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martedì 24 settembre 2013

L'epigrafe di Visalli, lo stupore di Mico



Lì per lì Mico non capì cos’era quello strano oggetto che si intravedeva tra i calcinacci depositati dalla benna della ruspa dentro al cassone del suo vecchio OM Leoncino. Spense il motore, saltò a terra e con uno scatto fu tra i resti ammucchiati di quello che era stato un bel palazzo municipale, in seguito rimpiazzato con l’attuale freddo, insignificante edificio.
Un tubo d’acciaio lungo non più di quaranta centimetri, chiuso con un tappo metallico a una delle estremità. Svitò con cura e appoggiò l’occhio destro sul foro, tenendo il sinistro chiuso come quando si punta un cannocchiale verso il cielo, per sbirciare dentro. Quindi estrasse un foglio arrotolato, che aprì con entrambe le mani e tenne davanti al viso per pochi lunghi, interminabili secondi. L’orgasmo era quello del cacciatore di tesori alle prese con la decodificazione di una mappa.
Quel foglio “era” un tesoro. Ma nessuno tra i suoi concittadini lo sapeva, né ricordava l’esistenza di quella miniatura. Amministratori comunali per primi. Erano passati più di settant’anni da quando (luglio 1914) il notaio Pietro Pentimalli, sindaco di Sant’Eufemia, aveva fatto murare nelle fondamenta del palazzo in costruzione l’epigrafe composta dall’illustre concittadino Vittorio Visalli, il maggiore storico del Risorgimento in Calabria:

Fin dagli oscuri tempi feudali/ madre di eletti ingegni e di forti lavoratori/ strenua ribelle contro la borbonica tirannia/ SANT’EUFEMIA D’ASPROMONTE/ sovvertita due volte dai moti convulsi della terra/ due volte risorse/ ed oggi/ per austera volontà di popolo/ per saviezza di amministratori/ per tenacia operosità del sindaco Pietro Pentimalli/ nel porre le fondamenta del suo civico palazzo/ celebra con sereni auspici un’aurora di vita novella/ e guarda fiduciosa a l’avvenire.
V Luglio MCMXIV

Al termine di una polemica durata cinque anni, il paese distrutto dal terremoto del 28 dicembre 1908 stava infatti riprendendo a vivere, un po’ più a ovest rispetto al “Vecchio Abitato”, nella zona denominata “Pezza Grande”. Conciliare la posizione dei nostalgici del “Paese Vecchio” con quella dei fautori del traslocamento nei nuovi terreni da edificare non fu facile, tanto che più volte rischiò di scapparci il morto. Ma alla fine una soluzione si trovò. Merito del deputato reggino Giuseppe De Nava, che riuscì a mettere tutti d’accordo facendo approvare dal Parlamento un provvedimento che di fatto comportò l’abolizione del divieto di ricostruire nelle aree devastate dal terremoto. E che pertanto si guadagnò il diritto di apporre la prima firma sull’epigrafe di Visalli, in cima a destra, alla quale seguirono quelle del vescovo di Mileto, monsignor Giuseppe Morabito, di personalità di primo piano e degli amministratori eufemiesi, sindaco in testa. Il municipio fu però costruito al centro della “Pezza Grande”, in quella piazza “Garibaldi” (oggi piazza “Libertà”) che ben presto, a celebrazione della “marcia” su Roma, assunse – e mantenne per tutta la durata del Ventennio fascista – la denominazione di piazza “XXVIII ottobre”.
Dodici anni più tardi sarebbe toccato al deputato di origine paolana Maurizio Maraviglia, eletto nel “listone” nazionale del 1924 per la circoscrizione Calabria-Lucania, inaugurare il palazzo costruito dalla locale società cooperativa di produzione e di lavoro, presieduta da Pasquale Pisano. Una giornata memorabile, iniziata con l’arrivo a Sant’Eufemia del corteo delle macchine al seguito del gerarca fascista, giunto in treno alla stazione di Villa San Giovanni alle 9.30 del 7 marzo 1926. In compagnia del prefetto di Reggio Calabria Francesco Benigni, Maraviglia – nominato cittadino onorario di Sant’Eufemia – brindò con “vermouth d’onore” all’inaugurazione del palazzo municipale e dell’acquedotto comunale, prima di fare visita, nel pomeriggio, al cantiere della ditta del commendatore Giacomo Chiuminatto, che stava allora ultimando i lavori per la realizzazione della galleria e del ponte sulla ferrovia nel tratto eufemiese della linea “taurense”.
Per il pranzo dell’illustre ospite e del suo nutrito seguito aveva provveduto il podestà Diego Fedele: antipasto assortito, “consumato” alla regina, manzo e pollo con contorno di patate lesse, pesce bollito con salsa alla maionese o salsa verde, dessert, caffè, liquori, champagne. Da bere, vino locale. Al momento del brindisi risuonò stentorea la voce di Bruno Gioffrè, medico condotto, ma anche poeta e brillante oratore in occasione di nozze, commemorazioni di defunti, celebrazioni storiche.
Una storia sopravvissuta in rare fotografie dell’epoca. E in quel tubo d’acciaio, sepolto sotto le rovine del vecchio palazzo municipale, da Mico salvato per caso.

lunedì 16 settembre 2013

Quella volta che i pettoti "rubarono" la statua di Sant'Eufemia



“Sa rrobbaru. Sa tinniru e non cia tornaru”. Quante volte l’abbiamo ascoltata (credendoci o scherzandoci su) la storia della statua di Sant’Eufemia “sottratta” dagli abitanti del rione Petto ai “legittimi” proprietari del Vecchio Abitato (o Paese Vecchio)?
Una leggenda metropolitana che affonda le radici nella notte dei tempi, ma che – come tutte le leggende – ha un fondo di verità.
In tanti sosterranno che si tratta di realtà, non di leggenda. Come un mantra ripeteranno antichissimi racconti, tramandati da padre in figlio e giunti freschi ai nostri giorni, carburante ancora buono per alimentare il sacro fuoco dei campanilismi. Che sono almeno tre, coincidente ognuno con un momento cruciale della storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Snodi storici che videro protagonista la furia degli elementi più che la volontà degli uomini. Perché spesso soltanto gli eventi naturali sono in grado di deviare il corso di una storia che altrimenti scivolerebbe su prevedibilissime rotaie.
Per ogni rione, una campana e un migliaio di campanari. Com’è giusto che sia nella patria di Guicciardini.
Il primo campanile lo troviamo al Paese Vecchio, che fino al diciannovesimo secolo costituì il centro abitato di Sant’Eufemia. Proprio nell’area occupata dall’attuale piazza Concordia, anticamente, sorgeva il monastero di Sant’Eufemia, sui cui resti in seguito fu edificata la chiesa di Sant’Eufemia o chiesa Matrice, che viene segnalata – insieme ad altre tre chiese: San Rocco, San Giovanni, Santa Maria delle Grazie – nel resoconto della visita pastorale del 1586, il più antico a noi pervenuto.
Il terremoto del 5 febbraio 1783 (“u fracellu”), che provocò un migliaio di vittime e la distruzione di gran parte del paese, rappresenta la prima cesura storica significativa. Il progetto di ricostruzione realizzò un nuovo insediamento urbano nel pianoro del “Petto del Principe”, posto più in alto rispetto al vecchio centro. E proprio nell’attigua “Vigna di Belvedere”, che era grangia (per semplificazione, azienda agricola) del monastero di San Bartolomeo di Trigona, si trovava il baraccone nel quale si ritirarono i monaci sopravvissuti al terribile sisma. Lì sorse una chiesa dedicata alla protettrice (mentre la vecchia chiesa Matrice assunse l’attuale denominazione di chiesa del SS. Rosario), che nel 1856 fu riconosciuta come seconda chiesa parrocchiale di Sant’Eufemia, la prima essendo quella dedicata a Santa Maria delle Grazie.
Ma una ulteriore “mutilazione” gli abitanti del Paese Vecchio l’avrebbero subita in seguito al terremoto del 28 dicembre 1908. Poco meno di seicento vittime e duemila persone costrette a trasferirsi nella Pezza Grande (o Pezzagrande), dopo che finalmente fu raggiunto un compromesso tra i fautori della riedificazione nel Paese Vecchio e i propugnatori di una ricostruzione nel nuovo sito, fino ad allora aperta campagna. Protagonista dell’accordo fu il deputato reggino Giuseppe De Nava, il quale si fece garante della revisione della legge sulla definizione delle aree edificabili: ciò comportò l’edificazione del paese nell’area della Pezzagrande, ma anche la deroga al divieto di ricostruire nell’area del Vecchio Abitato.
Sono i due terremoti a cambiare il volto di Sant’Eufemia. E con esso, lentamente, la sua stessa natura e ragione d’essere. Due nuovi rioni, due nuovi campanili. E rivalità che attraversano la storia cittadina come un fiume carsico, presentando – periodicamente – la caratteristica di una inutile e anacronistica contrapposizione: a volte simpatica, certo; ma il più delle volte insopportabile.
La storiella del “furto” della statua di Sant’Eufemia fa parte di questo armamentario campanilistico. Proprio per questo viene raccontata con “dovizia” di particolari: il 16 settembre di un anno imprecisato, la processione partita dal Paese Vecchio sarebbe stata interrotta da un violento temporale che costrinse i fedeli a trovare riparo all’interno della chiesa al Petto, la quale – trascorse ventiquattro ore e sulla base di una legge non meglio specificata – sarebbe diventata ipso facto la nuova dimora della sacra effigie.
Un racconto incredibile, eppure creduto. È evidente, invece, che il trasferimento del culto nella nuova chiesa, dopo il 1783, dovette comportare anche il traslocamento della statua. Come peraltro afferma Vincenzo Francesco Luzzi nel suo contribuito (La comunità ecclesiale di Sant’Eufemia d’Aspromonte nell’età moderna) al convegno storico su Sant’Eufemia d’Aspromonte organizzato dall’Associazione culturale “Sant’Ambrogio” nel 1990, i cui atti furono pubblicati a cura di Sandro Leanza, sette anni dopo.
È evidente, dicevamo. Ma non per tutti, se ancora una quindicina d’anni fa non pochi “fedeli” avrebbero voluto custodire la statua di Sant’Eufemia in un’abitazione privata invece di trasferirla temporaneamente presso la chiesa di Sant’Ambrogio, nella Pezzagrande, per la durata dei lavori di restauro che interessarono la chiesa al Petto. Perché poi, passate le ventiquattro ore, poteva accadere di tutto.
E invece non successe nulla.

*Nella foto, tratta dal profilo Facebook di Antonio Saccà, la spettacolare “entrata” di Sant’Eufemia sotto un tunnel di fuochi pirotecnici

giovedì 5 settembre 2013

La grande fuga di Mario

In questi giorni, su L’Ora della Calabria, si è sviluppato un dibattito innescato dal corsivo di Francesco Ferro, pubblicato il 31 agosto: “Una terra senza futuro. Non resta che scappare”. Il quotidiano diretto da Piero Sansonetti ha poi ospitato le testimonianze di alcuni calabresi emigrati, mentre Aldo Varano, direttore di Zoomsud.it, è intervenuto con l’editoriale “Calabria. La grande fuga di chi può alla ricerca di un’altra vita”.
Avendo in casa la possibilità di una testimonianza diretta, ho chiesto a mio fratello Mario (che vive a Londra da sedici anni) di raccontare la sua esperienza. Ciò che salta agli occhi è il confronto tra una realtà che offre delle opportunità, beninteso senza regalare niente (si pensi alle periodiche valutazioni alle quali è sottoposto il lavoratore), e un’altra che non dà a tutti le stesse possibilità. Per cui l’ingresso nel mondo del lavoro è un sei al superenalotto o un umiliante questuare davanti alla porta di chi può fare il miracolo. Senza girarci troppo attorno, dalle nostre parti politica o criminalità organizzata.
(D. F.)


Da bambino, la mia materia preferita era la geografia, e l’Atlante Mondadori il volume al quale ero più legato. Mi affascinavano le mappe e le foto di quei luoghi lontani e sconosciuti. Sognavo di andarci in quei posti, visitarli tutti per poi poter dire – alla fine dei miei giorni – che sì, il mondo è stato veramente la mia ostrica.
Col senno di poi, penso che la voglia di viaggiare ed evadere, scoprire, capire e vivere a contatto con diverse culture mi abbia salvato da un’esistenza grigia e da una realtà, quella calabrese (che poi è un riflesso di quella italiana), che a me è stata sempre stretta.
Ricordo che mentre i miei compagni di liceo si chiedevano che facoltà universitaria scegliere una volta raggiunta la maturità, io pianificavo la fuga, una fuga a tutti i costi. Ero incoraggiato dalla mia professoressa di italiano, la quale spesso – dopo avermi dato del fetente e del lavativo – mi diceva che avevo il potenziale ed il cervello per riuscire in qualsiasi cosa avessi deciso di fare.
La mia prima esperienza lavorativa in Italia sono stati quindici mesi nell’esercito italiano: sottotenente ufficiale di complemento. Mi ero arruolato per denaro. Avevo 20 anni e lo stipendio mi procurò quella indipendenza economica alla quale, in seguito, non avrei saputo più rinunciare. Oltre ad essere valsa il titolo di Nobiluomo a vita (e che mio fratello il dottore schiatti di invidia!), quell’esperienza mi convinse che chiedere favori e raccomandazioni non fa per me. Inizialmente ero stato infatti scartato alla visita medica ma poi, con una telefonata, il mio torace si sviluppò magicamente di 5 centimetri! Superai la visita, ma mi sentì sporco.
Una volta congedato, spesi otto mesi a Palermo, giusto il tempo per verificare che l’Università non era il mio forte. All’insaputa dei miei, dopo aver risposto all’annuncio letto su un giornale, mi trasferii a Milano, dove trascorsi tre mesi facendo il porta a porta per i prodotti più impensabili.
Un giorno lessi un articolo sull’Inghilterra. Il pezzo parlava di come fosse facile trovarvi lavoro ed anche imparare la lingua. Con gli ultimi risparmi, due giorni dopo comprai un biglietto per Londra. Avevo 22 anni. Non avevo mai preso un aereo in vita mia, a parte quello che mi aveva portato dall’Australia in Italia, a neanche tre anni. Ricordo che a bordo non chiesi nemmeno un bicchiere d’acqua e rifiutai il cibo che mi offrirono. Avevo paura che mi chiedessero il conto. Arrivai a Londra il 16 giugno 1997, con in tasca i soldi per pagare la stanza di un ostello per due settimane (da dividere con tre estranei), quattro sterline e TANTA fame. Trovai lavoro in un McDonalds due giorni dopo. Una manna: mangiavo gratis per 8 ore al giorno!
Londra non l’ho più lasciata. Ho cambiato occupazione mano a mano che il mio inglese è migliorato. Negli anni ho lavorato in vari bar, ottenendo promozioni e arrivando persino a dirigerne uno. Per tre anni sono stato consulente bancario per una multinazionale del calibro di HSBC, per altri due agente della Polizia metropolitana londinese. Ora lavoro come steward di volo per la Virgin Atlantic, un’occupazione che settimanalmente mi porta in giro per il mondo, facendomi rivivere i miei sogni di bambino.
Mi ritengo fortunato, perché so che ogni volta tutto dipende dalle mie forze. Questo vuol dire vivere in una realtà meritocratica. Qui non si chiedono favori, a nessuno. Ci si prepara e ci si presenta ai colloqui. Punto. Il lavoro te lo offrono se sei qualificato, o se individuano in te del potenziale.
In banca ero stato assunto nonostante i miei stiracchiati 42/60 di maturità scientifica, dopo tre settimane di training retribuite (!): alla fine del periodo di formazione mi fu offerto un posto in prova e, dopo sei mesi di valutazioni mensili, un contratto a tempo indeterminato. Quando ho realizzato che avrei voluto fare altro, ho lasciato quel lavoro: chi, in Italia, abbandonerebbe un posto in banca?
Negli anni mi sono lasciato alle spalle tre contratti a tempo indeterminato, e non ho mai avuto paura di non riuscire a trovarne un altro. Londra mi ha insegnato che il lavoro attuale serve per migliorarsi e creare delle opportunità per il lavoro successivo, e poi per il prossimo ancora. Così ci si costruisce un curriculum ed una carriera, e magari un giorno ci si sveglia con la sensazione di stare vivendo, e non soltanto sopravvivendo.
A distanza di sedici anni e dopo aver acquistato un appartamento, Londra è diventata la mia casa e Sant’Eufemia il paese in cui sono cresciuto. Va bene così.
Talvolta mi mancano i sapori e gli affetti, ma non ho rimpianti. Se fossi rimasto in Calabria sarei vissuto solo a metà, o forse neanche.
Sono contento per chi è in pace. Soprattutto ammiro e rispetto chi ha avuto il coraggio di rimanere e lottare in una realtà che offre poco o niente. Chissà, anche se non sembra, forse io ho scelto la strada in discesa. Ho solo un’amara certezza: la tristezza che provo per chi è rimasto ed ha lasciato che la nostra terra divorasse tutto, non solo talento ed ambizioni, ma con il tempo anche i sogni.
Mario Forgione

mercoledì 4 settembre 2013

La Costituzione nel cassonetto della differenziata

Molti ricorderanno l’appello “Un libro per Lampedusa”, lanciato a fine luglio dal sindaco dell’isola delle Pelagie Giusi Nicolini e ispirato da un’amara constatazione: “Lampedusa non ha una biblioteca e neppure un negozio dove potere acquistare libri. Voi ci vivreste mai in una città dove non è possibile comprare libri? Io non ci credo! Quindi se in giro per casa avete libri, di qualsiasi genere, che non leggete o avete già letto e di cui volete sbarazzarvi, aderite all’iniziativa”.
Grazie al tam tam su Facebook e Twitter, all’iniziativa aderirono sin da subito centinaia di cittadini privati, associazioni, case editrici, università ed enti pubblici. Una partecipazione massiccia, che l’ultimo aggiornamento quantifica in oltre 400 scatole, contenenti migliaia di libri, già arrivate sull’isola.
Dicevamo, molti ricorderanno questa bella iniziativa.
Di sicuro, non ne era a conoscenza chi ha riempito il cassonetto della differenziata per la carta, posizionato davanti alla Pineta comunale di Sant’Eufemia d’Aspromonte, con vecchi libri “sfrattati” dalla confinante scuola elementare “Don Bosco”.
A una prima sbirciata si tratta per lo più di vecchi testi didattici, ma dalla piccola fessura si intravede anche qualche libro per ragazzi. Per cui – anche a ignorare la lodevole iniziativa di Lampedusa – sarebbe stata cosa buona e giusta fare un sondaggio e, eventualmente, donare alla biblioteca comunale i volumi di una qualche utilità. Come quello che faceva capolino dalla fessura, una pubblicazione distribuita dal ministero della Pubblica Istruzione agli alunni in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia (Figure ed episodi del Risorgimento italiano), che ho subito riconosciuto perché nella mia biblioteca conservo la copia data nel 1961 alla bimba che dodici anni dopo mi avrebbe messo al mondo.
Non ce l’ho fatta: ho tirato fuori il volume e l’ho regalato a un mio amico. In appendice al libro c’è il testo della Costituzione italiana, che già soffre parecchio e non merita certo ulteriori umiliazioni.

lunedì 2 settembre 2013

Il diritto alla difesa di Berlusconi

Una considerazione sull’uscita di Violante a proposito del diritto alla difesa che “dovrebbe” essere garantito a Berlusconi. Perché credo che Berlusconi si è difeso, eccome se si è difeso. “Nel” processo e soprattutto “dal” processo. Nei tribunali, certo. Ma ancor più in Parlamento, dove gli avvocati dell’ex premier hanno dimostrato di sudarsi la pagnotta spendendosi senza tregua in favore del loro assistito.
Un lavoro da sarti del diritto: allunga di qua, accorcia di là. Ma anche abili giochi di prestigio che hanno trasformato in condotta specchiata ciò che fino a qualche tempo prima rappresentava una violazione del codice penale.
Ora si è di nuovo nella fase estensiva, per così dire. Prendere tempo, per evitare che la Giunta per le elezioni del Senato debba esprimersi sulla decadenza di Berlusconi prima che la Corte d'Appello di Milano quantifichi nuovamente la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.
La storia del diritto alla difesa, ovvero del diritto alla difesa “ad oltranza”, in barba a qualsiasi condanna definitiva, mi ricorda le partite di calcio che da ragazzini disputavamo in piazza. A volte, non c’era un orario prestabilito, né veniva definito “a quanto” si dovesse arrivare: a cinque, a dieci reti, e così via.
No, niente di tutto ciò. Se la mia squadra era sotto, si giocava fino a remuntada completata. Anche a costo di fare notte.