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mercoledì 22 aprile 2015

Un altro metro ancora

Che fine ha fatto la Resistenza? Se lo chiedeva già Luigi Longo nell’omonimo pamphlet pubblicato per il trentennale del 25 aprile. Che fine ha fatto la Resistenza, oggi? Ha senso parlarne ancora?
La risposta è: sì. Sì, fino a quando ci sarà qualcuno pronto a difendere la Costituzione repubblicana, che rappresenta il respiro di una storia comune e la sintesi di tutto ciò che la Resistenza voleva essere. Sì, ha senso celebrare il 25 aprile, l’esito finale del processo di Liberazione che consentì ai figli e alle figlie migliori del Paese di difenderne l’onore infangato dal fascismo, riconquistando la libertà per se stessi e la dignità per un popolo intero. Giovani senza nome, eroi spesso involontari dei quali vanno recuperate le biografie e vivificati gli ideali.
La conservazione della memoria è essa stessa atto di resistenza: distinguere i buoni dai cattivi, il bene dal male, chi lottava per la libertà e l’indipendenza da coloro che combattevano per il nazifascismo. Verità un tempo scontate, oggi insidiate da un revisionismo indulgente e sovente strumentale.
L’ultimo lavoro di Katia Colica, Un altro metro ancora (edito da Città del Sole) è impegno civile e “politico”, perché l’arte e la cultura diventano atti politici quando scandagliano la realtà e dichiarano una scelta di campo. Un “monologo sul bordo della vita” – come recita il sottotitolo – destinato al teatro, che racconta l’eroismo inconsapevole del protagonista Aitano: un canto vigoroso da dedicare a coloro che hanno resistito, resistono e resisteranno “a tutto l’orrore del mondo”.
Capita che pagine di intensa umanità siano scritte dagli Aitano della società, anonimi viandanti che con un gesto salvano se stessi e il mondo. Il protagonista di Un altro metro ancora non aspira a diventare eroe. Lacero e sporco decide di disertare dopo avere mescolato assieme paura e coraggio, spinto dal desiderio di riabbracciare la madre sfollata. Si ritrova però nel crocevia della Storia, accanto a un’umanità in fuga dall’orrore della guerra e bloccata davanti a un campo minato: “è stato lì che ho deciso”. Ed eccolo allora mettersi in testa al “millepiedi umano” che ha nei polmoni un unico soffio di vita e nelle orecchie il suo mantra, la raccomandazione ai compagni di calpestare le sue impronte (“questi sono i miei passi, e questi saranno i vostri passi”) per non rischiare di saltare in aria.
Lì, sul bordo della vita. Tra le voci e gli sguardi di un gruppo di sfollati calabresi decisi a tornare a casa ad ogni costo. Una storia di famiglia, ascoltata dalla voce della bimba fuori campo diventata molti anni dopo la mamma dell’autrice, in pagine marchiate dall’inchiostro dell’impegno civile e del lirismo (l’addio a Mina, che ospita Aitano accogliendolo come fosse il figlio che la guerra le aveva sottratto; la fine tragica della mamma del protagonista): il tratto distintivo della scrittura di Katia Colica.
Un altro metro ancora è la storia universale di Peppino Impastato e di tutti coloro che in ogni tempo e luogo contano e camminano, lottando per regalare all’umanità “cento passi ancora” di speranza. Ma è soprattutto una storia di “fedeltà”, che parla ai ragazzi di oggi di amore nei confronti della propria terra: un “amore potente, delicato, ostinato, amore testardo” al quale aggrapparsi per rinascere dopo ogni fallimento, rimettendo assieme i cocci dei sogni andati in frantumi. Per provare a ricostruire.
Per restare.

giovedì 9 aprile 2015

Una vita in piega

I ricordi sono anarchici, indisciplinati, irridono le regole del fair play. Colpiscono a tradimento, quando meno te l’aspetti. Stai facendo le tue cose, ti si parano davanti e non si spostano neanche a sgomberarli con gli idranti. Non si scappa dai ricordi, conoscono scorciatoie che li fanno arrivare sempre prima di te al prossimo incrocio. E lì ti aspettano. La fuga è una scelta che non paga. Mai. Perché fuggire dai ricordi è fuggire da se stessi. Impossibile. Meglio rassegnarsi, inspirare forte e affrontarli, anche se il nodo in gola punge nostalgia. Prenderli in braccio e cullarli. Cullarsi con essi. Con quel groppo che forse, alla fine, verrà in qualche modo schiacciato giù.
Sono trascorse quasi due settimane e Pino Condello è ancora all’ingresso del municipio. Si gira e ride dentro il gilet nero di pelle, con il sorriso che ho rivisto – o mi è sembrato di vedere – anche il giorno successivo, su un viso che ormai non era più il suo, eppure in posa per salutarci con il caratteristico riccio delle sue labbra. Un ghigno simpatico. L’espressione di chi sa che alla vita bisogna sempre sorridere, anche se a volte l’allegria è una maschera esibita per tenere lontane le domande indiscrete. Quelle imbarazzanti, capaci di farci mostrare agli altri senza veli e che richiedono in chi ascolta uno sforzo di comprensione. Mentre il suonatore Jones non ha di questi impicci: continua a suonare “per tutta la vita”, perché la gente ha stabilito che è quello che sa fare, e va bene così.
È tra la porta di vetro e la scalinata, il braccio ancora alzato a salutare senza guardare, girato di spalle e in cammino. Mentre va via, come un titolo di coda che sfuma. Come la sua vita, in un pomeriggio che nessuno avrebbe immaginato. Che ha finito per cristallizzare aneddoti e imprese, ai quali ognuno si è aggrappato per farsi forza tra occhi rossi, increduli.
“Pinuccio” era l’amico di tutti. Chiunque l’abbia conosciuto ha almeno un episodio da raccontare, incorniciato dal suo sorriso: “ricordiamolo – ha raccomandato il fratello Natale – nella sua voglia di vivere e condividere la buona compagnia; nella sua leggerezza e nella sua allegria”.
Originale, a volte bizzarro, non certo “pazzo”, anche se a quel soprannome ci teneva perché se l’era guadagnato sul campo. A suon di imprese impossibili su una delle sue numerose moto: scavalcando macchine o domando le due ruote con una gamba ingessata, dritta come la lancia di un soldato medievale in sella a un cavallo; sulla Ducati 998 trasformata ogni mattina in un proiettile rosso per giungere in orario sul posto di lavoro. Con la strafottenza dello studente impenitente. Con gli occhi puri del bimbo della fiaba di Andersen, l’unico in grado di accorgersi che il re è senza vestiti. Perché spesso occorre una buona dose di pazzia per vedere e rivelare la verità, per dipingere la gente con aggettivi azzeccati e locuzioni affilate. Per prenderci sempre. Vivere al di fuori degli schemi imposti dalla società, che costringono gli individui a comportarsi come gli altri vogliono, mortificandone l’autenticità.
A un “pazzo” – che comunque “può avere un attimo di lucidità, mentre lo stupido è senza speranza” – è consentito giocare con la vita e farsi beffe del prossimo, usare la battuta irriverente come la penna di un moderno Cirano: con questa spada vi uccido quando voglio.
Sfrontato, mai volgare o maleducato. Libero. Tra i pochi in paese ad avere il coraggio di dire ciò che pensava di questo “circo” di quattromila anime, un posto in cui “manca soltanto il serial killer”. Un solitario amante della compagnia, perché il tempo della sua vita l’ha sempre scandito lui. A modo “suo”, avrebbe cantato Frank Sinatra.
Con quel buco nero che forse ogni tanto lo inghiottiva, chissà. Il ricordo della morte al suo fianco durante i lunghissimi giorni del coma, la lotteria della vita che estrae il suo numero, salvandolo, e condanna il compagno in un incidente con la moto, ancora ragazzi.
Di questa storia vissuta di corsa, in piega, rimane l’oro dei capelli di Walter scompigliati dal vento, come nelle pedalate di padre e figlio in mountain bike per le strade del paese. Le note del jazz e del blues della colonna sonora di un film finito troppo presto. Allegria e leggerezza.




*Entrambe le fotografie sono tratte dal profilo Facebook di Pasquale Pellizzeri, nella seconda alla guida del Sidecar

martedì 7 aprile 2015

Minita a Calabria d'Autore

Venerdì 3 aprile ho presentato “Minita” all’interno della prestigiosa rassegna “Calabria d’Autore”, organizzata dall’Associazione Incontriamoci Sempre presso la sede della Stazione FS Reggio Calabria “Santa Caterina”. Di seguito, il resoconto della serata, realizzato da Stefania Valente per la testata giornalistica online ZoomSud.
(http://www.zoomsud.it/index.php/cultura/79497-domenico-forgione-a-calabria-d-autore.html)

Di Stefania Valente  Calabria d’autore ospita Domenico Forgione, dottore di ricerca in Storia dell’Europa mediterranea, giornalista pubblicista, scrittore e autore, tra gli altri, del libro “Minita”, edito da Disoblio.
Sul palco Antonio Calabró, che ha curato la prefazione del libro, affiancato da Daniela Mazzeo, agitatrice culturale ormai nota al pubblico affezionato di Calabria d’Autore e Vanessa Schiavone, collaboratrice fissa della rassegna, per colloquiare con lo scrittore e cercare di carpire le armoniche fondamentali della sua scrittura.
Domenico Forgione è un ragazzo di Sant’Eufemia d’Aspromonte nato per caso in Australia che ispira una fiducia immediata. Il suo ingresso sul palco, accompagnato dalle note di Chuck Berry, infonde l’impressione di una persona equilibrata e rassicurante, positiva, che sorride sempre alla vita, nonostante la vita gli abbia chiesto fatica e pazienza, come traspare dietro il suo sorriso e come lui stesso ci confermerà nel corso della serata.
Antonio Calabró apre il colloquio indagando sulle motivazioni che hanno portato alla stesura di questo libro. Forgione risponde che la motivazione alla scrittura è difficilmente circoscrivibile, ma che senz’altro in questo libro c’è la voglia di denunciare atteggiamenti distorti delle piccole società della Calabria che portano ad una omologazione spersonalizzante, che mortifica l’individuo. C’è il conseguente desiderio di dare un volto, un nome ed un posto ad alcuni personaggi del paese meritevoli di nota, che altrimenti sarebbero rimasti in ombra.
Le domande si susseguono numerose e interessanti. Daniela Mazzeo è incuriosita dal rapporto (tenero) che lo scrittore ha con le donne. Vanessa Schiavone invece dal suo pensiero sull’istituzione scolastica e sulle riforme che essa sta subendo. Forgione risponde con la serenità che gli è propria e che gli abbiamo riconosciuto al primo sguardo. Le donne sono per lui “angeli” e la scuola andrebbe riformata ricostruendo il prestigio della classe insegnante col ripristino della passione e soprattutto del rispetto.
“La scrittura è un atto politico?” provoca Calabró quasi a sorpresa. “Sì” risponde lo scrittore “è un atto politico. Esprimere opinioni e assumersi le responsabilità delle proprie affermazioni è sempre un atto politico”.
La discussione si sposta al titolo del libro e alle radici della malavita organizzata in Calabria. Il titolo? Semplicemente il nome “Domenico” distorto da lui stesso bambino. La ’ndrangheta? Poggia le sue radici sul disagio economico e sociale, ma il suo diffondersi e incancrenirsi negli strati sociali è favorito anche dalla solita mentalità “del favore” che innanzitutto andrebbe corretta.
Così, sulla solita questione senza soluzione, la serata volge al termine, con un ultimo pensiero da parte del nostro ospite sulle giovani generazioni. È un pensiero di fiducia più che di speranza, di esortazione a non cadere nelle grinfie e nei meccanismi del nepotismo e della raccomandazione, ma di difendere la cultura e il merito.
Una scelta che lui stesso ha fatto e che, nel tempo, lo ha ripagato dandogli la possibilità di diventare la persona di qualità che abbiamo conosciuto, lo scrittore che abbiamo apprezzato leggendo le sue opere, il ragazzo di Sant’Eufemia che non ha tradito il suo modo di essere.
Domenico Forgione lascia il palco tra gli applausi. Il pubblico ha conciliato gli impegni del venerdì santo per essere presente e tutti sono soddisfatti per l’atmosfera briosa, tra libri, musica, brani di film; la solita miscela che caratterizza ormai la rassegna.
La serata si chiude con la solita freschezza: un piatto di spaghetti, un bicchiere di vino.
Qualcuno va via con “Minita” sotto il braccio, qualcuno con l’uovo di sei chili vinto alla lotteria di beneficenza organizzata dall’Associazione, qualcuno sotto il braccio della moglie e qualcuno da solo, ma tutti accomunati dalla sensazione che qualcosa per questa nostra terra devastata si possa fare, non miracoli, ma qualcosa che funzioni sì.
Alla prossima, venerdì 10 con Mimmo Cavallaro che racconterà la sua storia.

giovedì 2 aprile 2015

Come a scuola tanti anni fa: le parole del professore Aldo Coloprisco su Minita

Non me l’aspettavo e proprio per questo mi ha fatto ancora più piacere ritrovare tra la posta elettronica l’email del mio professore di Lettere alla scuola media, Aldo Coloprisco. Sono trascorsi quasi trent’anni, ma per me rimane sempre il mio caro professore. E quindi sono contento che mi abbia dato un bel voto. (D. F.)

Carissimo Domenic, sono lento per natura, ma la vista ultimamente mi crea non pochi problemi che grazie alla mia caparbietà cerco di superare. Questo incipit mi serve per spiegare il lungo tempo che ho impiegato per leggere il tuo Minita.
Ti dico subito che mi è piaciuto tantissimo, che mi ha commosso per l’umanità che hai saputo spargere in tutte le tue pagine. I tuoi personaggi balzano vivi e veri, anche se molti hanno fatto il lungo viaggio e ora ti sorridono dall’alto della loro raggiunta serenità.
Minita è il canto di un giovane uomo che ama il suo paese e che sa guardare gli uomini e i fatti che lo riguardano con bonaria ironia e con la consapevolezza che le cose buone e belle esistono e sono accanto a noi.
Sarà perché anch’io ho voluto molto bene a mia nonna, o forse perché anch’io sono nonno, le pagine di “Una regina di nome Ciccia” mi hanno particolarmente preso, non solo per il titolo straordinario che sarebbe bastato da solo a esaltare la figura di questa donna d’altri tempi che tu hai reso immortale, ma anche perché attraverso il ricordo della nonna riporti a vita il passato che balza presente e vero dalle tue pagine. Questo mi conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che in realtà non esiste il passato, ma tutto è presente e vive dentro di noi.
Mi piace ciò che descrivi. Parti dal paese ma poi abbracci il mondo. Grazie a te diventano personaggi per sempre anche i poveri cristi. Salvatore, Ceu Galera, mastru Nino, Frank il mongolo, Peppe e tantissimi altri sono tratteggiati con lo spirito di chi, pur sottolineando la particolarità di quelle esistenze, abbia voluto abbassar loro le palpebre e accarezzare con dolcezza le guance.
Minita è una preziosa miniera o, con una immagine più leggera, una pista da ballo dove i danzatori volteggiano su una musica ora allegra ora triste e malinconica che tu scegli con oculato discernimento: vedo personaggi che conosco, altri di cui ho sentito parlare, altri ancora a me ignoti.
Mi commuovono per la delicatezza dei toni e per la sincerità dei sentimenti che esprimono le pagine dedicate alla cara maestra, signora Rina De Leo, mia paesana e amica.
E che dire de “L’ultima lezione” con cui ricordi con l’affetto devoto di un discepolo il maestro divenuto anche un grande amico? Tu, caro Domenic, sei stato fortunato a incontrare sulla tua strada il prof. Rosario Monterosso, ma anche lui lo è stato e sicuramente sorride soddisfatto dall’angolo del suo paradiso nel constatare che i suoi consigli e i suoi insegnamenti continuino a vivere nella tua mente.
Io, purtroppo, non ho avuto il piacere e l’onore di godere della sua amicizia. Era una conoscenza superficiale, un saluto, una stretta di mano e basta. Me ne dolgo nel profondo, perché avrebbe potuto dare anche a me le sue lezioni di vita.
La penna di Minita è come la zappa del contadino, che rivolta la terra per renderla fertile e pronta alla semina. La raccolta alla fine sarà generosa e si chiama “lo stupore di Mico”, l’esempio e il coraggio dei bambini e del campione Lorenzo Genovese, le analisi critiche sempre originali e puntuali delle opere di scrittori contemporanei, i commenti ai testi di canzoni che hanno scandito e accompagnato i momenti dolcissimi e quelli tristi di una giovane e inquieta esistenza.
Finisco questa mia chiacchierata ringraziandoti per aver dato spazio al mio “Libraio di Meladoro “. Lo so, hai usato un occhio di riguardo per questo tuo vecchio professore bizzarro: bellissima definizione, che mi riporta alla mente il favoloso mondo dei miei verdi anni e delle innumerevoli ore trascorse in mezzo agli studenti meladoresi nella speranza o nella illusione di farli partecipi della mia pazzia.
Un forte abbraccio e buona Pasqua.