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venerdì 30 maggio 2014

Farage, l'amante londinese di Grillo

Ho chiesto a Mario cosa pensano i londinesi dell’incontro tra Grillo e Farage, uno che manda nelle case degli inglesi volantini come quello che vedete qui accanto, da mio fratello rispedito prontamente al mittente: “avete sprecato un pezzo di carta e un francobollo, perché io sono tra coloro che “rubano” il vostro lavoro. Lo faccio da 18 anni, impunito”. 
Ecco la sua risposta.

Sto seguendo con interesse il dibattito italiano sulla vittoria del movimento di estrema destra Ukip (United Kingdom Independence Party) nelle elezioni per il Parlamento europeo in Inghilterra e le polemiche sollevate dall’incontro del comico e leader del M5S Beppe Grillo con Nigel Farage. Non credo però sia il caso di fomentare isterismi ingiustificati e cercherò di spiegarne il motivo.
In Inghilterra solo il 37% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne, per varie ragioni. Tra questi, la circostanza che le elezioni coincidevano con un Bank Holiday, una delle cinque vacanze nazionali caratterizzate dall’astensione dal lavoro anche il lunedì. Un week-end lungo che molti hanno sfruttato per concedersi una vacanza, ai quali vanno aggiunti coloro che il 22 maggio (giorno delle votazioni) hanno ripiegato su un bel barbacue, considerato che una volta tanto qua splendeva il sole.
Al voto europeo in Inghilterra partecipano prevalentemente i detrattori dell’UE, per esprimere il proprio disappunto. Per questo motivo Ukip ottiene buoni risultati, potendo contare anche sul sostegno dei conservatori vecchio stampo. Per intenderci, quegli elettori che avrebbero imbalsamato Margareth Thatcher pur di averla ancora al potere, i quali non riescono a digerire la coalizione che il leader David Cameron ha messo in piedi con i liberali. Lo stesso Nigel Farage è un fuoruscito del partito conservatore, per cui non è sorprendente che su di lui convergano le simpatie dei vecchi compagni di viaggio, attempati e in aria da pensione.
Gli equilibri verranno ristabiliti il prossimo anno, quando ci saranno le elezioni politiche. L’Ukip tornerà ad essere una forza marginale, perché non ha una solida agenda sulle vere problematiche del paese e si limita a slogan nazionalisti e antieuropeisti. Farage non ha mai partecipato ad un dibattito televisivo con gli altri leader politici, ma anche se lo facesse non avrebbe la dialettica, né la preparazione sufficiente per riuscire a tener testa agli avversari.
A differenza che in Italia, qua l’effetto Farage è durato 24 ore. Il tempo di stabilire che nella remota eventualità di un exploit alle elezioni del 2015 nessuno se lo imbarcherebbe in una coalizione di governo e già martedì il leader di Ukip non era più una notizia.
Farage è un impulsivo, non sa contenersi, è sopra le righe, parla a sproposito e non conosce la storia. Tanto meno la discrezione e il rispetto, due principi cardine della società britannica. È affascinato dal modus operandi di Putin e, effettivamente, ha molto dello “stile” di Beppe Grillo, con il quale sono certo che a Bruxelles andrà d’amore e d’accordo. Con lui berrà una birra o due, perché a Farage piace dare l’idea di essere uno di noi, uno che va al pub. Della loro agenda comune non mi preoccuperei più di tanto. Cosa potrebbero programmare, dare fuoco a Palazzo Charlemagne?
Con questo incontro Beppe Grillo conferma però ciò che ho sempre sospettato, sin dai tempi delle sue ospitate sui palchi di Sanremo, vissute da me con un certo disagio. È un estremista che ha cavalcato il malessere e la rabbia prodotti dalla crisi economica e dall’immobilismo istituzionale del sistema politico italiano, riuscendo così ad avere molto successo in Italia. Ora ha bisogno di farsi conoscere fuori dalle frontiere nazionali, per cui probabilmente userà Farage per accrescere l’esposizione mediatica.
Qualche amico inglese mi ha chiesto com’è possibile in Italia che un comico guidi un movimento politico. Poiché in Inghilterra apprezzano l’ironia, rispondo che la cosa non mi sorprende, visto che per vent’anni siamo stati nelle mani di un leader che non si lasciava sfuggire l’occasione per raccontare barzellette, pure male. Non ci resta che ridere.

lunedì 26 maggio 2014

361 volte grazie

Il dato più rilevante è quello dell’astensionismo: a Sant’Eufemia si sono recati alle urne 1.083 elettori, pari al 28,75% degli aventi diritto. Quasi il 9% in meno rispetto alle Europee del 2009 e 73 elettori in meno rispetto all’ultima consultazione, quella relativa alle Politiche del 2013, competizione però storicamente più “sentita” dall’elettorato e quindi più partecipata. La percentuale di affluenza è di molto al di sotto del dato nazionale (58,69%), a sua volta inferiore di otto punti rispetto a quella delle Europee del 2009, che si svolsero però in due giorni. Sarà compito degli analisti spiegare la montante disaffezione nei confronti della politica, chi osserva il responso nudo e crudo deve invece concentrarsi sui risvolti politici immediati. Su chi vince e su chi perde, perché alla fine chi ha partecipato ha deciso per tutti. È la politica, bellezza.
In sintesi ha vinto Renzi, ha perso Grillo. Ha vinto il desiderio di “normalità” contro la guerra continua, gli slogan truculenti, la paura e il terrore mediatico. Ha vinto il senso di responsabilità del Partito Democratico e lo spirito riformista dell’azione di governo, con tutti i limiti e le difficoltà che non si vogliono certo nascondere. Secondo questa lettura, tutto il resto scompare, o comunque assume poca rilevanza. A livello nazionale e a livello locale.
Laddove sei mesi fa esistevano soltanto macerie in otto abbiamo “aperto” (non “fisicamente”, purtroppo) il circolo Pd “Sandro Pertini”. Alla prima importante scadenza elettorale siamo risultati il primo partito con 361 voti (36,06%), davanti a Nuovo Centro Destra (272), Forza Italia (181), Movimento Cinque Stelle (96), Fratelli d’Italia (26), Verdi (21), Tsipras (17), Italia dei Valori (12), Lega (6), Scelta Europea (5), Maie (4). I due candidati che sostenevamo sono stati entrambi eletti: Elena Gentile, primatista a Sant’Eufemia con 220 preferenze, e Gianni Pittella (177).
Un risultato che ci riempie di orgoglio e che consideriamo un buon punto di partenza per l’azione che andremo a sviluppare in futuro, in piena autonomia e con spirito costruttivo. Il tesseramento per il 2014 sarà l’occasione per verificare su quali forze potremo realmente contare, anche sotto il profilo pratico dell’organizzazione. E poi il problema più grande, quello della sede, un punto di riferimento indispensabile soprattutto per i giovani che ci hanno sostenuto in questa campagna elettorale, sui quali puntiamo per continuare a crescere e diventare sempre più protagonisti. Perché un partito ha senso se è al servizio della collettività, non se si riduce a comitato elettorale da mobilitare nelle vicinanze di ogni appuntamento con il voto.
Conserverò per sempre tra i ricordi più cari la stretta di mano ricevuta da un militante storico (classe 1928) del vecchio Pci che ci ha fatto i complimenti e ci ha esortato a continuare su questa strada.

giovedì 22 maggio 2014

Al voto, al voto

È stata una campagna elettorale dai toni eccessivi, a tratti violenti, nei quali in molti non possono riconoscersi. Ma i tempi sono questi. Tempi di gente incazzata perché non ha lavoro, sempre di più neanche da mangiare, e perché i segnali che arrivano dal mondo politico sono spesso quelli di una casta autoreferenziale che vive sul suo personalissimo pianeta, incurante dei problemi che stanno bruciando generazioni di italiani. Convinti che “niente cambierà”, da diverse votazioni sono in tanti a rifugiarsi nell’astensionismo o nel voto in favore di chi promette che manderà tutti a casa, magari con un cartello attaccato al collo, come in ogni guerra civile che si rispetti. Ma la politica non può essere solo rabbia, con quella non si riuscirà mai a governare processi complessi che la semplificazione del “dovete sparire tutti” riduce a tumori da estirpare. Non mi affascinano i tribunali rivoluzionari di giacobina memoria, l’idea di processi di piazza, gogne mediatiche e sputi “virtuali”.
Si è così finito per parlare poco di Europa, mentre invece è solo dentro questa istituzione che possiamo avere un futuro e sperare in una ripresa agganciata, ad esempio, alle molte opportunità garantite dall’utilizzo dei fondi europei. Per cui la questione è riuscire a sfruttare queste occasioni, non uscire dall’Euro. Il processo di unione europea ha visto l’Italia protagonista assoluta e non c’è proprio niente da vergognarsi nel ricordare che questa Istituzione ha garantito pace e libertà laddove c’era una guerra ogni trent’anni. Sbaglia chi pensa che la storia non potrebbe ripetersi.
Certo, l’Unione Europea va cambiata. Proprio per questo è importante andare a votare e cercare di mandare a Bruxelles rappresentanti competenti. Serve un voto contro gli avversari più insidiosi: l’astensionismo e il populismo. Serve innanzitutto partecipare, che è il sale della democrazia.
Ovviamente confido in una buona affermazione del Partito Democratico, che con tutti i suoi difetti (sui quali a volte piace indugiare, anche troppo, in primis ai suoi elettori), si sta dimostrando forza politica affidabile e responsabile. In questo difficile e convulso tornante della vita politica italiana, il Pd ha garantito stabilità e impedito pericolosi salti nel buio. Questo gli va riconosciuto, insieme allo sforzo concreto per realizzare le riforme strutturali da decenni auspicate.
Un’ultima considerazione, in chiave prettamente locale e senza alcuno spirito polemico, per i promotori del Comitato per il mantenimento dello svincolo. Anche alle elezioni politiche dell’anno scorso, l’idea di chi organizzò il ritiro delle tessere elettorali era far sì che il prefetto si chiedesse il perché della scarsa affluenza alle urne. Per l’elezione della Camera dei Deputati votarono 1.156 elettori su 3.075 aventi diritto, ma non mi risulta che i sonni del prefetto o di altri siano stati da ciò minimamente turbati.
Buon voto a tutti.

domenica 18 maggio 2014

Click

Il mio vero nome danza con il vento. Gli è stato sussurrato tempo fa mentre mi spettinava i capelli, cullato da braccia che non conoscevo. Un padre non l’ho mai avuto, nei ricordi asciutti di mia mamma si faceva vedere ogni due o tre mesi. Lei però non poteva raccontarlo a nessuno che il suo uomo era tornato a casa. Restava acquattato sotto una botola nascosta sul retro per un paio di giorni, lì gli veniva portata una scodella di kabuli pulao e un po’ di carne di pecora, poi ripartiva. Senza neanche salutare.
Per i miei fratelli nostro padre era un fagotto tiepido calato nel buio di una buca. Due occhi lucenti come stelle lontane, che non sai se vedi o stai soltanto sognando, che il bisogno di infinito rende familiari. Due mani mute e terrose che di notte arrivavano e di notte svanivano.
Avevo tre anni quando mandarono a chiamare mia madre per farle riconoscere un corpo mutilato. Era lui, saltato in aria con il furgone diretto a un campo di addestramento. Finalmente aveva coronato il sogno di diventare un martire della jihad, anche se non aveva trascinato con sé nemmeno uno degli infedeli che due giorni prima volteggiavano sopra la sua testa china e stretta tra i gomiti, inseguita dalle raffiche del mitragliatore.
Il rumore di morte delle pale che tagliano a fette l’aria faceva già parte della colonna sonora della mia vita. Cinque anni dopo mi avrebbe sorpreso blindato tra le braccia di mia mamma, il viso nel rifugio del suo seno: non avere paura, ci sono io qua.
Fui l’unico a risvegliarsi, due settimane dopo in un lettino d’ospedale. Dov’era il villaggio, un silenzioso puzzo di stantio. Mia mamma e i miei fratelli, una storia sospesa.
Per tenermi buono Steve mi faceva giocare con la digitale che riprendeva la sua vita in bilico sulla torretta di un carro armato o sorridente tra pacchi di latte in polvere e scatolette da distribuire. I bambini stanno bene ovunque, anche in una caserma di militari dall’accento sconosciuto, se qualcuno si prende cura di loro.
Oggi immagino i contorni sfuocati del vecchio Steve nell’altra parte del mondo, mentre rivela ai figli che la verità spesso è questione di grandangolo. Ripenso alle sue ultime parole prima di andare, le lacrime a solcare gli zigomi cotti dal sole: Click, questa la lascio a te.
Mi piaceva il soprannome che mi aveva dato, lo porto addosso come un mantello che mi protegge dal mio passato, dalla strada che – lei – mi avrebbe certamente scelto. E mentre cerco di stare il più vicino possibile all’orrore, affido i miei quindici anni alla buona sorte e alle mimetiche che mi circondano. A sera avrò tempo per rivivere le vite di tutti e venderle alle agenzie di stampa.
L’obiettivo della macchina fotografica sono i miei occhi. Altro non vedo, fuori dalle fiamme di un inferno che non mi spaventa più, che è la mia stessa pelle; fuori dal sangue che chiazza strade e campi, come inchiostro rovesciato a inzuppare. I colori giocosi dei fiori, il sole rosseggiante che va a dormire dietro al mare, il sorriso di perla dei bambini li fotografo di notte, quando ricamo una trama diversa unendo le crepe del soffitto.
Ma il mio destino è là fuori, annodato a questo dito che scatta e scappa, che nelle immagini della morte si ostina a cercare la vita di domani. Se vincerà il prossimo duello, mirino contro mirino.

mercoledì 7 maggio 2014

Il pasticciaccio di Scilla


Forse si sarebbe usciti alla prossima partita, poteva starci contro la seconda forza del campionato. Anzi, no: si sarebbe usciti sicuro. Mettiamola così. Ma il gioco è questo: una squadra vince e l’altra perde. Gli sconfitti fanno i complimenti ai vincitori. Applausi. Invece sembra essere andata diversamente. Perché le squadre erano tre e due “puzzerebbero” di biscotto bruciato, preparato per impedire al Sant’Eufemia di accedere ai play-off di Terza categoria. Terza categoria, ripetiamolo per dare la misura delle cose. Che è quella dei campi polverosi della provincia.
La versione ufficiale parla di una svista. Non se ne sono accorti di essere scesi in campo con un fuoriquota in meno, perché un caso di omonimia avrebbe fatto schierare il giocatore sbagliato. Ma la Scillese, assicurano, la partita contro il Real Messignadi l’ha giocata sul serio, tanto da avere chiuso la pratica con un tennistico 6-2. Il sospetto però è che sia stato tutto architettato per poter comunque festeggiare con una vittoria davanti ai propri tifosi la conquista del campionato. Oltretutto, una sconfitta casalinga avrebbe destato comprensibili sospetti.
Neanche l’arbitro ha notato il pasticciaccio. Quelli del Messignadi invece sì. Scafatissimi: ricorso e vittoria a tavolino. E per il Sant’Eufemia addio al sogno play-off. Nonostante il successivo reclamo della Scillese, che addebita all’arbitro la responsabilità per avere effettuato il riconoscimento dei giocatori soltanto durante l’intervallo.
Il giudice sportivo non l’ha scritto, ma il senso del rigetto del reclamo è impietoso: la toppa è peggio del buco, perché in questi casi la società è responsabile. D’altronde, chi compila materialmente la distinta ha un solo compito: verificare il rispetto delle regole sui fuoriquota.
Una vicenda che lascia l’amaro in bocca, nonostante la signorilità di Peppe Napoli, 35 anni da dirigente che andrebbero meglio rispettati, per tutto quello che rappresenta in termini di passione e valori trasmessi alle centinaia e centinaia di ragazzi allevati con l’amore di un padre verso i propri figli. Il presidente del Sant’Eufemia si è infatti limitato ad esprimere, in un comunicato, “disappunto per quanto in buona o cattiva fede accaduto”.
Viene da chiedersi quale sia il senso di un campionato di calcio di Terza categoria, se non quello di creare occasione di aggregazione tra ragazzi che altrimenti avrebbero ben poco da fare in paesi che offrono poco o niente. Perché Terza, Seconda o Prima categoria cambia davvero poco. Finisce tutto, se a questi livelli il risultato viene prima della funzione sociale dello sport. E finisce tutto soprattutto per società come il Sant’Eufemia, autogestite e portate avanti da gente innamorata del calcio come Peppe Napoli e Franco De Luca, un educatore prima ancora che un allenatore, attento agli aspetti della responsabilità e del rispetto più che ai tre punti.
I play-off avrebbero rappresentato, soprattutto per i ragazzi, la meritata ricompensa per i sacrifici di un’intera stagione. Niente di più. “Preferisco perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati”, ma forse non tutti sono d’accordo con Pier Paolo Pasolini.

martedì 6 maggio 2014

Mettiamo il cancro all'angolo

L’Agape di Sant’Eufemia d’Aspromonte raddoppia l’impegno nella raccolta fondi per la ricerca sul cancro. Domenica 11 maggio, in occasione della festa della mamma, i volontari dell’associazione allestiranno infatti due punti di distribuzione, a piazza Matteotti e a piazza Municipio, dove acquistando l’azalea della ricerca dell’Airc si potrà contribuire a “mettere il cancro all’angolo”.

domenica 4 maggio 2014

I fotogrammi della vergogna

Avrebbero fatto meglio a silenziare l’audio. Ci saremmo risparmiate le castronerie di Somma, che derubrica a “atto vandalico” un bollettino da faida: sette colpi di pistola e tre feriti, uno dei quali in codice rosso. Non avremmo neanche ascoltato la minimizzazione di stato divulgata dalla questura per gettare acqua sul fuoco: “un episodio che non ha niente a che fare con la partita di calcio”.
Avrebbero fatto meglio a lasciare parlare immagini che non hanno bisogno di alcun commento, perché sono l’emblema della sconfitta del calcio. Che ormai da tempo è lo sport più bello del mondo solo nella mente delle agenzie pubblicitarie. Mentre, in Italia, è quello che tutti abbiamo visto ieri sera: un ostaggio nelle mani del Genny ’a carogna di turno. La cui resa viene rilanciata senza pietà dalla stampa internazionale: “il figlio di un camorrista ha deciso che la finale di Coppa Italia si può giocare”.
Le immagini della vergogna incorniciano il capitano del Napoli circondato dagli steward e in delegazione ai piedi di un pluripregiudicato assiso su una grata della curva Nord dell’Olimpico, che infine annuisce, stile don Corleone quando il consigliori Tom gli sintetizza all’orecchio il problema del mafioso che ha chiesto udienza. E pazienza per quella scritta sulla t-shirt nera inneggiante alla liberazione dell’ultrà assassino dell’ispettore di polizia Filippo Raciti. Pazienza anche per i razzi e i petardi che fanno scappare subito dopo tutti, ricordando, a ogni buon conto, chi comanda.
Basta con le stucchevoli analisi sociologiche sulla violenza della società contemporanea, sul lavoro che non c’è, sul disagio sociale, sulla rabbia che cova sotto la cenere e cerca sempre uno sfiatatoio. La questione è molto più semplice, nella sua brutalità. Il problema, annoso, è il rapporto perverso tra società di calcio e tifo organizzato. È nelle complicità, nell’omertà, nella “convenienza” che spinge una società di calcio ad avere rapporti opachi con questi figuri.
Qual è la logica che porta l’allenatore Seedorf ad incontrare gli ultras del Milan dopo la sconfitta con il Parma? Se a me non piace l’ultimo film di Robert De Niro, al massimo decido di non guardare il successivo, per ripicca. Ma non vado ad attendere l’attore sotto casa per chiedergli conto di una interpretazione che non è stata di mio gradimento o per suggerirgli quali ruoli accettare in futuro.
Ci sono interessi economici, legati all’indotto economico che l’evento calcistico genera in uno stadio, sui quali il tifo organizzato mette regolarmente le mani con la compiacenza delle società di calcio. Per questo motivo ai cancelli non passa la bottiglietta dell’acqua del bambino, ma entrano bombe carta, bulloni, catene e motorini da lanciare dal secondo anello. Per questo motivo, se gli ultras chiedono ai propri giocatori di togliere la maglietta perché considerati indegni, quelli la tolgono. In lacrime, ma la tolgono. E basta con la balla dell’onore ultrà: non c’è niente di “onorevole” negli scontri violenti con la tifoseria avversaria o con le forze dell’ordine, e neanche nelle razzie agli autogrill di teppistelli che assaltano gli scaffali ed escono senza pagare, con le tasche gonfie di cioccolatini, caramelle, souvenir.
Gli ultras violenti non sono tifosi esagitati, che “vivono” in maniera più intensa degli altri la partita della squadra del cuore. Sono criminali, delinquenti da perseguire con il codice penale, non con le carezze del Daspo o con le assurdità burocratiche della tessera del tifoso. Altrimenti a farne le spese sarà sempre chi ama davvero il calcio e, ad ogni partita, torna a casa con in bocca il retrogusto amaro della delusione per una storia finita.

venerdì 2 maggio 2014

Un tuffo dove l'acqua è più blu


Cosa vuoi che sia un salto per un ragazzino di Bagnara, il primo maggio. Erano in due, li ho visti da lontano, mentre passeggiavo sul lungomare, e ho capito subito quello che volevano fare.
Ho cercato di cogliere quell'attimo e mi sembra di esserci riuscito.
Prima di pubblicare la foto ho esitato per diverse ore. Poi mi sono convinto: no, non mi sembra riconoscibile. Inoltre: no, non è un cattivo esempio.
Da piccolo saltavo da muri che sembravano altissimi, mi arrampicavo sugli alberi, guadavo la fiumara, attraversavo la galleria mentre arrivava la littorina. Lo facevo insieme a molti altri ragazzi e siamo tutti qua. Tutti qua, con forse meno libertà.
Ecco, nel volo di questo ragazzino io vedo solo libertà.
E mi commuovo.