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giovedì 31 dicembre 2015

Addio 2015, benvenuto 2016



A guardarli dalla coda, tutti gli anni volano in un soffio. Il tempo di metabolizzare la fine delle festività natalizie e arriva Carnevale, poi Pasqua, quindi esplode l’estate: da lì in avanti è una rapida discesa fino a dicembre. Una lunga emozione circolare per ritornare, apparentemente, al punto di partenza. Con i consueti buoni propositi: anno nuovo vita nuova, col nuovo anno si cambia registro, dal primo gennaio spazio solo alle cose che mi fanno stare bene, da domani non mi fregate più.
Come se si potesse davvero programmare tutto. Come se la vita non sia un mistero continuo, affascinante proprio perché sorpresa inaspettata e non stanca pellicola che svolge fotogrammi prestabiliti. Come se non sia impossibile conoscerla senza viverla.
Ogni evento che ha una sua conclusione è ammantato dal velo della nostalgia, per il sol fatto che finisce. Vale anche per le stagioni della vita, per gli anni che si susseguono cancellando fatti e volti.
Restano il rammarico di ciò che poteva essere fatto ed è stato accantonato o rimandato, la consapevolezza di non essere sempre stati all’altezza dei propri sogni, la prosaica constatazione che spesso le cose non vanno come vorremmo e bisogna pure farsene una ragione.
Io non lo so se posso dirmi soddisfatto del mio 2015. Ogni valutazione ha parametri soggettivi che variano da persona a persona. Fino a quando avrò un piatto caldo e un tetto, ad esempio, per me sarà sempre festa. Il resto è contorno.
Mi importano gli incontri che riesco ad avere lungo la strada polverosa ed esaltante della vita. E pazienza se lungo quella stessa strada qualche compagno di viaggio, nel corso dell’anno che oggi volge al termine, ha prenotato la fermata ed è sceso o è stato invitato a scendere. È la vita, bellezza, e non ci possiamo fare niente: nel conto bisogna mettere anche le lacerazioni.
Ci pensa la strada a fare la selezione, quella strada da masticare passo dopo passo: con la tenacia del fabbro che percuote l’incudine del proprio destino, con l’andatura regolare del maratoneta sull’asfalto infuocato.
Per bussola, la propria coscienza.

martedì 29 dicembre 2015

Vittorio Visalli, da Sant’Eufemia al pantheon degli storici

Il 29 dicembre 1932 veniva scoperto presso la biblioteca comunale “Pietro De Nava” di Reggio Calabria il busto in bronzo di Vittorio Visalli, commissionato dal podestà reggino Pasquale Muritano a riconoscimento dei “meriti di storico e di educatore” dell’illustre studioso nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte da Ottaviano e Maddalena Imparato, in una casa che custodiva il vasto patrimonio culturale ereditato dal ramo paterno: i numerosi quadri realizzati dagli zii Paolino e Rocco, la biblioteca di scienze con i volumi degli zii Francesco (laureato in chimica e farmacia, esperto botanico e autore di uno studio sulla flora dell’Aspromonte) e Luigi, i testi di letteratura e di storia di Ottaviano, studioso dei classici latini e traduttore dei Tristia di Ovidio.
La famiglia Visalli, coinvolta nei moti del 1848, fu vittima della persecuzione borbonica: Vitaliano, esattore comunale e nonno di Vittorio, morì latitante, braccato dalla polizia di Ferdinando II perché accusato di avere minacciato di tagliare le mani ai componenti della sua famiglia che avessero sottoscritto la petizione con cui si chiedeva al re delle Due Sicilie il ritiro della costituzione. Tre figli di Vitaliano furono invece arrestati e condannati a diciannove anni dalla Gran corte criminale di Reggio Calabria: Paolino morì in carcere dopo neanche un mese; Vincenzo, che era minorenne, ottenne la riduzione della pena a sette anni; Ottaviano ebbe la condanna commutata in dieci anni di confino (un paio furono poi condonati) che scontò nell’isola di Ventotene in casa del ricco possidente Aniello Imparato, la cui figlia sposò prima di fare ritorno a Sant’Eufemia, dove appunto Vittorio nacque il 15 ottobre 1859.
I primi educatori di Visalli furono il sacerdote Vincenzo Pietropaolo, monsignor Rocco Cutrì e il maestro Francescantonio Cutrì. Nel 1876 conseguì la patente magistrale presso la scuola normale di Reggio e tre anni più tardi l’abilitazione magistrale, quindi ebbe il primo incarico ad Armo, frazione di Gallina. Dopo lo svolgimento del servizio militare, cominciò a ordinare il materiale documentario e i ricordi del genitore, che integrò con il risultato di due anni di ricerche presso l’Archivio di Stato di Napoli (nella cui Università successivamente ottenne l’abilitazione per l’insegnamento della storia e della geografia presso le scuole medie) e presso le biblioteche della città partenopea. Un lavoro meticoloso, concluso nel 1893 con la pubblicazione di un’opera fondamentale per lo studio del Risorgimento calabrese: I Calabresi nel Risorgimento italiano. Storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1799 al 1862.
Visalli fu conferenziere e oratore in diverse pubbliche celebrazioni. Gli interventi sopravvissuti alla tragedia del 1908 furono raccolti nel volume Conferenze e discorsi (1911): Il Papato e l’Italia (Messina, 1901); Per l’apertura del convitto “Massimo D’Azeglio”, (Gallico, 1902); Nel centenario della nascita di Giuseppe Mazzini (Messina 1905); Garibaldi (Palmi, 1907); La società calabrese nel Risorgimento (Catanzaro, 1908); Per la festa universale della Pace (Messina, 1908; Catanzaro, 1910). Nel 1907 aveva invece pubblicato Aspromonte, ricostruzione storica dei fatti del 29 agosto 1862, il cui ricavato avrebbe dovuto contribuire alla costruzione di un sanatorio per tubercolosi nella pineta dove si svolse lo scontro tra garibaldini ed esercito regolare.
Insegnò a Palmi, Napoli, Reggio Calabria (Istituto “Lanza”) e Nuoro. A partire dal 1892 fu vice direttore della scuola normale di Messina, dove visse fino al 1908 e dove costituì insieme ad altri la Società calabrese di storia patria e l’associazione “Pro Calabria”.
Il terremoto del 1908 rappresentò per Visalli una cesura esistenziale e professionale. Sotto le macerie dell’abitazione distrutta dal sisma persero la vita sua moglie Giuseppina Augimeri e l’unica figlia, la sedicenne Maddalena. Rimanere nel luogo in cui aveva perso gli affetti più cari diventò troppo doloroso. Ottenne quindi il trasferimento presso la scuola normale di Catanzaro, con l’incarico di direttore, e riacquistò la voglia di vivere. Dietro insistenza della famiglia sposò in seguito Maria Mottareale, che aveva conosciuto a Tivoli (vi si trasferì nel 1914, assumendo l’incarico di direttore della scuola normale), ma che era di origine reggina.
Negli anni della Grande Guerra fu protagonista della propaganda a sostegno dei militari sul fronte e si fece promotore della raccolta dell’oro per la patria. L’11 novembre 1918 tenne una conferenza sulla “Vittoria” nell’aula magna del convitto nazionale di Tivoli; l’anno successivo pubblicò un opuscolo dedicato ai suoi alunni caduti o feriti in guerra, nel quale furono riprodotte le fotografie dei soldati e quella della lapide collocata sull’esterno della scuola.
Nel 1923 fu nominato preside dell’Istituto magistrale “Maffeo Vegio” di Lodi, dove svolse i suoi ultimi anni d’insegnamento prima del collocamento a riposo (1926). Trascorse gli anni della pensione a Reggio Calabria e riprese gli studi sulla storia del Risorgimento in Calabria, compendiati in un’opera edita nel 1928: Lotta e martirio del popolo calabrese (1847-1848), I. Il Quarantasette: 1. Narrazione storica, 2. Note e documenti. Il secondo volume (Il Quarantotto), scritto quasi per intero, fu pubblicato postumo sulla scorta delle indicazioni e degli appunti lasciati dall’autore.
Vittorio Visalli morì il 27 giugno 1931 a Reggio. Due giorni dopo la salma fu trasportata a Gioia Tauro, nel cui cimitero si trova la cappella della famiglia, che lì si era trasferita agli inizi del Novecento.
Il ricco patrimonio bibliotecario e documentario dello storico eufemiese non è andato disperso. La vedova donò infatti alla biblioteca comunale di Reggio circa 1.500 volumi che sono oggi consultabili nel catalogo “Donazione Vittorio Visalli”, mentre la raccolta delle carte utilizzate per la stesura delle opere storiche è conservata presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria (“Fondo Visalli, 1815-1893”).
Sant’Eufemia d’Aspromonte ha dedicato al suo illustre figlio, tra i massimi storici del Risorgimento, una via e la scuola media statale.

mercoledì 16 dicembre 2015

Silenzi

Questo è il colore che preferisco per i tuoi capelli. Miele. Mi piace la versione in cui non sono troppo lunghi, le punte leggermente piegate dal collo verso l’alto, a incorniciare gli occhi cangianti e le labbra cremisi. Proprio come in questa fotografia. Trent’anni fa, ma sembra ieri.
Me lo chiedevi spesso se desideravo che tu cambiassi taglio. Se ti volevo con l’acconciatura corta, lunga, riccia, liscia, bionda o addirittura rossa. Che poi andavi bene comunque, purché ti aggrappassi a me stringendo tra i pugni un pezzo di camicia qua, guarda, proprio dietro ai fianchi.
Ti tengo nel cassetto, ogni tanto ti prendo e ti sistemo oltre il piatto, al centro della tavola: spengo la televisione e ti parlo. Mi salvo così dalle idiozie che ci costringono a vedere e dal campionario di cose inutili che vorrebbero farci comprare. Un mondo dorato, per soli belli e vincenti, da conquistare sgomitando per accaparrarsi un posticino lì davanti, ad ogni costo, pur di superare l’anonimato di maschere erranti.
Ho ancora molte cose da dirti, soffocate da qualche parte. Ne abbiamo avute sempre, anche se sono stato parsimonioso quando non avrei dovuto. E sì che a te sarebbe bastata una parola, una soltanto, per non andare via. Ma non ho saputo tirarla fuori, non sono nemmeno riuscito a capire il senso della tua attesa. Una richiesta di perdono, credo. Ma a chi? Non a te. Non ne avevi bisogno per credermi capace di cancellare il marchio di dolore impresso sulla tua anima.
All’amore, sì. Chiedere scusa all’amore, questo avrei dovuto fare. Perdono per averlo sottovalutato, per avere a ogni ritorno trovato una scusa nuova, buona per giustificare la mia sordità. Come se in amore tutto sia dovuto, conseguente. Come se l’amore non richieda la dedizione del giardiniere. «Non è il momento, ora»: un momento trasformato in anni e infine cristallizzato qui, nella solitudine di parole stanche e mulinate nel vuoto della stanza. Chiedere perdono per avere assecondato l’inganno di un ombrello che non possedevo, per averti costretta a bere il sale delle lacrime misto alla pioggia gelida di febbraio.
L’amore fa compagnia alla tua fotografia, rinchiuso nel cassetto dal giorno in cui mi dicesti che ogni volta che mi guardavi era una pugnalata al cuore, da quando mi urlasti che avevi paura ad amarmi. Resiste, avvinghiato alla bellezza tinta d’arcobaleno dei tuoi vent’anni folli e allegri. Così, per sempre.
Tu aspettavi le mie parole, io il tuo perdono muto. Senza la complicazione di troppe frasi rimuginate per giorni e mesi. Una storia sospesa tra sogno e morte. Tra la speranza del volo e l’incubo dell’abisso. Eppure dovevamo saperlo che la felicità è una luce intermittente, fortissima. Quando arriva, bisogna tenere gli occhi aperti e gustarsela tutta, perché poi non si sa quando ripasserà. Ne abbiamo avuto paura. Come durante un’eclissi di sole, eravamo terrorizzati dall’idea di ferirci gli occhi. Non siamo riusciti a capire che la felicità è essa stessa cecità, perché non ha bisogno di trovare conferme guardandosi attorno.
Forse avremmo rifatto tutto, anche a ripensarci ora, prostrati dal peso delle sconfitte. Chissà, forse è stato giusto così.
Pensieri fuori tempo, per sentirsi migliori senza molta convinzione. Se ragione c’è, è di chi crede che esiste sempre un prezzo da pagare, presto o tardi. Non basta non pensarci più di tanto, illudersi che il fluire della vita sia esso stesso vita o che si possa scappare all’infinito, lo sguardo fisso in avanti.
Uno spettacolo che rivivo al rallentatore fotogramma dopo fotogramma, fallimento dopo fallimento. A passo lento, sulle spalle ogni giorno più stanche la condanna dei miei venticinque anni eterni, impietriti sul molo dell’addio.
Ti guardo. Ora che esserci nemmeno potresti, sei qua. Nello spazio segreto dei miei silenzi, dove in fondo sei sempre vissuta.

lunedì 7 dicembre 2015

Sant'Eufemia e Milano, un legame storico


Il robusto nodo che lega Sant’Eufemia d’Aspromonte a Milano risale al primo decennio del Novecento, ai mesi successivi alla tragedia che il 28 dicembre 1908 portò lutti e rovine, distruggendo un intero paese e provocando la morte di un numero elevatissimo di eufemiesi. Un lungo filo rosso che tiene insieme solidarietà e memoria, facendo rivivere storie lontane nel tempo eppure attuali, che si ripetono ogni volta che un popolo partecipa alla sollevazione materiale e morale di fratelli sconosciuti e sventurati. Prove di umanità utili a ricordarci che è sempre l’amore a fare la differenza, senza bisogno di diventare eroi, ma rimanendo semplicemente uomini e donne normali nella loro capacità di condividere il dolore altrui e di rimboccarsi le maniche. Oggi come ieri, tra le macerie delle case diroccate e dei sogni impolverati.
Alle prime ore del 28 dicembre 1908 Sant’Eufemia fu squassata da un terremoto di magnitudo 7,5 che, per 46 lunghissimi secondi, scosse dalle fondamenta l’intero abitato. Per la terza volta nello spazio di pochi anni il paese subiva un’ulteriore devastazione, dopo quelle dell’8 settembre 1905 (nessuna vittima, ma 41 abitazioni demolite e 383 gravemente danneggiate) e del 23 ottobre 1907 (181 case distrutte).
La nuova scossa tellurica, abbattendosi su abitazioni già ferite, produsse una tragedia dalle proporzioni smisurate. Il numero delle vittime non è mai stato accertato con esattezza, poiché sono discordanti le testimonianze dirette e i dati riportati dagli storici. Furono circa 700 per la giunta comunale (sindaco il notaio Pietro Pentimalli, assessori Ferdinando Cutrì, Luigi Papalia e Pasquale De Laurentiis) che il 14 ottobre 1911 inviò al presidente consiglio Giovanni Giolitti e al ministro dei Lavori Pubblici Ettore Sacchi il documento “Per la riedificazione di Sant’Eufemia d’Aspromonte”. Secondo altre fonti, i morti potrebbero essere stati molti di più, un migliaio o anche oltre. L’elenco stilato dall’arciprete Luigi Bagnato, a sette mesi dalla tragedia, riferisce in realtà di 530 vittime, un dato molto vicino a quello di 537 fornito da Vincenzo Tripodi nella sua Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte. Oltre duemila furono i feriti, la percentuale del patrimonio edilizio perduto l’85%. Le abitazioni crollate e quelle demolite in un secondo momento furono complessivamente 1.100, un centinaio quelle parzialmente distrutte. Si salvarono alcune baracche costruite dopo il terremoto del 1894, tra le quali quelle che ospitavano otto aule scolastiche e che furono immediatamente occupate dai terremotati, nonostante la loro precaria solidità.
Il due gennaio 1909 Milano entrò a far parte della storia di Sant’Eufemia. Il giorno dopo Capodanno giunsero infatti in paese i volontari del Comitato Lombardo di Soccorso, che si misero subito al lavoro. La dolorosa istantanea di quello che trovarono è nelle parole del sacerdote Luigi Bagnato: «Non più vie, non più case, alte rovine sotterravano ogni cosa, rovine dalle quali uscivano fuori trave rotte, tristi residui di case, con le suppellettili rotte delle stanze. Sant’Eufemia non esiste più, mutata com’è ora in un cimitero. […] Quanti morti? Le prime voci li portano a mille, a duemila. Circa seicento cadaveri strappati dalle rovine abbiamo trasportato senza alcuna onoranza. Un’ampia fossa fu scavata nel cimitero. Pochi ebbero privata sepoltura. […] Per più giorni, anzi per più di un mese, siamo vissuti sotto le tettoie costruite negli orti e sulla pubblica via con legna e tavole estratte da sotto le macerie».
L’ingegnere Antonio Pellegrini, che redasse la relazione sul lavoro svolto dal comitato, illustrò la divisione dei compiti tra medici, ingegneri e semplici volontari: «Ingegneri e muratori alle demolizioni, all’estrazione dei cadaveri, al recupero di masserizie; medici, volontari, infermieri alla ricerca dei feriti e degli ammalati, alle medicazioni, alla disinfezione dei cadaveri. Né solo questo fu l’aiuto primo portato agli eufemiesi; la povera popolazione, affamata e lacera, ebbe in quantità pane, galletta, carne, pasta, biancheria, coperte, abiti».
Nei terreni della Pezza Grande, sui quali inizialmente erano state sistemate le tende della Croce Rossa, furono costruite tre strade lunghe 140 metri e larghe 10. Tra febbraio e aprile 1909 furono realizzate 54 costruzioni, suddivise in 216 vani, che erano in grado di ospitare oltre 750 persone. L’altezza delle baracche non superava, in genere, i cinque metri.
A marzo fu inaugurato l’ospedale “Milano”, così denominato in segno di gratitudine nei confronti dei soccorritori. La struttura in legno risultava suddivisa in due vani: uno destinato all’ospedale vero e proprio (6 metri per 22), l’altro adibito a cucina e magazzino (4 metri per 12). Il primo comprendeva sei locali: la direzione, l’ambulatorio, una stanza per l’infermiere, una di isolamento, il reparto maschile e quello femminile (in tutto, dodici posti letto).
Al completamento dei lavori, il nuovissimo rione “Città di Milano” contava 759 baracche. Oltre 2.000 eufemiesi si trasferirono nel nuovo sito, che non ospitava soltanto baracche. Il comitato lombardo di soccorso costruì anche l’acquedotto, tre fontane pubbliche, un lavatoio coperto e una piccola chiesa (6 metri per 16), al cui interno fu collocata la statua di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, donata alla comunità eufemiese dall’allora cardinale meneghino, Andrea Carlo Ferrari.
Il vincolo di solidarietà e di amicizia che lega Milano e Sant’Eufemia è stato per quasi quattro decenni rinvigorito dall’attività dell’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”, costituita nel dicembre del 1975, protagonista di alcune delle pagine più significative dell’associazionismo eufemiese e promotrice sul finire degli anni Settanta del gemellaggio tra le due città. Più volte una sua delegazione ha partecipato come “ospite d’onore” alle celebrazioni ambrosiane che si tengono a Milano presso la Basilica di Sant’Ambrogio e, nell’edizione del 2001, il presidente Vincenzino Fedele ha potuto ritirare, a nome dell’associazione, il prestigioso “Ambrogino d’Oro”.

*L’immagine è tratta da Antonio Pellegrini, “La rinascita d’un paese devastato dal terremoto”, ora in Terremoto Calabro-Siculo del 28 dicembre 1908. L’opera della Croce Rossa Italiana e del gruppo indipendente fiorentino, Nuove edizioni Barbaro, Delianuova 2008, p. 228.