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martedì 8 aprile 2014

Petali

Il mio posto è tra il tuo giubbotto e il vento, gli occhi a fissare in alto quel sorriso affaticato che conosco. Che indossi sempre quando hai paura di rivelarti nudo, di essere letto. Decifrato. Punture di freddo sulla faccia, come aghi di pino. E il mare che non fa niente per piacere, avido di sabbia invernale e lattine arrugginite, cocci levigati di vetro verde e mozziconi consunti, falò arsi sotto la luna gigante. Lacrime e parole di esistenze spiaggiate, le nostre.
Essere stanata dal tepore del mio rifugio è un gioco triste che soddisfo con calcolata cura. Mi ritrovo aggrappata ai tuoi pensieri, nuvole in fuga da una quotidianità che ci manca. L’attesa del gorgoglio della moka sul fornello, i nostri volti illuminati a intermittenza su vetrine sorridenti, strade da percorrere a passo lento. Ogni volta che lo desideriamo.
Ti ho cercato pur sapendo di non poterti trovare. L’ho fatto nuovamente. Ma lo dovevo a me stessa. Alla donna che ero, non certo a quella che sono diventata. Improbabile sotto questa maschera che mi dipinge felice in un mondo ideale, a canticchiare sopra la musica che altri suonano per me. Come fosse perfetta sinfonia e non uno sguaiato lamento di olocausto. Lo dovevo alla mia sfrontataggine e allo stupore che ti procurava, sempre. Lo devo all’ostinazione di un finale che reinventiamo di volta in volta, per darci ancora una possibilità.
Anche se non ho mai creduto a quella storia sul perdono, che va bene per il buio di una sala, gli occhi umidi e i singhiozzi soffocati fino al riaccendersi delle luci. Per perdonarti avrei dovuto sopravvivere ai miei fantasmi. Per perdonarti e per poterti ritrovare. Trovarti com’eri prima, intendo.
Mi aggrappo a un sogno solo mio, inseguito di stazione in stazione, senza alla fine crederci più di tanto. Ravvivato da quel poco di ombretto a sfumare che nasconde i miei anni e le tue colpe. Un trucco che amiamo entrambi. E che somiglia alla sapienza delle rondini, si manifesta quando è ora di partire. Loro tornano sotto lo stesso balcone, per ricominciare dalle macerie di un cerchio disegnato. Io mi riannido tra una camicia e una lampo. Lì intravedo l’idea di noi, sbiadita. Come se tutto fosse successo ad altri, non a noi che pure avvertiamo il sapore salato della nostalgia, desiderio di cielo azzurro e sole e calma. Di auto parcheggiate e corpi sudati. Di corse a inseguire la libertà. Di notti incollati a due cornette. Di incoscienza che era coraggio.
Ora vado, non provare a trattenermi. Tanto lo sai che tornerò. Coloriamo parentesi con la cocciutaggine dei bimbi piegati sul foglio, l’avambraccio sdraiato per non fare copiare il compagno che pressa accanto per sbirciare. La promessa del ritorno è l’unica certezza che possiamo permetterci, l’illusione di una vittoria assurda. Abbiamo vinto perdendo, come petali che resistono, soffiati altrove.

6 commenti:

En Soph ha detto...

mi piace....ha il sapore del tempo lento, delle cose non dette, forse solo intuite, della pienezza dell'amore cercato con cocciutaggine, oltre ogni limite umano...parole...gocce nell'oceano della globale infelicità...perle, per ritrovare spazi perduti in cui ritrovarsi...

Domenico ha detto...

Grazie :-)

Nella Crosiglia ha detto...

Meravigliosa Domenico...
questo riprendersi per non lasciarsi mi affascina , perchè lo trovo migliore di aver perso il tuo bene per sempre senza possibilità di tornare indietro e coperta da mille lacerazioni dolorose!

Domenico ha detto...

Grazie Nella, il tuo giudizio mi gratifica :-)

cosimo petrolino ha detto...

,,,l'arte della parola che non teme le rughe del tempo e le riempie di ricordi mischiando memoria e nostalgia....

Cosimo Petrolino

Domenico ha detto...

Grazie Cosimo!
E direi di cominciare a scaldare i motori per (ri)fare qualcosa insieme...