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venerdì 27 giugno 2014

Una scuola da difendere, senza se e senza ma

Ciò che saremo è, per lo più, ciò che siamo stati. Ecco perché periodicamente la scuola si ritrova al centro del dibattito sul futuro della società. In genere ci finisce dopo qualche episodio spiacevole, esecrabile, vergognoso. Aggettivi appropriati per definire l’aggressione subita da Rosanna Gallucci, vicepreside del liceo classico “Telesio” di Cosenza, ad opera dei genitori di una quattordicenne fresca di bocciatura.
Si dirà che è un caso isolato, che può capitare. Che si tratta di una famiglia emarginata. Lo sosterranno anche altri genitori e altri studenti. Ogni volta che accettiamo una spiegazione-giustificazione del genere facciamo un danno incalcolabile ai nostri ragazzi, a noi stessi e alla collettività. Perché è evidente, al di là del caso specifico, che si è innescato un pericolosissimo corto circuito nel rapporto tra scuola e famiglia. Le due principali agenzie educative non riescono a parlarsi, ma soprattutto non riescono a riconoscere e a rispettare i rispettivi ruoli, che dovrebbero essere distinti e convergenti, non confusi e sovrapponibili. Ci sono i docenti e ci sono i genitori: l’uovo di Colombo è che ognuno faccia il proprio mestiere, senza invasioni di campo.
Nessuno si augura il ritorno degli insegnanti dallo schiaffo facile, i ceci sotto le ginocchia, le bacchettate, i pizzicotti e le orecchie tirate fino alle lacrime. Non è per questa via che la scuola riacquista autorevolezza, il grande assente nelle istituzioni scolastiche di oggi. Un’autorevolezza che non viene riconosciuta anche per una semplice, errata, deduzione. Molti dei genitori attuali hanno lo stesso titolo di studio, se non addirittura più alto, di quello dei docenti dei propri figli: “chi è quel docente, che ne sa meno di me, per valutare i miei figli?”, una frase che capita di sentire o leggere in sguardi stizziti.
Mentre un tempo i ragazzi venivano “affidati” a maestri e professori con smisurata fiducia, oggi vengono “parcheggiati” a scuola con supponente diffidenza. Tanto, nella maggior parte dei casi il pezzo di carta arriverà, in un modo o nell’altro, docenti o non docenti. Per cui, se qualcuno fa notare che va avanti solo chi lo merita, può ritrovarsi sbattuto a terra, preso a calci e pugni, piegato da un modello di società fondato sui vincenti, non sugli sfigati bocciati al primo anno di liceo. Occorre ripartire da una filosofia che contempli la possibilità dell’errore, che consideri utili i fallimenti personali e professionali, che indichi nella caduta il primo passo verso un nuovo e più maturo riscatto.

venerdì 20 giugno 2014

Vandali in azione al campo di tiro a volo “Giuseppe Garzo”

Viene difficile dare torto a Rocco Rugari quando sostiene che no, così non si può andare avanti e forse è giunto il momento di gettare la spugna. Qualche notte fa è successo un fatto molto grave al campo di tiro a volo “Giuseppe Garzo”. Ignoti – ma di certo vandali e vigliacchi – si sono introdotti all’interno della struttura dedicata dal 1973 a uno dei soci fondatori dell’omonima associazione sportiva costituita l’anno precedente e, una volta dentro, hanno smontato e portato via dieci macchine lancia piattelli del “percorso caccia” e dello “skeet”, piattelli e altre attrezzature del campo. Un danno economico di circa 20.000 euro, non bruscolini per una società sportiva che si mantiene per lo più con l’autotassazione degli iscritti e con il denaro che qualche socio negli anni ha anticipato e chissà quando avrà indietro.
Ciò che più brucia è però la ferita allo spirito di questo gruppo di amici. Rugari c’era quando l’associazione è stata costituita più di quarant’anni fa e per venti (dal 1992 al 2012) ne è stato presidente, prima di passare la mano a Raffaele Monterosso per un saggio ricambio generazionale. Il campo di tiro a volo rappresenta, per lui e per molti altri, un sogno realizzato, ma anche importanti traguardi sportivi e gratificanti riconoscimenti ottenuti in tutta Italia. Senza fare l’elenco, citiamo la recente vittoria nel campionato regionale specialità “Fossa universale” a squadre, un’affermazione che a settembre farà volare a Bergamo i tiratori eufemiesi per la disputa della finale nazionale.
I due campi di “Fossa universale” non hanno subito danneggiamenti, per cui dovrebbero svolgersi regolarmente gli eventi già calendarizzati per la stagione estiva (13 luglio: trofeo “Città di Sant’Eufemia”; 16-17 agosto: trofeo “Garzo”, trofeo “Pillari”, trofeo “Lombardo”). Però il colpo psicologico è duro da assorbire e il futuro diventa un punto interrogativo che richiede una considerazione pacata e seria: vale la pena proseguire?
Tutto ciò che serve per creare aggregazione o utilità sociale è sacro, si tratti di strutture pubbliche, private, in uso alle associazioni. Le donne e gli uomini che se ne servono per fini di promozione sociale e del territorio vanno sostenuti e incoraggiati, non feriti a morte nell’entusiasmo, la parolina magica che spesso ripete un caro amico, da almeno 35 anni in prima linea nel campo del volontariato: “se manca l’entusiasmo non si va da nessuna parte, perché ogni attività ci apparirà un sacrificio e non un momento di crescita, nostro e della comunità”.
Chi ha compiuto questo inqualificabile atto può ancora rimediare restituendo il bottino del raid vandalico, che oltretutto è di complicata collocazione sul mercato. Questa sì che sarebbe una bella notizia.

lunedì 16 giugno 2014

Cari ragazzi, in bocca al lupo

Eccoli qua i giorni e le ore tanto attese. Il momento in cui diventa quasi insopportabile il peso della responsabilità per l’esito di un processo di formazione che va oltre la semplice didattica, anche se il sigillo sarà un voto. La cifra che dovrebbe racchiudere un lustro di esperienze, gavettoni e pallonate, compiti in classe e pomeriggi sui libri, sorrisi e pianti, ciò che si era a quattordici anni e ciò che si è diventati a diciotto. Una tappa di avvicinamento alla maturità vera e propria, per chi proseguirà negli studi e per chi dirà basta.
C’è un mondo che vi aspetta. Aspetta tutti voi, perché sarà vostro. Dovrà essere vostro. Di voi che sudate al solo pensiero di questi esami. Di voi che risolvete la questione con strafottenza, perché tanto sapete che in qualche modo riuscirete a sfangarla.
La conosco l’ansia di questo momento, perché è stata la mia. Perché negli anni più volte mi è capitato di sognarmi alle prese con il compito di matematica e non vi dico il sollievo, al risveglio, nel realizzare che si trattava solo di un incubo notturno. Perché anch’io la mattina dell’orale ebbi la sensazione di andare incontro a un plotone d’esecuzione che forse mi avrebbe risparmiato, se solo fossi riuscito ad essere convincente. Solo contro tutti, con in testa un mantra che da allora mi ripeto ogni volta che la posta in gioco appare troppo alta, ogni volta che il bivio atterrisce, ogni volta che le conseguenze di una decisione o di un evento atteso tolgono il sonno: “stai tranquillo. Domani a quest’ora sarà tutto finito da un po’, comunque andranno le cose”.
Il mio auspicio è che il patrimonio di speranza che rappresentate non vada disperso. Ho avuto modo di ascoltare alcuni di voi, anche negli anni scorsi. Non tutto è perso a Sant’Eufemia: c’è del bello anche grazie a questo nostro caro liceo, ai suoi docenti e agli studenti. Perciò non mi stancherò mai di ripetere che va custodito come una gemma preziosa.
Un consiglio solo mi sento di darvi. Partecipate. Partecipate alla vita del nostro piccolo paese, nei modi che ritenete più opportuni. Però fatelo. Nelle realtà associative già presenti sul territorio o in nuove aggregazioni che inventerete voi stessi. Siate protagonisti e date libero sfogo all’entusiasmo che avete in corpo. Ci sarà tempo per le delusioni, purtroppo. Ora è il tempo della semina, la vostra.
Tra un paio d’anni ricorderete questi giorni, prima con il sorriso sulle labbra, poi con il rimpianto per un passato di leggerezza che vi costerà fatica riuscire a mantenere nel tempo. Perché la vera sfida sarà quella della vita quotidiana, con i suoi mille piccoli problemi. Sarà capire non tanto che gli esami non finiscono mai, bensì accettare con serenità che non sempre si vince. Che perdere non è un dramma, ma una possibilità a volte necessaria. Che le sconfitte servono a preparare le vittorie e che entrambe non sono mai eterne. Che il viaggio è più affascinante della meta. Che dare tutto per realizzare qualcosa in cui si crede è una virtù che prescinde dal risultato. Non abbiate mai timore di fare domande, scavate in profondità e siate sempre curiosi, capaci di stupirvi e di emozionarvi per ogni (apparente) piccola cosa.
Capaci di sognare.

venerdì 13 giugno 2014

Fettuccine Alfredo e cappuccino. Alcuni stereotipi sugli italiani all’estero

Ho chiesto a Mario di farci un resoconto curioso dell’immagine, spesso stereotipata, che all’estero hanno degli italiani. Ecco il risultato  (D.F.)

L’esperienza mi ha convinto che all’estero gli italiani sono generalmente benvoluti perché paragonati al resto del mondo risultano sempre essere il male minore. Il nostro modo di fare, la gestualità esagerata generano simpatia anche nel dramma intrinseco di cerchi infiniti, disegnati con le mani, ai quali addossare tutte le colpe di questo mondo: dal buco dell’ozono al crollo dei governi, alla nostra incapacità di parlare sottovoce. La loquacità è socialmente accettata e incoraggiata, mentre i nostri difetti sono condonati perché fanno parte di quella italianità che ci caratterizza e rende unici.
Essere italiano è un biglietto da visita che negli anni mi ha aperto tante porte, perché portare a spasso oltre duemila anni di storia suscita fascino e una buona dose di curiosità. Se in Italia ci ricordassimo della popolarità che abbiamo all’estero, molte cose sarebbero diverse anche in casa nostra. Siamo una leggenda metropolitana alimentata da luoghi comuni così radicati nell’immaginario collettivo che è quasi impossibile smentirli. Un po’ come affermare che in Calabria nevica. Provate a dirlo a un inglese: non vi crederà mai. Eccoli, allora, alcuni di questi stereotipi, chicche made in Italy che di italiano hanno poco o niente.
LE FETTUCCINE ALFREDO. In America sono talmente popolari da avere una pagina su Wikipedia, con tanto di varianti alla ricetta originale. Con gli scarafaggi, che essendo in grado di sopravvivere a un’esplosione nucleare non potranno mai essere sterminati da nessuna disinfestazione, le “fettuccine Alfredo” sono la costante di qualsiasi ristorante americano. Ovviamente, tranne che nel borgo romano di provenienza, Alfredo è in Italia un emerito sconosciuto, così come le sue fettuccine, note con un nome semplice quanto la ricetta rubata da Alfredo e fatta sua. Andate su Google e scopritelo da soli. Da non credere.
BEVIAMO LITRI DI CAPPUCCINO. La colpa è dei ristoratori italiani all’estero che, per arrotondare il conto, a fine pasto offrono un cappuccino. Sembra non ci sia niente di meglio che lavare pranzo o cena con un bel tazzone di latte caldo. Hai voglia a spiegare che se in Italia ordini un cappuccino dopo le undici del mattino come minimo ti cacciano dal bar e in casi limite di sparano al petto senza avvertimento. Cavalcando l’onda infondata di questa nostra usanza, “Starbucks” in America, “Costa” e “Nero” in Inghilterra, oltre a creare franchising milionari, spingono intere e inconsapevoli nazioni a bere caffè e cappuccino sino a notte fonda. E poi ci si chiede perché non dorme mai nessuno.
I CAPELLI DI BERLUSCONI. 100% made in Italy, come la famosa bandana, ora sempre in testa ai chirurghi della serie televisiva americana Grey’s Anatomy. Non c’è dottore che non la indossi prima di praticare una qualsiasi operazione a cuore aperto o un massaggio cardiaco. Del resto, prima degli ultimi rovesci Silvio è stato cavaliere. Cos’altro aggiungere?
LA PIZZA HAWAIANA. Prendete una semplice pizza al prosciutto cotto, copritela con fette di ananas e poi sbattetela in forno, perché una cosa del genere merita di essere cotta senza pietà. Infine servitela a un qualsiasi anglosassone, che la sbaferà senza vergogna. In un mondo ossessionato dal mangiare “sano”, la pizza hawaiana è diventata una scelta obbligata, perché contiene due delle cinque porzioni di frutta e verdura che ipoteticamente dovremmo assumere giornalmente. Resta un mistero il motivo per cui è stata così battezzata dal pizzaiolo di dubbie origini che l’ha inventata. Forse voleva darle un’aura esotica. A me ricorda soltanto il bombardamento di Pearl Harbour, direttamente sul mio stomaco. Sublime alternativa per la colazione è il cornetto dolce, farcito con salame e formaggio.
GLI ITALIANI LO FANNO MEGLIO. Beh, sorvoliamo.
L’ORTO. Ogni italiano che si rispetti ha dietro casa l’equivalente della foresta pluviale di Avatar in 3D, terra generosa dove coltiviamo l’impossibile perché – si sa – da noi è tutto fresco e la spesa al supermercato è usanza delle grandi città. In campagna invece si vive di baratto. L’alba è una radiosa visione di casalinghe assennate e benevole che, con aria di santità e ceste alla mano, raccolgono un pomodoro qui e una pesca là, proprio come natura crea. Questo ci conduce direttamente alla leggenda metropolitana per antonomasia.
LA MAMMA. Per mezzo mondo, una creazione di menti malate. Infaticabile dea della cucina, fazzoletto in testa e grembiule, dall’alba al tramonto non c’è niente che non crei dal nulla. Immaginiamola di primo mattino avvolta in una nube di farina, a stendere pasta fresca mentre sforna una ciambella dietro l’altra per la colazione, in un delirio da Mulino Bianco. Quindi impegnata nella preparazione di conserve e sugo di pomodoro sufficienti per tutto l’anno, alle prese con salami da insaccare, formaggio da stagionare, creme e dolci, pomodori secchi e pesto fresco: un pezzo di casa da mettere in valigia e portare nel fumo di Londra o in giro per il mondo. Basta semplicemente ordinare.
In realtà, se portassi a mia mamma delle melanzane e le chiedessi di farle sott’olio, me le tirerebbe dietro una per una con mira da cecchino, prima di giustiziarmi con una ciabattata assestata tra capo e collo alla fine di un estenuante inseguimento attorno al tavolo della cucina.
Ma gli amici inglesi non mi crederebbero, perché l’Italia è il paese delle mamme e noi tutti mammoni siamo.

lunedì 9 giugno 2014

I novant’anni dell’omicidio Matteotti e quella volta che Sandro Pertini beffò il regime fascista

Il 10 giugno 1924 una banda di squadristi guidata da Amerigo Dumini e in stretti rapporti con Cesare Rossi, capo dell’ufficio stampa della presidenza del Consiglio, sequestra e uccide il segretario del partito socialista Giacomo Matteotti. Il gruppo fa parte della Čeka, una sorta di polizia segreta reclutata dal ministero degli Interni per portare a termine il lavoro “sporco” contro gli oppositori antifascisti più irriducibili. Matteotti è uno di questi. All’indomani delle elezioni del 6 aprile 1924, tenute con la famigerata legge “Acerbo”, denuncia i brogli e le violenze subite dai partiti di opposizione nel corso della campagna elettorale. Dopo il discorso parlamentare del 30 maggio, con il quale il segretario socialista chiede l’annullamento delle elezioni, Mussolini esprime a Rossi il convincimento che era giunto il momento di una “lezione”. E la lezione arriva il 10 giugno, quando Matteotti viene rapito sul lungotevere “Arnaldo da Brescia”. Il corpo in stato di decomposizione viene ritrovato il successivo 16 agosto nel bosco della “Quartarella”, a una ventina di chilometri a nord di Roma.
Il governo attraversa una grave crisi politica e sembra sul punto di crollare sotto il peso della reazione dell’opinione pubblica. Gli errori tattici delle forze di opposizione, che si ritirano nell’Aventino e attendono invano una mossa del re Vittorio Emanuele III consentono però a Mussolini di superare il difficile momento e imprimere addirittura un ulteriore giro di vite alla già traballante vita democratica del Paese. Il 3 gennaio 1925 il fondatore del fascismo pronuncia infatti il discorso che segna il passaggio dalla democrazia liberale alla dittatura e assume in prima persona “la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto”. Tra il 1925 e il 1926 vengono approvate le leggi “fascistissime”: definizione delle attribuzioni e delle prerogative del “capo del governo”, non più “presidente del consiglio”, né primus inter pares; abolizione della libertà di stampa e del diritto allo sciopero; scioglimento delle opposizioni politiche e dei sindacati; controllo di polizia su tutte le associazioni; istituzione del confino politico e del Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato; abolizione delle rappresentanze elettive dei comuni e introduzione del podestà; pena di morte. Il governo diventa regime. Nel 1928 il processo viene perfezionato con la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, l’abolizione del Consiglio e della Deputazione provinciale, l’introduzione del plebiscito (nel 1939 ci sarebbe stata la definitiva abolizione dei “ludi cartacei” e l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni). Infine, nel 1938, la vergogna delle leggi razziali.

In vista del primo anniversario dell’omicidio Matteotti, le autorità di polizia mettono in campo le contromisure per evitare la proposizione di iniziative antifasciste. A Savona però qualcosa sfugge alle strette maglie del controllo fascista, cosicché il giovane Sandro Pertini riesce a portare a compimento la beffa organizzata con i compagni socialisti e comunisti. Di seguito, il racconto del futuro presidente della Repubblica.

Dopo il processo a mio carico del 2 giugno 1925, ripresi la mia attività antifascista. Così pensai di onorare pubblicamente la memoria di Giacomo Matteotti. Presi accordi con giovani comunisti. Allora in Savona, per mia iniziativa, si era costituito un fronte politico che andava da noi socialisti unitari ai comunisti, in difesa di Sacco e Vanzetti. Questo fronte naturalmente svolgeva anche attività antifascista. Avevo in quell’epoca costanti contatti con esponenti comunisti, tutti in gambissima: Pippo Rebagliati, Alietto, poi sindaco di Savona, Crotta… Li misi al corrente del mio piano per Matteotti. Essi l’approvarono e mi assicurarono la collaborazione di giovani comunisti molto coraggiosi e intelligenti. Ed ecco la diavoleria che combinai. Il 9 giugno 1925 mi recai da un fioraio e ordinai una corona di alloro piccola di diametro, poi acquistai un nastro rosso e grandi lettere dell’alfabeto in cartone dorato. Andai nel mio studio e attaccai sul nastro le lettere dell’alfabeto in maniera da comporre questa frase: «Onore a Giacomo Matteotti». Confezionai quindi un pacco che potesse apparire come un grosso panettone. Verso la mezzanotte mi recai alla stazione in modo da non essere visto e ne uscii confuso con i passeggeri dell’ultimo treno che arrivava da Genova. La notte tra il 9 e il 10 Savona era pattugliata in lungo e in largo da squadristi e da militi fascisti armati di manganello, perché le autorità temevano che si preparasse qualche cosa per ricordare l’anniversario dell’assassinio di Matteotti. Io, col mio pacco, me ne vado dalla stazione al Prolungamento, verso la località ove un tempo vi era la fortezza in cui fu prigioniero Giuseppe Mazzini. Sul muro della fortezza, che dava su una piazza, c’era un gancio proprio sotto la lapide, che ricordava la prigionia di Mazzini. A quel gancio era usanza appendere corone per ricordare anniversari patriottici. Lungo il muro si alzava una siepe. Ricordo che l’appuntamento con i comunisti l’avevo in un posto non molto poetico, cioè un vespasiano che era sulla destra andando verso il mare. Vado nel vespasiano e vi trovo un giovane comunista che mi dice che dietro la siepe mi attendono due suoi compagni. Entro nella siepe e li trovo. E’ trascorsa mezzanotte. Sentiamo passare le pattuglie dei fascisti. Rimaniamo in silenzio, quasi a trattenere il fiato. Passate le pattuglie i due giovani mi alzano ed io appendo la corona al chiodo. Aggiusto bene il nastro perché la scritta appaia chiaramente. Ci abbracciamo e, felici del colpo riuscito, ognuno se ne va per la sua strada. Gli operai dell’Ilva, fabbrica allora vicina alla fortezza, avvertiti la sera prima, mentre vanno il mattino del 10 al lavoro sfilano in silenzio sotto la corona, si tolgono il cappello e la guardano… e qualcuno aveva le lacrime agli occhi. La corona, caso strano, nonostante la rigorosa sorveglianza, venne scoperta solo verso le 11 del giorno 10. Le autorità immediatamente pensano a me quale autore del… misfatto. Si riuniscono gli esponenti fascisti presso il procuratore del re; viene esaminata l’azione e studiati i provvedimenti da prendersi. Il procuratore conclude che, non essendovi gli estremi di alcun reato, non può spiccare mandato di arresto nei miei confronti. «Ci penseremo noi!», dicono i fascisti. E ci pensarono: il 12 giugno fui manganellato a sangue.

venerdì 6 giugno 2014

Nottetempo a contare le stelle

Non conosco le strade di giorno, vocianti di bambini schiacciati da zaini pesanti e sproporzionati, brulicanti di uomini e donne che ansimano su binari senza orizzonte, diretti dove neanche loro, forse, sanno. Avanti e indietro, in preda a una febbre che si spegne a sera davanti a un piatto e alla domanda se ne è valsa la pena.
Io non me lo chiedo se ne è valsa la pena. Nemmeno penso, a dire il vero. La mia pena è arrotolata dentro la borsetta, tra le salviettine e i preservativi. Io resto fuori. In disparte, a mimetizzarmi con le quinte del teatro.
Sono ciò che mi circonda e mi dipinge viva. Sono il lampione che illumina quella manciata di metri quadrati attorno alla mia mise di indossatrice, l’attrice dei vostri sogni di supereroi con la patta già aperta. Perché avete fretta, vi capisco. Anche se il vostro vero orgasmo è avere il dominio assoluto su questa piccola mosca che sbatte contro le pareti del bicchiere capovolto, a campana. Lo leggo nel fondo dei vostri occhi di padroni. Lo sento nel sudore rancido delle vostre notti andate a male. Lo annuso nell’alito al whiskey della vostra solitudine.
Non conosco le strade di giorno, i suoi assassini indecifrabili e stanchi. In fuga. Io non scappo perché so dove andare, so dove il mio stomaco mi porterà. Qui. Senza molte domande. Quelle sono roba vostra.
“Cinquanta bocca e amore”: c’è poco da spiegare. Se qualcosa ho da interrogare lo faccio nel silenzio dei miei pomeriggi, quando entro nelle vite di carta e me ne impossesso aspettando che la luna canti la ninna nanna al condominio. Prima di andare, un bacio ad occhi chiusi alla copertina, come a un tozzo di pane troppo vecchio per essere consumato. E poi via, su trampoli buffi da domare, armata di rabbia e rassegnazione.
Conosco invece le vostre paure. Di essere scoperti da mogli distratte o dai figli dei vostri amici sghignazzanti da finestrini che ci sfiorano a velocità folle. Di non farcela o di venire presto. Di scoparvi un pezzo di legno che non vi guarda nemmeno in faccia. Ma io faccio altro, nella prestazione non è compreso l’ascolto dei vostri guai. Anche se finisce che di alcuni di voi so le vite, come se fossi vostra sorella o un amico d’infanzia, persone alle quali ci si può rivolgere senza il timore di sentirsi giudicati.
Provo tenerezza nell’ascoltare giustificazioni improbabili, non richieste. Non ce ne sarebbe davvero bisogno. So cosa vi spinge a sostare guardinghi accanto al fuoco debole di quattro frasche, il tempo di contrattare il prezzo del vostro riscatto. Nel gorgo sporco di questa metropoli sono il relitto al quale vi aggrappate conficcando le unghie a sangue, per non essere risucchiati. Venite da me perché io vi salvo. Mi basta questo per sentirmi migliore di voi, delle vostre storie smozzicate e sussurrate ad occhi bassi, tenuti fissi sul cruscotto.
Tra un paio d’ore sarà tutto finito, almeno per stanotte. Lungo la strada del ritorno conterò le stelle per controllare che ci siano tutte, che nessuna sia scappata per non vedere. Poi, a casa, lo specchio rifletterà l’immagine della madre che sono, riemersa dall’abluzione di un bagno bollente. E finalmente respirerò.