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martedì 14 ottobre 2014

Muti, Cilea e un po’ di Sant’Eufemia sconosciuta


La visione delle immagini relative alla visita di Riccardo Muti al mausoleo di Francesco Cilea, a Palmi, ha riportato alla mia mente una curiosità storica della quale forse non tutti sono a conoscenza. L’autore di Adriana Lecouvreur nacque infatti a Palmi il 23 luglio 1866, figlio dell’avvocato Giuseppe e di donna Felicia Grillo. Nelle sue vene scorreva però una parte di sangue eufemiese: quello della nonna Rachele Parisi, figlia di Francesco e Marianna Capoferro, la quale a 23 anni, il 2 giugno 1822, aveva sposato il ventottenne Francesco Cilea, medico originario di Pentidattilo. L’atto di matrimonio, redatto dall’allora sindaco di Sant’Eufemia Antonino Luppino, è conservato nel “Registro dei matrimoni” (anno 1822), presso l’Ufficio Anagrafe e Stato civile.
Un altro filo rosso che lega Cilea alle pendici dell’Aspromonte ci porta invece dritti a Nino Zucco: pittore, scrittore e scultore originario di Sant’Eufemia sulla cui opera l’8 aprile 2013 l’amministrazione comunale ha organizzato un convegno, grazie all’input arrivato da una serie di articoli e interventi che su questo blog avevano denunciato l’oblio ingiustamente calato su uno degli eufemiesi più illustri del Novecento.
Zucco fu infatti spesso ospite della casa del compositore palmese, sia a Roma che a Varazze, in provincia di Savona, dove Cilea trascorse gli ultimi anni di vita. È opera di Zucco il celebre quadro che ritrae il Maestro seduto al pianoforte. Così come il disegno a carboncino che ne riproduce il volto sofferente, a pochi giorni dalla morte.

Fu proprio grazie all’opera di convincimento di Zucco che la moglie di Cilea, inizialmente contraria, acconsentì di rilevare il calco del viso del marito per realizzarne la maschera funeraria.


A trent’anni dalla morte (1981), Zucco diede alle stampe il ricordo e il carteggio attestanti il rapporto “di profonda devozione da parte mia e di benevolenza e affettuosa amicizia da parte del maestro per me che durò fino alla sua morte” (Francesco Cilea. Ricordi e confidenze, Barbaro editore). Un’amicizia iniziata negli anni Quaranta, quando Cilea volle conoscere personalmente l’autore dell’articolo a lui dedicato dal quotidiano newyorkese in lingua italiana “Il Progresso Italo-Americano” del potentissimo Generoso Pope, sul quale a lungo scrisse anche il giornalista e critico musicale Nino Fedele, un altro illustre eufemiese che meriterebbe di essere riscoperto.

sabato 11 ottobre 2014

Forza Eufemiese


I campionati di calcio giovanili e le categorie dilettantistiche sono come il militare: periodi “mitici” che si finisce per ricordare negli anni, magari davanti a una bottiglia di vino o a una birra ghiacciata, tra vecchi eroi del tempo andato. Ancora oggi a quelli della mia generazione capita di ricordare la “lotta” tra ragazzini di 13-14 anni, in occasione delle trasferte, per salire su una Fiat 131 blu sulla quale una volta ci stringemmo in nove (più i borsoni). La nostra automobile preferita. Merito del simpatico autista che aveva sempre aneddoti curiosi da raccontare e che, puntualmente, all’altezza dell’uscita di Gioia Tauro, faceva scendere uno o due passeggeri: insomma, quelli che eravamo in soprannumero. Dall’autostrada ci arrampicavamo sul cavalcavia, lui superava in tranquillità l’eventuale posto di blocco della polizia, quindi ci riprendeva a bordo. Perfezione geometrica. La Fiat 126 bianca di Peppe Napoli, che chissà quanti chilometri ha macinato in giro per la provincia, e poi altri bolidi: la Fiat 127 rossa sulla quale al ritorno da Bagnara una volta consumammo un’intera cassetta di fragole; il “maggiolino” della Volkswagen con optional “vista sull’asfalto”, grazie a un buco nella carrozzeria coperto dal tappetino; la Citroen due cavalli, che in teoria non avrebbe mai dovuto cappottarsi: impresa realizzata dal suo proprietario, per fortuna non con noi a bordo.
Amicizie nate nello spogliatoio e intatte decenni dopo, grazie a una passione che andrebbe sempre trasformata in occasione di crescita sociale e umana, collettiva e individuale. Altrimenti non ha senso. Non so se provare tenerezza o sorridere per quelli che si creano chissà quali aspettative. Bisognerebbe invece capire che uno su trecentomila ce la fa e che la finalità di una squadra di calcio dilettantistica non è quella di creare campioni. Anche se qualcuno bravo ogni tanto salta fuori e riesce anche ad avere anche una discreta carriera. Anche se alla fine a nessuno piace perdere. No, il calcio a questi livelli e in queste realtà – come qualsiasi altra attività sportiva – è qualcosa di molto importante proprio perché va al di là della prestazione e del risultato. Vincere o perdere non è tanto questione di un gol in più o in meno. Vincere o perdere è riuscire ad essere fattore di aggregazione, trasmettere valori positivi a ragazzi che domani diventeranno adulti. Condivisione, rispetto, responsabilità e sacrificio: talenti che vanno oltre la pratica sportiva, elementi fondamentali del percorso di maturazione che ogni ragazzo vive.
Lo so che sono di parte, perché è mio amico e perché per molti anni su quella Fiat 126 bianca ci sono salito ogni settimana, per andare a volte in posti impossibili nei quali non sono mai più ritornato: Cataforio, ad esempio.
Dirigenza, allenatori e giocatori passano, ma lui c’è sempre: da almeno 35 anni dici Eufemiese (ora A.C. Sant’Eufemia) e inevitabilmente pensi a Peppe Napoli. Una passione che non ha mai flessioni, nonostante le difficoltà di un impegno gravoso anche sotto l’aspetto organizzativo. Domani inizia il campionato di Seconda categoria, che avrà tra le protagoniste l’Eufemiese (io la chiamerò sempre così): un grosso in bocca al lupo a Peppe Napoli, a mister Franco De Luca, ai collaboratori e ai ragazzi. Forza Eufemiese!

mercoledì 1 ottobre 2014

Perché voto Oliverio

Al termine di una telenovela estenuante e a dire il vero anche stucchevole, finalmente domenica 5 ottobre si terranno le primarie per scegliere il candidato del centrosinistra alla presidenza della giunta della Regione Calabria. Non era scontato che finisse così: chiunque segua con un minimo di attenzione le vicende politiche del partito democratico calabrese ha potuto verificare gli innumerevoli tentativi messi in campo più o meno strumentalmente per impedire il rispetto dello statuto del partito, che all’articolo 18 prevede lo svolgimento delle primarie per le cariche monocratiche istituzionali. Mesi a gettare sul tavolo il papa nero, quello bianco e l’altro arancione; chilometri su chilometri macinati tra via delle Nazioni a Lamezia e via del Nazareno a Roma, per trovare una quadra che semplicemente non c’era, come poi s’è visto. Non si è capito molto, purtroppo scontiamo un atavico deficit di chiarezza, ma tra quel poco c’è di sicuro l’ostilità pervicace di alcune frange del partito (segretario regionale in testa) nei confronti della legittima aspirazione del presidente della provincia di Cosenza Mario Oliverio, in campo già dalla primavera scorsa e con le carte abbondantemente in regola: ben 153, su 300, sono stati infatti i delegati regionali firmatari della sua candidatura.
Tra i candidati in lizza, considero Oliverio il più idoneo a guidare una regione complessa come la Calabria, principalmente perché dotato di un cursus honorum adeguato e del riconoscimento della bontà del suo impegno nelle istituzioni, come certifica l’apprezzamento unanime del lavoro svolto, da ultimo, a capo della Provincia di Cosenza. Esperienza che servirà molto più degli slogan, considerato che – finito il tempo della propaganda – poi bisognerà amministrare. Oliverio ha dimostrato di sapere governare: a questo si deve guardare quando si andrà a votare, non certo alla carta d’identità che di per sé può anche non significare niente. Il cambiamento vero va perseguito sul campo, nella guida di un ente che fa acqua da tutte le parti e che ha l’assoluta necessità di recuperare in credibilità. Altrimenti il cambiamento rischia di rivelarsi una bandiera sventolata in campagna elettorale e subito dopo riposta nel cassetto dei buoni propositi. La ragione per cui scelgo Oliverio, in definitiva, risiede nella sua affidabilità amministrativa.
Di Gianluca Callipo non mi convince la trita riproposizione dell’armamentario propagandistico renziano, lo scimmiottamento su scala locale del modus operandi del presidente del consiglio, il generico e ostentato richiamo al “cambiamento”. Indispensabile come l’aria, certo. Ma a partire dal rapporto con gli elettori, se non si vuole che rimanga parola vuota. Cambiamento significa, ad esempio, mettere chiarezza su “chi sta con chi” e porre fine ad atteggiamenti ambigui. Il trasversalismo della campagna per le primarie di Callipo, da questo punto di vista, è davvero imbarazzante. E prima o poi occorrerà aprire una discussione sull’opportunità di primarie condizionate dal voto di non iscritti ai partiti del centrosinistra. Personalmente, non mi rassegno all’idea che le “nostre” primarie possano essere inquinate dal voto di settori del centrodestra, oggi disorientati dal fallimento di quello schieramento e alla ricerca disperata di una nuova verginità politica. Transumanze dettate dall’opportunismo e che niente hanno a che fare con le ragioni ideali della politica. Votare Oliverio vuol dire anche sbarrare la strada al trasformismo dei gruppi di potere cresciuti a pane e inciuci.

* A Sant’Eufemia d’Aspromonte il seggio sarà allestito all’interno del Palazzo municipale, domenica 5 ottobre dalle 8:00 alle 21:00.