martedì 13 agosto 2019

Un pianoforte, Cettina e il cielo di Berlino


Sono lontani i tempi della Berlino cupa dell’epoca della guerra fredda. Gli anni del muro, la città segnata dalla cicatrice di cemento che la divideva in due. Davanti alle macerie del muro finalmente abbattuto, trent’anni fa Mstislav Rostropovich fece commuovere il mondo facendo vibrare Bach sulle corde del suo violoncello. E chissà se sia stato un caso, in questa estate 2019, trovare un pianoforte verticale rosso a Postdamer Platz, anch’essa divisa in due per 28 lunghissimi anni.
Domanda che forse non si è posta Cettina Papalia, ragazza di Sinopoli in vacanza a Berlino la settimana scorsa. Complice la sua grande passione per la musica, Cettina non ci ha pensato due volte: si è seduta dietro al pianoforte e ha cominciato a suonare. Il resto l’ha fatto la magia che la musica riesce a creare.
Studentessa in Pianoforte al Conservatorio “Cilea” di Reggio Calabria e di Chimica presso l’Università degli studi di Messina, Cettina è allieva del Maestro Roberto Giordano: «È una fonte di ispirazione per me; in ogni lezione mi trasmette tutto il suo amore per la musica, il suo sapere, i suoi insegnamenti di vita. A novembre inizierò un nuovo e importante anno di studi: quello che mi porterà all’esame conclusivo per ottenere il Diploma Accademico di Primo Livello in Pianoforte. Vedrò così realizzato uno dei miei grandi sogni, dopo tanti anni di studio, di sacrifici per la mia famiglia, ma anche di tanta determinazione e voglia di arrivare in fondo. Anni di crescita e di cambiamenti; anni di un amore che ogni giorno scopro essere sempre più forte, senza il quale non potrei sopravvivere».
Una passione che ha origini lontane, come lei stessa spiega: «Tutto è nato nella mia Chiesa, a Sinopoli, un luogo di fondamentale importanza per la mia vita. A sette anni mi innamorai dell’organo che si trova al suo interno: lo ascoltavo, lo osservavo e rimanevo così affascinata da quello strumento che, non appena finita la messa domenicale, correvo a casa e con una piccola tastiera riproducevo esattamente i suoni che avevo ascoltato. I miei genitori, comprendendo questa mia particolare dote, decisero di iscrivermi in una scuola privata per iniziare a studiare pianoforte e da quel momento non ho più smesso. La mia vita è totalmente cambiata grazie alla musica».
Cettina infatti, oltre ad essere “pianista accompagnatore” di strumentisti e di cantanti, dirige il Coro parrocchiale di Sinopoli e suona proprio quell’organo che da bambina l’ha fatta innamorare della musica. Spesso pubblica sui social i video delle sue performances ed è proprio sul suo profilo Facebook che ha di recente condiviso il breve, ma suggestivo filmato della sua improvvisata “esibizione”: «Il pianoforte di Potsdamer Platz era a disposizione di chiunque avesse voluto suonare, anche soltanto per trasmettere una piccola emozione. Ho iniziato a suonare e attorno a me si sono radunate moltissime persone: chi mi riprendeva con il telefonino, chi applaudiva, chi mi faceva i complimenti. Mentre suonavo si è avvicinato uno studente di Berlino, Thomas Kruger: si è seduto accanto e abbiamo cominciamo a suonare a quattro mani come se avessimo fatto quello da sempre. Un’intesa perfetta: ecco il potere della musica! Non ha importanza la provenienza, il luogo, la persona: la musica sarà sempre capace di unire e di emozionare, di sorprendere e di stupire. In quel momento Thomas per me non era uno sconosciuto, ma un amico musicista speciale che ha condiviso con me un momento unico e raro».
I minuti scorrono veloci sulle note di “L’amour Toujours” di Gigi d’Agostino, “A skyfull of stars” dei Coldplay, la colonna sonora del film “Pirati dei Caraibi”. Il capannello di persone attorno ai due giovani diventa sempre più numeroso: i bambini ballano, i telefonini degli adulti si trasformano in cineprese e macchine fotografiche. Lo stupore e l’allegria degli astanti sono palpabili. Alla fine dell’esibizione una standing ovation coinvolge anche gli avventori dei ristoranti vicini, in quello che per Cettina rimarrà “il momento più bello dell’intero mio viaggio”.


sabato 10 agosto 2019

Vincenzino Fedele e quelle parole mancate

Nei giorni scorsi ci ha lasciato Vincenzino Fedele, “u Signuri”. Nella sua lunga vita Vincenzino è stato un infaticabile organizzatore di eventi, sia come fondatore e poi presidente emerito dell’Associazione Sarti e Stilisti Calabresi, sia come fondatore e presidente per circa quattro decenni dell’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”.
Un uomo che ha dedicato la sua vita per realizzare iniziative che facessero crescere culturalmente e socialmente la nostra comunità, quella Sant’Eufemia dove aveva deciso di vivere nonostante le tante opportunità avute per trasferirsi altrove. Sant’Eufemia ha un grande debito di riconoscenza nei suoi confronti, noi tutti gli dobbiamo molto. Mi vengono in mente le sfilate di moda, a partire dagli anni ’60, che hanno fatto di Sant’Eufemia un punto di riferimento anche fuori regione. E poi le tante attività della “Sant’Ambrogio”: sagre, minifestival e giochi senza frontiere, gruppo folcloristico, organizzazione delle sfilate di carri allegorici per Carnevale, festa della famiglia, recite e tanto altro. Per 18 anni la pubblicazione della rivista “Incontri”, l’unico esperimento editoriale della storia eufemiese. E ancora l’opera di riscoperta della nostra memoria storica, con l’organizzazione del convegno sul bicentenario dell’autonomia del nostro paese e la successiva pubblicazione degli atti, oppure la ristampa dell’introvabile “Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte”, la cui prima edizione risaliva al 1945.
Ho aspettato qualche giorno prima di pubblicare queste poche righe perché pensavo che l’amministrazione comunale avrebbe saputo onorare questa grande figura di eufemiese. A maggior ragione dopo alcuni interventi registrati nell’incontro in pineta del 5 agosto sul tema “Volontariato è territorio”: interventi nei quali si sottolineava, giustamente, che non bisogna sempre aspettare l’iniziativa dell’amministrazione comunale, che bisogna darsi da fare e rimboccarsi le maniche come cittadini che hanno a cuore il benessere della propria comunità.
Ecco, io credo che Vincenzino Fedele sia stato uno di quelli che non è mai stato con le mani nelle mani, è stato un uomo instancabile da questo punto di vista. Forse proprio per questo la sua morte avrebbe meritato da parte dell’amministrazione comunale un comunicato stampa o un manifesto, insomma anche due parole ufficiali di ringraziamento per tutto quello che ha fatto nella sua vita per Sant’Eufemia.
Scusate lo sfogo.

*Tra gli altri articoli, tre anni fa a Vincenzino Fedele ne avevo dedicato uno in occasione dei suoi 90 anni:
https://forgionedomenic.blogspot.com/2016/02/vicenzinu-u-signuri.html

venerdì 9 agosto 2019

Palazzo Capoferro com’era


Ho chiamato il blog “Messaggi nella bottiglia” perché mi piaceva l’idea di affidare alle onde del web tanti bigliettini che a volte vengono raccolti, altre no. Vedere quello che succede, se sono capaci di invitare alla riflessione e al confronto, perché da cosa può nascere cosa e ogni conversazione (reale o virtuale) offre nuovi spunti, costringe ad approfondire e, se necessario, a rivedere le proprie convinzioni. Il blog è una palestra per la mente, ma anche uno strumento di studio. Molto di quello che ho scritto nei miei libri è passato dai post pubblicati. Molto è stato idealmente qui concepito.
Sulla storia di Sant’Eufemia e dei suoi personaggi più illustri si sono rivelati preziosissimi i contributi di lettori a me completamente sconosciuti e sparsi in tutto il mondo. Alcuni non sono neanche nati a Sant’Eufemia, né l’hanno mai visitata. Sono stati loro ad avere aggiunto importanti tessere al mosaico che vado componendo da un decennio, sotto forma di dati che altrimenti non sarebbe stato possibile recuperare in nessun archivio. Alcune loro dritte mi hanno aperto gli occhi e suggerito ulteriori ricerche. E poi i regali, quelli belli!
Ad esempio le fotografie, come questa che pubblico oggi e che riproduce il prospetto di Palazzo Capoferro. Circa cinque mesi fa avevo dedicato un articolo proprio al rudere di questo palazzo nobiliare, una delle poche costruzioni rasa al suolo dal terremoto del 1908 della quale sia rimasta in piedi qualcosa: il bellissimo portale, oggi purtroppo interamente ricoperto dai rovi; i muri esterni e alcune pareti interne, anch’essi conquistati dalle erbacce; pochi gradini della scala interna, comunque seppelliti dalla terra; una parte della scalinata esterna, che conduceva all’ingresso principale e che in origine era ampia almeno il doppio.
Il disegno originale è custodito da Silvio Capoferro, il quale vive a Roma e che, come mi ha scritto in una email, è “casualmente capitato” nel mio blog: «mi ha fatto molto piacere – continua il messaggio – leggere le notizie su palazzo Capoferro. Spero che altrettanto piacere possa fare a lei ricevere la foto di questo disegno, dedicato nel 1922 da Gaetano Capoferro a mio padre Domenico e al suo fratello gemello Paolo, entrambi nati nel 1916».
La didascalia del disegno consente di risalire all’epoca della sua costruzione, avvenuta tra il 1818 e il 1820. Successivamente (1839), il palazzo fatto edificare dal medico Gaetano Capoferro fu ereditato dai figli Paolo e Luigi. Qui si innesta la parte di storia che eravamo riusciti a ricostruire, ovverossia il passaggio della proprietà a Paolo (sindaco eufemiese dal 1870 al 1875) e, da questi, alla figlia Rosaria che l’avrebbe portato in dote al medico chirurgo Saverio Greco di Delianuova, sposato a Sant’Eufemia il 18 luglio 1889.
Danneggiato dal terremoto del 1894, il palazzo fu quasi completamente distrutto da quello del 1908. Ancora nel secondo dopoguerra risultava abitata una parte del pianterreno, che progressivamente fu abbandonato. Dell’antico splendore oggi non rimane niente. A duecento anni dalla sua edificazione, rivive soltanto nel disegno realizzato e donato nel 1922 ai nipoti Domenico e Paolo dall’architetto Gaetano Capoferro.

martedì 6 agosto 2019

Ciao, “zio” Pino



I ricordi sono increspature dell’acqua di un fiume che scorre prorompente: non so bene a quale aggrapparmi per tirarmi fuori da queste mura. O un cesto di ciliegie, fra le quali è complicato scartarne una perché sono tutte belle.
Belle come te, zio Pino. Ti chiamo come ti ho sempre chiamato, come ti abbiamo sempre chiamato noi che casa tua è stata anche la nostra.
Quella casa con la porta sempre aperta per chi ha voluto entrarci per scambiare due parole, guardare la televisione, fare una partita a carte, trascorrervi piacevoli serate attorno alla tavola imbandita come per una festa.
Quella casa riecheggiante di racconti antichi e delle tante voci che facevano da corona ai tuoi anziani genitori: anche gli occhi del bambino che ero molti anni fa, quando ti conobbi, percepivano la grandezza della semplicità dei sentimenti più autentici. L’amicizia vera è capace di regalare alle giornate grigie i colori dell’arcobaleno. La tua è stato un riparo nel quale abbiamo ristorato le nostre anime, a volte stanche di giorni pesanti.
Ricordavi spesso il senso dell’accoglienza di tua mamma, la generosità che illuminava quell’uscio e che apparteneva a un’altra epoca. Meno egoista di questa, meno ripiegata su se stessa e sulle tante cose di nessun valore se confrontate all’affetto e alla vicinanza delle donne e degli uomini delle rughe di un tempo. A quel nobile insegnamento sei rimasto fedele fino alla fine. Ed io, Diego e Pasquale siamo stati fortunati di poterne godere.
Ora un dolore acuto ci punge il petto, un senso di smarrimento profondo ci ammanta. Nella nebbia che avvolge la tua elegante e impeccabile figura intravediamo il tuo sorriso. Perché sono stati i sorrisi nostri ed i tuoi a impreziosire le ore accanto al caminetto o seduti sul divano.
Ci mancherai. Ci farà stringere il cuore vedere chiusa quella porta che ci attendeva la sera, alla fine delle nostre giornate.
Ma quando di te parleremo, racconteremo del conforto e della ricchezza dell’amicizia. Nonostante la solitudine, nonostante la tristezza, nonostante le lacrime di oggi.
Ciao, zio Pino

*Nei giorni trascorsi al di là del vetro della Rianimazione, avevo scritto per lui Chissà che pensieri fai:

Chissà che pensieri fai
se hai pensieri
nella bolla di sonno senza sogni
discorsi senza parole
viaggi senza passi.
Non è più la tua
quest’attesa di vetro
che ci separa,
di qua e di là della barriera
vita e morte.
Un sussurrare stanco
ferisce
dei giorni lenti
la quiete
e il muto presagio.

martedì 30 luglio 2019

Dalla biblioteca ferdinandiana di Reggio Calabria alla "De Nava", il busto e la sala "Visalli"



Sono tre gli articoli del decreto “per lo stabilimento di una pubblica biblioteca in Reggio” firmato il 31 marzo 1818 dal re delle Due Sicilie Ferdinando I di Borbone e dal guardasigilli marchese Donato Antonio Tommasi. Nei primi due veniva stabilito il nome (biblioteca ferdinandiana) ed il sito (palazzo arcivescovile di Reggio Calabria, presso piazza Duomo). Nel terzo si specificava che la sua direzione sarebbe stata affidata ad un bibliotecario – che aveva anche l’obbligo “di dare ogni settimana due lezioni di biografia letteraria e di bibliografia” – scelto di comune accordo con l’arcivescovo di Reggio e con l’intendente della provincia (il progenitore del prefetto).
La biblioteca ferdinandiana, composta anche da una sezione di “libri e manoscritti patrij”, avrebbe riunito tutti i volumi dei padri filippini del capoluogo e quelli del seminario, realizzando così il proposito del sovrano di offrire ai propri sudditi “i mezzi, onde attendere alla cultura dello spirito”. La biblioteca è stata nel tempo più volte trasferita. A partire dal 1928 è ospitata nella villa “Pietro De Nava”, accanto alla quale nella seconda metà del Novecento è stato costruito un nuovo edificio, oggi sede centrale della biblioteca comunale “De Nava”.
Tra le tante donazioni che compongono il suo ricco patrimonio bibliografico, particolarmente significativa è quella effettuata dalla vedova di Vittorio Visalli, lo storico nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte il 15 ottobre 1859 e deceduto a Reggio Calabria il 27 giugno 1931: circa 1.500 volumi, consultabili nel catalogo “Donazione Vittorio Visalli”. Le carte utilizzate per la stesura delle opere dedicate al Risorgimento calabrese sono invece conservate presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria (“Fondo Visalli, 1815-1893”).
A riconoscimento dei “meriti di storico e di educatore” dell’illustre eufemiese, all’interno della biblioteca “De Nava” il 29 dicembre 1932 fu collocato un busto in bronzo di Visalli, commissionato dal podestà reggino Pasquale Muritano. E proprio a Visalli è inoltre dedicata una delle attuali sale di lettura aperte al pubblico.

*Link utili su questo blog:
- Vittorio Visalli, da Sant’Eufemia al pantheon degli storici;
- L’epigrafe di Visalli, lo stupore di Mico;
- Garibaldi fu ferito. I fatti d’Aspromonte nella ricostruzione di Vittorio Visalli;
- Il terremoto del 1894 in una lettera di Vittorio Visalli;
- Vittorio Visalli, anche poeta.


Vittorio Visalli

sabato 20 luglio 2019

Viaggi sulla Luna



Mio nonno lo considerò un sacrilegio: «Ora viene la fine del mondo. La Luna non si deve toccare. È là, per i fatti suoi… perché l’uomo va a violare la sua tranquillità?». Più o meno le stesse parole ascoltate da un’anziana signora a corollario della consueta riflessione sulle stagioni che non sono più quelle di un tempo, una piovosa mattina d’agosto di qualche anno fa: «Da quando sono andati sulla Luna, si sciasciaru tutti i cosi».
D’altronde, ad un livello più “letterario”, un anno e mezzo prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna, in una lettera a Italo Calvino la scrittrice Anna Maria Ortese aveva manifestato la tristezza e il fastidio (“e nella tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e ansia”) che provava quando sentiva parlare di lanci spaziali e di conquiste dello spazio: si trattava di una violazione incomprensibile dello “straziante desiderio di riposo, di ordine, di beltà”. Opinione non condivisa da Calvino, il quale nella sua risposta sottolineava: «Chi ama la luna davvero non si accontenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più».
E pazienza, quindi, se il 20 luglio 1969 l’uomo ne avrebbe profanato l’inviolabilità, a distanza di oltre quattrocento anni da Astolfo in cerca del senno perduto da Orlando, dopo il tradimento di Angelica. Un viaggio sul carro alato del profeta Elia, a differenza degli astronomi nel film muto Viaggio nella Luna, di Georges Méliès (1902), i quali compiono l’impresa a bordo di una navicella a forma di proiettile incredibilmente somigliante al modulo di comando dell’Apollo 11. Celeberrima la scena dell’allunaggio (diventata sigla del programma di RaiTre “Fuori Orario”), con il proiettile che, scagliato in orbita da un cannone, si conficca in un occhio della Luna abitata dai Seleniti.
Ad ogni modo, la Luna conserva intatto il suo fascino. “Silenziosa”, come ricorda il Poeta, là in alto continua a raccogliere i nostri travagliati pensieri e “forse” intende “questo viver terreno/ il patir nostro, il sospirar, che sia”.

mercoledì 17 luglio 2019

Conversazione su Camilleri



Azzurra Ridolfo fa parte di “Ali di Carta”, un gruppo culturale di Brolo (Messina) composto “per il momento” – precisa – da sole donne, che opera per la promozione della cultura attraverso la presentazione di libri, l’organizzazione di incontri-dibattiti, l’allestimento di rappresentazioni teatrali. “Ali di Carta” considera la riflessione e il confronto dialettico condizioni imprescindibili per la crescita civile di una comunità. In collaborazione con l’amministrazione comunale di Brolo e con la libreria “Capitolo 18” di Patti nel giugno del 2018 ha curato l’iniziativa “Un arancino con Camilleri”, che ha sviluppato il tema “Andrea Camilleri: scrittore siciliano e fenomeno pop”. La sinergia con l’Istituto alberghiero di Brolo ha inoltre consentito, in quell’occasione, l’omaggio “I sapori siciliani nei romanzi di Camilleri”. Ad Azzurra Ridolfo ho posto alcune domande sul “fenomeno” Camilleri.


Quando hai “conosciuto” Andrea Camilleri e qual è stata la tua prima impressione? 
Ho “scoperto” Andrea Camilleri nel 1995 leggendo “Il Birraio di Preston”. Mi trovavo a Palermo ospite di un’amica. Sulla sua scrivania scorsi il volumetto blu della Sellerio: il nome dell’autore, lo confesso, mi giungeva del tutto nuovo. Ad attrarmi furono il titolo e le lodi sperticate della mia amica che non riusciva a celare l’incontenibile soddisfazione di beccarmi in fallo. Quello stesso pomeriggio acquistai “Il Birraio di Preston”, “La stagione della caccia” e “La bolla di componenda”.

Cosa rappresenta per un siciliano Camilleri?
Camilleri della Sicilia porta addosso movenze, ammiccamenti, tratti somatici, linguaggio, espressioni. Per un siciliano Andrea Camilleri è “casa”. La Sicilia Camilleri se l’è sempre portata nel cuore o, come amava dire, nel taschino sinistro della camicia. Sul cuore. Quando lo ascolti parlare o leggi i suoi libri, riconosci luoghi, profumi, sapori, suoni familiari. È come se fosse un parente o il vicino di pianerottolo a cui puoi suonare alla porta, per chiedere il sale quando già bolle l’acqua per la pasta. È riuscito a sdoganare l’insularità facendola decollare verso l’universalità. Ha raccontato la Sicilia più vera e bella, quella delle tradizioni, dei sentimenti, dei paesaggi mozzafiato, della cucina.

In che rapporto sta Camilleri con altri grandi siciliani protagonisti della letteratura italiana? 
In un rapporto di assoluta parità. Lo collocherei nel nutrito stuolo di scrittori siciliani che hanno fatto grande la letteratura italiana: De Roberto, Buttitta, Bufalino. Agrigentino, innovatore, costruttore di trame, di grandi personaggi e sfondi pittoreschi come Pirandello; penso all’amicizia che lo legò a Sciascia, al loro rapporto franco, diretto, oserei dire, “impetuoso”; ai loro confronti che sfociavano spesso in accesi litigi senza, tuttavia, intaccare mai la stima reciproca. Si scontrarono spesso sul linguaggio, sull’uso dell’italiano. Quello limpido e accurato di Sciascia, restava perplesso di fronte alla lingua “shakerata” di Camilleri, nella quale l’italiano si unisce al siciliano in una amalgama potenzialmente difficile, rischiosa, azzardata che, però, alla fine, si rivela vincente dando vita a un registro linguistico nuovo e originale che riesce a esprimere compiutamente il sentimento contenuto nel concetto. I suoi libri sono come dei cocktail perfettamente dosati. Penso anche all’amicizia con Simonetta Agnello Hornby, di cui è stato mentore e sostenitore. La stima della scrittrice nei confronti del Maestro è palpabile nello stile linguistico dei suoi romanzi trasudanti di “sicilianità”, termine che lei non apprezza ma che a me dice tanto, e di termini siciliani. Lo scorso giugno, con il gruppo culturale di cui faccio parte, “Ali di Carta”, in sinergia con la libreria Capitolo 18 di Patti, organizzammo un pomeriggio con Camilleri per omaggiare quello che a nostro avviso rappresentava uno dei più importanti scrittori contemporanei. In quella occasione Simonetta Agnello Hornby ci rilasciò un’intervista esclusiva in cui raccontò del “suo” Camilleri, della loro amicizia, della generosità del maestro verso gli scrittori e, in generale, gli artisti emergenti. Una testimonianza preziosissima.

Quali sono le ragioni del “fenomeno” Camilleri e in che cosa consiste lo “stile” Camilleri? 
Camilleri ha internazionalizzato la lingua siciliana, ha creato il vigatese, un miscuglio originalissimo di italiano, siciliano, agrigentino, e “camillerese”. Una scelta nata dalla sua difficoltà a rendere l’essenza dei sentimenti utilizzando l’italiano. È riuscito ad abbattere muri linguistici apparentemente invalicabili, ad arrivare a milioni di lettori in tutto il mondo. Il vero miracolo, a mio avviso, sta nel fatto che anche nella traduzione in altre lingue, il vigatese restituisce ad un pubblico internazionale le sensazioni espresse nella lingua radicata in un territorio delimitato. Uno scrittore italiano, nato in Sicilia, che si porta dietro la sua sicilianità e che da questa prospettiva guarda al mondo partendo dal particolare, spaziando verso l’universale, perché “la Sicilia è infinita, arriva da per tutto. Basta portarsela in tasca”.

Tre aggettivi per descrivere l’uomo e lo scrittore Andrea Camilleri.
1) Impegnato. Io credo che Camilleri abbia svolto in maniera egregia il suo ruolo di intellettuale curioso, attento osservatore e commentatore della contemporaneità di cui ha sottolineato l’involuzione umanitaria e democratica. I suoi moniti affinché si arresti il pericoloso declino culturale e sociale attualmente in atto resteranno l’eredità più grande per le generazioni a venire.
2) Fantasioso. La fantasia, instillatagli dalla nonna Elvira in tenerissima età, è una costante nella vita di Camilleri. Le sue opere spaziano dalla poesia ai romanzi storici, dai polizieschi ai copioni teatrali, alla letteratura per bambini. E per essere così poliedrici, oltre ad una immensa cultura di base, credo ci voglia un’enorme fantasia.
3) Ironico. Guardare al mondo con il sorriso sulle labbra, sapere raccontare i fatti trovando sempre il lato comico, anche delle vicende più drammatiche, alleggerire senza mai perdere di credibilità e di sostanza, credo che sia un dono che gli dei hanno concesso a pochi eletti. Camilleri era uno di questi.

giovedì 11 luglio 2019

Il mio 11 luglio 1982



Pochi giorni dopo quell’11 luglio avrei compiuto nove anni. Per un bambino di nove anni i calciatori non sono uomini, ma supereroi. Come Superman o Batman, di quella genia insomma.
Non era iniziato bene il mondiale degli azzurri. Tre pareggi striminziti contro Polonia (0-0), Perù (1-1, gol di Bruno Conti), Camerun (1-1, gol di Ciccio Graziani) e il passaggio al secondo turno, in un girone di ferro contro l’Argentina di Maradona e Ardiles e il Brasile di Falcao e Zico (ma anche di Socrates, Junior, Cerezo). La critica e gli italiani sparavano quotidianamente contro gli azzurri. Per la prima volta nella storia del calcio italiano fu adottato il silenzio stampa. A parlare con i giornalisti, soltanto il capitano Zoff e l’allenatore Bearzot, entrambi friulani, entrambi taciturni.
Come spesso accade all’Italia quando si affaccia sul baratro, la squadra si compattò attorno al commissario tecnico e riuscì a realizzare l’impresa: 2-1 all’Argentina (Cabrini e Tardelli); 3-2 al favoritissimo Brasile (tripletta di Rossi); 2-0 alla Polonia in semifinale (doppietta di Rossi).
Il mio idolo nerazzurro in quel mondiale era Oriali, i cui polmoni e la “vita da mediano” sarebbero stati in seguito celebrati da Ligabue. Ma quando venivano chiamati in causa davano il proprio contributo Marini, Altobelli e il diciottenne Bergomi, lo “zio” che nascondeva la sua età dietro due incredibili baffoni neri e che disputò da veterano la finale. Ma c’erano anche i mostri sacri bianconeri Zoff, Scirea e Gentile, Cabrini con la sua modernità, il genio di Conti, il fiuto di “Pablito” Rossi e su tutti, almeno per me, Tardelli, per il quale stravedevo nonostante la Juve.
Ad ogni partita il “Bar Mario” registrava il pienone. Dopo la vittoria con il Brasile avevo rischiato di impiccarmi con la tenda mentre correvo fuori per esultare. Portai per giorni i segni sul collo e le ginocchia sbucciate. Quell’11 luglio sembrava di stare in curva. I più piccoli a gambe incrociate per terra, gli altri dietro, seduti nelle sedie o in piedi. Il televisore era un Phonola 28 pollici issato a un metro e mezzo d’altezza sopra due banchi, per consentire anche ai più distanti di vedere qualcosa.
Non facemmo nemmeno in tempo a recriminare per il rigore fallito da Cabrini, che il solito Rossi ci portò in un sogno dal quale ci svegliammo dopo l’urlo di Tardelli e il sigillo di “spillo” Altobelli. Indimenticabile il labiale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, accorso a Madrid per la finale, dopo il terzo gol: «Non ci prendono più» (e altrettanto indimenticabile la storica partita a scopone sull’aereo presidenziale: Pertini e Zoff contro Bearzot e Causio, con la coppa del mondo appoggiata sul tavolo).
«Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!» con la voce emozionatissima di Nando Martellini al triplice fischio. Poi uno scatto velocissimo verso l’uscita e a piedi fino a piazza Municipio, con le bandiere al vento e il cuore che andava a mille.

sabato 6 luglio 2019

Chissà che pensieri fai



Chissà che pensieri fai
se hai pensieri
nella bolla di sonno senza sogni
discorsi senza parole
viaggi senza passi.

Non è più la tua
quest’attesa di vetro
che ci separa,
di qua e di là della barriera
vita e morte.

Un sussurrare stanco
ferisce
dei giorni lenti
la quiete
e il muto presagio.


*Photo @marioforgione

giovedì 27 giugno 2019

5 luglio 1914: il discorso di Pietro Pentimalli per la posa della prima pietra del palazzo municipale di Sant’Eufemia d’Aspromonte


L’odierno assetto urbanistico di Sant’Eufemia d’Aspromonte è l’esito dei terremoti che si sono nel tempo succeduti e che hanno determinato la riedificazione del paese nell’area denominata “Petto del Principe” dopo il 1783 e, in conseguenza del sisma del 1908, nei terreni di “Pezza Grande”. Se dopo “u fracellu” la soluzione individuata non aveva trovato obiezioni, anche a causa della strettissima continuità territoriale tra le due aree, molto controverso fu invece lo “spostamento” di circa un terzo della popolazione eufemiese dopo il 1908. Le polemiche tra i favorevoli e i contrari si trascinarono per anni, con raccolte di firme e memorie inviate al governo nazionale a sostegno dell’una e dell’altra tesi. L’allora sindaco, il notaio Pietro Pentimalli (18 ottobre 1869 – 31 ottobre 1950), e il vecchio ma ancora autorevolissimo Michele Fimmanò (6 marzo 1830 – 11 febbraio 1913) riuscirono infine ad imporsi, grazie anche al contributo fondamentale del deputato reggino Giuseppe De Nava, che si fece promotore in Parlamento di un provvedimento che mediava tra le due posizioni in quanto decretava l’edificazione nella nuova area, ma abrogava il divieto di ricostruire nel vecchio abitato. Sant’Eufemia cambiava fisionomia e, con la poderosa edificazione della Pezzagrande, un terzo popoloso rione si aggiungeva al Paese Vecchio e al Petto.
Le ferite di quello scontro non erano ancora completamente rimarginate quando, il 5 luglio 1914, vi fu la posa della prima pietra del nuovo palazzo comunale. Lo sapeva bene il sindaco Pietro Pentimalli, che più volte nel discorso inaugurale utilizzò i termini “concordia” e “rinascita”. Due sostantivi, ripetuti negli interventi del vescovo Giuseppe Morabito e dell’onorevole De Nava, che ritornano in ogni “adesione” alla cerimonia inviata per lettera o per telegramma dalle più eminenti personalità eufemiesi e del circondario, oggi scolpite nelle 29 pagine di un opuscolo quasi introvabile: Per la posa della prima pietra del Palazzo Comunale di Sant’Eufemia d’Aspromonte, 5 luglio 1914 (Palmi, Tipografia C. Zappone, 1914).

La pubblicazione era stata decisa affinché il ricordo di quell’evento fosse trasmesso alle future generazioni:
«Perché della patriottica festa celebrata ai cinque di questo mese di luglio, non svanisse assai presto il ricordo, questa Giunta, nel giorno successivo, deliberò che, e la bella iscrizione posta nelle fondamenta del nostro civico palazzo, e dettata dallo storico illustre e nostro concittadino, Prof. Vittorio Visalli, e il discorso da me pronunziato, e le molte adesioni di persone autorevoli e di concittadini, si pubblicassero per la stampa. Ho adempiuto a tale voto. E se un augurio mi è lecito ancora formulare per la nostra città, dico che, avviata Sant’Eufemia alla sua rinascenza, questa si compia per la virtù e pel concorde proposito dei suoi generosi e forti figli».

Lo storico eufemiese Vittorio Visalli compose l’epigrafe che, arrotolata dentro un tubo d’acciaio, fu calata nelle fondamenta del palazzo municipale e il cui testo fu riportato sul retro della cartolina celebrativa stampata a ricordo della cerimonia inaugurale:
«Fin dagli oscuri tempi feudali/ madre di eletti ingegni e di forti lavoratori/ strenua ribelle contro la borbonica tirannia/ SANT’EUFEMIA D’ASPROMONTE/ sovvertita due volte dai moti convulsi della terra/ due volte risorse/ ed oggi/ per austera volontà di popolo/ per saviezza di amministratori/ per tenacia operosità del sindaco Pietro Pentimalli/ nel porre le fondamenta del suo civico palazzo/ celebra con sereni auspici un’aurora di vita novella/ e guarda fiduciosa a l’avvenire».

Nel suo discorso Pentimalli riservò un ricordo commosso alle vittime del terremoto e rievocò la tragedia di quei giorni:
«Noi, o illustri signori, siamo i superstiti che, balzati esterrefatti nel sonno, nel ruinante fragore degli attimi sterminatori, le nostre case e i nostri cari perdemmo, mentre la tragica alba, indugiantesi di tra le brume del fatale dicembre, coglievaci ignudi sulle vie, sulle piazze, col terrore sui volti, colla disperazione fatta follia nelle anime. Consentite, o signori, che prima di ogni altra cosa, con commosso e devoto pensiero ai nostri poveri scomparsi sotto la greve mora della crollata casa nativa, io invii un mesto e reverente saluto, e alla loro memoria consacri una lacrima e un fiore».

Ma nonostante i lutti e la devastazione occorreva guardare avanti e, nello stesso tempo, fare il necessario per conservare la memoria del passato:
«La vita è uno spettacolo di trasformazioni perenni, è un impasto di dimenticanze e di speranze nuove, e sul ceppo del passato rampolla e rinverde la ricordanza profetica: bisogna, dunque, ricordare, infuturandosi, tener vive le tradizioni e coordinarle all’avvenire, e col rimpianto dovrà sorgere la fede che fortifichi le anime nello ascendentale cammino. E la nostra fede, venuta su di tra gli sconforti e le ansie dei tragici momenti, e rafforzatasi per sempre più tenaci propositi, ci ha inspirato che Sant’Eufemia d’Aspromonte vivesse ancora nel tempo, nella tradizione, nella storia; che, percossa ma non doma, attingesse dalla ombrosa calma e raccolta della maestà dei suoi boschi lo austero e pensoso raccoglimento per meditare il suo avvenire, e chiedesse all’impeto dei suoi torrenti, che sanno scavarsi la via, la indomita virtù del volere per risorgere qui, non lungi dal vecchio abitato, pupilla adombrata dal triste ricordo di un tragico destino, occhio vigile e aperto a più arridenti fortune».

Sulle polemiche attorno alla decisione di ricostruire il paese nell’area della Pezzagrande (“vane ire, faziosi propositi, dilaniatrici ambizioni”), Pentimalli considerava che “è bene che scenda l’oblio”:
«La prima pietra su cui sorgerà la nostra sede comunale è per me e per voi tutti la pietra miliare che segna il fatto cammino e addita il novo a quelli che dietro seguiranno. Questa prima pietra ha per noi un contenuto ampio e comprensivo che trascende e sorpassa la solennità di una pubblica cerimonia. Essa è la consacrazione tangibile di una fede accomunata, di un nuovo e concorde proposito di tendere a più alta e proficua meta, di un’auspicata e sospirata pacificazione di animi, che, ci riempie di legittimo orgoglio e di serena gioia».

L’omaggio alla “veneranda figura” di Michele Fimmanò (deceduto l’anno precedente) e il ringraziamento rivolto a Giuseppe De Nava, “questa fulgida gloria del Parlamento italiano, il degno nostro rappresentante, che nato in questa regione, di essa conosce tutti i bisogni e ne intuisce tutto l’avvenire”, precedevano infine la chiusura del memorabile discorso, un inno d’amore rivolto alla propria terra:
«Attorno a questa pietra, come attorno ad un’ara, deponemmo, in sacrificio magnifico, tutte le nostre passioni, purificando l’anima nel più sublime ideale che arrida agli umani: l’amore della nativa terra. Sia fatidica la data che accomuna la rinascita della nostra città a quella degli spiriti composti a feconda pace».




*Link utili su questo blog:
- La controversa vicenda della ricostruzione di Sant’Eufemia dopo il terremoto del 1908.
- Sant’Eufemia e Milano, un legame storico.
- Michele Fimmanò.

**Bibliografia:
- Giuseppe Pentimalli, La ricostruzione del paese dopo il terremoto del 1908, in Sandro Leanza (a cura di), Sant’Eufemia d’Aspromonte, Atti del Convegno di studi per il bicentenario dell’autonomia (Sant’Eufemia d’Aspromonte 14-16 dicembre 1990), Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 1997.
- Domenico Forgione, Sant’Eufemia d’Aspromonte. Politica e amministrazione nei documenti dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria. 1861-1922, edizioni La città del sole, Reggio Calabria 2008.
- Domenico Forgione, Il cavallo di Chiuminatto. Strade e storie di Sant’Eufemia d’Aspromonte, Nuove edizioni Barbaro, Delianuova (RC) 2013.