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lunedì 28 ottobre 2013

Più politica, meno antipolitica

È l’eterno conflitto tra impegno e disimpegno, in uno scenario per niente incoraggiante e con le spie dell’antipolitica che lampeggiano impietosamente. Da troppi anni ormai. Percentuali dell’astensionismo in crescita, movimenti di protesta come Cinque Stelle capaci di exploit imprevedibili. Anche se l’impressione è che Grillo e Casaleggio abbiano “scartato” la chiusura. Un po’ ciò che successe a Mariotto Segni dopo il trionfo nel referendum per l’abolizione della preferenza plurima alla Camera, in barba a Bettino Craxi e al suo “andate al mare”, rivolto agli elettori nel giugno del 1991.
Ci siamo passati in molti dalla scelta della diserzione dalle urne. Nell’attesa di segnali che non sono arrivati e con l’unico risultato di esserci ritrovati con un governo che non voleva nessuno e che, dicono, non ha alternative. Intanto, i morsi della crisi economica si fanno ogni giorno più laceranti sul corpo martoriato di un Paese che ha da tempo smesso di camminare. Impallato come un vecchio computer che non riesce a caricare nemmeno una foto. E la foto è sempre la stessa, quella di una transizione infinita, dalla Prima Repubblica a non si sa bene cosa: sullo sfondo, l’ombra ingombrante e decadente di Silvio Berlusconi. Ferito e braccato, incerto tra il “tanto peggio, tanto meglio” e un’uscita di scena non troppo umiliante.
E poi una crisi morale drammatica, della quale i “rimborsopoli” che si susseguono a scadenza regolare quasi ovunque rappresentano soltanto la punta dell’iceberg. Una vergogna infinita e insopportabile, al pensiero di quanti perdono la dignità rovistando nei cassonetti della spazzatura, alla ricerca di un pomodoro o di una patata, marci ma ancora commestibili.
Viene voglia di riprovarci. Forse per l’ultima volta. E non perché non ci siano al di fuori della politica energie e opportunità per incidere concretamente sui drammi quotidiani. Il meglio questo Paese lo dà nel no-profit, nell’impegno taciturno di cittadini privati, associazioni, organizzazioni di volontariato. Si tratta quindi di trasferire dalla casa, dalla scuola, dal posto di lavoro e dai luoghi di aggregazione al “livello” della politica l’impegno profuso quotidianamente per rendere migliore la società in cui viviamo.
Non è semplice e la storia insegna che i fallimenti sono in prevalenza. Ma abbaiare alla luna è fatica sprecata e l’antipolitica non riuscirà mai a risolvere i guasti della politica, che va redenta dal suo interno. Ecco perché c’è bisogno di più politica, nel suo significato più nobile di strumento volto alla realizzazione del bene comune.

mercoledì 23 ottobre 2013

Lucky, il cane che non conobbe catena

Chi ha superato i trenta se lo ricorda. Lucky era un “personaggio” noto in paese perché potevi incontrarlo ovunque. Nel parcheggio del bar di mio padre, a fare strada abbaiando davanti alla vecchia 500 di mia mamma, in piazza a giocare con noi ragazzini. Tutte le mattine ci accompagnava a scuola e poi, quasi conoscesse gli orari, ci attendeva all’uscita. Un dolce ricordo della mia adolescenza, che mio fratello Luis ha rispolverato con questo suo simpatico articolo. A Lucky ho dedicato persino una poesia, quand’ero poeta (perché tutti, tra i 18 e 25 anni, abbiamo coltivato ambizioni da poeta).
Nella foto, il ritratto di Lucky realizzato da Luis.
D.F.

Antefatto: sognavo un boxer. Ne ero rimasto folgorato ammirandolo in foto: mai visto niente di paragonabile, una testa scolpita nel granito, caratterizzata ed espressiva, avvitata su un corpo talmente asciutto e muscoloso da sembrare irreale. Un giorno di settembre ’87 nella nostra vita avrebbe finalmente fatto irruzione il boxer Eros, amatissimo e unico, ma questa è un’altra storia.

Eravamo seduti a pranzo, una calda giornata di giugno ’86. Improvvisamente mia madre nota un’ombra fuori dalla porta: “Focu meu, nu cani! Cacciatilu!!!”. Esco e invece di urlargli dietro lo “chiamo”. Non scappa impaurito, mi viene sotto facendo le feste. Un meticcio di circa tre mesi, chiare ascendenze da terrier. Con i miei fratelli scongiuriamo papà, io sono disposto a non asfissiarlo più un giorno sì e l’altro pure con la storia del boxer pur di potercelo tenere. Inizia la leggenda di Lucky, il re di Sant’Eufemia. Ancora non potevamo immaginarlo, ma in venti chili per quarantatré centimetri al garrese (misure da adulto), Madre Natura ci aveva recapitato il gradino più alto dell’evoluzione canina. Esagerazioni tipiche di ogni proprietario di cani?
Fu battezzato Lucky, in inglese “Fortunato”, per due motivi: primo, perché altri magari non l’avrebbero accolto; secondo, perché con Mick e Mario stravedevamo per Lucky Luke, tanto da aver chiamato un pesciolino rosso, vinto a una festa di paese, “Busciuegg” (vai a capire come si scrive, in originale si chiama Ran-tan-plan), come il cane che lo accompagna insieme al fido cavallo parlante Jolly Jumper. Gli avventori del “Bar Mario” (mio padre dovrebbe farsi pagare le royalties dal Liga…), oltre ad adorarlo a loro volta, negli anni lo avrebbero soprannominato “Lucky Luciano” o “Vallanzasca”, a seconda delle imprese cui si riferivano. Quali imprese? Jack London ci avrebbe chiuso la trilogia con Buck e Zanna Bianca.
Forse l’unico cane al mondo ad avere due abitazioni (all’epoca non c’era l’IMU…), una al bar e una a casa nostra, accanto alla legnaia. Questo perché tenerlo legato alla catena equivaleva a torturarlo, e noi comunque non lo volevamo. Macinava chilometri su chilometri in lungo e in largo per il paese, un allenamento che lo aveva reso resistentissimo e duro come il legno. Tutte le macellerie e i negozi di alimentari gli davano qualcosa da mangiare. Particolare degno di nota, non “implorava” il cibo come fanno tutti i cani: se gliene davano bene, altrimenti a lui bastava essere salutato con sorriso e una carezza. Beniamino di tutti i bambini della “Piazza”, ci seguiva in tutte le nostre infinite scorribande di “simpatiche canaglie”. Anzi, ci precedeva. Sì, perché era un ante litteram GPS a quattro zampe, con in testa la mappa completa e dettagliata di strade, viuzze, vicoli, sentieri, scorciatoie di un’area che, tenendo il paese come punto di partenza, si estendeva dai “Piani della Corona” ai Piani dell’Aspromonte nella direttrice mare-montagna (leggenda vuole fino a Gambarie). Una mattina, in terzo liceo, il mio complice di scempiaggini studentesche ‘Ntoni Romano mi chiede di Lucky: “Non lo vedo da ieri”, rispondo. “Non ti preoccupare, quando ho preso l’autobus era in piazza”. Intendeva in piazza davanti a casa sua, a Cosoleto. Fate voi il conto dei chilometri: presidiava un territorio tanto esteso da far invidia a un branco di lupi. E uso il termine presidiare perché ne era veramente il padrone incontrastato. All’epoca, la piaga del randagismo era molto più diffusa di oggi e in paese vagavano parecchi cani, che specie nel periodo della riproduzione giravano riuniti in piccoli gruppi dietro le femmine in calore. Be’, l’avvento di Lucky versione “Luciano” li costrinse a stare sempre in branco. Vedete, il nostro eroe aveva un’agenda fittissima di impegni: quando non era con noi oppure ad oziare al bar, passava il tempo a scappare inseguito dagli altri cani, buscandole se veniva raggiunto fuori dalle zone franche rappresentate appunto dal bar, da casa, dalla Piazza. Il resto della giornata lo passava intento a sorprenderne qualcuno isolato, al massimo in coppia, e massacrarli. Mai più visto un cane così letale in combattimento, una furia devastante. Un solo esempio: dal rione Petto scendeva tutti i giorni un pastore con le pecore, passando davanti al bar per portarle a pascolare nella zona della stazione. I due cani, pastori tedeschi, se non erano lesti a scappare e aspettare il gregge più avanti venivano letteralmente infilati sotto le auto parcheggiate a forza di morsi. Più pericoloso del gangster americano…
Ok, direte voi, abbiamo capito: ma perché “Vallanzasca”? Apro una parentesi per chi ha meno di trent’anni. Renato Vallanzasca, detto “il bel René”: bello e spietato, capo della “banda della Comasina”, condannato complessivamente a 4 ergastoli e 295 anni di carcere, autore negli anni Settanta di rapine, sequestri, omicidi, evasioni rocambolesche. Ecco, l’aspetto che ci interessa riguarda le evasioni. Più volte, soprattutto quando l’accalappiacani comunale veniva incaricato di ripulire le strade dai randagi, Lucky è stato recluso dove aveva la cuccia al bar, in “soggiorno obbligato”. Immancabilmente, evadeva di notte col favore delle tenebre. Reti metalliche, ostacoli di varia natura (mai la catena: ci piangeva il cuore sentirlo guaire senza sosta), niente lo bloccava più di un pomeriggio. Un giorno “zio Pino” mi fa: “Lo vedi com’è tranquillo? Sicuro sta studiando il modo di scappare stanotte!”. La mattina dopo non c’era… Il record massimo di detenzione è stato tre giorni. Avevo curato tutto fin nei minimi dettagli, scappare stavolta era impossibile. Appoggiata alla fine del muro del bar, sul retro, c’era una baracca di legno abbandonata: al mattino del terzo giorno, in un angolo trovammo due assi rosicchiate quanto bastava per passare. Aveva lavorato tutta la notte. Togliemmo le reti e non provammo più a rinchiuderlo. Per finire, come qualunque malvivente che si rispetti odiava ferocemente le forze dell’ordine, abbaiava contro i carabinieri e mordeva le ruote della Campagnola quando si fermavano al bar per il caffè!
Ovviamente, il nostro era un inguaribile tombeur de femmes. E siccome era un possidente, non si limitava a volgari, riprovevoli ingroppate per strada; no, Lucky, se mi passate il termine, era un “gentilcane”, astuto e calcolatore, e le sue conquiste se le portava nottetempo nel loft a casa, meglio ancora in quello al bar per un particolare affatto trascurabile: la cuccia era sotto la pergola di uva fragola all’interno di un cancello, e quasi tutti i rivali in amore erano troppo grossi per attraversarne le sbarre!
Poi, all’età di sei anni, in punta di zampe così come era arrivato, sparì. Era divenuto epilettico in seguito ad un incidente. Stando ai “si dice”, fu attaccato da una torma di cani sopra la pineta comunale durante una crisi. Sempre stando a notizie di seconda e terza mano, fu poi caricato dai netturbini nel camion dei rifiuti, dilaniato dai morsi. A domanda, nessuno seppe allora rispondere con certezza se la carcassa caricata fosse veramente Lucky, non era facile capirlo. Vi sembrerà strano ma nessuno a casa ha pianto. Per noi, ancora adesso, non è morto: da spirito libero qual era, ha preferito andare via senza salutare, evitando così lacrime e tristezze del caso. Quando ne parliamo, mia madre azzarda che fosse letteralmente uno “spirito”, magari di un parente trapassato (in questo caso, basandoci sul suo carattere, un sospetto su chi fosse lo nutriamo…!) che ci ha voluti vegliare ed accompagnare per un tratto di strada. Quale che sia la verità, tonnellate di aneddoti al limite del misterioso ci fanno dire che abbiamo avuto la fortuna di possedere (vocabolo brutto oltreché improprio) Lucky, “il” Cane.

lunedì 21 ottobre 2013

In alto a sinistra


I libri insegnano ai ricordi, li fanno camminare. Li ho letti per intero, non ne ho lasciato nessuno a mezzo, per quanto fosse deludente o presuntuoso l’ho seguito fino all’ultima linea. Perché è stato bello per me girare la pagina letta e portare lo sguardo in alto a sinistra, dove la storia continuava. Ho girato il foglio sempre alla svelta, per proseguire da quel primo rigo, in alto a sinistra. Questo mi mancherà del mondo…
(Erri De Luca, In alto a sinistra)


In alto a sinistra. Come la pagina di un libro ancora da leggere.
Per fare visita alla tomba del professore Rosario Monterosso, all’interno del cimitero di Bagnara Calabra, occorre dirigersi verso l’area destinata ai defunti della frazione di Pellegrina e percorrere il vialetto che porta alla cappella dell’Annunziata. Proprio in fondo alla stradina, in alto a sinistra, la sua immagine scruta il viandante, con quello sguardo ben noto a chi gli fu amico, allievo o semplice conoscente.
È volato un anno dalla sua ultima lezione.
Un anno di conversazioni mancate: sull’esecutivo delle larghe intese, sul masochismo del partito democratico, sul governo della regione o sulle amministrazioni comunali dei nostri paesi.
Un anno senza i suoi consigli su quel libro di recente pubblicazione o sul saggio storico che avrei dovuto leggere, perché mi sarebbe stato utile per qualche mia ricerca. Recensioni “volanti”, improvvisate appoggiati alla sua macchina, nel cofano qualche piantina per il suo orto acquistata di passaggio da Sant’Eufemia.
Un anno senza il conforto di parole e di idee candide, sorrette dalla sua onestà intellettuale e dall’esempio fulgido della rettitudine.
Un anno di scoperte non condivise, non commentate. Lou Palanca e Katia Colica, gli ultimi lavori di Carmine Abate e Mimmo Gangemi, l’incoraggiante fermento culturale che la nostra martoriata terra riesce ad esprimere.
Sarei andato a trovarlo per portargli il mio libro e per chiedergli di presentarlo. La moglie Anna, aprendo la porta, mi avrebbe indirizzato da lui: “vedi che è qua dietro, nell’orto. Vai”. L’avrei sorpreso nel suo angolo di paradiso, mi avrebbe accolto col suo “sorriso rugoso” e avrebbe accettato.
Come l’altra volta.
È stato un anno così. Un anno senza Rosario Monterosso.

mercoledì 16 ottobre 2013

Memoria e buon senso


Dieci italiani per ogni tedesco rimasto ucciso nell’attentato eseguito il 23 marzo 1944 dai Gap romani contro le truppe di occupazione in transito da via Rasella. Un ordine giunto direttamente dalla Germania, che rivedeva al ribasso l’iniziale proporzione suggerita da Hitler in persona: cinquanta a uno.
Bisogna tenere a mente questo, quando si guardano le fotografie di Erich Priebke anziano. Quindi accostare le immagini dell’ex capitano delle SS a quelle dei corpi ammassati nelle Fosse Ardeatine: 335 vittime (civili, militari, detenuti comuni e partigiani, ebrei) giustiziate con un colpo di pistola alla nuca. Infine collegare fatti e responsabilità, vittime e carnefici. I martiri dell’eccidio e la pietà umana, da un lato; Herbert Kappler, Kurt Malzer, Erich Priebke, Karl Hass e il questore Pietro Caruso, dall’altra. Né vale la giustificazione “eseguivo degli ordini”, se nei settant’anni successivi all’orribile massacro non ci sono mai stati una dichiarazione di condanna o un barlume di resipiscenza.
Nessun tentennamento, quindi, nella condanna storica e morale di quanto accaduto. Ma veniamo alla cronaca di ieri. Un funerale non funerale, una salma sballottata di qua e di là, gli scontri attorno al feretro. Questa la sintesi di una pagina non esaltante, per nessuno. Per il prefetto di Roma, per l’autore della fuga di notizie, per alcune teste vuote e rasate, per chi si è prodotto nello sport italico dello sputo al cadavere, disciplina che ha una tradizione antica e consolidata.
Per quanto mi riguarda, non è in discussione il sentimento di pietà verso i defunti, che vale per tutti. Anche per Priebke. Quello stesso Priebke che per molti anni si è peraltro mosso per le strade di Roma senza destare parecchia indignazione.
Però chi ha responsabilità nella gestione dell’ordine pubblico doveva prevedere che il funerale facilmente si sarebbe trasformato in un vergognoso raduno di naziskin e che sarebbe bastato un niente per fare scoccare la scintilla della violenza.
Sarebbe stato sufficiente un minimo di buon senso: niente di più, come ha fatto notare anche Massimo Gramellini su LaStampa.it. Ma il buonsenso, si sa, è merce rarissima. Eppure le cronache sono piene di funerali svolti all’alba, in gran segreto e in località sconosciute. Questo bisognava fare. Dare comunicazione della morte del criminale Priebke a esequie officiate: non offrirgli un’ulteriore, postuma e ignobile notorietà.

*Nella foto: “Fosse Ardeatine” (Renato Guttuso, 1950)

venerdì 11 ottobre 2013

Inoccupabili e in fuga

Non trovo offensivo il commento del ministro del Lavoro Enrico Giovannini ai dati diffusi dall’Ocse, che confinano gli italiani tra le ultime posizioni nel mondo per competenze necessarie a collocarsi e a muoversi nel mondo del lavoro. “Inoccupabili”, nella versione strong delle sintesi giornalistiche; “poco occupabili”, in quella ufficiale. Ad ogni modo, cambia poco.
Sbagliano coloro che tentano di metterla sul piano della rissa, come se fossimo al “bamboccioni” di Tommaso Padoa-Schioppa: “quelli che non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi”, gentaglia che il ministro dell’Economia del secondo governo Prodi suggeriva di mandare “fuori di casa”. Non si tratta neanche dei giovani “choosy” (schizzinosi), incapaci di accontentarsi di un posto di lavoro qualsiasi, secondo l’accusa di Elsa Fornero, ministro del Lavoro del governo Monti in gara con il vice Michel Martone (quello dei fuoricorso “sfigati”) nella particolare competizione tra coloro che dai salotti di esclusivissimi circoli guardano i comuni mortali con schifato senso di superiorità. La “monotonia” del posto fisso (Mario Monti); i ragazzi da fare uscire di casa a diciotto anni, “per legge” (Renato Brunetta); i lavoratori precari “Italia peggiore” (ancora l’attuale capogruppo Pdl alla camera dei deputati). In questi casi sì che c’era l’offesa, perché chi ha pronunciato quelle frasi fa parte di un sistema fondato sulla disparità delle opportunità. Non a caso, si trattava di fustigatori da cattedra universitaria. Non bisogna essere dei segugi per fiutare l’odore di casta: basta scorrere gli elenchi di associati, ordinari, ricercatori, ma anche amministrativi delle università italiane per scoprire (si fa per dire) la frequenza di certi cognomi. Alla Sapienza di Roma, tanto per ripetere una celebre battuta, c’è un vero e proprio “convento di Frati”: e non sono monaci. D’altronde, qualche “figlio di” ha dato anche una interpretazione genetica: “i figli dei professori universitari vincono i concorsi perché sono più portati a quel tipo di lavoro”. Così come, completerei il concetto, i figli dei generali sono più portati ad avere una carriera nell’esercito e i figli dei medici o dei notai seguono quasi naturalmente le orme dei genitori. Sono più portati. Facciamocene una ragione.
Ecco, queste avventate dichiarazioni al tempo sollevarono, a ragione, un vespaio di polemiche per l’arroganza che trasudavano. Ma sul rapporto dell’Ocse c’è poco da argomentare. La verità non è mai offensiva. E la verità è che, in Italia, istruzione, università e formazione non facilitano per niente l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Perché istruzione e lavoro, da noi, sono due mondi che non si parlano. Scuola e università sono per lo più parcheggi che alla fine rilasciano un inutile pezzo di carta. Non spendibile, perché il mercato del lavoro non sa che farsene (tanto per dirne una) di un esercito di laureati in discipline umanistiche. L’Italia è ormai un paese di laureati, addottorati, pluripossessori di attestati di corsi di formazione professionale. E di disoccupati incazzati.
Il sistema è bloccato e chiuso dall’interno, dove pochi privilegiati cercano di resistere all’assalto congiunto del padronato e delle orde di disoccupati o lavoratori senza alcuna tutela che premono dall’esterno. Per entrarvi bisogna conoscere chi detiene la chiave. Avere un gancio all’interno, fare la fila dietro la porta del politico giusto, scendere a compromessi con la criminalità organizzata. Di certo, la chiave, non ce l’hanno i centri per l’impiego: gli ultimi dati disponibili (relativi al 2011) assegnano infatti ai Cpi la miseria del 3,9% delle intermediazioni tra domande e offerte di lavoro. Né regge la mezza balla del “bisogna osare”: trovate una banca disposta a sostenere l’iniziativa di chi non ha garanzie da offrire in cambio di un mutuo o di un prestito, e poi ne riparliamo.
La disputa sugli “inoccupabili” è fuorviante, sposta l’attenzione dai fatti alle parole. Parole come un disco rotto. Quando condannano, quando giustificano, quando interpretano, quando addirittura esaltano. Soprattutto al Sud. Soprattutto da noi. Gli spot sul paradiso calabrese lasciamoli agli uffici stampa. Un paradiso talmente accattivante da provocare un esodo biblico, un’emorragia di freschezza e competenze ogni giorno più drammatica. Riscattata appena dalla lotta quotidiana di chi si ostina a cercare un motivo qualsiasi per non scappare. Una battaglia sempre più dura, sempre più amara. Fino a quando la misura non sarà colma. Fino a quando non si alzeranno le vele.
Allora saranno lacrime di dispetto. Asciutte. E orecchie tappate per respingere il canto delle sirene: “non partire, resta qua”. Sarà strapparsi il cuore e interrarlo in qualche sperduto rittano dell’Aspromonte.
Questo sarà.

domenica 6 ottobre 2013

Nei loro occhi, la nostra storia

 
Cosa resterà di queste giornate di dolore, rabbia e parole? Quando le luci si abbasseranno e il sipario calerà sul sangue di Lampedusa, cosa avremo imparato da questa immane tragedia? Che è una “vergogna”, come tutti – ma proprio tutti, anche quelli che forse avrebbero fatto meglio a tacere – si sono affannati a concordare con papa Francesco? E che sì, è una vergogna: un po’ di indignazione e lacrime che presto asciugheranno, il tanto che basta per salvare le nostre coscienze di occidentali distratti?
Certo, molto è stato detto. L’Europa che pensa di scaricare sull’Italia il dramma dei migranti, la Bossi-Fini, il reato di clandestinità, il diritto di asilo e le regole sull’accoglienza dei naufraghi. L’assurdità di norme che condannano per favoreggiamento i pescatori in soccorso ai barconi abbandonati al largo con il loro carico di disperazione. L’atroce beffa toccata ai sopravvissuti, denunciati (“atto dovuto”) per immigrazione clandestina. Le condizioni drammatiche dei centri di accoglienza a Lampedusa e altrove, sovraffollati e invivibili nonostante l’umanità di operatori, volontari, cittadinanza, forze dell’ordine.
Tutto vero, tutto giusto. Tutto inutile se la questione dei migranti, da emergenza sociale e culturale, sarà sempre derubricata a problema di ordine pubblico. Perché, in quel caso, basterà stringere un patto con i paesi da cui salpano i pescherecci e il problema sarà risolto a monte. E pazienza se le violazioni su migranti e rifugiati politici in alcuni paesi sono all’ordine del giorno. Pazienza se la soluzione trasforma in cimiteri le strade che dal centro-Africa portano al Mediterraneo, come documentò qualche anno fa il giornalista Fabrizio Gatti in un reportage sulla fine che facevano gli immigrati respinti e restituiti alla Libia sulla base dell’accordo stretto tra Berlusconi e Gheddafi nel 2008.
Lampedusa è la punta dell’iceberg. Il trailer di un dramma dalle proporzioni inimmaginabili, con protagonista un’umanità dolente e in fuga da guerre e carestie che muore mentre lotta per attraversare il deserto del Sahara, o mentre sfida le onde del mare su legni di fortuna. Stragi di cui niente si sa, fino a quando non accadono a poche centinaia di metri dalle nostre coste. Cifre di una macabra contabilità da aggiornare quotidianamente.
Numeri che hanno un volto. Lo stesso volto dei nostri nonni e bisnonni affondati sul “Sirio” nel 1906; morti di colera, febbre gialla o tubercolosi nel girone dantesco di Ellis Island; assiderati sul confine francese, mentre tentavano di valicare clandestinamente le Alpi: “quando gli albanesi eravamo noi”, per dirla con il sottotitolo di L’orda, il libro che nel 2002 Gian Antonio Stella dedicò al nonno “Toni ‘Cajo’, che mangiò pane e disprezzo in Prussia e in Ungheria e sarebbe schifato dagli smemorati che sputano oggi su quelli come lui”. Dagos da linciare e impiccare ai lampioni delle strade, come successe nel 1891 a undici siciliani ingiustamente accusati di avere ucciso un poliziotto a New Orleans.
Pagine che andrebbero distribuite nelle scuole, con invito ai ragazzi di portarle a casa e farle leggere a quei genitori che non ne possono più di “tutti questi stranieri che vengono in Italia a rubare, spacciare e stuprare”. Affinché negli occhi impauriti dei naufraghi sopravvissuti riescano finalmente a scorgere un volto familiare; nella loro odissea, la nostra storia; nella negazione dei loro diritti, le nostre lotte per avere riconosciuta dignità di uomini.

martedì 1 ottobre 2013

Finale di partita

Quando, mille anni fa, Gianfranco Fini (chi era costui?) pronunciò il memorabile “siamo alle comiche finali”, lo fece da inguaribile ottimista. E per la sua vicenda personale, marchiata dalla condanna all’irrilevanza politica che si abbatte su chiunque nel centrodestra entra in rotta di collisione con Berlusconi; e per la situazione politica generale, slittata pericolosamente in uno scenario da tragedia greca.
Non per i morsi della crisi economica, ogni giorno più forti, come attesta il drammatico dato della disoccupazione giovanile, che ad agosto per la prima volta ha sfondato il muro del 40%. La tragedia cui si fa riferimento è quella di un uomo asserragliato nel bunker di Arcore, ostaggio dei falchi del partito, costretto nel vicolo cieco della logica del “tanto peggio, tanto meglio”, o del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Attorno, soltanto nemici: l’ultimo, in ordine di tempo, il presidente della Repubblica, al quale non più tardi di cinque mesi fa il centrodestra chiese in ginocchio di restare al Quirinale per un secondo mandato. O traditori, secondo l’antico schema applicato a Casini, Follini e Fini. Un vestito che oggi a fatica e soltanto ricorrendo a una buona dose di fantasia si riesce a fare indossare a un Cicchitto o ad un Alfano.
Ma tant’è: risultato scontato se a passare è la linea dura di Verdini, Bondi, Santanchè e Ghedini, sposata e imposta senza alcun dibattito a un esercito di nominati. E fa sorridere l’uscita di Cicchitto sulla mancanza di democrazia interna in Forza Italia (“Berlusconi avrebbe bisogno di un partito democratico nella sua vita interna”), come se in vent’anni, da quelle parti, vi sia mai stata collegialità nelle decisioni e non, piuttosto, un pedissequo allineamento ai desiderata del capo. Un gioco al massacro, quindi, per spingere il Paese nel gorgo e che non inciderà per niente sull’epilogo – ormai segnato – della vicenda giudiziaria di Berlusconi. Chi può mai credere alla favoletta del governo caduto sui provvedimenti economici, nonostante il refrain intonato dalle televisioni e dai giornali di Berlusconi? Al solito, sono i guai con la giustizia il vero problema. La questione della decadenza da parlamentare, non appena diventerà esecutiva la sentenza che ridefinirà i termini dell’interdizione dai pubblici uffici. E che Berlusconi vorrebbe scongiurare facendo saltare il banco per portare gli italiani ad elezioni entro la fine di novembre. Con tempi talmente stretti da fare indovinare una strada difficilmente percorribile.
Ma a destare ulteriore preoccupazione sono le nubi minacciose in arrivo dagli altri fronti giudiziari, con condanne e richieste di arresto che Ghedini dà per scontate e che sarebbero all’origine della disperata e istintiva reazione dell’ex premier.
Indro Montanelli, che lo conosceva bene, predisse che l’Italia di Berlusconi sarebbe finita “male, malissimo: nella vergogna e nella corruzione”, aggiungendo che, a quel punto, sarebbe stato “inutile avere ragione”. La sensazione è che andrà a finire proprio così.