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giovedì 29 settembre 2016

Se ne vale la pena


Tre giorni fa ho ricevuto una telefonata inaspettata che mi ha fatto riflettere, sulla quale ancora sto riflettendo. Dall’altro capo del telefono c’era la signora Angela Gioffrè, che vive nel New Jersey da moltissimi anni e della quale ovviamente ignoravo l'esistenza. Emozionatissima e agitata perché non riusciva a “prendere la linea”, mi ha spiegato di essere la nipote di Giacomo Chiuminatto, il titolare della ditta genovese che negli anni Venti del secolo scorso realizzò i lavori di costruzione della galleria e del ponte di ferro che sono il simbolo del nostro paese. Tramite dei parenti che vivono qua aveva ricevuto il libro che scrissi 4 anni fa sulla toponomastica di Sant’Eufemia (Il cavallo di Chiuminatto) e voleva ringraziarmi per avere ricordato la figura di suo nonno. Una lunga telefonata, nel corso della quale mi ha raccontato dell’incontro di sua mamma (figlia di Chiuminatto) con un giovane del posto, Nino Gioffrè, suo padre, e tutto il resto. L’ha fatto con una felicità genuina, rara, come forse solo i bambini o, appunto, le persone anziane riescono a provare e ad esternare.
A volte ci si interroga sul senso delle cose che facciamo, se ne “vale la pena”. E allora bisogna chiedere, a se stessi, cosa “vale la pena”. Non dovrebbe valere la pena scrivere libri che non avranno mai i lettori neanche dei più mediocri bestsellers. Ma si vive di emozioni e di sentimenti, altrimenti non si vive. Vale la pena restare? Restare o partire, da questa prospettiva, sono un falso dilemma. Certo, qua ho avuto la fortuna di potere fare le cose che amo, ad esempio scrivere: per gioco, per hobby, perché tale ho sempre considerato questa mia attività. Altrove probabilmente avrei potuto avere maggiori gratificazioni professionali, qualsiasi cosa avessi deciso di fare. Ma dipende tutto da cosa mettiamo sul piatto della bilancia. Diventa un falso dilemma perché partire o restare sono entrambe scelte condivisibili. Ho un fratello che ha fatto benissimo ad andare via, quasi vent’anni fa; ne ho un altro che ha fatto altrettanto bene a tornare, dopo più di un decennio fuori. Se siamo capaci di emozionare e di emozionarci, di essere liberi nelle nostre scelte, possiamo stare ovunque e staremo bene.
Per me la scrittura è principalmente una cura dello spirito e se i risultati sono quelli di una telefonata come quella che ho ricevuto, be’: vuol dire che la cura funziona.

1 commento:

vincenzo ha detto...

Per me la cura non ha funzionato ma credo che tu abbia ragione.