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giovedì 18 settembre 2014

Anime nere

“Che ci fanno queste anime/ davanti alla chiesa/ questa gente divisa/ questa storia sospesa”: “macchie di lutto” per Fabrizio De André e Ivano Fossati in Disamistade. “Anime nere”, nel libro di Gioacchino Criaco dal quale Francesco Munzi ha tratto un film potente, spiazzante per chi temeva la semplificazione del ricorso alle categorie del bene e del male. Come se la questione fosse solo identificare il male senza riuscire a raccontarlo. Non per tentare di spiegarlo, magari ricorrendo a giustificazioni storiche o sociologiche, con il rischio di offrire – anche soltanto involontariamente – un assist all’alimentazione del suo fascino perverso. Bensì per gridare: questo siamo, questo esiste. Nonostante noi, vittime e carnefici; nonostante voi, che ci impiegate un attimo a capire tutto rifugiandovi in comodissimi stereotipi. Con tutta l’umanità possibile, senza retorica e cercando di proteggere quel che resta dell’uomo risucchiato dal gorgo della violenza, condannato a un destino quasi ineluttabile. Fatto di sangue che chiama sangue. Ma forse ancora capace, se non di redimersi, di ribellarsi ai codici della morte pur provocando ancora morte, superbo e drammatico paradosso che rimanda ai temi universali della tragedia greca.
Anime nere è una fotografia, racconta uno spaccato della realtà calabrese per come essa è, senza la presunzione di insegnare nulla: “non è mio compito lanciare messaggi”, ha precisato Munzi nel dibattito seguito alla prima del “Lumiere” di Reggio Calabria. Come d’altronde aveva già fatto Criaco nelle pagine del romanzo, epopea criminale che innalza a tragedia universale il dramma familiare di una famiglia di pastori diventata nel giro di una generazione protagonista mondiale del traffico internazionale della droga e del riciclaggio di denaro sporco. Ascesa inarrestabile, comune a molte famiglie di ’ndrangheta, che non può che concludersi dietro le sbarre o sottoterra. Subito dopo i titolo di coda, la commozione di Criaco è diventata così l’emozione degli spettatori, un tutt’uno con il “collettivo urlo liberatorio” richiamato nel suo intervento dallo scrittore per definire l’esito della pellicola.
Lutto dopo lutto, le contraddizioni delle “anime nere” si sciolgono nel sangue di un finale sorprendente, che realizza sul piano della realtà il falò con cui Luciano (uno straordinario Fabrizio Ferracane) brucia metaforicamente il passato, il presente e il futuro della propria famiglia. Per i figli dei pastori diventati criminali non c’è salvezza. Non per Luciano, che era rimasto quando probabilmente avrebbe fatto meglio ad andare. Né per Luigi (Marco Leonardi), che passa indifferentemente dal night di mille euro a notte allo scuoiamento di un capretto gonfiato soffiando dentro una penna Bic. Tantomeno per Rocco (Peppino Mazzotta), che non sa resistere al richiamo del sangue e incarna l’immortalità di “regole” arcaiche tramandate nel dialetto africoto dei dialoghi sottotitolati in lingua italiana, respirate insieme alla stessa aria dei paesaggi dolorosamente stupendi dell’Aspromonte, trasformati da Munzi in set cinematografico.

lunedì 8 settembre 2014

La promessa

Pizzico queste sei corde, il loro suono accompagna la nenia senza tempo che mi sussurravi da bambino per farmi addormentare. Anche i mostri che il lume a petrolio proiettava sulla parete trovavano finalmente riposo, una pace che negli anni non ho più vissuto. Una tregua che vorrei siglare ancora, irricevibile a quanto pare.
Non lo so se riesci ad ascoltarmi, ma io sono qua. Per quanto possa esserti di conforto, proprio davanti a te. Forse è più utile a me, ma non importa. Importa il silenzio rotto dal canto di questa storia che sa di muffa e cimici. Storia non memorabile, ma mia: ciò che ero; ciò che sono.
Ti osservo con la devozione di un fedele inginocchiato ai piedi della statua muta. Ti guardo e attendo parole che so non arriveranno mai. Che mai potranno arrivare. Mi accontento del soffio che a fatica esce dal tuo petto e che sorreggo fino a farlo adagiare sopra le lenzuola candide. Lentamente, quasi accompagnandolo dal palmo delle due mani ai fiorellini ricamati sul lino. Come in una deposizione già vista. Devo accontentarmi di questo perché altro di te non mi rimane. Né molto di me, che ho rinunciato a tutto pur di tenere fede al nostro patto:
- Anche se non tu dovessi più essere capace di badare a te stessa, non ti porterò in ospizio. Stai tranquilla, mamma: te lo prometto.
Ti avevo appena raccontato del pranzo di Natale con gli ospiti della casa di riposo. Mi aspettavo pochi anziani, immaginandone la gran parte al tepore delle famiglie, arbitri delle rumorose corse ingaggiate dai nipotini per presentare i regali della mezzanotte:
- Guarda cosa mi ha portato Babbo Natale!
Invece erano tutti presenti, gruppo marmoreo dell’aridità e di una salvezza che stentiamo a riconoscere. Solitudini rassegnate, aspre, ignare. Lontane dallo squillo di voce che nel pomeriggio anticipava l’indicazione dei numeri sul tabellone. Lontane dal nostro dovere di umanità. Altrove.
Un Natale che ricorderò per sempre. Come quello dei miei otto anni, una tavola spoglia e niente da mangiare, neanche un pezzo di pane. Avevo adocchiato un deposito di patate da semina: tra il pensiero e lo scasso fu un attimo, cosicché cominciai a scegliere le migliori per portarle a casa, quando i miei occhi si posarono a terra, su di uno strano foglio color mattone piegato in quattro. Lo aprì e in quell’istante imparai ad amare Dante Alighieri, il cui profilo austero occupava il centro della banconota da 10.000 lire. Allora fu carne, come non ne vedevamo da Carnevale. Se chiudo gli occhi riesco a sentire le tue lacrime scorrere calde sulle mie guance. Le stesse di quando scappai di casa per due giorni temendo una tua punizione per quell’uovo che avevo rubato in un pollaio e bevuto d’un fiato, che invece tu sapevi stantio, lasciato sotto il culo della gallina per la cova.
Devo al Sommo Poeta il più bel pranzo di Natale della mia vita.
Vorrei regalartene uno uguale, per riassaporare ora quella felicità. Per diventare ancora una volta il tuo piccolo eroe. Mi aggrappo al ricordo della morbidezza del tuo grembo quel giorno, cercando di non farmi trafiggere dalle raffiche di nostalgia. E mi ritrovo a cullare i tuoi 38 chili in questo finale scelto insieme, che non mi permette di entrare nei tuoi occhi per scoprire cosa guardano quando mi fissi senza sorridere. Ma che contiene tutto ciò che c’è da sapere.

lunedì 1 settembre 2014

La colonia estiva dell'Agape


Ha ragione chi ha commentato lo scatto rubato al gioco di due bambini speciali – uno affetto da una grave patologia, l’altro extracomunitario – con la considerazione che loro sì avrebbero tutti i titoli per tenere un corso di studi o una conferenza sui temi dell’integrazione e della lotta a ogni tipo di discriminazione. E viene da riflettere sulle responsabilità della società degli adulti nell’opera quotidiana di corruzione di uno stato di natura che è fatto di tolleranza, non di violenza dell’uomo contro l’uomo.
Per questo e per tanti altri motivi non è retorico ribadire che chi fa volontariato il dono lo riceve, non lo dà. Perché i maestri migliori sono quelli che ignorano di esserlo eppure riescono a insegnare l’autenticità della vita con un sorriso, un abbraccio, una carezza. A ricordarci quanto sia penoso affannarsi in inutili complicazioni quando è tutto così semplice, quasi come fare una torta di sabbia e provare emozione per un “capolavoro” che le onde del mare presto porteranno via.
La colonia estiva dell’Agape di Sant’Eufemia viaggia verso i venti anni. Alcuni volontari non ne hanno saltata neanche una, altri si sono aggiunti estate dopo estate, in un ricambio generazionale sempre più sofferto che quest’anno ha però registrato il segno positivo, grazie alla partecipazione di due nuove ragazze che hanno fatto la differenza e sulle quali l’associazione spera di fare affidamento nelle prossime edizioni, insieme a chi all’ultimo minuto ha dovuto a malincuore rinunciare e ad altri che vorranno unirsi a un gruppo affiatato, composto anche da quelli che ormai si portano dietro i figli. Bravissimi.
Anche tra i “ragazzi” in ciambelle e braccioli (dieci, di età compresa tra 6 e 63 anni) ci sono state novità. Segno che occorre continuare a tendere l’orecchio e ad osservare la comunità con occhi attenti, sentinelle dell’emarginazione, della solitudine, dell’indifferenza.
Il desiderio del mondo del volontariato è scomparire, perché ciò significherebbe che le istituzioni riescono a garantire i diritti di tutti e a soddisfare i bisogni delle categorie sociali più deboli. Purtroppo così non è, proprio per questo l’azione di supplenza del welfare sviluppata dalle associazioni rappresenta un patrimonio – non solo di umanità – prezioso e provvidenziale.
Chi ha preso parte alla colonia avrà frammenti di felicità da custodire nel segreto della propria anima: canzoni e giochi di parole, una mano che ne sostiene un’altra per girare la stecca del calciobalilla, il coro “oh-issa” per le uscite dall’acqua più impegnative, la corsa di una ragazza ebbra di gioia per salutare il pulmino dopo il ritorno a casa. Gesti semplici perché l’amore è così: semplice. Ma anche quel magone finale, da spingere e tenere giù a forza, di fronte alle domande senza risposta sul dolore degli uomini, sulle ragioni insondabili della crudele lotteria che condanna o salva lo stesso innocente.