all’imbarazzo, al disorientamento provocati da una scelta così spudorata: Gentile deve andare a casa perché, al di là degli eventuali risvolti giudiziari della vicenda che lo vede coinvolto, la sua presenza in un esecutivo che si definisce di rottura rispetto al passato non è opportuna. E i rappresentanti democratici calabresi in Parlamento, senza distinzione di corrente, devono assumere una netta posizione di intransigenza. Fino a quando non ci saranno le dimissioni o non verrà ritirata la delega a Gentile, dovranno togliere il sostegno al governo Renzi.
Se proprio non si riesce a cambiare verso, almeno si cominci a cambiare andazzo.