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venerdì 6 giugno 2014

Nottetempo a contare le stelle

Non conosco le strade di giorno, vocianti di bambini schiacciati da zaini pesanti e sproporzionati, brulicanti di uomini e donne che ansimano su binari senza orizzonte, diretti dove neanche loro, forse, sanno. Avanti e indietro, in preda a una febbre che si spegne a sera davanti a un piatto e alla domanda se ne è valsa la pena.
Io non me lo chiedo se ne è valsa la pena. Nemmeno penso, a dire il vero. La mia pena è arrotolata dentro la borsetta, tra le salviettine e i preservativi. Io resto fuori. In disparte, a mimetizzarmi con le quinte del teatro.
Sono ciò che mi circonda e mi dipinge viva. Sono il lampione che illumina quella manciata di metri quadrati attorno alla mia mise di indossatrice, l’attrice dei vostri sogni di supereroi con la patta già aperta. Perché avete fretta, vi capisco. Anche se il vostro vero orgasmo è avere il dominio assoluto su questa piccola mosca che sbatte contro le pareti del bicchiere capovolto, a campana. Lo leggo nel fondo dei vostri occhi di padroni. Lo sento nel sudore rancido delle vostre notti andate a male. Lo annuso nell’alito al whiskey della vostra solitudine.
Non conosco le strade di giorno, i suoi assassini indecifrabili e stanchi. In fuga. Io non scappo perché so dove andare, so dove il mio stomaco mi porterà. Qui. Senza molte domande. Quelle sono roba vostra.
“Cinquanta bocca e amore”: c’è poco da spiegare. Se qualcosa ho da interrogare lo faccio nel silenzio dei miei pomeriggi, quando entro nelle vite di carta e me ne impossesso aspettando che la luna canti la ninna nanna al condominio. Prima di andare, un bacio ad occhi chiusi alla copertina, come a un tozzo di pane troppo vecchio per essere consumato. E poi via, su trampoli buffi da domare, armata di rabbia e rassegnazione.
Conosco invece le vostre paure. Di essere scoperti da mogli distratte o dai figli dei vostri amici sghignazzanti da finestrini che ci sfiorano a velocità folle. Di non farcela o di venire presto. Di scoparvi un pezzo di legno che non vi guarda nemmeno in faccia. Ma io faccio altro, nella prestazione non è compreso l’ascolto dei vostri guai. Anche se finisce che di alcuni di voi so le vite, come se fossi vostra sorella o un amico d’infanzia, persone alle quali ci si può rivolgere senza il timore di sentirsi giudicati.
Provo tenerezza nell’ascoltare giustificazioni improbabili, non richieste. Non ce ne sarebbe davvero bisogno. So cosa vi spinge a sostare guardinghi accanto al fuoco debole di quattro frasche, il tempo di contrattare il prezzo del vostro riscatto. Nel gorgo sporco di questa metropoli sono il relitto al quale vi aggrappate conficcando le unghie a sangue, per non essere risucchiati. Venite da me perché io vi salvo. Mi basta questo per sentirmi migliore di voi, delle vostre storie smozzicate e sussurrate ad occhi bassi, tenuti fissi sul cruscotto.
Tra un paio d’ore sarà tutto finito, almeno per stanotte. Lungo la strada del ritorno conterò le stelle per controllare che ci siano tutte, che nessuna sia scappata per non vedere. Poi, a casa, lo specchio rifletterà l’immagine della madre che sono, riemersa dall’abluzione di un bagno bollente. E finalmente respirerò.

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