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sabato 31 dicembre 2016

Buon anno



Da sempre ho un debole per il pettirosso. Minuscolo e imponente con quella macchia rossa al centro che lo fa sembrare un soldato a petto in fuori. In questi giorni il gelo lo spinge dai boschi alla porte delle abitazioni o sulle ringhiere dei balconi, in cerca di cibo. Mi piace pensare che sia sempre lo stesso: quello di venti o trent’anni fa, e che torni da me perché già allora le briciole dei biscotti o del pane erano a lui destinate. A lui che, poveretto, chissà che freddo soffriva ma con dignità. A lui che forse era triste, nella sua gelata solitudine.
Forse è proprio quello che disegnai alle scuole elementari su un cartellone che poi rimase attaccato alla parete tutto l’anno, insieme alla vendemmia o alla primavera realizzate da altri miei compagni. Un pettirosso enorme su un ramo troppo piccolo per poterne reggere il peso, ma che importava.
Molto dopo sarebbe arrivato Fabrizio De André: un furibondo bisogno di domande più che di risposte, di dubbi più che di certezze, di una prospettiva umana che fosse in grado di regalare una “goccia di splendore” anche all’ultimo della terra. E con lui il “pettirosso da combattimento” dell’apocalittica Domenica delle salme, che si salva dall’incendio della barba del “poeta della Baggina” e indica nella lotta uno strumento di giustizia.
Situazioni distanti che forse non casualmente riaffiorano nella mente, come tessere di un mosaico più grande e misterioso. La ricerca delle radici, il senso della storia e delle storie che Maurizio Maggiani sublima nelle pagine del suggestivo romanzo Il coraggio del pettirosso; il lancinante album di Loredana Bertè (Un pettirosso da combattimento), impreziosito dalla straziante traccia Zona Venerdì, in morte di Mia Martini.
Il pettirosso è il sogno impossibile, deciso nell’inverno che una dolorosa perdita familiare aveva reso più freddo degli altri, per consolare e riscaldare – lui che arriva con il gelo – le anime nostalgiche.
Chissà come e perché sono arrivato fin qua. In fondo volevo soltanto scrivere due parole di augurio per l’anno che stanotte accoglieremo con la stessa identica speranza dell’anno scorso e per salutare quello che in qualche modo sta per finire. Consapevoli di avere fatto ciò che cuore e raziocinio hanno comandato. Senza l’urgenza di un bilancio che forse altri in questi stessi minuti stanno già facendo, disponendo sui piatti felicità e dolore, rimpianti e sogni. Quei sogni che soli possono rendere affascinante l’incognito e che ci spingono ad agire. Che ci fanno uscire dal bosco e danzare nel freddo, per continuare a vivere e per affrontare con coraggio ciò che il futuro ci riserverà.

venerdì 23 dicembre 2016

Suonala ancora



Ogni ricorrenza è un termometro che misura la febbre del tempo. Scotta quando seduti a tavola qualche sorriso manca e, proprio in quei momenti che dovrebbero essere di allegria, il vuoto nella pancia segnala assenze pesanti. Sentimenti che la quotidianità della vita riesce a tenere sopiti, nascosti dal fardello delle troppe cose da fare, si rivelano nudi. Innocenti, fieri, finalmente liberi.
Non si scappa dalle feste e dal loro carico di inevitabile malinconia. Da bilanci personali più o meno definitivi, rabberciati di anno in anno. Dalla speranza che matura i germi del futuro. Dal bisogno di darsi progetti, scadenze, altri traguardi nella corsa senza freni che scava sui volti rughe più profonde, curva le schiene, spruzza neve sui capelli.
Scrutiamo pensierosi l’orizzonte, come i reduci che vi vedono scorrere i fotogrammi di mille battaglie. In cerca di risposte – o soltanto di consolazione – al nostro andare incomprensibile e sorprendente. Un gorgo di dubbi che inghiotte anche il presente, a volere a tutti i costi svelarne il fascino. Domande che sfuggono da ogni parte, come l’aria di un pallone bucato che si cerca invano di tappare con la mano.
Si dirà che non si può vivere ripiegati su se stessi, e probabilmente è vero. D’altronde la solitudine è spesso una conquista effimera, raccattata, che non riesce a tenere a bada l’ansia di risposte definitive agli ostinati “chi siamo”, ai prorompenti “cosa vogliamo”. Siamo troppo impegnati a vivere, per fortuna. Consapevoli del fatto che una vita non basta e che un’altra non ci è data. Una condanna e un’opportunità, a pensarci bene. Perché l’urgenza costringe all’azione: domani potrebbe essere troppo tardi.
Una filosofia che il ragazzino sembra già conoscere quando viene aiutato ad alzarsi dalla sediolina; quando spinge le gambe con tutta la forza che ha in corpo per arrivare faticosamente alla pianola. Un passo dopo l’altro, in una moviola accorata che scaccia via ogni dubbio rendendoci piccoli davanti al sogno impossibile di fare andare con gli occhi quelle leve esitanti.
Lo sa, deve saperlo per forza mentre suona Jingle bells sorretto da mani sicure, tra il silenzio e l’emozione della sala, tutta concentrata sulle sue dita che battono i tasti bianchi e neri: «Suonate campane, suonate tutto il tempo».
E suona anche tu. Per te e per noi. Per la vita che insegni.

giovedì 15 dicembre 2016

Il trovatello Giuseppe Silvani, sconosciuto eroe di Sant’Eufemia


Della prima guerra mondiale si è detto tutto. Fiumi d’inchiostro versati dagli storici per ricostruire le battaglie ed elaborare le statistiche dell’inutile strage. Eppure qualcosa di nuovo, se si continua a cercare, ancora salta fuori. Storie minime, piccole storie dentro la storia grande. Quelle sconosciute dei tantissimi giovani anonimi catapultati dai posti più sperduti dell’Italia nelle trincee del Carso, per combattere una guerra di posizione della quale niente sapevano. Costretti, nel nome della Patria, a patire il freddo e la neve, a lottare con il fango e con i pidocchi, a soffrire la fame e le malattie. Nelle narici il fetore nauseabondo dei corpi in decomposizione dell’orrenda carneficina voluta dalla follia dei comandi militari, il costo umano di poche decine di metri di linea del fronte guadagnate ad ogni offensiva e puntualmente perse nel volgere di pochi giorni.
Di questi eroi per caso poco si sa, soldati analfabeti che non hanno lasciato diari, testimonianze, tracce delle loro esistenze. Per immaginare qualcosa della loro esperienza bellica occorre pertanto affidarsi alle scarne informazioni riportate sulle schede dell’Ufficio notizie e nei ruoli militari. Può capitare così di imbattersi in soldati che, prima di essere spediti al fronte, dovettero subire un processo per diserzione: giovani emigrati all’estero che non avevano risposto per tempo alla chiamata alle armi, ma che rientrarono in Italia e regolarizzarono la propria posizione, svolgendo prima l’addestramento e poi finendo nelle zone dichiarate in stato di guerra.
Anche tra i soldati eufemiesi vi fu chi rimpatriò per servire il Paese “con fedeltà ed onore”. Sfogliando le carte dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, in particolare una storia mi ha colpito più di altre: quella di Giuseppe Silvani, numero di matricola 42357. Un cognome mai udito a queste latitudini ha una sola spiegazione, riportata nel ruolo: “figlio di N.N. e di N.N”. Insomma, un trovatello per il quale la semplice verifica presso lo stato civile del comune fuga il dubbio di un possibile errore nell’indicazione della provenienza.
Giuseppe Silvani nasce proprio a Sant’Eufemia, il 20 febbraio 1893. Dopo qualche giorno sarà Grazia Borrello (“di anni quaranta, pia ricevitrice dei trovatelli”) a raccoglierlo dalla “ruota” del comune, dove presumibilmente la madre l’aveva lasciato. Fino ai primi anni del Novecento anche a Sant’Eufemia funzionò infatti la cosiddetta “ruota degli esposti”, che accoglieva i neonati abbandonati dai genitori per diverse ragioni: figli della vergogna o bimbi ai quali i genitori non erano in grado di garantire nemmeno la sussistenza. I neonati venivano portati di notte nella “ruota”: appena udita la campanella, chi si occupava del servizio la faceva girare verso l’interno, apriva lo sportello e prestava le prime cure all’innocente fagotto tratto in salvo.
Il bambino raccolto da Grazia Borrello – si legge nell’atto di nascita redatto dall’ufficiale di stato civile, nonché sindaco, Antonino Condina Occhiuto – “era avvolto in pochi pannilini [panni ottenuti da lenzuola, camicie, tovaglie] bianchi, con le braccia sciolte e col capo coperto da una cuffietta anche bianca. Fra i pannilini che l’avvolgevano fu trovato un biglietto colla scritta seguente: Questo trovatello si chiama Giuseppe. In vista di che ho imposto il nome Giuseppe ed il cognome Silvani. E poiché in questo Comune manca un pubblico ospizio pei fanciulli abbandonati, ho consegnato il predetto bambino alla locale Congregazione di Carità, la quale avrà cura di affidarlo a buona e onesta nutrice perché l’allevasse”.
Non sappiamo chi abbia allevato il piccolo Giuseppe. Sappiamo però che appena giovinetto egli prende la via del mare, come molti suoi coetanei in cerca di fortuna Oltreoceano. Ha appena vent’anni quando sbarca ad Ellis Island il 15 marzo 1913, dopo la traversata a bordo della “Madonna”, una nave a due alberi capace di trasportare 1364 passeggeri. La chiamata dell’esercito arriva proprio mentre si trova negli Stati Uniti, per cui Silvani non riesce a giungere nella caserma di destinazione entro il termine stabilito. Dichiarato disertore e denunziato al tribunale militare di Bari, una volta rientrato in Italia si costituisce presso il distretto di Reggio Calabria (11 dicembre 1914) e viene lasciato a piede libero in attesa di giudizio. A fine anno la commissione d’inchiesta dichiara il non luogo a procedere per inesistenza del reato, cosicché il 1° gennaio 1915 Silvani inizia l’addestramento nel 41° Reggimento Fanteria e, con l’entrata in guerra dell’Italia, si ritrova sul Carso. Partecipa alla decima battaglia dell’Isonzo arruolato nel 1° Reggimento Fanteria, che ha il compito di attaccare gli austriaci ritiratisi nelle colline alle spalle di Gorizia, per aprire all’esercito italiano la strada di Trieste. Viene ferito alla coscia destra da un colpo d’arma da fuoco sul monte San Marco (23 maggio 1917), nel corso di un’operazione audace che gli vale la medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente la motivazione: «Volontario in un’ardita pattuglia riusciva, con grande ardimento e sprezzo del pericolo, a raggiungere una forte posizione nemica e, dopo una violenta lotta corpo a corpo, cooperava alla cattura di alcuni prigionieri che trascinava nelle nostre linee Monte Asolare quota 1440».
Una medaglia che Silvani mai riceverà, così come le altre due conferitegli alla fine del conflitto: quella “Commemorativa della Guerra 1915-18”, istituita con R.D. 1241 del 25 luglio 1920, e quella “Interalleata della Vittoria”, istituita con R.D. 1918 del 16 dicembre 1920.
Il 20 aprile 1920 Giuseppe Silvani è infatti già nuovamente negli Stati Uniti, appena sbarcato dalla nave “Pannonia”. Qui si perdono le sue tracce e in suolo americano, con ogni probabilità, Silvani morirà, figlio di nessuno ed eroe sconosciuto ai suoi stessi concittadini.

domenica 4 dicembre 2016

Il puzzle spezzato


Non abbiamo mai conosciuta un’ultima volta, il colpo secco della porta che scuote le pareti: io di qua e tu di là. Magari con l’orecchio attaccato all’anta per sentire i passi che si allontanano o il silenzio sospeso, incerto sul da farsi. Chissà. Neanche il basta altissimo e arduo da scalare a mani nude, le dita che cedono, si arrendono e non fanno andare oltre. Ci proviamo stavolta. Ci proviamo, sì.
L’angoscia dell’addio confonde momenti distanti in un flusso unico che mescola dolore e rabbia. Un fiume che precipita verso il mare e tutto travolge. Siamo due naufraghi che non hanno più la forza di aggrapparsi a un legno, sballottati dalla furia del troppo orgoglio.
Niente sembra più bastarci. Le tue risate e le mie. Il tuo naso freddo di tramontana. La rosa nella valigia accanto ai cioccolatini. Il sole rosso intascato dall’orizzonte, leggero come una carezza sulle guance. La libertà soffiata dalle onde sui nostri corpi profumati di battigia. La vita inventata giorno per giorno, messa insieme a fatica e ora sparpagliata per terra, come i cartoncini di un puzzle spezzato.
Ogni flashback è una discesa nel buco nero del passato. Ciò che per me è stato, dimenticato, confinato nell’angolo delle recriminazioni, degli errori, in fondo delle scelte. E che per te è presente ancora vivo e sanguinante. Sei rimasta là, intrappolata da ciò che poteva essere e non è stato. Un paesaggio di fiaba che avevi sognato e che ancora cerchi, stretta dentro un vestito di ricordi feriti.
Aspetti che io ritorni per prenderti e portarti via, dici. Che io entri nel sogno frantumato e da lì ti tiri fuori. Non so farlo. Avrebbe dovuto farlo quel ragazzo, non può farlo quest’uomo.
Il grido lanciato si spegne nel vuoto, impotente per quanto forte e disperato. L’attesa diventa un tempo circolare di rimpianti che dilatano i minuti della notte e trasformano il sogno in incubo. Notti che furono la magia di un tappeto di stelle srotolato sulle nostre teste, quando ogni respiro era felicità. Quando ci facevamo rapire dal mistero delle costellazioni cercando di decifrare nelle figure indovinate le tracce del destino.
Era nelle nostre mani. Ma il dolore ha bisogno di attenzione, non della rabbia urlata nel ping-pong estenuante delle accuse. Forse non siamo stati all’altezza del sogno. Forse il sogno era impossibile. O forse doveva semplicemente andare così, una vendetta degli dei irritati dalla pervicacia dei nostri sbagli. Mancano persino le parole, fiaccate dal corpo a corpo finale e avide di riposo. Desiderose soltanto di una tregua.
Che inganno il silenzio della notte ricamata di stelle, ora che il tempo è finito. Ora che le nostre facce camminano schiacciate sul marciapiedi, indifferenti all’illusione di bagliori lontani.

mercoledì 23 novembre 2016

L’eufemiese Carlo Muscari, martire della rivoluzione napoletana del 1799

Carlo Muscari, figlio di Francesco e Lavinia Pugliatti, nacque a Sant’Eufemia d’Aspromonte il 17 marzo 1770. Il ramo paterno apparteneva ad una ricca ed aristocratica famiglia di proprietari terrieri originaria di Melicuccà, che si era trasferita a Sant’Eufemia alla fine del XVII secolo, mentre la madre era una nobildonna reggina. Tra i suoi avi si segnalano un Mercurio Muscari laureatosi a Napoli in diritto pontificio e civile nel 1694 e Giuseppe Maria Muscari (1713-1793), “legato in affettuosa amicizia con Papa Braschi” (Pio VI), che fu procuratore generale dell’Ordine di San Basilio e rettore del convento eufemiese di San Bartolomeo, andato distrutto nel terremoto del 1783 (circostanza nella quale perì anche Francesco Muscari), quando già da due anni era abate perpetuo della chiesa di San Basilio a Roma. E proprio alle cure dello zio paterno fu affidato il giovane Carlo, che nella capitale pontificia compì gli studi umanistici prima di trasferirsi a Napoli, dove si laureò in legge e dove già si trovava il fratello maggiore, avvocato Giuseppe, che curò la formazione anche di un altro fratello, Gregorio: sia Giuseppe che Gregorio furono successivamente autori di opere di diritto molto apprezzate. Nella capitale partenopea, allo scoppio della rivoluzione, i tre furono raggiunti dal quarto dei fratelli, Mercurio.
Nel lavoro dedicato alla massoneria nel Regno delle Due Sicilie, Ruggiero Di Castiglione sottolinea l’adesione di Carlo a una delle logge massoniche fondate dall’abate Antonio Jerocades e il suo coinvolgimento in una congiura giacobina che nel 1794 gli procurò l’arresto e la reclusione nel carcere della Vicaria per “asportazione d’armi proibite, bestemmie, miscredenze, violenze ed altri eccessi”, oltre che per il possesso di “alcuni libri sediziosi francesi”.
Dopo la proclamazione della repubblica napoletana e la costituzione del governo provvisorio degli insorti, Carlo fu tra i sette membri della “Commissione pel piano delle Finanze” e capitano della II Compagnia della Guardia nazionale repubblicana, della quale faceva parte anche un altro eufemiese, il futuro medico Gaetano Capoferro, allora studente presso l’Università di Napoli. Il 20 gennaio 1799 partecipò alla presa del castello di Sant’Elmo, si distinse nelle operazioni che portarono all’arresto di numerosi seguaci del regime borbonico e infine fu trasferito alla Legione Bruzia. Con il fratello Gregorio fu componente della Commissione “degl’informi”, che si occupava dell’epurazione della burocrazia borbonica e della sua sostituzione con un personale fedele al nuovo corso.
Lo storico Vittorio Visalli riferisce che Carlo “combatté aspramente a Torre Annunziata contro Pandigrano e Sciarpa” (rispettivamente: Nicola Gualtieri, un criminale comune condannato all’ergastolo, scarcerato e arruolato nell’esercito sanfedista del cardinale Ruffo, e Gerardo Curcio, che guidò un esercito di sbandati al servizio della causa borbonica). Il fratello Gregorio fu, invece, “l’imperterrito duce” della Legione Calabra, circa duemila calabresi posti a presidio di Castelnuovo e del forte di Vigliena, che il 13 giugno 1799 fu fatto saltare in aria dai giacobini assediati dalle truppe sanfediste. Dopo la capitolazione i repubblicani sbandarono. Carlo, Gregorio e Giuseppe Muscari si asserragliarono nei Castelli. Mercurio, che inizialmente aveva trovato rifugio in un convento, da lì fu costretto a scappare. Carlo e Gregorio furono condannati a morte; Giuseppe e Mercurio all’esilio fuori dal regno. Per i loro beni fu disposta la confisca.
Il trattato di capitolazione sottoscritto il 19 giugno concedeva agli insorti la facoltà di trasferirsi in Francia. Carlo fu così imbarcato sul vascello inglese “Audace”, ma appena arrivato a Napoli l’ammiraglio Nelson ordinò la sospensione del trattato. Mentre Gregorio riuscì a scampare alla forca e a riparare in Francia con gli altri due fratelli, Carlo fu incarcerato e sottoposto a processo. Assolto dalla Giunta di Stato, si scontrò con la volontà del sovrano Ferdinando IV di Borbone, al quale spettava l’ultima parola. Vincenzo Cuoco indica nella condanna di Muscari il paradigma del clima giustizialista instauratosi con il ritorno dei Borboni: «Le sentenze erano fatte prima del giudizio. Chi era destinato alla morte doveva morire […]. Dal processo di Muscari nulla si rilevava che potesse farlo condannare; ma troppo zelo avea dimostrato Muscari per la Repubblica, e si voleva morto. La Giunta, dicesi, ebbe ordine di sospender la sentenza assolutoria e di non decidere la causa finché non si fosse trovata una causa di morte. A capo di due mesi è facile indovinare che questa causa si trovò».
Tra gli ultimi patrioti ad essere giustiziato, Carlo Muscari fu impiccato il 6 marzo 1800 a piazza Mercato e poi sepolto nella chiesa di Santa Caterina ai Funari.
A cent’anni dalla sua morte, l’amministrazione comunale di Sant’Eufemia ne onorò il sacrificio e la memoria: il consigliere provinciale Michele Fimmanò tenne il discorso commemorativo a conclusione del quale, all’interno del municipio, fu scoperta una lapide in marmo: «Tradita la fede dei patti/ da bieca voluttà di tiranni/ CARLO MUSCARI/ milite della Repubblica Partenopea/ moriva strangolato a Napoli/ il 6 marzo 1800/ I cittadini eufemiesi dopo 100 anni/ a ricordo ed esempio».
Andata distrutta dopo il terremoto del 1908, una riproduzione dell’iscrizione fu collocata alla fine degli anni Venti nel palazzo municipale da poco edificato. Purtroppo tra le macerie del palazzo demolito alla fine degli anni Ottanta, è incredibilmente finita anche la lastra di marmo che ricordava un grande eufemiese: nessuno ha pensato di salvarla, nessuno ha sentito il dovere di riprodurla.

*Fonti:
- Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Editore Laterza (1980)
- Ruggiero Di Castiglione, La massoneria nelle Due Sicilie e i “fratelli” meridionali del ’700, vol. III: Dal legittimismo alla cospirazione, Gangemi editore (2009)
- Michele Fimmanò, Carlo Muscari. Commemorazione nel centenario della sua morte, Tipografia Adamo D’Andrea (1900)
- Domenico Forgione, Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte, Nuove edizioni Barbaro (2013)
- Rocco Liberti, Il nucleo familiare di un martire della repubblica napoletana: Carlo Muscari da Santa Eufemia, in “Rivoluzione e antirivoluzione in Calabria nel 1799”, Atti del IX Congresso storico calabrese, Laruffa editore (2003)
- Vincenzo Mezzatesta, Carlo Muscari di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Capolegione, in “Calabria Sconosciuta”, n. 30 (1985)
- Vittorio Visalli, I Calabresi nel Risorgimento italiano. Storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1799 al 1862 , G. Tarizzo e figlio (1893)

mercoledì 16 novembre 2016

Sant’Eufemia d’Aspromonte e il terremoto del 16 novembre 1894


Alle ore 19 circa del 16 novembre 1894 è ormai piena notte: se ne hanno la possibilità, le famiglie sono attorno al braciere, oppure già sotto le coperte per non soffrire troppo gli schiaffi dell’inverno. Qualcuno si attarda nelle cantine per un bicchiere di vino, ma la maggior parte della gente si sta per addormentare. Quella notte però non si dormirà, né a Sant’Eufemia, né in molti altri centri pre-aspromontani. E di freddo, nelle strade, ne raccoglieranno parecchio gli sfollati del terremoto che in soli sedici lunghissimi secondi rade al suolo cittadine e villaggi. Il bilancio finale conta 98 vittime e ingentissimi danni, con il triste primato di perdite di vite umane toccato a San Procopio: 48 e il paese ridotto in macerie. Ma è tutto il circondario di Palmi a piangere morte e distruzione: sette vittime a Bagnara (alle quali vanno aggiunte le sei della frazione Solano), otto a Seminara e altrettante a Palmi, epicentro del sisma del 6.1 grado della scala Richter, altre a Melicuccà, Sinopoli, Santa Cristina e Delianuova. Un numero che per Palmi sarebbe stato ben più elevato se in quei giorni la città non fosse stata teatro di un avvenimento che un anno dopo la Chiesa riconobbe come miracolo: il movimento degli occhi della statua della Madonna del Carmine, per oltre due settimane consecutive, che richiamò l’attenzione della stampa anche nazionale. Miracolo o caso, fu infatti proprio la processione organizzata il 16 novembre a fare sì che quasi tutta la popolazione si trovasse per strada quando la terra tremò e le case cominciarono a crollare.
Sant’Eufemia fu semidistrutta. Le vittime furono sette, cinque delle quali risiedevano nel Paese Vecchio, le altre due al Petto: Concetta Bagnato, 37 anni; Grazia Maria Monterosso, 72 anni; Antonino Condina, 36 anni; Maria Antonia Cutrì, 3 anni; Angela Nocito, 88 anni; Natale Occhiuto, 2 anni; Carmina Zagari, 95 anni. Più di 200 i feriti. La chiesa Matrice subì lesioni molto gravi, quella del Purgatorio rovinò parzialmente. Il quartiere Campanella (o “Rocca”) fu quello che subì danni minori insieme al Petto, dove però la chiesa crollò quasi completamente. Le case rimaste in piedi subirono danni talmente gravi da mettere in serio pericolo l’incolumità della popolazione, per cui in gran numero furono successivamente demolite: 212 abitazioni crollarono totalmente, 326 parzialmente, 432 furono gravemente danneggiate e 188 lesionate in modo lieve. I danni furono quantificati in circa due milioni di lire.
Sui luoghi colpiti dal disastro giunsero nei giorni successivi reparti di truppa e squadre di operai sottoposti agli ordini del maggiore del Genio civile Angelo Chiarle, i quali si occuparono della demolizione delle case diroccate, della rimozione delle macerie, del puntellamento della abitazioni recuperabili, della costruzione delle baracche, della distribuzione di indumenti e di alimenti, dello svolgimento di servizi di pubblica sicurezza. Del coordinamento con la prefettura per tutte le operazioni di soccorso si occupò invece il consigliere provinciale Michele Fimmanò, il politico eufemiese più influente dall’Unità d’Italia al primo decennio del Novecento.
A fine febbraio 1895 furono consegnate 64 baracche: la chiesa, l’ospedale, le scuole femminili, il municipio, l’ufficio telegrafico e l’ufficio postale, oltre alle “baracche varie”. Furono inoltre puntellate 32 case, demoliti totalmente 5 fabbricati e parzialmente 64. Un anno dopo, l’area denominata “Pezza Grande” risultava così occupata da un vasto baraccamento strutturato con strade, piazze, una chiesa e una rivendita di privativa, che ospitava più di 200 famiglie e che costituì il primo nucleo urbano dell’assetto che Sant’Eufemia avrebbe definitivamente assunto dopo il terremoto del 1908, quando fu edificato l’intero omonimo rione.






* Tutte le fotografie sono tratte da “Il terremoto del 16 novembre 1894 in Calabria e Sicilia. Relazione scientifica della Commissione incaricata degli studi dal Regio Governo”, Roma 1907. In apertura, il campanile diroccato della chiesa del Purgatorio; a fine articolo, nell’ordine: case rovinate; chiesa del Petto; chiesa del Purgatorio.

lunedì 14 novembre 2016

Ballando sotto la pioggia

Il mio recente post Impressioni di Londra ha convinto Mario a raccontare qualcosa della sua esperienza di giovane “scappato” dall’Italia quasi vent’anni fa e accolto da una città che gli ha dato la possibilità di non rimpiangere niente di quella scelta. Ho sempre pensato che ci vuole molto coraggio per abbandonare questa nostra martoriata terra, tanto quanto ne serve per restare. [D.F.]

La mia storia d’amore con Londra cominciò una piovosa notte di giugno del 1997. Era il 16 giugno, per essere esatti. Due settimane prima avevo comprato un biglietto di sola andata, così, d’impulso, dopo aver letto un articolo sulla capitale inglese dove, tra le altre cose, mi si assicurava che avrei trovato lavoro in due secondi.
Avevo 22 anni. Da marzo mi trovavo a Milano, dove ero giunto proveniente dalla Sicilia dopo un viaggio in treno di 23 ore, ovviamente senza biglietto, il mio posto tra il corridoio ed il bagno, in una nuvola di fumo di sigarette. Come un “vu cumprà” terrone senza vergogna, vendevo prodotti inutili porta a porta, mentre mamma pensava fossi a Palermo a studiare psicologia. Conseguentemente, mia madre non crede a ciò che le dico da 19 anni. In verità, la mia carriera universitaria durò quattro mesi, il tempo di capire che avrei avuto almeno 30 anni prima di riuscire a guadagnare qualche soldo. Cosa per me impensabile, avendo assaporato l’indipendenza economica già a vent’anni, quando guadagnavo uno stipendio giocando alla guerra come sottotenente dell’esercito.
Quando arrivai a Londra, tutto il mio mondo in una singola valigia, mi resi conto di non capire una parola di inglese. Subito dopo mi ricordai di non avere un biglietto di ritorno. Panico, per cinque minuti. Le mie preoccupazioni hanno sempre una vita breve. Giunsi al mio ostello dopo essermi perso due volte in Underground: almeno per un tetto avevo avuto il buon senso di prenotare tutto tramite un’agenzia italiana.
Avrei diviso una stanza con tre sconosciuti. Uno di loro sarebbe poi diventato uno dei miei migliori amici. La prima notte mi portò a Piccadilly Circus a ballare sotto la pioggia “perché a Londra puoi fare quello che ti pare, quando ti pare”: una frase che non ho mai dimenticato e che negli anni mi ha spinto ad osare, a tentare di riuscire in “altro”, cose che in Italia non avrei mai considerato.
Essere via ti libera. Per me è stato come stare di fronte ad una tela bianca, pennello in mano, e cominciare a dipingere la mia vita, come la volevo io e non come se la immaginavano ed aspettavano gli altri.
Il mio primo lavoro non lo trovai in due secondi ma in due giorni, giusto in tempo, perché non avevo più soldi. Il 1997 fu un attimo, terminato a Trafalgar Square, arrampicato su un monumento ad aspettare la mezzanotte sopra un mare umano. Lavoravo in un McDonald’s dalle 7 del mattino alle 15.00, poi in un Pub dalle 18.00 alle 23.00 ed infine in strada dalle 23.30 all’una di notte, a fare volantinaggio per una discoteca dove il sabato notte vi lavoravo come cubista(!). Poi si usciva in centro. Dormivo pochissimo ma non importava, perché non dovevo chiedere niente a nessuno. Finalmente libero, ero felice.
Per me la felicità è sapere che puoi contare sulle tue forze per “arrivare” da qualche parte, che si può vivere senza dover chiedere favori e che se ti va, puoi lottare per conquistare la tua parte di mondo, senza compromessi, perché se hai delle qualità ti verranno non solo riconosciute ma anche valorizzate. Negli anni ho fatto di tutto, da elfo nei magazzini Harrods a poliziotto nella polizia metropolitana, da manager in un locale ad impiegato bancario, oltre ad altro di cui non parlo per scaramanzia ma che amo.
Ho vissuto a Melbourne, a Malta, a Los Angeles; spendo tanto tempo ad Havana e giro il mondo per lavoro, ma solo a Londra mi sento completo. Solo a Londra mi sento a casa. A Londra sono maturato nell’uomo che sono. A Londra ho trovato me stesso. Ecco, potrei morire domani e morirei in pace, senza rimpianti. Da quella prima notte a Piccadilly Circus, non ho mai smesso di ballare sotto la pioggia.
[Mario Forgione]

sabato 5 novembre 2016

Un ricordo dell'alluvione del 1966

Le rievocazioni del cinquantesimo anniversario dell’alluvione che il 4 novembre 1966 devastò Firenze si sono concentrate per lo più sul ricordo dei danni prodotti dagli straripamenti dell’Arno. Le 35 vittime, gli sfollati, l’intervento degli “angeli del fango”, giovani di tutte le nazionalità accorsi a migliaia nel capoluogo toscano per strappare al fango i libri e i manoscritti della Biblioteca Nazionale o le opere d’arte dei depositi degli Uffizi rovinati dall’inondazione: su tutte il Crocifisso di Cimabue nella Basilica di Santa Croce, assurto a simbolo dell’alluvione.
In realtà, già da diverse settimane, diverse aree del Centro Italia e del Nord-Est registravano un’eccezionale ondata di maltempo, con esondazioni e frane che raggiunsero l’apice tra il 3 e il 4 novembre. Il bilancio finale, consultabile sulla pagina Polaris (popolazione a rischio da frana e da inondazione in Italia), a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica, è impressionante: oltre 130 morti, quasi 400 feriti e poco meno di 78.000 tra sfollati e senzatetto, 1.000 miliardi di lire di danni. Non solo, quindi, gli 11 metri di livello raggiunti dall’Arno, ma anche il record d’acqua alta a Venezia (194 centimetri), l’esondazione del Piave, del Brenta e del Livenza nel Veneto, del Tagliamento nel Friuli e dell’Adige nel Trentino, dell’Ombrone nel Grossetano, di molti fiumi e canali dell’Emilia Romagna, in particolare nel Modenese.
Lo sforzo solidaristico degli angeli del fango e il lavoro incessante delle forze armate, giorno e notte, nelle aree colpite. Giovani che svolgevano il servizio militare e che nei giorni dell’alluvione diedero un contributo fondamentale per il salvataggio delle vite umane in pericolo. Tra i soldati del 18° Reggimento artiglieria contraerei – di stanza presso la caserma “Giulio Cesare” di Rimini – c’era anche mio padre. La sua compagnia fu destinata al soccorso delle popolazioni nelle aree attorno a Rimini e a Forlì: riempire sacchi di sabbia, trasportarli e accatastarli uno sull’altro per arginare le esondazioni dei fiumi; far muovere le barche piatte da fiume a fondo piatto puntando le pertiche contro il fondo, raggiungere i casolari isolati per trarre in salvo i feriti e coloro che si erano arrampicati sopra i tetti.
A tutti i militari impegnati nell’opera di soccorso fu successivamente consegnato un volumetto contenente i ringraziamenti inviati dalle istituzioni civili e religiose al Generale di corpo d’armata – Comandante la regione militare Nord-Est («Questi ringraziamenti e questi elogi vanno a Te, soldato d’Italia, che per i Tuoi fratelli colpiti dalla sventura hai duramente lavorato, con sacrificio e nel pericolo; e hai dato prova di profondo sentimento del dovere e di alta solidarietà umana») e un attestato di benemerenza firmato dal ministro della Difesa Roberto Tremelloni:
«In un’ora di dolorosi eventi suscitati dalla furia di forze della natura scatenate su vasta parte del territorio nazionale, soldati, marinai ed avieri d’Italia, memori del dovere che li vuole al costante servizio del Paese sia in pace che in guerra, hanno impegnato ogni loro risorsa ed energia per la salvezza delle vite in pericolo, la lotta contro l’epidemia e la rinascita delle speranze, in una umana gara di generosità, di dedizione e di sacrificio. Per questi combattenti di una lotta senza quartiere contro lo sfacelo apportato dalle acque, desidero unire al sentimento degli infelici che essi soccorsero, aiutarono ed incoraggiarono, la meritata calda lode delle Istituzioni Militari che tanto degnamente hanno rappresentato nell’adempimento del civico dovere».

mercoledì 2 novembre 2016

Impressioni di Londra

Un viaggio è un puzzle di immagini spolverate sulla mente come zucchero a velo, che il tempo avrà cura di soffiare lontano, inevitabilmente. Restano le impressioni che lo spettacolo della vita concede a chi sa e vuole fermarsi un attimo, anche soltanto per rafforzare il ricordo facendolo vivere un po’ più a lungo. Conservare le emozioni del paesaggio, dei volti, della folla anonima che nella metropoli incede indistintamente, quasi sempre di fretta, fiumana umana in movimento verso mete che non sapremo. Per questo affascinanti.
Nel mio breve soggiorno londinese ho camminato. Ma proprio tanto. Dalla mattina alla sera, di notte. Il contapassi di Pasquale a un certo punto non smetteva più di congratularsi! Un cammino per lo più allegro, da turista, ma anche penoso e doloroso quando ha sbattuto contro la solitudine della morte, la vera ragione della nostra trasferta. Nelle scelte di vita bisogna entrarci in punta di piedi, con rispetto e discrezione, pertanto non scriverò di Peppino “Joe” Conte. E non perché il dolore degli altri è “dolore a metà”, ma perché so che la vita Joe l’ha gustata per intero – come l’ape con il fiore – e se n’è andato senza rimpianti, soddisfatto dei suoi 84 anni avventurosi, per certi versi cinematografici. Abbiamo bevuto alla sua salute e, se da qualche parte Joe ci stava osservando, sono certo che avrà sfoderato il suo inconfondibile e paffuto sorriso.
Volti che sfumano, dicevo. Dell’alcolista che alle due di notte chiede 40 penny per onorare il venerdì londinese. Del ragazzo con la lattina vuota che cerca l’elemosina davanti a una chiesa anglicana, accanto a un cimitero di sole croci rovinate dal tempo e di scritte annerite su rettangoli di marmo rotto. Della donna che dorme dentro al sacco a pelo, abbracciata al suo cane, in un riparo di strada trafficatissimo accanto a Westminster.
Ma anche le facce sorridenti dei cinque ragazzi di differenti etnie che arrivano a Piccadilly Circus, con una corda perimetrano una porzione di suolo all’uscita dell’Underground e per qualche ora replicano uno spettacolo di danze e salti acrobatici sulle note di “Gangnam Style” per un pubblico che si rinnova al ritmo scandito dagli arrivi della metro. Gli artisti di strada che a Covent Garden si esibiscono per centinaia e centinaia di bambini rapiti dalla magia e dall’abilità dei giocolieri, stupiti dall’impassibilità delle statue viventi color oro o argento che si animano come per incanto. I visi allegri dei frequentatori delle botteghe dei barbieri nigeriani, aperti anche di notte perché i “Barber Shop”, nella cultura centroafricana, sono veri e propri spazi ricreativi, nei quali c’è chi si ferma anche soltanto per assistere all’ultima puntata della telenovela del momento.
Le voci e gli accenti si accavallano ma sembrano fondersi in un linguaggio universale che tiene insieme le tessere di un mosaico fatto di volti colorati e allegri nel centesimo selfie della giornata. Il contrasto tra miseria e benessere fa riflettere su quanto l’uomo sia davvero artefice del proprio destino, in una città che comunque ha una marcia in più. Che a tutti, soprattutto ai giovani, sembra essere in grado di offrire una possibilità.

domenica 23 ottobre 2016

Quella maledetta domenica che si portò via il Sic

Per qualche anno ho gestito un secondo blog, nel quale scrivevo quasi esclusivamente di Inter: un blog da tifoso, con l’immancabile rubrica del commento alle partite e amenità varie, ma che ogni tanto utilizzavo anche per commentare eventi di altre discipline sportive. Oggi che ricorre il quinto anniversario della sua tragica morte sul circuito di Sepang voglio ricordare Marco Simoncelli con il post che scrissi allora. 

Mentre ero in volo, di rientro da Londra, pensavo che sarebbe stata una delle poche domeniche in cui non avrei visto alla Tv la partita dell’Inter. Sarei riuscito ad ascoltare gli ultimi minuti di radiocronaca in macchina, di ritorno dall’aeroporto di Lamezia. Ed infatti è andata così. Proprio per questo motivo avevo pensato di scrivere qualcosa su questa esperienza inedita e antica allo stesso tempo. Sarebbe stato un tuffo nel passato, un amo lanciato nel mare dei ricordi dell’infanzia per ripescare un mondo senza Sky né Mediaset. Un tempo in cui del cartello delle partite, disputate tutte rigorosamente di domenica, riuscivamo a vedere – e con quale attesa! – soltanto la differita del secondo tempo dell’incontro di cartello su Rai 2 verso le 19.00, dopo i saluti di Paolo Valenti dietro la scrivania del suo “Novantesimo minuto”, su Rai 1.
Avrei raccontato di ragazzini attorno a una radiolina e dei “grandi” sulle auto parcheggiate davanti alla pineta comunale, al municipio, ai bordi delle piazze, accanto ai marciapiedi. Delle vecchie schedine del totocalcio con le matrici che andavano benissimo per aggiornare i risultati e che passavano di mano in mano, in una sorta di rito collettivo che dà l’idea di quanto il calcio fosse davvero un romanzo popolare.
Appena entrato in casa, invece, dopo i saluti è arrivata la domanda di mia mamma. Una domanda che nel tono delle parole e nell’espressione del viso conteneva già la risposta: «Hai saputo di Simoncelli?».
Stamattina, mentre preparavo le valigie, con un occhio seguivo nella televisione la gara di Moto2. C’era stato un incidente che aveva coinvolto lo spagnolo Axel Pons, con la conseguente sospensione della gara a due giri dal termine. «Pista pericolosa», mi ero detto.
Le parole di mia mamma sono state un déjà-vu, la mia mente è corsa all’incidente in cui perse la vita Ayrton Senna, nel Gran Premio di San Marino. Allora, durante le prove, era morto Roland Ratzenberger, mentre Rubens Barrichello si era salvato per miracolo. Incidenti premonitori, anche in quel caso, che anticiparono la morte di uno dei più grandi piloti di sempre. Un personaggio amatissimo, come lo era il Sic.
Mancano le parole per descrivere la tragedia che si porta via delle giovani vite. Da domani si parlerà di sicurezza, del gioco che forse non vale la candela, di ragazzi che hanno tutto – soldi, successo – e che ogni tanto perdono tutto in una curva maledetta o per un guasto meccanico.
Da domani si parlerà anche – ed è giusto che sia così – di Marco Simoncelli, del suo essere irregolare e solare: sempre con il sorriso, un po’ guascone, duro quanto serve per sgomitare in pista e staccare un secondo dopo l’avversario. Quel secondo che ti consente di passare davanti e di mandare il pubblico del tuo show in delirio. Un ragazzo che nel paddock era amato per la sua allegria, per i suoi scherzi, per il suo non prendersi mai troppo sul serio. Per essere, in fondo, un giovane innamorato della vita.
Ora però è bene che si fermi tutto. Ci sarà tempo per altri articoli. Ora è il tempo del dolore e del rimpianto per una vita spezzata nel fiore degli anni.
[23/10/2011]

venerdì 14 ottobre 2016

Vittorio Visalli, anche poeta

Forse non tutti sanno che Vittorio Visalli, nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte il 15 ottobre 1859 e morto a Reggio Calabria il 27 giugno 1931, fu anche poeta. Il maggiore storico del Risorgimento calabrese è celebre soprattutto per due opere: I Calabresi nel Risorgimento italiano. Storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1799 al 1862 (Torino, 1893) e Lotta e martirio del popolo calabrese. 1847-1848 (Catanzaro, 1928). Diede alle stampe anche diverse altre opere di carattere storico, i testi degli interventi pronunciati in conferenze tenute in tutta Italia e i volumi didattici di storia e di geografia scritti per gli alunni delle scuole elementari, delle scuole medie e delle classi inferiori del ginnasio. In anni più recenti l’editore Barbaro ha poi restituito alla comunità degli studiosi e agli appassionati di storia il volumetto Aspromonte (1995), curando la ristampa anastatica del lavoro che nel 1907 Visalli dedicò al ferimento di Giuseppe Garibaldi nel bosco degli “Zappineddi”, in contrada Forestali (29 agosto 1862).
Lo storico eufemiese ebbe riconoscimenti ufficiali già a un anno dalla morte, con la collocazione di un busto in bronzo presso la biblioteca comunale “Pietro De Nava” di Reggio Calabria, che custodisce anche i circa 1.500 volumi del catalogo “Donazione Vittorio Visalli”, mentre le carte utilizzate per la stesura delle sue opere storiche sono oggi conservate presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria (“Fondo Visalli, 1815-1893”).
Per niente noto è invece il Visalli poeta. Eppure esiste una sua raccolta di 47 componimenti (Semel), stampata presso la tipografia Giuseppe Lopresti di Palmi nel 1894 e oggi praticamente introvabile. Il titolo del volume fa riferimento alla sentenza latina semel in anno licet insanire (“una volta all’anno è lecito impazzire”), come lo stesso autore precisa spiegando “in breve e sinceramente” il motivo della pubblicazione del libro: «Non v’è uomo che durante la sua giovinezza non abbia sentito il bisogno di dare una capatina, più o meno fortunata, nel regno delle Muse; che non abbia sentito nel cervello una fioritura spontanea di poesia, cui l’esuberanza del sentimento e dell’immaginazione alimenta e feconda. Ed anch’io feci come tutti gli altri, e molti fogli rabescai di sonettini e canzonette e versi sciolti, che andavo qua e là disseminando nei giornali o su gli scrittoi di persone amiche, senza curarmi più che tanto delle loro vicende. Ma ora che la rigida prosa della vita e qualche filo bianco tra i capelli mi cominciano ad avvertire che giunge il momento di ammainare le vele, ora ho voluto mettere insieme alcune delle superstiti paginette, e conservarle come ricordo delle fuggite illusioni, dei dolori sofferti. […] È stata una follia? Non lo so dire. Ma se la sapienza antica tollerava che s’impazzisse una volta all’anno, SEMEL IN ANNO, tanto meglio posso chiedere scusa io se sbaglierò, almeno in materia di versi, questa sola ed unica volta».
Le poesie del giovane Visalli, suddivise in tre sezioni (“Calabria”, “Spigolature”, “Pagine grigie”), risentono delle influenze letterarie di fine Ottocento: rime di carattere storico, nelle quali emerge il contrasto tra i grandi ideali del Risorgimento e la miseria della realtà dell’Italia unita; versi che rimandano al classicismo carducciano; liriche intimiste o impregnate del sentimento panico della natura. I temi prevalenti: pene d’amore e gioie dell’amore, morte e vita. Ma anche la condanna dei costumi del tempo, che costituisce il nucleo centrale di alcuni dei componimenti presenti nell’ultima sezione. Ad esempio in “Fine di un monologo”, una sorta di omaggio al poeta Giuseppe Giusti, massimo esponente della poesia satirica nell’Ottocento e creatore del personaggio Gingillino:

È ver: la penna, la vanga, il martello
non dàn guadagno e sciupan molto presto;
più rende una levata di cappello
che non sei mesi di lavoro onesto.

Bisogna che s’appoggi ad un Lucullo
e divenga un suo servo, suo trastullo,
chi non vuole morir povero e brullo.

Strisciar bisogna come Gingillino,
lodare tutto, volgere il pensiero
secondo il vento, e star dimesso e chino
come salcio piangente al cimitero.

Ahimè, la mia colonna vertebrale
è dritta, è salda, e sarà sempre tale!
Mi toccherà finire a l’ospedale.

mercoledì 5 ottobre 2016

Graziadei Tripodi, il restauratore al servizio di Dio

A gran parte degli eufemiesi probabilmente dice poco il manifesto mortuario affisso in paese stamattina, che annuncia le avvenute esequie di Graziadei Tripodi, domenica scorsa nella Chiesa della Santissima Concezione ad Airola, in provincia di Benevento. Accade sovente, quando il defunto da molti anni vive fuori paese. Ci si limita a leggere i nomi dei congiunti, per capire a chi “appartenga” il deceduto e poi si passa oltre, distrattamente.
La morte di Graziadei Tripodi non può però passare inosservata, perché chi ci ha lasciato è (uso il presente, il tempo degli artisti, che tali rimangono per sempre) una grande personalità nel campo della scultura e della pittura: “il restauratore al servizio di Dio”.
Graziadei Tripodi, nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte il 13 giugno 1932 al numero civico 2 di via Nucarabella, appartiene a una famiglia di artisti. Il padre, Carmelo, fu pittore, scultore, musico e fotografo. “Galileo Galielei” e “Sant’Antonio Abate” sono probabilmente i suoi dipinti più celebri (premiati all’Esposizione campionaria internazionale di Palermo, nel 1906 e nel 1907), ma molte altre sue opere d’arte sono sparse in diverse chiese della provincia (Acquaro di Cosoleto, Solano, Gioiosa Ionica, San Procopio, Palmi e ovviamente Sant’Eufemia), in Calabria e in Sicilia. Una passione per l’arte trasmessa dal genitore agli otto figli (due donne e tre maschi), in particolare al restauratore Graziadei, appunto, ad Agostino e al pittore Domenico Antonio (“L’Aspromontano”), artista di fama internazionale pluripremiato per le sue opere, esposte nelle sale più prestigiose di tutti i continenti.
Ma un ruolo non secondario per il successo dei figli lo giocò la madre Carmela Giordano, come riconobbe lo stesso Graziadei nella monografia dedicata al padre in occasione del cinquantesimo anniversario della morte (2000): «Carmela Giordano ha avuto il coraggio di lasciar andare via i propri figli, comprimendo il suo senso materno e i suoi affetti, alfine di evitare loro la “provincializzazione”, cioè il restare “chiusi”, come era successo al padre, nello stretto ambito locale, privo di significativa evoluzione nel campo dell’arte. […] Se noi, figli di Carmelo Tripodi e di Carmela Giordano, sparsi per la penisola, oggi, possiamo offrire qualche contributo all’arte, riconosciuto e gratificato, lo dobbiamo sì al gene paterno ma anche alla maternità e al sacrificio immenso di Carmela Giordano».
Di strada, nel campo del restauro, Graziadei Tripodi ne ha fatta molta. Autore di due lavori fondamentali  Il Restauro. Come e perché (Napoli, 1981), Fra restauro e pittura. Una vita al servizio dell’arte (Caserta, 2012) , le sue abili mani hanno ridato vita ad opere realizzate dai giganti del pennello e dello scalpello: su tutti, Giotto (Cappella Peruzzi, chiesa di Santa Croce in Firenze; ma anche la Cappella degli Scrovegni a Padova), ma anche gli affreschi del Solimena e del Cavallini a Napoli, oltre a un’infinità di opere, a carattere prevalentemente religioso, sparse tra Toscana e Campania, in particolare ad Airola e nel Beneventano.
A Sant’Eufemia Graziadei Tripodi fece ritorno, per un breve periodo, sul finire degli anni Ottanta. In quella circostanza fu promotore di manifestazioni a carattere religioso che ebbero uno straordinario successo (il “Presepe vivente”, tra le vie del Vecchio Abitato e la “Via crucis vivente”); quindi, diede prova della sua grande arte a San Procopio, Favazzina, ma soprattutto nel suo paese natio, grazie al restauro della statua della Santa Patrona.
Graziadei Tripodi, l’artista che portava inciso nel nome il proprio destino.

*La foto è tratta da: http://ettore.ruggiero.eu/il-maestro-graziadei-tripodi-un-capitolo-della-storia-di-airola/ 

lunedì 3 ottobre 2016

Il dovere della memoria

Sarà che oggi, mentre mi dedicavo alla sistemazione di libri e documenti mi sono ritrovato tra le mani la scatola di vecchie carte che furono sue.
Sarà che tra poche settimane saranno quattro anni che il professore Rosario Monterosso non è più tra di noi.
Sarà che mi mancano le nostre conversazioni e i suoi consigli di lettura.
Sarà che non ho mai smesso di cercarlo e di sentirlo comunque presente: ogni volta che leggo un libro; ogni volta che vorrei essere confortato sulla bontà delle mie riflessioni e delle mie azioni; ogni volta che avrei bisogno di una guida sicura, di una luce che rischiari nel buio confuso di questi tempi tristi.
La sua guida. Le sue lezioni puntuali, chiarificatrici. Come negli anni del liceo, quando dal banco lo ascoltavo incantato e seguivo la traiettoria del suo sguardo, che andava a cercare da qualche parte nell’aula le parole più appropriate per rendere facilmente comprensibili anche i concetti più ostici della filosofia o per sciogliere con semplicità espositiva i nodi storici più controversi.
Sarà che oggi abbiamo un bisogno urgente di gente perbene, rigorosa sotto il profilo etico.
Bagnara, la sua città, dovrebbe essere orgogliosa di avere avuto un figlio con lo spessore umano e culturale di Rosario Monterosso. Invece non lo è. Con i fatti dimostra di non esserlo. Perché altrimenti non si spiegherebbe l’oblio caduto sul professore dal sorriso “rugoso”. A quattro anni dalla sua scomparsa, non mi risulta nessuna iniziativa pubblica per ricordare la figura di un intellettuale coltissimo, di un cittadino impegnato nel sociale, di un animatore culturale generosissimo, di un politico onesto. Nessuno che abbia sentito il bisogno di indicare alle giovani generazioni un modello di umiltà e di umanità.
Non mi risulta una targhetta, un segno qualsiasi del suo passaggio su questa terra, la sua terra. Un ringraziamento all’educatore, prima che ancora al docente, di generazioni e generazioni di studenti; all’infaticabile organizzatore di manifestazioni culturali che hanno portato il buon nome di Bagnara sulle pagine dei giornali; al protagonista di vicende significative nella storia delle Acli, dei Lions e della politica non solo bagnarese.
Il dovere della memoria è esercizio faticoso, ma irrinunciabile se si vuole dare speranza al futuro di una comunità. Non tanto per celebrare ciò che è stato, quanto per indicare un percorso auspicabile di rettitudine morale e di impegno sociale fondamentali per la crescita individuale e collettiva.

giovedì 29 settembre 2016

Se ne vale la pena


Tre giorni fa ho ricevuto una telefonata inaspettata che mi ha fatto riflettere, sulla quale ancora sto riflettendo. Dall’altro capo del telefono c’era la signora Angela Gioffrè, che vive nel New Jersey da moltissimi anni e della quale ovviamente ignoravo l'esistenza. Emozionatissima e agitata perché non riusciva a “prendere la linea”, mi ha spiegato di essere la nipote di Giacomo Chiuminatto, il titolare della ditta genovese che negli anni Venti del secolo scorso realizzò i lavori di costruzione della galleria e del ponte di ferro che sono il simbolo del nostro paese. Tramite dei parenti che vivono qua aveva ricevuto il libro che scrissi 4 anni fa sulla toponomastica di Sant’Eufemia (Il cavallo di Chiuminatto) e voleva ringraziarmi per avere ricordato la figura di suo nonno. Una lunga telefonata, nel corso della quale mi ha raccontato dell’incontro di sua mamma (figlia di Chiuminatto) con un giovane del posto, Nino Gioffrè, suo padre, e tutto il resto. L’ha fatto con una felicità genuina, rara, come forse solo i bambini o, appunto, le persone anziane riescono a provare e ad esternare.
A volte ci si interroga sul senso delle cose che facciamo, se ne “vale la pena”. E allora bisogna chiedere, a se stessi, cosa “vale la pena”. Non dovrebbe valere la pena scrivere libri che non avranno mai i lettori neanche dei più mediocri bestsellers. Ma si vive di emozioni e di sentimenti, altrimenti non si vive. Vale la pena restare? Restare o partire, da questa prospettiva, sono un falso dilemma. Certo, qua ho avuto la fortuna di potere fare le cose che amo, ad esempio scrivere: per gioco, per hobby, perché tale ho sempre considerato questa mia attività. Altrove probabilmente avrei potuto avere maggiori gratificazioni professionali, qualsiasi cosa avessi deciso di fare. Ma dipende tutto da cosa mettiamo sul piatto della bilancia. Diventa un falso dilemma perché partire o restare sono entrambe scelte condivisibili. Ho un fratello che ha fatto benissimo ad andare via, quasi vent’anni fa; ne ho un altro che ha fatto altrettanto bene a tornare, dopo più di un decennio fuori. Se siamo capaci di emozionare e di emozionarci, di essere liberi nelle nostre scelte, possiamo stare ovunque e staremo bene.
Per me la scrittura è principalmente una cura dello spirito e se i risultati sono quelli di una telefonata come quella che ho ricevuto, be’: vuol dire che la cura funziona.

lunedì 12 settembre 2016

11 settembre 2001, il ricordo



L’11 settembre mi sorprese all’Archivio di Stato di Catanzaro, alle prese con le ricerche per la tesi del dottorato. Mi fu annunciato per telefono da mio fratello Mario, allora in Australia: un intreccio di fusi orario vertiginoso. Per radio, mentre rientravo a Sant’Eufemia, appresi i dettagli di ciò che era accaduto. Provai soprattutto incredulità: sul suolo americano una cosa del genere era impensabile.
Nel gennaio successivo fui a New York, per una ricerca sull’identità italo-americana insieme ad altri colleghi, che ci tenne là per due mesi. Un po’ ci sentivamo tutti americani, sulla scia del monito di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera, che parafrasava il vecchio discorso di John Kennedy a Berlino. Per cui non obiettammo nulla alla padrona di casa che ci raccomandò di non togliere le due bandiere a stelle e strisce poste ai lati dell’ingresso. D’altronde eravamo ospiti di un paese straniero.
Non c’era paura in giro, questo mi colpì immediatamente: soltanto commozione e un aumentato sentimento della nazione tra gli statunitensi, qualcosa a dire il vero distante dalle mie corde, che però aveva una sua giustificazione. Ricordo in particolare una processione sulla 5th Avenue con un corteo interminabile per una commemorazione di vittime irlandesi. E poi l’odore aspro, che feriva le narici, del World Trade Center, ben 5 mesi dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Ma anche la faccia allegra della guardia giurata che all’Empire State Building prese in consegna la scorta di bottiglie di vino, di birra e di gin che avevamo acquistato poco prima: «Ragazzi, che problema avete?!».
Ci siamo sentiti tutti americani, anche se per poco tempo. Già l’attacco all’Iraq, sulla base di un casus belli totalmente confezionato in laboratorio, ci avrebbe fatto ricredere. Così come tutta la politica statunitense in Medio Oriente, dove l’instabilità regna sovrana e il sogno della democrazia, che napoleonicamente si credeva possibile esportare sulla punta delle baionette, segna decisamente il passo.

giovedì 8 settembre 2016

Archivio storico comunale, siamo sempre all’anno zero



“Se insisti e resisti, raggiungi e conquisti”: il buon vecchio Trilussa aveva le idee abbastanza chiare. Vale quindi la pena insistere, anche si rischia la figura del disco rotto. Insisto. Se non altro servirà a tenere i riflettori accesi su una questione che mi sta particolarmente a cuore e che più volte ho sollevato in convegni, presentazioni di libri, incontri con gli amministratori del comune: l’istituzione dell’Archivio storico comunale a Sant’Eufemia.
Parole al vento. Parole, che (a parole) tutti condividono, sulla valorizzazione del patrimonio culturale del nostro paese e sull’importanza del recupero della memoria storica locale, che però restano tali quando poi c’è da passare ai fatti. Ciò accade perché si investe poco sulla cultura, a tutti i livelli, non solo a quello comunale, ma anche perché manca una visione progettuale e ci si adagia su operazioni di corto respiro, che danno una visibilità immediata (e che costano anche poco, questo va detto). Da qui un rosario di iniziative, alcune dal valore discutibile, messe in campo soltanto per poterci attaccare sopra il bollino “cultura”, che tuttavia non offrono alcun contributo alla crescita culturale del paese.
L’istituzione dell’Archivio storico comunale consentirebbe invece di realizzare un bel salto di qualità. Chi ama la storia e ha familiarità con gli archivi, sa che essi costituiscono una fonte di primaria importanza per la storia di un territorio e per la ricostruzione dei processi sociali, storici e istituzionali di un comune. Un patrimonio di documenti, pergamene, carte e volumi fondamentali per riscoprire le proprie radici e comprendere le ragioni dello stare insieme, l’identità di un popolo; individuare il filo rosso che lega il presente di una comunità al proprio passato e lo proietta nel futuro.
Accanto al motivo ideale c’è poi anche la necessità di salvare dal progressivo e ineluttabile deterioramento un patrimonio che, nel caso di Sant’Eufemia, giace negli scantinati del palazzo municipale in registri e documenti privi di catalogazione, non consultabili, esposti all’umidità e alla polvere. Sul piano pratico, si tratta di riordinare, catalogare e inventariare il patrimonio documentario del comune: registri dell’anagrafe; verbali dei consigli comunali e delle giunte municipali; documenti ufficiali e corrispondenza con enti politici, uffici burocratici, personalità politiche di rilievo. Operazione che, evidentemente, potrebbe avere anche una non trascurabile ricaduta in termini occupazionali.
Sul finire del 2013, il settore cultura della Consulta cittadina aveva avanzato all’amministrazione comunale una proposta per l’istituzione dell’Archivio, che tra l’altro riprendeva uno dei punti del programma della lista vincitrice delle elezioni. Proposta purtroppo rimasta lettera morta, nonostante le iniziali buone intenzioni. Di nuovo parole al vento, impresse su carta e protocollate, dimenticate in qualche cassetto.

lunedì 5 settembre 2016

Tra i vivi che dormono


Vorresti una risposta. Lo so che davvero ti interessa sapere come sia potuto accadere. Com’è stato che un giorno ho calato i paraorecchie del cappello, allacciato i bottoni del cappotto, ridotto la mia vita a questo eterno andirivieni sul marciapiedi fuori di quella porta scassata, con i vetri opachi a proteggere la penombra di un paio di sedie e poco altro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Nella testa una babele di parole che soffio leggere, per farmi compagnia: in tedesco, francese, inglese.
Un tipo strano, taciturno, solitario. Saluto tutti, perché tutti mi conoscono. Ma giusto qualche frase, un filo sillabato che annodo a un passato lontano, non più mio. Anche quando ti chiedo di tuo padre, di tua madre, dei tuoi fratelli. Faccio così con chi si ferma e non tira dritto senza neanche guardarmi, quasi fossi un fantasma. Poi torno al silenzio di questo basso, ai suoi colori spenti, vecchi. Vecchi come me, ormai.
Non è rimasto granché del bambino paffutello in sandali, riga di lato e camicia di flanella a quadri con le maniche arrotolate al gomito. Soltanto uno scatto, un attimo fermato per sempre da chissà chi, un tempo infinito seduto sul gradino del mastro calzolaio con tutta la squadra di apprendisti. Le gare a chi con la calamita raccoglieva più chiodini per terra, la sera prima di chiudere. Gli scherzi e le barzellette, mentre Mister Volare e il Reuccio si contendevano il cuore innamorato dei garzoni più grandi dall’altoparlante di una radio a valvole. Gli scapaccioni per un pezzo di cuoio tagliato male.
Come tanti cercai la mia stella lontano da qui. Hai presente i Maggiolini? Ancora vanno di moda, tanto che la Volkswagen continua a produrne di nuovi. Ecco, da un posto dimenticato da Dio ero andato a finire a Wolfsburg. Un tutt’uno con la fresa e con il tornio che facevo suonare come fossero un pianoforte.
Non mi chiedere cosa, a un certo punto, è successo. Sì, la conosco la storiella che ripetete e che vi raccontate per provare a spiegare il mio silenzio, la mia clausura. Per dare un senso logico a ciò che invece ne ha uno chiarissimo. «È stato drogato a forza, la droga gli ha bruciato il cervello e l’ha fatto diventare pazzo». Altri no, per loro c’entra il lavoro: «Ha avuto un infortunio in fabbrica. Ha battuto con la testa e da allora non è più stato lo stesso». O magari una donna, certo: come avete fatto a non pensarci prima? Dietro ad ogni cervello folle finito sulla Luna c’è un’Angelica scappata con qualcuno: cherchez la femme.
E invece no. Non è andata così. Semplicemente, è stato che a un certo punto ho detto “basta”. Non mi andava più di marciare alla conquista della felicità ripetendo in fabbrica, ogni santo giorno, gli stessi movimenti. Meccanicamente. Senza mai scambiare una parola con l’operaio accanto, uno sconosciuto con cui dividevo la mia solitudine. Senza mai pensare a niente, una dimensione fatta di sudore e gesti automatici. Sperando soltanto che un moscone non cercasse di infilarsi nel naso, distogliendomi dal mio lavoro.
Non avevo molto da perdere, tornai alle quattro mura scalcinate della mia infanzia. La compagnia dei corsi di lingua per corrispondenza, la radio unica finestra sul mondo. Passo le mie giornate così, tra i vivi che dormono. Altri daranno un significato ai propri tentativi, se la caveranno, sorrideranno.

domenica 28 agosto 2016

L’importante è stare in compagnia


Tanto bella quanto complicata. Anzi, bella proprio perché complicata la colonia estiva dell’Agape edizione 2016. Ma i latini, con il loro per aspera ad astra, sapevano già tutto e pazienza se questo dispettoso agosto ci ha fatto penare con le sue nuvole cariche di sconforto. Setacciare il positivo nelle situazioni di difficoltà è esercizio virtuoso che aiuta a capire come va il mondo, tutto il resto è questione di volontà e di fantasia.
Nel caleidoscopio delle emozioni regalate dai nostri otto specialissimi amici ci mettiamo le parole di M., disarmanti nella loro semplicità, profonde come soltanto possono essere quella pronunciate da chi vive in una dimensione altra rispetto a quella terra terra della nostra scontata quotidianità: «Non fa niente se oggi non siamo potuti andare al mare, l’importante è stare in compagnia». Lei, sollevata perché era stato soltanto un brutto sogno il litigio con una volontaria; lei che quest’anno forse non doveva esserci, eppure è stata ancora una volta tra di noi: con il suo “time out!” per fermare gli schizzi dell’acqua e con le danze davanti alla Wii-U o tra le onde del mare, ritmi latini che sanno di sole e di allegria, di pizzette e dolci che arrivano come per miracolo sulla spiaggia di Favazzina, perché l’amore tra vicini di ombrellone è contagioso. “Paparazzina”, dove tutto ha avuto inizio quasi due decenni fa e dove quest’anno siamo stati “costretti” a tornare. Posto delle fragole vociante di bambini oggi adulti per le strade del mondo, un album di visi sfumati nel ricordo e assenze dolorose che ciascuno custodisce nel petto come dentro un’urna sacra.
Giorni a scrutare il cielo tentando di interpretare il cielo minaccioso, un occhio verso l’alto e l’altro sul display alla ricerca degli aggiornamenti meteo più attendibili. O forse soltanto più incoraggianti. Come se un po’ di pioggia avesse potuto rovinare lo spettacolo straordinario che ad ogni estate si ripete. Un’apnea lunga una settimana che in chiusura fa dire a G.: «I giorni per me sono stati tutti uguali, anche quei due trascorsi a casa: non faccio differenze». Il nostro supereroe che non era mai andato sull’altalena, ma si è fidato di quattro braccia e finalmente ha provato. Una fiducia totale che non ha bisogno di parole, che fa incrinare la voce e vela gli occhi. D’altronde, se qualcuno lo sorregge da dietro pronto ad intervenire quando le sue gambe si afflosciano, G. riesce anche a calciare il pallone. Con la forza che ha. Con tutta la forza che ha. Un destro più potente dei siluri di Cristiano Ronaldo, altroché.
Il chiasso allegro dei viaggi sul pullman della felicità, limousine giocosa per la nostra “lady” vanitosa nei suoi bikini perfetti e nella ricerca di una spalla sulla quale appoggiare la testa in posa davanti alla fotocamera, ci conferma che festa è stata. Ed è già tempo di nostalgia, anche se siamo certi che “ancora un’altra estate arriverà” e che “la voglia di cantare tanto non ci passerà”. Come nel gran finale in piazza per i 25 anni dell’Agape, con una comunità che si stringe attorno all’associazione e scrive il suo pensiero sul libro dei ricordi, mentre una volontaria non fa niente per nascondere lacrime calde di emozione.

martedì 23 agosto 2016

Le nozze d'argento dell'Agape


Nozze d’argento per l’Agape, che questa estate festeggia i suoi venticinque anni di attività nella comunità eufemiese. Correva infatti luglio 1991 quando, su impulso di don Benito Rugolino, sacerdote eufemiese che svolge la sua opera pastorale a Torino, un gruppo di amici già impegnati nel sociale si costituì in associazione di volontariato. “Agape” è amore disinteressato, donarsi al prossimo senza alcuna contropartita. La gratuità è l’aspetto prevalente.
Agape è una lunghissima storia d’amore che fa parte della storia stessa di questo nostro paese. Sono moltissimi coloro che a vario titolo si sono avvicinati all’associazione, dedicando parte del proprio tempo al servizio dei soggetti più emarginati della società con umiltà, in silenzio e lontano dai riflettori.
Il primo direttivo, presidente l’avvocato Luigi Surace, diede impulso all’assistenza domiciliare agli anziani, all’assistenza scolastica e ricreativa per i minori disagiati, alla consulenza sociale e sanitaria per i nuclei familiari bisognosi. Risale invece alla fine degli anni Novanta la realizzazione di diverse iniziative in favore dei disabili: tra tutte, la colonia estiva, che ormai rappresenta un appuntamento fisso per l’associazione presieduta dal 2002 dall’avvocato Pasquale Condello.
Tra le altre iniziative dell’associazione vanno ricordati i pellegrinaggi (almeno uno l’anno), l’organizzazione della “giornata mondiale del malato” (11 febbraio), la formazione dei volontari mediante la partecipazione a corsi come quello sul “Primo soccorso” tenuto dalla Croce Rossa Italiana e ai seminari di approfondimento, convegni e incontri organizzati dal MOVI (movimento organizzato volontari italiani), i progetti realizzati in collaborazione con l’amministrazione comunale e dedicati agli anziani (assistenza domiciliare), ai disabili (attività di affiancamento agli insegnanti di sostegno nelle scuole) e ai minori provenienti da nuclei familiari disagiati (assistenza scolastica). Proficua, negli ultimi anni, si è rivelata inoltre la sinergia con il locale liceo scientifico “Enrico Fermi”, in virtù della partecipazione al concorso “Scatti di valore”, ideato dal Centro servizi al volontariato dei Due Mari di Reggio Calabria al fine di promuovere nelle scuole secondarie di secondo grado i valori del volontariato, mediante una serie di attività (laboratori, esperienze di cittadinanza attiva, concorso fotografico “Scatti di valore. Sguardi sui valori del volontariato”). Accanto a queste attività e ai banchetti allestiti per la raccolta di fondi (ad esempio: “l’azalea della ricerca” per sostenere l’Airc nella lotta contro il cancro, in occasione della festa della mamma), vanno ricordate le iniziative di solidarietà realizzate a Natale e a Pasqua: le visite domiciliari agli anziani, il veglione e la tombolata di solidarietà a Natale, la “Via Crucis” presso la Residenza sanitaria assistenziale per anziani “Mons. Prof. Antonino Messina”.
Nei venticinque anni di attività l’associazione è riuscita anche a realizzare qualche sogno, piccole cose che hanno però un valore inestimabile per chi – prendendo a prestito le parole del fondatore don Benito Rugolino – ha fatto sì che “il seme piantato nel 1991 è diventato una pianta robusta”. In occasione del decennale, l’acquisto di un pulmino per il trasporto di minori, anziani e disabili, grazie alla generosità di quanti – e sono tanti – dimostrano con gesti concreti di apprezzare e sostenere l’operato dell’Agape. Nel 2011, il pellegrinaggio a Lourdes con i disabili, realizzato nel ricordo di Adele Luppino, volontaria dell’Associazione che ci ha prematuramente lasciati. Infine, l’11 e il 12 giugno scorsi, il pellegrinaggio a Roma per il Giubileo degli ammalati e delle persone disabili, con la partecipazione alla manifestazione “Oltre il limite” e alla Santa Messa celebrata in piazza San Pietro da Papa Francesco.

mercoledì 10 agosto 2016

La classe mista di via Regina Margherita, anno scolastico 1952-53



Quando ancora non era stato costruito l’edificio dell’attuale Scuola elementare “Don Bosco” (1957), le varie classi venivano ospitate in differenti case private o baracche edificate dopo il terremoto del 1908. In una di queste abitazioni, che si trovava in via Regina Margherita, mio zio Carmelo e mio cugino Gaetano frequentarono la prima classe “mista”, nel primo giorno di scuola accompagnati per mano – come ama ricordare Gaetano – da mia nonna Ciccia.
La maestra che impartì ai due bambini i primi insegnamenti si chiamava Calogera Sciacca. Le lezioni vertevano sulle seguenti discipline: religione; educazione morale, civile e fisica (che comprendeva anche la condotta); lingua italiana; aritmetica e geometria; disegno e bella scrittura. A partire dalla terza classe, a queste andavano aggiunte altre materie: lavoro; storia e geografia; scienze e igiene; canto.
Nella fotografia scattata poco prima delle vacanze di Natale, da destra verso sinistra – in posa davanti alla maestra Sciacca – sono riuscito a identificare i primi quattro alunni: Antonino Luppino, Graziella Ortuso, Carmelo Pentimalli, Gaetano Comandè.L’alunna alla sinistra della maestra è Maria Monterosso; quella in alto a destra, accanto all’albero di Natale, è invece Annunziata Surace.

martedì 9 agosto 2016

Alluvioni, ieri e oggi


Storia vecchia quella delle alluvioni disastrose. Pensavo a questo mentre sui social si rincorrevano immagini, video e aggiornamenti del terrificante acquazzone (“bomba d’acqua”, secondo i giornalisti à la page) che ha interessato anche il nostro paese. Storie di danni e di frane, di acqua che porta via tutto: “nera che porta via, che porta via la via”, anche se non ci troviamo nella Genova di Fabrizio De Andrè, ma in questa terra violentata dagli uomini e punita dalla furia degli elementi. Storie vecchie che conosciamo bene, anche a Sant’Eufemia, ma che poco sembrano insegnare.
Correva l’anno 1878 (10 ottobre) quando un violentissimo temporale, tra le tre e le cinque di notte, causò due vittime, la rovina di diverse abitazioni e il crollo dei ponti Portella e Annunziata. Un disastro che si ripeté il 30 dicembre dello stesso anno, danneggiando le case costruite nelle adiacenze del fiume e, addirittura, facendo temere il cedimento di un angolo della chiesa (che venne chiusa al pubblico) e del resto della piazza attraversata dalla strada provinciale, nel tratto sopra la volta del torrente Nucarabella, dopo che la violenza dell’acqua aveva sfasciato le briglie.
Sant’Eufemia non fa eccezione e al suo territorio è possibile applicare la metafora dello “sfasciume pendulo sul mare” utilizzata da Giustino Fortunato agli inizi del Novecento per definire l’assetto idrogeologico della Calabria. Anche noi abbiamo “torbidi torrenti” che corrono verso il mare e, come in Gente in Aspromonte, quando Giove Pluvio si mette d’impegno, anche da noi “la terra sembra navigare sulle acque”.
Sono diversi i casi di dissesto idrogeologici segnalati negli anni dalle varie amministrazioni comunali. Con scarsi risultati perché gli interventi di messa in sicurezza, in una situazione così degenerata, hanno costi molto elevati. Basti pensare all’area circostante il ponte della ferrovia, quella probabilmente di maggiore pericolo, per la quale è mancata nel tempo una cura puntuale, tempestiva, ordinaria. Risultato? Ogni anno che passa l’erosione aumenta, i pilastri appaiono sempre più scalzati, le briglie rotte ormai inghiottite dall’alveo del fiume. E più o meno così vanno le cose nelle altre aree a rischio, ad esempio nella zona dell’Annunziata, dove è avvenuta la frana alla quale si riferiscono le fotografie. Ma altre frane e smottamenti si sono verificati un po’ ovunque, nelle frazioni e lungo le vie di comunicazione, con disagi più o meno consistenti e una brutta disavventura conclusasi con qualche danno e molto spavento.
Uno stato di cose per il quale ci sono anche responsabilità umane, certo. Cementificazione selvaggia, disboscamenti scriteriati, letti dei torrenti diventati discariche che nessuno più pulisce, così come le cunette perennemente intasate che trasformano le strade in piscine. Ce ne ricordiamo ogni volta che la paura ci fa capire quanto siamo piccoli di fronte alla potenza distruttrice della natura, mentre tiriamo un sospiro di sollievo perché tragedia non c’è stata. Perché il destino, stavolta, ha voluto essere benevolo.
 

*Fotografie di Sara Bonfiglio

giovedì 28 luglio 2016

Il principe dell'estate

«U professuri Garzu calau?». Per i chjazzoti (habitués di piazza Matteotti, rione Pezzagrande), da oltre quarant’anni l’inizio dell’estate coincide con l’arrivo in paese di Saverio Garzo; la fine, con la sua ripartenza per Asso (Como), dove risulta domiciliato. La residenza no, quella l’ha sempre mantenuta a Sant’Eufemia: un modo per rimanere attaccato alle proprie radici, credo. Ai valori di quella civiltà contadina cui spesso fa riferimento, con rimpianto, quando la conversazione cade sulla crisi della società attuale.
Non esiste un albo di tutti quelli che siamo scesi al mare, a Scilla, con Saverio. Rigorosamente Scilla, dove con la sua piccola dama ci attendeva Rocco, che poi Saverio avrebbe fatto venire a Sant’Eufemia per sottoporlo, sotto la pergola del bar Mario, alla prova del fuoco contro il fuoriclasse eufemiese Ceo “Galera”.
Siamo scesi, sì: io tra questi, insieme ai miei due fratelli, nella seconda metà degli anni Ottanta. Arrivavamo con i nostri teli da mare (la mia riproduceva una formazione dell’Inter sfigatissima di quel periodo) a casa dei suoi genitori e della sorella Marina, che subito autorizzava Mario – il più piccolo – a salire al piano di sopra: «Va’ rrussigghialu, c’ancora dormi!». E poi via, a bordo della BMW 316, come sottofondo ottima musica: su tutte, le musicassette di un De Andrè forse non proprio estivo (indimenticabile l’incipit della canzone Il testamento: “Quando la morte ti chiamerà”), ma foriero di suggestioni che la maturità avrebbe consentito di cogliere nella loro grandezza.
Asciutto, ossuto, con quei baffoni e il cespuglio di capelli neri (poi brizzolati, oggi bianchi), Saverio è un incrocio tra Carlos Santana e un asceta indiano, tra il bomber brasiliano Antonio Careca e un contadino precolombiano.
Autore di burle atroci e pesantissime, ormai entrate nell’immaginario collettivo: dalla simulazione dell’incidente stradale con i morti sul ciglio della strada, che gli è valso un litigio durato decenni, alla sparatoria con tanto di sangue sul petto della vittima; al travestimento da donna di facili costumi per adescare la vittima di turno, con il favore del buio del luogo scelto per la messinscena, che per poco non provocò un esito “tragico” e grottesco.
Ma anche capace di ricorrere al gioco per celare una profonda umanità, come quella volta che si “sostituì” all’amico vu’ cumprà e, dopo avere percorso la spiaggia di Scilla in tutta la sua lunghezza, riuscì a vendere gran parte della mercanzia.
Per molti anni Saverio è stato il principe dell’estate eufemiese. Non che ora non dia il suo contributo, ogni volta che qualcuno lo contatti per presentare una serata o lo coinvolga nell’organizzazione di un evento popolare. Tuttavia, il suo nome è legato indissolubilmente alle manifestazioni allestite dall’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”, una stagione d’oro che l’ha visto protagonista come volto “ufficiale”. Una sorta di Mago Zurlì, amatissimo dai bambini che si esibivano nelle serate del “Mini Festival” e dai ragazzini impegnati nelle prove simpaticissime dei “Giochi senza Frontiere”.
Serate che hanno fatto la storia (piccola, ma pur sempre storia) del nostro paese, alle quali chi c’era guarda con un pizzico di nostalgia. In questo ideale album dei ricordi, in questo malinconico “com’eravamo” c’è Saverio con la sua allegria, nel cuore il desiderio semplice di divertirsi e di divertire, di strappare un sorriso, di regalare alla comunità un paio d’ore di serenità.

*Nella foto, tratta dal profilo Facebook di Francesca Tripodi, Saverio Garzo mentre presenta una serata del Gruppo Folcloristico. Alla sua destra, Mimma Cutrì.

venerdì 22 luglio 2016

Michele Fimmanò

Michele Fimmanò (all’anagrafe Michele Vincenzo Rosario Antonio Giuseppe Fimmanò Licastro), figlio dell’avvocato Ermenegildo e di Isabella Misiano, nacque a Sinopoli il 6 marzo 1830. Un suo avo (l’avvocato Vincenzo) era stato governatore di Melicuccà, paese d’origine del ramo paterno, una famiglia molto facoltosa che possedeva vaste proprietà fondiarie anche a Sinopoli e a Sant’Eufemia, dove infine si stabilì.
Il giovane Michele trascorse il turbolento periodo del Quarantotto a Napoli, al seguito dello zio Gabriele Fimmanò, che ebbe un ruolo importante per la sua formazione e del quale in seguito sposò la figlia Maria Giuseppa. Amante dei classici latini e greci, nel periodo napoletano conseguì il diploma in lettere e filosofia e la laurea in giurisprudenza, curò una traduzione delle Satire di Orazio e delle Catilinarie di Sallustio e, nel 1849, diede alle stampe Della influenza del sangue sui nostri pensieri, un’opera dall’approccio interdisciplinare che precorreva gli studi integrati di fisiologia, psicologia e sociologia tipici del positivismo.
Rientrato a Sant’Eufemia esercitò la professione forense, si dedicò all’amministrazione del suo cospicuo patrimonio (nel 1882 il “valore approssimativo degli stabili posseduti nel comune” da Fimmanò ammontava a 550.000 lire) e cominciò a muovere i primi passi della sua lunghissima carriera politica, grazie all’inserimento nella lista degli eleggibili per il Decurionato, l’antenato del consiglio comunale nella fase preunitaria, la cui composizione avveniva per sorteggio tra i possessori di una rendita, variabile a seconda del numero di abitanti del comune. “Secondo eletto funzionante da sindaco” nel 1854, ricoprì la carica di primo cittadino nel triennio successivo. Risale a questi anni la divisione dell’antica parrocchia, istituita nella chiesa di S. Maria delle Grazie dopo che il terremoto del 1783 aveva raso al suolo la vecchia chiesa matrice. Protagonisti di questo snodo cruciale nella storia di Sant’Eufemia furono il vescovo di Mileto Filippo Mincione e il sindaco Fimmanò, il quale nell’istanza inoltrata al sovrano Ferdinando II, il 12 giugno 1855, motivò la richiesta con la constatazione che il sisma aveva provocato lo spostamento di numerose famiglie dal “Paese Vecchio” al quartiere “Petto”, che ora contava più di 3.000 abitanti. La seconda parrocchia, per la cui istituzione si espresse favorevolmente anche il vescovo con considerazioni che furono allegate alla domanda presentata da Fimmanò, fu fondata con decreto vescovile del 19 agosto 1856: il “placet” di Ferdinando II arrivò poi il 14 ottobre, mentre il 16 settembre – in concomitanza con i festeggiamenti patronali – la cura della nuova parrocchia fu affidata al sacerdote e teologo Rocco Cutrì.
Sull’atteggiamento di Michele Fimmanò nella fase di transizione dal regime borbonico allo Stato unitario sotto l’egida dei Savoia, le testimonianze sono discordanti. Nella commemorazione ufficiale seguita alla sua morte, il sindaco Pietro Pentimalli ne sottolineò “la devozione pei due titani [Mazzini e Garibaldi] del nostro riscatto e per la dinastia che rese possibile e volle la libertà nostra”. Alcuni suoi oppositori lo accusarono invece di “tiepidezza” nei confronti del processo risorgimentale e ne sottolinearono l’atteggiamento defilato sia nel 1848 che nel 1860. Per Stefano Forgione, autore nel 1874 di un esposto al prefetto di Reggio Calabria, Fimmanò era stato addirittura il capo della “vituperata marmaglia… nemica del Risorgimento” e una spia del governo borbonico. Molto più verosimilmente, egli si comportò come gran parte della classe dirigente meridionale: cauto e attendista in una prima fase, filopiemontese nel momento in cui lo Stato unitario, per potere funzionare, ebbe necessità di rivolgersi al personale politico e amministrativo delle entità statuali preesistenti. Uno dei tanti “matrimoni di convenienza” che hanno trovato nelle pagine del Gattopardo la consacrazione letteraria e l’istantanea più autentica del passaggio tra le due epoche.
Nella fase di maggiore caos politico, Fimmanò non solo non partecipò alle vicende amministrative eufemiesi, ma addirittura non visse a Sant’Eufemia, preferendo invece risiedere a Sinopoli. Vi fece ritorno a normalizzazione compiuta e – subito – riabbracciò la politica attiva: eletto consigliere comunale nel 1864 e consigliere provinciale nel 1868, fu riconfermato a suon di preferenze in entrambe le cariche fino alla sua morte (nelle elezioni provinciali del 1899 conseguì il record di 546 voti su 549 iscritti nelle liste elettorali). In sintesi, la storia politica di Sant’Eufemia d’Aspromonte nel periodo dell’Italia liberale coincide con la biografia di Michele Fimmanò, commendatore nell’Ordine della Corona d’Italia e deus ex machina dell’amministrazione comunale eufemiese.
La sua preparazione giuridica si rivelò di fondamentale importanza per la corretta interpretazione e l’applicazione dei codici piemontesi nella fase di transizione dal sistema giuridico borbonico al nuovo ordinamento. Delegato del ministero della Pubblica Istruzione per il mandamento di Sant’Eufemia, fu inoltre sindaco dal 1876 al 1881 e ripetutamente regio delegato per l’amministrazione temporanea del comune, nominato dal prefetto per gestire situazioni amministrative spinose o emergenze della più svariata natura.
Commissario per il dopo terremoto del 16 novembre 1894 (sette morti, duecento feriti e il crollo totale o parziale di circa mille abitazioni), guidò l’opera di ricostruzione realizzata dal governo e dai comitati di soccorso, sorti in tutta Italia, che portò all’edificazione del baraccamento in località “Pezzagrande”: una decisione contrastata da quella parte di cittadinanza affezionata all’originario assetto urbanistico del paese, che anticipò le ancor più vivaci polemiche della ricostruzione nel post 1908. Da presidente del consiglio provinciale fu componente del comitato di soccorso costituito in occasione dell’incendio che distrusse il rione “Borgo” (18 settembre 1902) e che, per diversi anni, costrinse circa cinquecento residenti a riparare in alloggi di fortuna. Infine, dopo il terremoto del 1908, insieme al notaio Pietro Pentimalli fu il regista della composizione della lista che in un clima di fortissime tensioni promosse la ricostruzione del paese nel rione “Pezzagrande”.
L’attuale suddivisione del centro urbano nei tre grandi rioni “Paese Vecchio”, “Petto” e “Pezzagrande” rappresenta il lascito dell’impegno politico e amministrativo di Michele Fimmanò (il quale morì l’11 febbraio 1913) e proprio per tale motivo, oggi, una delle vie principali del nuovo quartiere porta il suo nome.

sabato 9 luglio 2016

A botta i diciannovi

Càpita, ogni tanto, di fare un appello mentale e di accorgersi di troppe assenze. Ho sempre detto che devo molto al bar di mio padre, perché ci sono cresciuto e ho avuto, da piccolo, il privilegio dell’affetto di chi lo frequentava. Stare dietro al bancone, per me e per i miei fratelli, non era soltanto il gioco di tre bambini che salivano sulla cassa della Peroni per fare il caffè. Il rapporto con persone della più svariata estrazione sociale e culturale arricchisce sempre. Ho perciò pensato a una sorta di omaggio per alcuni protagonisti di questa lunga storia, pescandoli dalla mia memoria tra quelli che, a parte il personaggio che mi accompagna all’inizio, purtroppo non sono più tra di noi. Ho voluto ricordarli con il sorriso sulle labbra, recuperando aneddoti accaduti in un arco temporale di oltre trent’anni, che ho cercato di tenere legati condensandoli in un unico racconto. Ho anche pensato che la lingua più appropriata per parlare del bar Mario sia il dialetto, la lingua ufficiale – credo – di tutti i bar del mondo.

Ancora oji, quandu nc’i’u ricordu, mi guarda e ridi. S’ava sperdutu i quandu nta televisioni nc’era na partita i tennis, mentri iddu jocava a scala quaranta. Era giratu i spaddi, mancu a guardava: cu l’occhi nte carti. Se cadiva u mundu, si spostava. Criju ca non si caddijau mai. Mancu dda vota chi nta n’autogrill unu nc’i mpizzau a pistola nta schina, prima ’i nci futti u camiu: «Se ti muovi ti stendo come un coniglio». Non si moviu, però non si fidau mi sa teni e nci rispundiu: «E cu si, John Wayne?». Ora pariva ca u cuntu non era u soi: a partita ava finutu e Galeazzi stava salutandu: «E dal centrale del Roland Garros di Parigi è tutto: una cordiale buonasera a tutti». Cuntinuau m’i guarda i carti e, mentri tutti erinu zitti e spettavinu m’i scarta, tuttu seriu, chjanu chjanu, nc’i’a mollau: «nto culu».
Mi pari c’a sentu, a vuci i don Ninu. Nci ntinnava, sa faciva gridandu. E poi spijava, spijava sempri. Manchicani ch’era curiusu, cu dda risata chi si sentiva i fora strata. Ridiva puru quandu u Pileri ndi cuntau ca ncunu figghiu i bonamamma l’ava dassatu a pedi, pecchì nc’i’ava rrobatu a machina: «Era nu bellu 127, aviva puru a quinta!».
Ntantu trasiva u Micuneddu, cu na scarpa cchju ata e l’atra cchju vascia. Zoppijandu cercava a Gazzetta, ca vucca faciva tsi-tsu-tsi-tsu, ma u penseru l’aviva sempri nto cangiu du dollaru c’a lira. Nc’i nteressava ca s’aviva a regulari quandu nc’i cumbeniva mi si scangia a pensioni chi nc’i rrivava da’ Merica.
Nta nu bigliardu minavinu ch’i boccetti. I hijastimi i Galera jettavinu i pariti. Voliva mi vinci a forza. Ma, a diri a verità, a nuddu nc’i piaciva mi perdi. U Mammineddu, ch’era u cchju longu i tutti, pa prescia mi tira s’izau troppo vijatu e si zziccau ca testa intra o lampadariu. Cumandé fravava i durci: era pasticceri, ma ogni tantu stricava puru cavigghi e u tambureddu u levava comu o ventu, quandu u Bagasciu sonava l’organettu nta chjazza. A so’ botta i diciannovi restau nta storia, comu dda vota chi a boccetta nc’i partiu fora du bigliardu: na scupettata chi pe nenti no mmazzau a nuddu i chiddi chi jocavanu e carti nto tavulu avanti. U Mongulu e u zi’ Pinu eranu però i n’atra categoria, sapivinu mi nc’i’unanu l’effettu, tiravanu i sponda comu s’era i dirittu, i ssai di voti facivanu u filottu e, all’acchittu, si mpoiavanu al bacio.
U Ragiuneri si gustava ssettatu, cu dda parrata rriggitana. Iddu era jocaturi i carti: raminu, scala quaranta, trissetti. Comu a Pedazzi, chi a nuatri figghjoli ndi portava i sordi i 5, 10 e 20 liri, pe collezzioni. ’O Farmacista nc’i piaciva mi joca a calavrisa, ma era nu pocu levantinu e c’u rivorviru sempri nta sacchetta. Ancora ndi domandamu comu nc’i vinni nta testa a Ntoni i cerca mu mbrogghia. Quandu si nd’accorgiu, Ntoni fujiva avanti e u farmacista u currijava ca pistola ’e mani, mu spara. Si gustava puru u maru Viddozzu, chi ogni tantu nc’i veniva l’attaccu, si nghiuttiva a sicaretta e s’a faciva i ncoddu.
Nta n’atru bigliardu jocavanu a bazzica. U mastru era u Fotografu: se nc’i mancava u pallinu, ca so’ palla era capaci mu faci puru s’era nta l’atru bigliardu. Sasà mbeci nc’i mentiva tri uri, cu dda sticca avanti e arretu supra a manu, tempu i faci nu tiru, ’e menzi i chiddi chi guardavinu nc’i calava u sonnu. Nta chidd’atru bigliardu ancora, ogni tantu eu mentiva sutta ’o Vichingu, all’italiana. Dudici anni eu, na ottantina iddu, ndi jocavimu l’orariu e nu jacciolu. 
A sirata, poi, rrivava Sparacani cu na para i landi i pizzi c’a sarda e ch’i livi. Forsi, pizzi i dda manera, eu non ndi mangiai mai cchju.