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lunedì 10 giugno 2013

Apnea

Ho visto uomini distrutti dalle convenzioni. Ne ho visti altri smascherati nelle loro granitiche convinzioni. Donne capaci di amare oltre ogni ragione. Come solo una donna può fare. O odiare con tutta la forza, l’amarezza, il dolore e il disprezzo. Come solo una donna sa fare.
Ho visto uomini e donne aspettare Godot e morire aspettando. Annientati dai propri fantasmi.
Confondere il ricordo con la realtà è una colpa. A volte, un alibi.
Ma che cos’è la realtà? E dov’è, se non dentro ogni pianto, scoppio di risa, gesto di ribellione? Se non dentro ogni singola testa? A forza di inseguire l’oggettività abbiamo perso la nostra qualità migliore. Quella di essere originali, unici, sfacciati nel respingere ogni pensiero dominante e conformista. Sovrastrutture mentali che altri vorrebbero imporci. Con l’inganno. Violentandoci.

Ci sospinge la forza che abbiamo dentro, il mantra “ce la farò; ce la devo fare”; il pensare che altra scelta non c’è per contendere al destino i brandelli di un sogno. Il nostro sogno.
Non è poi tanto diverso dall’apnea. Vivi trattenendo il fiato, nella speranza che presto o tardi riuscirai a tirare la testa fuori dal secchio e finalmente respirerai a pieni polmoni.
E invece passa tutta una vita: giorni, anni scanditi da una furibonda lotta per divincolarsi dalla mano che ti tiene giù.
“Chi sono? Cosa voglio?”. Il punto è sempre quello. “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”: gli occhi del Poeta sono traccianti di fuoco nel buio delle coscienze.
È sempre complicato ragionare per addizione (“sono questo, questo e quest’altro; voglio questo, questo e quest’altro”). Perché si rischia di non arrivare da nessuna parte, di rimanere delusi. Intrappolati.
Non è più vita, ma il suo surrogato: un karkadè di merda. Che lascia cicatrici.

Ogni cicatrice ha una firma e una data.
Potrei fare nomi e cognomi: io so.
So chi mi ha schiacciato al suolo. 
So chi mi ha ingannato, circuito; chi ha tentato di comprare la mia dignità.
So chi mi ha detto che bisogna sapere aspettare il proprio turno.
So chi mi ha umiliato.
So chi si è vendicato perché ho osato entrare in un giardino che non era il mio.

Non mi hanno fatto del male. Senza presunzione, vivo al piano di sopra. Mi hanno reso la vita difficile, questo sì.
Ho tentato pure di spiegarlo a uno di loro, ma questa è gente che non sa affrontare, né accettare con dignità le sconfitte. E allora piagnucolano, come un bambino privato del suo giocattolo preferito.
Ma si può, alla tua età? Credevi davvero di avere il fascino dell’intellettuale?
Coglione. Vecchio e coglione. Penoso.
Peccato. Anzi, no.
Te lo sei meritato.
E per favore, togli la testa dalla mia spalla: mi stai inzuppando la camicia.

Non parlarmi di perdono. Perdono è una parola senza senso. Vuota. Ognuno gli dà il significato che vuole: un vestito per più occasioni. Da indossare, riciclare, chiudere in un baule. A piacimento. Con sufficienza. Per quello che vale.
Posso perdonare o meno, in circostanze analoghe. Strano, no?
Il perdono dipende dalla pancia più che dalla testa. Dipende dalla fame, dal desiderio di sopravvivere ai propri incubi.
Bisognerebbe riuscire ad andare oltre. Il passato è passato. Non può essere cancellato. Ma non deve diventare una gabbia, una camicia di forza che impedisce ogni movimento.
Che pietrifica.
Tutti hanno diritto di volare. Senza zavorre.
O almeno di provarci.

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