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lunedì 22 giugno 2015

Scuola e società in una foto degli anni Cinquanta

Eccoli qua i nostri genitori, i nonni di molti che scruteranno la foto con la curiosità del visitatore di una mostra sulla condizione delle famiglie povere del secolo scorso. Non ci vuole molta fantasia per riconoscere i nostri lineamenti in questi volti seppiati di metà anni ‘50, nel lungo ciuffo di lato che sembra ricordare la recente tragedia della guerra scatenata dal criminale nazista, nelle maglie a righe lavorate ai ferri in un’economia che ancora era da baratto e che non riusciva a riempire la pancia di chi non aveva almeno una striscia di terra da coltivare.
Non ride quasi nessuno tra gli alunni in posa per la foto di una terza classe elementare di Sant’Eufemia forse nel primo anno scolastico presso l’attuale edificio della “Don Bosco”, a metà decennio. Erano state da poco abbandonate le classi dislocate in diverse baracche del paese, con i pennini che se non li sapevi trattare con delicatezza finivano per allargare chiazze nere sui fogli e i calamai riempiti ogni mattina a metà, all’origine delle punizioni più severe per i ragazzini che anche soltanto fortuitamente ne rovesciassero sul banco l’inchiostro.
Bambini e bambine di tutte le tutte le “taglie”, i regolari accanto ai ripetenti di lungo corso, solitamente provenienti da famiglie poverissime per le quali le priorità erano altre rispetto alla frequenza scolastica dei figli.
Con loro il maestro Chiné, che arrivava tutti i giorni da Reggio Calabria a bordo di una Vespa in compagnia del collega Errera, quando ancora non era stata costruita l’autostrada. Personaggi appartenenti agli anni mitici del servizio come missione da svolgere nella trincea dell’Aspromonte. Caldo o freddo, sotto la pioggia battente coperti alla meglio dalla cerata che molto, tuttavia, lasciava al dominio della pioggia. Sia detto senza retorica, due insegnanti eroici. Come quella volta che la motoretta sbandò in un tornante tra Scilla e Bagnara, trascinandoli a terra. Per lo stupore degli alunni che assistettero al sofferente ingresso in classe dei due, graffiati e con i pantaloni laceri.
Bazzicotto, Straccio e tutti gli altri figli del secondo dopoguerra, artefici del riscatto di una generazione che non aveva niente e che ha realizzato il miracolo, qua, al Nord Italia o all’estero: riuscire a garantire, a chi è venuto dopo, condizioni di vita neanche immaginabili negli anni della grande miseria.

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