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giovedì 21 agosto 2014

Sulla vicenda dei Bronzi la penso così

Puntuale come il cd autunnale di Mina, l’estate 2014 ha portato in dono il sempreverde dibattito sulla trasferibilità dei Bronzi di Riace. Questa volta ci ha pensato l’ambasciatore per le Belle arti di Expo 2015 Vittorio Sgarbi a rispolverare la vexata quaestio, prima proponendo l’idea di un tour meneghino per i due guerrieri greci in occasione dell’esposizione universale e poi traducendo l’auspicio in una richiesta ufficiale – sottoscritta insieme al presidente della Lombardia Roberto Maroni – al ministro della Cultura Dario Franceschini, il quale ha preannunciato la costituzione di una commissione di esperti per decidere sulla trasportabilità delle due statue. Neanche a dirlo, la polemica è divampata immediatamente. Molte le reazioni stizzite: “chi vuole vederli deve venire a Reggio, a Milano si porti il David di Michelangelo e vediamo cosa dirà Renzi in proposito”, il senso di quelle più concentrate sul campanile. Non sono mancati però i possibilisti: “sarebbe una bella pubblicità per la città e una buona occasione per guadagnarci qualcosa”. D’altronde, dai sei mesi di visite al Padiglione numero 1 che dovrebbe ospitare i Bronzi, Sgarbi ipotizza un incasso di 15 milioni di euro, un terzo dei quali – assicura – potrebbe essere destinato alla città di Reggio.
Inevitabili, poi, anche le remore sulla fattibilità di scarrozzare le due statue senza rischiare di danneggiarle. Questo sì problema sul quale non ci si può dividere e preliminare rispetto a qualsiasi altra considerazione.
Assodata quindi la priorità della loro salvaguardia e al netto delle guerre di religione tra chi è pronto a fare le barricate per non spostarli dal museo di Reggio Calabria e chi è disposto ad accettare di spedirli in giro per l’Italia o per il mondo, il dato da cui bisogna partire, senza pregiudizi, è che i Bronzi – ora come ora – non creano turismo culturale, né indotto economico.
Perché è un bel dire “i turisti devono venire qua”, quando la verità inconfutabile è che i turisti a Reggio non vengono. Chi ha competenze tecniche e responsabilità di governo su questo dovrebbe confrontarsi, in modo da elaborare una proposta seria e realizzabile entro un paio d’anni. Avvitarsi perennemente in un dibattito inconcludente non risolve il problema; semmai, diventa un alibi all’inefficienza di chi doveva fare e non ha fatto, per negligenza o per incapacità. E, quindi, sarebbe forse più utile concentrarsi su come agire per rimuovere i molti ostacoli strutturali e incoraggiare il flusso turistico a Reggio.
Si potrebbe ad esempio pensare all’istituzione di una commissione per il rilancio e la valorizzazione del museo della Magna Grecia, composta da soggetti istituzionali e esperti del settore, alla quale affidare l’incarico di elaborare un progetto organico di sviluppo culturale della città in grado di colmare il gap di ricettività del territorio e di fruibilità dell’arte che Reggio sconta nei confronti di altre realtà nazionali e internazionali. Magari facendo ricorso proprio ai fondi garantiti dalla tournée dei Bronzi a Expo 2015 o da altre, limitate nel tempo, da svolgersi nell’ambito di eventi di eccezionale partecipazione.

martedì 19 agosto 2014

Il libraio di Meladoro

Perché è importante leggere i libri? La riflessione di Francesco Petrarca sul suo rapporto con i libri, a distanza di quasi otto secoli, conserva un’intatta forza evocativa e può essere considerata una valida risposta al nostro quesito:

Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v’è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m’insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d’agricoltura, d’eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge.

Leggere fa bene allo spirito. Ed è anche un esercizio utile, perché tra le righe di ogni pagina si finisce con il ritrovare le vite che non si sono vissute; si ha il privilegio della compagnia di personaggi inavvicinabili; si assiste dalla “prima fila” allo scorrere della Storia.

Chi non legge – osserva Umberto Eco – a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito... perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

La lettura dei libri consente di gettare un ponte tra presente e passato, di instaurare un dialogo con gli spiriti migliori dei secoli andati, di ascoltare – a un prezzo irrisorio – lezioni uniche e fondamentali per lo sviluppo dell’umanità.
Giovanni Florio, il libraio di Meladoro protagonista dell’omonimo romanzo di Aldo Coloprisco (Laruffa Editore, 2014) tutto questo lo sa bene. Sa che in un paese come Meladoro/Sant’Eufemia d’Aspromonte, negli anni Sessanta del secolo scorso, sono in pochissimi a leggere e sa che la sua è una missione quasi impossibile. La strada che conduce al progresso culturale di una piccola comunità passa pertanto dalla testimonianza dell’amore verso i libri e la lettura, che va promossa a maggior ragione dopo avere letto sgomenti le attuali statistiche. I dati del “Libro verde sulla lettura in Calabria” pubblicati alla fine del 2012 sono preoccupanti e rilegano la Calabria nelle retrovie di un Paese che già guarda le altre nazioni europee dal basso in alto. La quota di lettori in Italia è infatti tra le più basse del Vecchio Continente: l’8% di lettori abituali e il 30% di lettori saltuari, a fronte del 63,7% nel Regno Unito, del 60,2% in Germania, del 48,3% in Francia, del 47,6% in Spagna. Una percentuale che in Calabria scende a livelli record, se si considera che i lettori di libri durante il tempo libero costituiscono il 30,5% della popolazione, mentre la media nazionale è pari al 43,8%.
Florio, che aveva “ereditato” la passione per i libri dal suo padrino di battesimo, osserva che a Meladoro pochissimi leggono e quei pochi, per lo più, si limitano ai libri di testo delle scuole. Spostiamo la scena al giorno d’oggi: quanti ragazzi, persino laureati, non leggono quasi niente se si fa esclusione dei libri necessari per superare gli esami universitari?
Giovanni invece era diverso: divorava i libri “nel silenzio della sua cameretta o in mezzo al chiasso indiavolato dei compagni delle medie e del liceo (…). Leggeva di tutto e s’immedesimava nelle storie che leggeva. Grazie a queste letture imparava a conoscere il mondo senza spostarsi dal paese”.
In Giovanni Florio c’è ovviamente molto dell’autore, per decenni professore di lettere presso la locale scuola media “Vittorio Visalli” e titolare di una libreria diventata negli anni uno strumento formidabile di aggregazione socio-culturale. Nel romanzo però Coloprisco presta la sua biografia anche a un altro personaggio, il professore Forlini, che mette in piedi a Meladoro una compagnia teatrale della quale uno degli attori di punta è proprio Giovanni Florio. Un’attività che non sempre i colleghi di Aldo Coloprisco hanno compreso, considerandola minore rispetto all’insegnamento ortodosso, fatto di lezioni frontali e interrogazioni. Cosa voleva quel professore bizzarro che, invece, faceva disporre i banchi a ferro di cavallo per lasciare nel mezzo lo spazio per le prove della rappresentazione teatrale che ogni anno veniva allestita? Che era capace di “bruciare” così tre ore? Che di sua spontanea iniziativa insegnava rudimenti di latino perché poteva “tornare utile” ai ragazzi intenzionati a iscriversi al liceo scientifico, al classico o al magistrale?
Quando rileva l’attività del padre don Cecè, Giovanni Florio dà un forte impulso alla libreria. Porta più libri di testo, fa arrivare in paese le edizioni economiche degli autori italiani e stranieri più famosi, organizza la “settimana del libro”, come nelle realtà più grandi e culturalmente più avanzate rispetto a Meladoro. La libreria diventa punto d’incontro nel quale parlare di scrittori e poeti, riflettere sul passato e sul presente, scambiare esperienze ed emozioni. La vetrina a muro posta sulla strada, all’esterno del negozio, si trasforma per tanti giovani nella finestra attraverso la quale guardare il mondo da una prospettiva inedita, quella del fermento culturale della società contemporanea. Al di là, ovviamente, di ogni considerazione sull’aspetto economico, davvero risibile in un comune piccolo come Meladoro: carmina non dant panem, dirà Giovanni Florio allo scagnozzo del boss che vorrebbe costringerlo a cedere l’attività.
Giovanni Florio è un idealista. Crede nella potenza salvifica della parola e non perde occasione per ribadire la strettissima relazione che intercorre tra sogni, libri e libertà: “i sogni sono libertà”. Si definisce “un venditore di sogni, non di morte” ed esorta i suoi concittadini a comprare libri ai figli, per farli sognare e renderli migliori. La sua contrapposizione allo spirito prevaricatore della ’ndrangheta è una lezione di vita che i giovani frequentatori della libreria e del teatro colgono in pieno.
Il libraio di Meladoro contiene pagine durissime, sorprendentemente violente. Tuttavia, si conclude con un messaggio di speranza. I ragazzi scendono per strada per manifestare il proprio dissenso rispetto alle dinamiche distorte della malavita e si schierano dalla parte di Florio. Dalla parte del bene e contro il male. Anche se il protagonista sa perfettamente che una rivoluzione non si improvvisa, ma è l’esito finale di un processo lento, che ha i suoi tempi e che richiede il coinvolgimento delle agenzie educative presenti sul territorio: chiesa, scuola, associazioni culturali, famiglie.
I giovani di Meladoro ricordano gli studenti che nella scena finale del film “L’attimo fuggente” salgono sui banchi in segno di ribellione e per dimostrare di avere recepito la lezione del professore John Keating. Quelli saltano sui banchi, questi danno vita a una manifestazione antimafia. Una reazione dirompente nella sua spontaneità e un messaggio di speranza da condividere e rivolgere alle giovani generazioni di oggi e di domani.

mercoledì 13 agosto 2014

Forza venite gente


Non è questione di fare classifiche, che sono sempre antipatiche, perché poi la finalità di ogni manifestazione è quella di creare momenti di aggregazione, spensieratezza e crescita per la nostra comunità. Per cui a tutti quelli che si impegnano per rendere migliore Sant’Eufemia va rivolto un applauso incondizionato, per la generosità e la gratuità di uno sforzo che spesso comporta più sacrifici che onori.
Va però dato atto all’associazione Terzo Millennio di essere da diversi anni protagonista imprescindibile dell’estate eufemiese (e non solo dell’estate). Un gruppo assortito e ben amalgamato di donne e uomini, giovani e meno giovani, che riesce a realizzare iniziative culturali di ottimo livello e che non potrebbe ottenere questi risultati se alla base non vi fosse un’organizzazione solida, rodata e coesa nella quale il caso e l’improvvisazione non giocano alcun ruolo. Di sicuro, un esempio da seguire nel campo dell’associazionismo per l’entusiasmo, il desiderio di mettersi costantemente in gioco, la voglia di divertire divertendosi.
Era difficile migliorare l’exploit della rappresentazione teatrale messa in scena nell’agosto scorso, eppure anche quest'anno è stato fatto un ulteriore passo in avanti. Verso dove non si sa, considerato che si tratta pur sempre di un cast di volontari alle prese con i problemi quotidiani di ogni comune mortale: famiglia, studio, lavoro. E quindi, accanto ai meritatissimi applausi, già fa capolino la curiosità per ciò che l’associazione sarà costretta a inventarsi la prossima estate, per continuare a stupire.
Un musical richiede un surplus di impegno rispetto alla “semplice” recita, tra il pubblico crea un’aspettativa maggiore, tra gli attori responsabilità, emozione e tensione nuove.
Tutto è andato come doveva e lo spettacolo Forza venite gente è stato la dimostrazione della potenza di una macchina oleata ad arte. Una serata indimenticabile per i protagonisti e per il pubblico assiepato in ogni angolo di piazza Municipio, filata liscia con la soavità della perfezione e giustamente culminata nella standing ovation finale che gli spettatori hanno voluto tributare agli attori e a tutti i soci dell’associazione.
Dalla scenografia ai costumi, alle coreografie dei balletti, alle parti cantate e a quelle recitate, ai tempi di scena: ogni cosa è sembrata di una naturalezza disarmante; ogni cosa – aspetto non certo secondario – è stata curata totalmente dall’associazione fin nei minimi particolari.
Non è un caso se già tra qualche giorno ci sarà un bis “in trasferta” (a Vibo Marina il 15 agosto), se altri comuni hanno manifestato la volontà di ospitare lo spettacolo, se a ottobre il musical approderà addirittura ad Assisi.
Complimenti al presidente Francesco Luppino e, con lui, a tutta l’associazione e lunga vita – anche per il bene di Sant’Eufemia – all’associazione Terzo Millennio.

martedì 12 agosto 2014

Robin Williams in quattro foto e un finale

Mi divertiva quella stretta di mano particolare, come una forbice che si incastrava con un’altra forbice. Ci siamo a lungo salutati così tra ragazzini, ripetendo il tormentone che rese famoso Robin Williams (“nano-nano”) nella fortunata serie televisiva Mork & Mindy. Williams interpretava Mork, un alieno giunto dal pianeta Ork sulla terra a bordo di un’astronave a forma di uovo (“mi chiamo Mork, su un uovo vengo da Ork”, l’attacco della sigla), in un ruolo che gli consentì di fare conoscere al grande pubblico la sua straordinaria vena comica.



Una comicità travolgente: lievemente strampalata di Adrian Cronauer in Good morning, Vietnam, film che esaltò la capacità di improvvisazione di Williams;



tenera e commovente in Patch Adams: “ridere non è soltanto contagioso, ma è anche la migliore medicina”.

Fu però serissimo il ruolo che lo consegnò alla storia del cinema, quello dell’anticonformista professore John Keating in L’attimo fuggente. La pellicola che stuzzicando la mia curiosità mi avvicinò a Walt Whitman, del quale immediatamente acquistai la raccolta di poesie Foglie d’erba.



Quel film cambiò la vita di generazioni di adolescenti: tutti avevamo il diritto (e il dovere) di rendere straordinaria la nostra vita. O almeno, bisognava tentarci: anche salendo coi piedi sul banco, se necessario.
Le prime notizie riferiscono di un probabile suicidio. L’ennesima triste conferma che dentro ogni artista c’è un uomo, dentro ogni uomo un mistero.