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domenica 29 gennaio 2012

Ho scritto al ministro Profumo. E mi ha risposto


Qualche giorno fa avevo scritto al ministro della Pubblica Istruzione. Ho abbastanza esperienza per sapere come vanno queste cose. Mi ero detto: “Qualche collaboratore del ministro Profumo leggerà (forse) e cestinerà”. Nella migliore delle ipotesi, lo stesso collaboratore invierà un paio di righe di risposta, le solite frasi di circostanza. Insomma, non mi aspettavo chissà cosa, tanto che non avevo neanche intenzione di rendere pubblica la mia lettera. E invece la risposta mi è arrivata, una email della segreteria del ministero:

“Gent.mo dr. Forgione, apprendo dalla sua lettera lo sconforto che sta vivendo. La invito però a non demotivarsi nonostante le difficoltà del momento e a continuare a credere nel suo impegno. Cordiali saluti”.

Mi è sembrata un’inaccettabile presa per i fondelli. Cioè, sono io che non devo demotivarmi?! Io non mi sono mai demotivato, altrimenti avrei gettato la spugna prima di oggi!
Ho quindi deciso di pubblicare la lettera e di cercare di diffonderla per quanto mi è possibile. Vi chiedo di fare lo stesso, con tutti i mezzi che avete a disposizione (email, facebook, twitter). Probabilmente, non cambierà nulla. Ma è giunto il momento di gridare, per dire almeno che non siamo più disposti a sopportare in silenzio.


27 gennaio 2012
Ch.mo prof. Profumo,
chi le scrive è un dottore di ricerca in Storia dell’Europa mediterranea che ormai non sa più quanti bocconi amari ha ingoiato da quando ha avuto la disgrazia – perché tale si è rivelata – di vincere il concorso all’Università di Messina, nell’ormai lontano 2001.
A conti fatti, è stata una vera sciagura, che mi ha precluso opportunità lavorative che non si ripresenteranno mai più. Altrove (si pensi al PhD anglosassone) il dottorato è un passe-partout che apre le porte all’eccellenza, ai posti di lavoro più prestigiosi, tanto da costituire un requisito quasi indispensabile per chi aspira a diventare classe dirigente. In Italia, il dottorato non solo non dà niente, se non una precarizzazione infinita, ma in un certo senso è penalizzante, perché se si è investito tutto su quello, al termine del corso ci si ritrova praticamente senza niente in mano. E così, esperienze lavorative all’estero, pubblicazioni, dieci anni di collaborazione con una cattedra universitaria inseguendo il miraggio “prima o poi arriverà il mio turno”, si sono rivelati un suicidio. Perché giunti alla soglia dei quarant’anni, un dottorato in una disciplina umanistica e una laurea in scienze politiche non hanno alcuna spendibilità nel mercato del lavoro.
Nell’Università, al di là di ciò che si strombazza ogni qual volta si approva una riforma, non cambia mai niente. Perché si possono fare centomila riforme, ma il sistema rimane sempre autoreferenziale: commissioni fatte da professori. Prima era tutto più semplice perché la “scelta” dei candidati vincitori veniva fatta a livello locale. Ora c’è solo un passaggio in più: commissari esterni fanno vincere il candidato “scelto” dalle facoltà, perché tanto i membri “girano”. Tu mi fai il favore qua, io te lo ricambierò nella tua facoltà, quando si presenterà l’occasione.
Può dirmi: “se hai le prove denuncia, altrimenti stai zitto”. Lo sappiamo tutti che è difficilissimo dimostrare l’imbroglio. Le commissioni giudicano secondo criteri “oggettivi”. Li conosco bene. Per gli insegnamenti a contratto, le esperienze di dottorati e assegni di ricerca hanno una valutazione che oscilla da un punteggio minimo ad uno massimo. Ovviamente, il candidato che “deve” vincere ottiene il massimo e le sue pubblicazioni sono “attinenti” con la materia messa a bando. Per gli altri non è mai così. Assegni di ricerca, post-dottorati, concorsi per ricercatore: dalla composizione della commissione di esame si sa già chi vincerà. Perché una sola pubblicazione di 100 pagine (per metà un’appendice con documenti copiati) può valere più di diversi libri, saggi e articoli, purché edita su una rivista specializzata. Magari, quella del preside della facoltà che ha indetto il concorso e che ha una candidata, quasi cinquantenne ed estranea al mondo universitario, da sistemare per ripagarla di servigi di altra natura.
Insomma, se il professore al quale si è legati non conta nulla, si rimarrà sempre fuori dal sistema.
E fuori c’è il nulla. Ci si ritrova, saltuariamente, a fare lavori per i quali non sarebbe stato necessario alcun titolo, né scolastico, né accademico. Come si può, in queste condizioni, pensare al futuro, a farsi una famiglia? Aspirazioni legittime, non la Luna.
Capisco che non possiede la bacchetta magica. Per cui so che non può risolvere, dall’oggi al domani, una situazione che si trascina da decenni. Lei però conosce benissimo il problema, cioè cosa spetta a tantissimi giovani all’indomani del conseguimento del pezzo di carta: disoccupazione, sottoccupazione, lavori dequalificanti che non hanno alcuna correlazione con il percorso di studi seguito. Infine, inoccupazione, quando la stanchezza prende il sopravvento. Per pochi “fortunati”, se così si possono definire coloro che hanno la possibilità di fare qualche lavoretto in nero, o qualche contratto a progetto per un paio di mesi, sfruttamento senza alcuna tutela e senza alcun diritto.
Siamo la prima generazione della storia d’Italia senza futuro. Siamo una generazione che non può farsi una famiglia perché non ne ha la possibilità. Siamo una generazione che tra trenta-quaranta anni farà esplodere una bomba sociale che neanche riusciamo ad immaginare. Perché non avremo niente, neanche uno straccio di pensione. Siamo una generazione senza sogni. E questa è la cosa che fa più male. Quando non si è più capaci di sognare, si sta cominciando a morire. È ciò che sta capitando a molti di noi. Perché anche i sogni (la carriera universitaria, nel mio caso) sono ormai una possibilità come tante altre. Come qualsiasi cosa che ci consenta di non dovere “chiedere”, di potere fare fronte alla vita con le nostre sole forze.
Servono riforme strutturali. Servono percorsi formativi che portino ad uno sbocco lavorativo. Servono corsi di formazione che non siano soltanto uno strumento clientelare di gestione del potere. Il solito escamotage per stabilizzare gente nominata per intuitu personae, quell’intuito che tutti conosciamo.
La mia storia è certo una sconfitta personale, ma è anche l’esito tristissimo di un modello di sviluppo e di politiche occupazionali fallimentari.

14 commenti:

Cirano ha detto...

la risposta è già sorprendente perchè è un inutile incoraggimento....ma nella tua lettera dovevi porgli delle domande.

Mariella ha detto...

Matteo: Ti ricordi il concorso all'università di cui ti avevo parlato?
Francesco: L'hai vinto?
Matteo: No! L'ha vinto uno di Verona, dicono che era nipote di un senatore. Ma l'anno prossimo ci sarà ancora un concorso ed io lo rifarò: finiranno, prima o poi sti cazzi di nipoti, no?

-Generazione mille euro- un film di Massimo Venier (2009)

Domenico ha detto...

@Cirano domande retoriche, presumo...
Il dramma vero, al di là della mia personale vicenda, è che la scuola e l'università, per come sono strutturate, non servono a niente. Un esempio: prima era scienze politiche, ora scienze della comunicazione. Qualcuno che mi spieghi a cosa serve una laurea del genere e perché se ne incoraggiano le iscrizioni.
Vero @Mariella? Un tempo dovevamo diventare tutti diplomatici, oggi tutti giornalisti o esperti di comunicazione. Poi ti ritrovi al ministero degli esteri il figlio di papà che partecipa ai raduni fascisti e nelle redazioni sempre gli cognomi, come nelle università.

Mariella ha detto...

La classe di laurea in Scienze della comunicazione rappresentava la novità, la rivoluzione nel campo degli studi umanistici, ma è diventata, purtroppo, una moda seguita forse per la maggior parte da studenti indecisi...
Io ho scelto il mio percorso di studi con cognizione di causa, perchè credo che il giornalismo sia il mestiere più affascinante del mondo e perchè credo nei media come strumenti per fare e diffondere cultura. Ma a quanto pare ci credo solo io...
Ogni giorno mi ritrovo a scartare annunci di lavoro in cui il laureato in Comunicazione rappresenterebbe il candidato ideale per vendere fuffa porta a porta... Ogni giorno mi allontano un po' di più dal mio sogno...

Anonimo ha detto...

E se c'é un cognome diverso é perché ,90 volte su 100 ,il legame che intercorre non é di parentela ma di altra personalissima natura.....Azzurra

Anonimo ha detto...

Sono dei buffoni incompetenti. Si sono trovati nel ruolo della classe dirigente per segnalazioni e raccomandazioni....su un principio vergognosamente dinastico...si dovrebbero solo vergognare davanti all'Europa e al mondo intero. Siamo un paese alla berlina del mondo...per colpa di questi fannulloni che occupano posti di responsabilità e rubano stipendi vertiginosi alla faccia nostra...e si permettono anche di prenderci in giro, perché siamo assenteisti, perché siamo fannulloni, perché siamo sfigati e quant'altro...però lo stipendio e le varie pensioni e le macchine blu chi gliele paga??? Non siamo forse noi costretti a devolvere quasi il 50 % del nostro misero stipendio per servizi fatiscenti e indecenti???

Domenico ha detto...

Grazie a tutti, mi sento meno solo!! In neanche 24 ore soltanto sul blog la lettera ha avuto quasi 700 visualizzazioni, è stata rilanciata su twitter dal "popolo viola", è stata pubblicata sul sito "Orizzonte scuola" (http://www.orizzontescuola.it/node/22140) e sul blog del Corriere della Sera "La nuvola del lavoro" (http://nuvola.corriere.it/2012/01/30/lettere-alla-nuvola-io-il-ministro-profumo-e-il-dottorato-allinfinito/).
Se non altro, abbiamo dato un contributo ad un dibattito che interessa la stragrande maggioranza dei giovani.

Adrianaaaa ha detto...

Ciao Domenico, la tua storia è allo stesso tempo triste e scandalosamente normale. Ne avevi accennato anche sul mio blog mi pare.
Io non penso che questo sistema sia riformabile, penso che vada abbattuto perché, per favorire i pochi, crea crisi periodiche in cui a rimetterci sono i molti, in cui le possibilità di crearsi un futuro svaniscono e le università, ad esempio, diventano un parcheggio per sistemare per qualche tempo futuri disoccupati, o un passaggio per, invece, dare un posto al sicuro agli amici di qualcuno.
La risposta che ti è arrivata è parecchio incredibile: ti hanno raccomandato di continuare a "credere". Come se la tua situazione fosse colpa del fato avverso e l'unica cosa da fare, in questo frangente, fosse di mantenere saldo il timone spirituale, magari pregando non so.
Tu sicuramente ne sai più di me, ma mi sembra un fatto recente questo dei potenti che fanno finta di non avere alcun potere.

Anonimo ha detto...

Ho letto con amarezza la tua lettera. Il tutto mi fa rabbia, perche' conosco il tuo valore, come studioso, come fratello, come uomo.

Talvolta mi sento in colpa perche' io sono quello che sta meglio, anche se all'universita' ci sono passato per soli cinque mesi quando avevo 22 anni(il tempo di capire che sarebbero passati molti, MOLTI anni prima di raggiungere l'indipendenza economica). Decidere di lasciare pochi giorni prima di dare il primo esame (non lo diedi nel caso andasse bene!) e' una scelta che non ho mai rimpianto, cosi' come lasciare l'Italia e cercare fortuna in altri lidi, dove non si ha bisogno di raccomandazioni.

Di spinte nella mia vita ne ho avuta solo una, quando mi arruolai nell'esercito da Allievo Ufficiale di Complemento. Ovviamente mi arruolai per motivi pratici, lo stipendio di oltre 2 milioni al mese, che per un ventenne era una manna caduta dal cielo. Venni scartato alla visita medica perche' la mia misura toracica non rientrava nei minimi prestabiliti, che non era vero. Mi appellai, parti' un giro di telefonate ed il giorno dopo, il mio torace era crescuito miracolosamente di 8 centimetri! Mi sentii marcio, anche se la telefonata era solo per ristabilire la verita'. Giurai a mme stesso che una cosa del genere non sarebbe mai piu' accaduta.

Si puo' dire cio' che si vuole, ma in Inghilterra c'e' un'etica del lavoro cristallina. Non hai bisogno di conoscere nessuno e nei colloqui sei valutato "semplicemente" per i tuoi meriti. Non solo, anche se non hai le qualifiche richieste, se reputano tu abbia il potenziale, il training te lo danno loro, pagato, perche' investono nella persona.

E' il valore della persona che conta, non chi conosci. Negli anni, con uno straccio di diploma di maturita' scientifica (42/60) ho lavorato in in una banca multinazionale (HSBC), per la polizia metropolitana londinese, ed ora per una compagnia aerea, che e' anche un'altra multinazionale, in un percorso lavorativo di cui vado fiero.

Dubito in Italia avrei avuto le stesse possibilita'. In banca ci entri con le raccomandazioni, cosi' come in Polizia o all'Alitalia.

Non rimpiango niente, coltivo e vivo i miei sogni, la vita che credo meriti per il modo in cui sono stato educato, cresciuto, ed e' questo che credo sia la sorgente del malessere in mio frstello.

A casa nostra crediamo nel lavoro, con umilta'. Ringrazio i miei genitori che mi hanno insegnato gia' a 8 anni il valore del denaro. E' a quell'eta' che comnciai ad aiutare al bar di famiglia, cosi' come Luis e Domenico. Ero talmente piccolo che per fare e servire il caffe'salivo su una cassetta vuota di birra posta dientro il banco. A quell'eta' imparai quanto costa cosa, una lezione che non ho mai dimenticato: all'edicola, il Topolino costava l'equivalente di 3caffe', e la fatica a farli.

I fumetti non li compro piu', ma nella mia testa i conti li faccio ancora con lo stesso metro, con l'odore del caffe' nelle mie narici da bambino, e non me ne vergogno, perche' lavoro, perche' guadagno, perche' sono indipendente.

E' una notte triste quando leggo che mio fratello non ha piu' sogni.

Si', si perde, si e' sconfitti ma poi si reagisce. Bisogna reagire, perche' sino a quando c'e' vita, c'e' sempre la possibilita' di un'altra partita, di una medetta rivincita da vincere finalmente. E si puo' vincere, nonostante tutto.



Mario

Domenico ha detto...

@adrianaaaa La deresponsabilizzazione del ceto politico è un fenomeno che paradossalmente si è accentuato con il crollo della Prima Repubblica.
Ma sarebbe una carezza gratuita alla classe dirigente degli ultimi 40 anni non ammettere che il problema occupazionale ha radici più antiche. Concordo con te: va smantellata la catena che dalla formazione (non) porta all'inserimento nel mondo del lavoro. La circostanza di ritrovarsi in una drammatica strozzatura della storia potrebbe rivelarsi, alla fine dei conti, l'unico aspetto positivo di questa drammatica vicenda.

Domenico ha detto...

@mario le nuvole sono così: si spostano, si addensano, esplodono in temporale. Ma poi basta un soffio di vento e spunta subito il sole

Anonimo ha detto...

Quando ti renderai conto che dire la verità corrisponde anche ad un modo di proporsi nella Vita e con gli altri ti accorgerai dei falsi che ti stanno attorno. Ecco quelli sono i nemici pubblici della intera società perche mentono sempre e comunque. e lo sanno. Quando avremo la capacità di farlo loro ammettere avremo vinto e saremo liberi di affrontare i problemi veri non di fare o meno il giornalista o il professore universitario. Per insegnare cosa? per valutare chi e a quale titolo...
Angela Maria

Antonio Napoli ha detto...

Ciao,

mi spiace per quanto leggo. Io sono dovuto emigrare (Germania). Fuori e' un altro mondo. Puoi andare fuori? Se si, con la tua laurea ti consiglio la Spagna...

Ciao e buona fortuna!
Antonio

Domenico ha detto...

@antonio grazie per il commento. Il problema è che si vive con il terrore di perdere anche quella piccola speranza. Bisognerebbe trovare la forza per un taglio netto, ma mi rifiuto (al momento: poi magari sarà anche tardi) di farlo. L'emigrazione fa parte della mia famiglia (sono nato in Australia), la sento come una cicatrice