martedì 25 giugno 2019

Reddito di cittadinanza, c'è poco da fare ironia


La manifestazione sindacale unitaria di Reggio Calabria mi ha spinto ad una riflessione sulla sinistra di oggi in relazione alla questione del reddito di cittadinanza e, più in generale, sul rapporto tra sinistra e “periferie”.

La coda della manifestazione sindacale unitaria a Reggio Calabria ha presentato lo scambio di battute tra il ministro dello Sviluppo economico Di Maio e il segretario della Cgil Landini sui dati dell’occupazione e sulla “bontà” del reddito di cittadinanza, provvedimento-simbolo dell’esperienza governativa pentastellata.
Non nutro particolare simpatia per il Movimento, rozzo nei modi e incapace nei fatti, oltretutto permeato da quei vizi della “vecchia politica” contro i quali si è scagliato per un decennio: prima di andare a sua volta al governo, si capisce. Nonostante la generosità e, oserei dire, l’idealismo di molti attivisti, la sensazione è di avere a che fare con carrieristi consapevoli di avere vinto un superenalotto che mai più si riproporrà.
Ma il M5S è l’effetto, non la causa, del livello infimo della lotta politica e del desolante quadro culturale in questo che, ahinoi, non è un momento particolarmente favorevole per chi è capace di ragionamenti più complessi di un tweet, è solito approfondire le questioni ed esprimersi con pacatezza, non abbocca alle fake news più improbabili.
Non credo che esista una società civile “buona” e un ceto politico “cattivo”. Il secondo è espressione diretta della prima, la contrapposizione tra due mondi è autoassolutoria, deresponsabilizzante, consolatoria.
Fatta questa premessa, vorrei esprimere il mio disorientamento per le voci che, da sinistra, si sono in questi mesi levate contro il reddito di cittadinanza.
Sono d’accordo quando si sostiene che c’è bisogno di lavoro e non di assistenzialismo. Un grande piano di investimenti pubblici per il Sud, ad esempio.
Tuttavia, ritengo sia un grosso errore politico trattare un problema gravissimo con il sorrisino di chi, come si dice dalle nostre parti, “avi i barchi ’o sciuttu”. È un’offesa al bisogno, sbagliata concettualmente e politicamente. Alla base c’è una mancata percezione del paese reale. D’altronde, se la sinistra perde nelle periferie, ciò accade perché ha abbandonato quei luoghi. La ragione sociale della sinistra deve essere il lavoro, le sue politiche devono investire con forza sul contrasto al disagio socio-economico di una larghissima fetta di popolazione.
Ho suggerito di fare la richiesta per il reddito di cittadinanza ad un mio conoscente che, nonostante si dia da fare in qualsiasi modo, non riesce ad affrontare le spese primarie (bollette, pranzo e cena). La sua domanda è stata accolta e nei suoi occhi ho visto una scintilla di speranza.
La povertà va toccata con mano, non ci si può limitare a qualche ipocrita post di circostanza. In periferia e nelle famiglie con forte disagio socioeconomico si entra se si ha un rapporto e, purtroppo, la sinistra ha sperperato un patrimonio storico, sociale e politico.
Eppure da lì bisogna ricominciare, ricostruendo con pazienza.

*Il Quotidiano del Sud, 25 giugno 2019

venerdì 14 giugno 2019

Il terremoto del 1894 in una lettera di Vittorio Visalli


Il terremoto che il 16 novembre 1894 colpì il circondario di Palmi provocò 98 vittime e danni ingentissimi. San Procopio fu il paese che pagò il più alto tributo di sangue (48 morti); a seguire Bagnara (13), Seminara (8), Palmi (8) e Sant’Eufemia (7), mentre gli altri centri dove si registrarono decessi furono Melicuccà, Sinopoli, Santa Cristina e Delianuova. I danni quantificati a Sant’Eufemia ammontarono a circa due milioni di lire: 212 abitazioni crollarono totalmente, 326 parzialmente, 432 furono gravemente danneggiate e 188 lesionate in modo lieve.
Una testimonianza eccezionale di quell’evento è la lettera inviata il mese successivo dallo storico Vittorio Visalli a Giuseppe Mantica, che con Enrico Emilio Ximenes curò nel febbraio del 1895 la pubblicazione di un numero speciale della rivista “Fata Morgana”.
Si tratta di un documento preziosissimo, del quale sono venuto in possesso quasi per caso mentre spulciavo le “Carte Visalli”, custodite presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria. In apertura, Visalli descrive ciò che era successo nella sua casa di Messina, dove allora viveva:
«Eran quasi le sette di sera, quando un ruggito sotterraneo, lungo sibilante, annunziò la catastrofe: ed ecco un urto immane, una rapida vibrazione di sotto in sopra, da sinistra a destra, e le case oscillano, sbattono le imposte, i quadri si staccano dalle pareti, le travi scricchiolano come i fianchi di una nave in tempesta. Perdo l’equilibrio, mi appoggio allo stipite di un balcone, e vedo turbinare in un vortice i palazzi, i fanali accesi, la gente nella strada, e un vento caldo e furioso m’investe tutta la persona. Corro a prendere nelle braccia la mia bambina che dormiva, e preceduto dalle donne di case allibite e singhiozzanti, scendo all’aperto».

Dal 1892 Visalli era vicedirettore della scuola normale di Messina, città nella quale risiedette fino al terremoto del 1908: in quell’occasione la moglie Giuseppina Augimeri e l’unica figlia, la sedicenne Maddalena, ebbero infatti minore fortuna e perirono sotto le macerie.
A mano a mano che passano le ore, scrive Visalli:
«...si propagano dicerie di gravi danni accaduti non si sa dove; tutte le paure, tutti i pregiudizi risorgono in quel trambusto; s’interroga il mare, la luna, le nuvole. E intanto, ad ogni due o tre ore, i boati e le scosse si ripetono, sollevando pianti e clamori: le donne cadono in ginocchio, i ragazzi strillano, appaiono da ogni lato file di lanterne ed immagine sacre portate in processione»

Il pensiero di Visalli corre ai parenti che vivono in Calabria:
«Questo pensiero ci torturava. Erano là i vecchi genitori, là i fratelli, le famiglie nostre. Avranno sentito il terremoto? sono feriti? sono salvi? E quando cominciò a spuntare l’alba, già mille fosche notizie circolavano di bocca in bocca: in Calabria la rovina è immensa, vi son paesi distrutti, centinaia di morti, migliaia di feriti, la strada ferrata interrotta, la linea telefonica spezzata».

Il giorno successivo Visalli attraversa lo Stretto. Nel corso del viaggio chiede informazioni, ma le risposte sono angoscianti:
«Domando ai passeggeri che incontro, e mi rispondono: Sant’Eufemia e San Procopio sono spariti dal mondo, Palmi, Bagnara, Seminara quasi demolite, guasti enormi a Reggio, la provincia tutta ricaduta nelle condizioni in cui dovette trovarsi nel febbraio del 1783».

I suoi parenti, sparsi tra Sant’Eufemia e i centri viciniori, avevano superato incolumi la tragedia. La visione che gli si presenta è però sconvolgente. La prima città visitata da Visalli è Palmi:
«Entrando a Palmi, non si scorge a prima vista la gravità del danno, essendo le case in piedi e le vie quasi sgombre di frantumi; ma, fermando un po’ lo sguardo, si osserva uno spettacolo che agghiaccia il cuore. Spigoli aperti, imposte sgangherate, pareti oblique e spaccate da larghe fenditure, tetti sfondati, e per le strade una turba livida di stanchezza e di paura, che non ha ricovero, ed improvvisa capannucce e baracche di tavole o di cenci. Il giardino pubblico, quella stupenda terrazza d’onde l’occhio spaziava incantato sul cerulo Tirreno, da Capo Vaticano al Mongibello, ora sembra l’attendamento d’una lurida tribù di zingari. Vedo le signore più superbe, le più eleganti signorine, accoccolate in un angolo, ravvolte in coperte da letto o in vecchi scialli già smessi; vedo centinaia di persone inginocchiate innanzi ad un confessionale, aspettando l’assoluzione in articulo mortis: ed altre centinaia urlano e piangono a pie’ delle statue dei santi, che in lunga riga sono schierate nella piazza maggiore».

Quindi arriva a San Procopio. Nella tragedia di un paese raso al suolo rifulge l’eroismo del dipendente comunale Marafioti:
«San Procopio non esiste più: non è altro che un ammasso informe di tegole, di travi, di calcina, di mattoni, purtroppo chiazzati di sangue, da poi che fu questo il comune che diede il maggior numero di morti. I popolani erano dentro la chiesa della Madonna degli Afflitti, quando avvenne il terremoto: i più vicini alla porta cercarono scampo nella fuga, ma trentaquattro di essi rimasero schiacciati sotto la facciata che precipitava con orrendo fracasso. I superstiti e i feriti, forse più sventurati dei morti, son ora sparsi intorno al diruto paese, tremanti pel freddo, affamati, pieni di cordoglio e di raccapriccio. Ma in quel paese v’è un eroe, il vicesegretario comunale Marafioti: egli passò la notte brancolando sui ruderi, chiamando a nome coloro che supponeva sepolti, parecchi svincolando dalla stretta mortale, e continuò l’opera salvatrice pure quand’ebbe rinvenuti fra i cadaveri due suoi fratelli ed una sorella adorata!».

Infine Sant’Eufemia, il caro paese natio:
«Sant’Eufemia è distrutta. Un’ansia affannosa deprime l’energia dei superstiti, erranti per le campagne, senza lavoro, senza cibo, mentre le piogge cadono dirotte e la neve già si affaccia dai culmini dell’Aspromonte. Addio, mia povera e cara dolce casetta nativa! Quando mio nonno ti fece costruire e mio padre ingrandire, quando io bambino tornava di scuola a ricevere in te il premio d’un bacio materno, eri tanto lieta e graziosa che non avrei sognato mai di doverti un giorno rimirare in così misero stato. Il mio piccolo nido sembra oggi un sepolcro abbandonato; ed i muri esterni incombono sovr’esso come scheletri minacciosi o crollanti».

Sant’Eufemia non sarebbe più stata la stessa. Nel terreno denominato “Pezza Grande” fu infatti costruito un baraccamento che ospitava circa 200 famiglie. Si trattava del nucleo originario del rione che si sarebbe ulteriormente sviluppato dopo il terremoto del 1908 e che avrebbe determinato l’attuale assetto urbano, caratterizzato tra tre grandi aree: Vecchio Abitato (o Paese Vecchio), Petto e Pezzagrande.

*Testo integrale della lettera, datata 10 dicembre 1894, in «Fata Morgana», Pei danneggiati del terremoto in Calabria e Sicilia, (a cura di Ettore Ximenes e Giuseppe Mantica), febbraio 1895, pp. 76-78.

**Link utili su questo blog:
- Sant’Eufemia d’Aspromonte e il terremoto del 16 novembre 1894.
- Vittorio Visalli, da Sant’Eufemia al pantheon degli storici.

martedì 11 giugno 2019

Sabbia: Totò Ligato custode della memoria melicucchese


Nella sua lunga attività di cronista curioso del mondo e dell’infinita varietà umana, Totò Ligato ha regalato ai lettori della “Gazzetta del Sud” ritratti indimenticabili di personaggi di paese, protagonisti di vicende paradigmatiche di un’epoca ricordata con la nostalgia che naturalmente si prova per gli anni che furono. Il periodo storico più setacciato da Ligato, che da qualche anno ci ha lasciato, va dai Quaranta ai Sessanta del Novecento, anni vissuti in un paese piccolo ma vivace come poteva essere in quel tempo Melicuccà, prima che l’emigrazione lo svuotasse della meglio gioventù.
A quelle storie paesane Ligato ha dedicato anche un romanzo breve: Sabbia, uno scritto introvabile che ho avuto la fortuna di recuperare in formato pdf.
Nell’immaginaria ma facilmente identificabile Bagolaro prendono vita i personaggi mitici del ricordo e le care figure dell’infanzia. Come in una pellicola proiettata nel leggendario cinema di don Saro, che per una volta non vede protagonista l’affascinante Amedeo Nazzari, davanti agli occhi del lettore scorrono fatti e volti di un secolo passato in fretta e ormai dimenticato.
La saga familiare si intreccia con gli avvenimenti della storia grande; tutto sembra muoversi con un unico, grande respiro. Tra le pagine di Sabbia fa addirittura capolino il generale Garibaldi, del quale era stato compagno d’arme Gianni, padre di Rosa “a piririca” che – come spesso capitava – aveva dato da sola alla luce Francesco, futuro padre dell’autore del libro. Ancora, le baracche del dopo terremoto e la Grande Guerra, il Ventennio ed il secondo conflitto mondiale, con il ferimento di Francesco in terra libica ed il racconto del suo rocambolesco ritorno in paese, dove sarà assunto come guardia municipale in quanto mutilato di guerra e sposerà la maestra elementare Teresa.
Bagolaro è la metafora di un sud povero ma vitale, che nutre la speranza del proprio riscatto. Quella speranza che oggi sembra latitare, nel clima di generale rassegnazione che attanaglia i piccoli centri aspromontani, condannati al destino di un inesorabile spopolamento. Ligato diventa il testimone di una civiltà scomparsa, quella del sapone fatto in casa e del bucato nel torrente, due operazioni descritte con una maniacale attenzione per i dettagli. Una società dignitosa nelle sue ristrettezze e capace di divertirsi con poco: la musica del grammofono, il cinema di don Saro, la littorina, le trasferte a piedi per disputare una partita di calcio, le esilaranti burle che qua e là puntellano il racconto.
Sarebbe bello se l’amministrazione comunale di Melicuccà, le associazioni culturali e gli amici di Totò Ligato ne onorassero il ricordo e l’opera facendosi promotori della pubblicazione di una selezione dei “ritratti” più significativi apparsi sulle colonne della “Gazzetta del Sud” e della ristampa di Sabbia, l’affresco di una stagione che sopravvive in pagine significative sotto il profilo letterario e storico.

lunedì 27 maggio 2019

Elezioni Europee – Sant’Eufemia d’Aspromonte: i risultati delle liste e dei singoli candidati



Votanti: 1211 (32,02%)
Schede bianche 14 (1,15%)
Schede nulle 32 (2,64%)

Voti attribuiti alle liste:
Forza Italia 335 (28,41%)
Lega Salvini Premier 277 (23,49%)
Movimento 5 Stelle 234 (19,84%)
Partito Democratico 168 (14,25%)
Fratelli d’Italia 105 (8,9%)
Partito Comunista 12 (1,01%)
La Sinistra 9 (0,76%)
+ Europa 8 (0,67%)
Federazione dei verdi 7 (0,59%)
Popolo della Famiglia 4 (0,03%)
Partito animalista italiano 2 (0,17%)
Partito Pirata 1 (0,08%)
Destre Unite-Casa Pound Aemn 1 (0,08%)
Popolari per l’Italia 1 (0,08%)

Preferenze assegnate ai candidati dei partiti che hanno superato lo sbarramento elettorale:

FORZA ITALIA: Lorenzo Cesa (191), Giuseppe Pedà (51), Alessandra Mussolini (29), Giorgio Magliocca (29), Silvio Berlusconi (27), Fulvio Martusciello (26), Beatrice De Donato (20), Caligiuri Fulvia Michela (14), Barbara Matera (1), Aldo Patriciello (1), Antonietta Pecchia (1);

LEGA: Andrea Caroppo (73), Matteo Salvini (56), Ilaria Antelmi (46), Giancarlo Cerrelli (33), Vincenzo Sofo (28), Massimo Casanova (11), Francesca Anastasia Porpiglia (8), Aurelio Tommasetti (1);

MOVIMENTO 5 STELLE: Laura Ferrara (148), Piernicola Pedicini (6), Chiara Maria Gemma (5), Rosa D’Amato (4), Isabella Adinolfi (2), Mario Furore (2), Vito Avallone (2), Mariano Peluso (1), Enrico Farina (1), Danilo Della Valle (1), Antimina Di Matteo (1);

PARTITO DEMOCRATICO: Massimo Paolucci (96), Lucia Anita Nucera (66), Andrea Cozzolino (22), Elena Gentile (17), Nicola Caputo (13), Francesco Antonio Iacucci 7, Gerarta Ballo (2), Franco Roberti (1);

FRATELLI D’ITALIA: Denis Domenico Nesci (33), Caio Giulio Cesare Mussolini (29), Stella Mele (26), Giorgia Meloni (23), Rosario Achille Aversa (14), Carmela Rescigno (12), Raffaele Fitto (10), Lucrezia Vinci (5).

giovedì 23 maggio 2019

Una favola di Pinocchio molto speciale



«Bravo, Pinocchio!» è stato un incontro generazionale che ha visto protagonisti i bambini della Scuola dell'infanzia cattolica "Padre Annibale" e gli ospiti della Residenza sanitaria per anziani "Mons. Prof. Antonino Messina".
Sono stati loro infatti ad interpretare i personaggi della celebre favola di Collodi e sono stati bravissimi.
Gli operatori della Rsa e il personale della scuola hanno preparato gli attori e curato la messa in scena; i volontari dell'Agape hanno invece fatto da voci narranti.
Un pomeriggio particolare, che ha suscitato nei presenti forti emozioni, ribadendo inoltre quanto sia importante la sinergia tra le varie realtà che operano nel nostro territorio.








martedì 21 maggio 2019

Vita da venire



Sorridono al sole scompigliati dalla brezza di primavera, irriverenti, fregandosene delle erbacce alte intorno. I papaveri sanno sfidare il vento e allontanare il presagio della sconfitta: resistono, senza temere la resa del gambo esile e dei petali sottili.
Stretti nelle mani di una bimba non sono un trofeo da innalzare. Si intonano con le labbra avide di parole nuove, di miele da mangiare, di fragole da baciare.
Rosso è sangue e orgoglio. E vita da venire.
«Rosso è il colore dell’amore», ce l’ha insegnato Pierangelo Bertoli.
Rosso è il sacro fuoco che tutto muove.
Ci facciamo cullare dal vento, con loro.
Danziamo, la mente rapita dalle macchie di porpora che si inseguono lungo i binari.
Una dietro l’altra, sogni o fole che si mescolano alla realtà e mettono i brividi.

lunedì 20 maggio 2019

Vent'anni fa l'omicidio D'Antona

Vent’anni fa le “Nuove Brigate Rosse” assassinavano in via Salaria, a Roma, il giuslavorista Massimo D’Antona, docente universitario presso “La Sapienza” e consulente del ministro del Lavoro Antonio Bassolino nel primo governo D’Alema. 
Pochi giorni dopo, con i pochissimi elementi che si avevano su quellomicidio eccellente, il primo dopo undici anni di silenzio della galassia post-brigatista, scrissi per il settimanale messinese “Centonove” un articolo che fu pubblicato sul numero del 28 maggio 1999.

 

domenica 12 maggio 2019

Il ricordo degli alpini eufemiesi della grande guerra nel centenario della costituzione dell’ANA



Sull’epopea degli alpini in guerra sono stati versati fiumi d’inchiostro. Emblematico il titolo dato da Paolo Monelli al suo libro di memorie sulla grande guerra (Le scarpe al sole. Cronache di gaie e tristi avventure di alpini, di muli e di vino), con l’accostamento tra muli e soldati che fa riecheggiare il “tasi e tira” legge del dovere di ogni alpino. E poi Mario Rigoni Stern, con la sua vasta produzione di racconti ed il capolavoro Il sergente nella neve, autobiografica narrazione della tragica ritirata di Russia nella seconda guerra mondiale, tema affrontato – tra gli altri – anche da Giulio Bedeschi in Centomila gavette di ghiaccio: «Gli alpini arrivano a piedi/ là dove giunge soltanto/ la fede alata», i versi che il “poeta” Pilòn dedica alla conclusione dell’odissea dei soldati italiani sul Don.
Ma la leggenda degli alpini continua ad alimentarsi nel servizio di protezione civile svolto in occasione di calamità naturali, come è accaduto nei sismi e nelle tragedie ambientali più recenti.
Essi rappresentano uno dei simboli identitari più forti della nazione italiana, come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio inviato all’Associazione Nazionale Alpini, che oggi concludeva a Milano la tre giorni di “Adunata del Centenario”: «Le Penne nere identificano una lunga e nobile tradizione di coraggio, sacrificio e dedizione incondizionata a servizio della nostra comunità, nel segno di una profonda e convinta affermazione della indivisibile identità nazionale e della solidarietà che affratella ovunque le genti di montagna».
Tra le genti di montagna con il cappello dalla penna nera, chiamate a difendere i confini della patria nella grande guerra, più di trenta furono valorosi soldati di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Anche per loro vale “La canzone alpina” del capitano Barbier, della quale qui si riportano le prime due strofe:

D’Italia siamo i forti e valorosi Alpin 
nel cuore abbiam l’ardor di sana gioventù 
Nostro è l’onor di vigilare sui confin 
e tal dover compiam con fede e con virtù. 

Dove il nemico dall’Alpi tenta di guardar 
pronto è l’accorrer nostro sempre forte in massa 
«Di qui non si passa, di qui non si passa!» 
da noi sente gridar! 

Sul totale di 88 eufemiesi caduti, quattro appartenevano a reparti alpini: di Giuseppe Amuso (classe 1897), che morì nella disfatta di Caporetto, non fu mai trovato il corpo. In ospedale, per malattia, morirono invece i due ragazzi del ’99 Sebastiano Denaro e Agostino Fava, rispettivamente a Messina e ad Aosta. Mentre Francesco Larizza (1885) “versò il suo sangue per la grandezza della Patria” sul Monte Fior (Asiago), dove “rimase ucciso da proiettile nemico”.
Cinque i feriti in combattimento: Francesco Caruso nel 1916; Gaetano Cammarere, diciannove anni non ancora compiuti quando prese parte ai combattimenti fra la Val Brenta e il Piave di dicembre 1917; Rosario Panuccio e Vincenzo Conte sul Monte Vodice, nel corso della Decima battaglia dell’Isonzo; Rocco Fedele sull’altopiano di Asiago.
Quattro caddero prigionieri del nemico: Vincenzo Conte nella Seconda battaglia delle “Melette”, Cosmo Luppino a Monte Fior, Cosmo Viviani sull’Ortigara, Vincenzo Larizza nella ritirata di Caporetto.
Tutti patirono la rigidità degli inverni di guerra sulle montagne: febbri, bronchiti, polmoniti ed altre patologie legate al freddo erano all’ordine del giorno; ma Antonino Carlo sull’altopiano di Asiago e Francesco Villari, sul Monte Pasubio, subirono anche il congelamento dei piedi.
Due penne nere eufemiesi furono infine decorate per meriti speciali. A Giuseppe Criaco (1896) fu assegnata la medaglia di bronzo al valor militare: «Sia durante la postazione di perforatrice in zona battutissima dal nemico, sia durante il recupero di abbondante materiale di perforazione rimasto sotto il violento e preciso fuoco dell’artiglieria e fucileria avversaria dava prova di sangue freddo e valida cooperazione dei dipendenti (Costone Bocche-Pederobba, aprile-novembre 1917)». Antonino Tripodi (1899) fu invece insignito della medaglia di bronzo al valore civile: «In occasione di una inondazione provocata dalla piena dell’Isonzo avventuravasi con altri animosi militari tra le acque turbinanti e profonde per recare soccorso a 7 persone in procinto di affogare, dopo faticosi sforzi riusciva a trarre in salvo 5 dei pericolanti».

*Foto tratta dal sito dell’Associazione Nazionale Alpini: www.ana.it

sabato 4 maggio 2019

Mariella, la nostra piccola grande artista


Si è svolta stamattina a Palazzo Campanella la premiazione della XIII borsa di studio “Logoteta”, concorso organizzato dall’omonima associazione culturale e riservato agli studenti degli ultimi due anni delle scuole secondarie di II grado della provincia di Reggio Calabria. Due le sezioni del concorso: sezione letteraria (Premio “Giuseppe Logoteta”) e sezione artistica (Premio “Paolo Mallamaci”). I concorrenti hanno dovuto realizzare un’opera letteraria o artistica inerente il tema del concorso, contenuto nelle tracce affidate alle rispettive scuole di appartenenza. Sono stati premiati i primi tre classificati per ogni sezione, mentre altri riconoscimenti sono stati riservati per gli elaborati ritenuti meritevoli. Tra i premiati della sezione artistica c’è stata anche Mariella Gentiluomo, felicissima insieme alla mamma Grazia Cosoleto e ai suoi splendidi compagni di classe, ai quali era stato assegnato il tema: “musica… armonia dell’universo”.
Mariella è una ragazza davvero speciale, che da tantissimi anni fa parte della famiglia allargata dell’Agape. Tra pochi mesi sarà estate, una stagione che attendiamo con ansia noi volontari per primi, per potere godere dell’affetto che questi ragazzi riescono a donarci nelle nostre giornate al mare insieme.
Ed è stata una piacevole sorpresa vedere che nell’opera realizzata da Mariella c’è anche un po’ di Agape: la fotografia che ha voluto inserire nel suo quadro la ritrae infatti abbracciata dalla cantante Alessandra Amoroso e si riferisce alla nostra partecipazione al Giubileo degli ammalati e delle persone disabili, nel giugno del 2016.
Ancora brava a Mariella e complimenti ai docenti ed ai ragazzi del liceo scientifico “E. Fermi”.






*Un ringraziamento particolare alla mamma di Mariella, che mi ha autorizzato a pubblicare le fotografie della premiazione.

mercoledì 1 maggio 2019

Quale festa



Il primo maggio non è una festa.
Non è la festa di chi deve chinare la testa ed umiliarsi perché in qualche modo ha una famiglia da mantenere.
Non è la festa di chi vede calpestata la propria dignità sull’altare del cinismo: «Se non ti vanno bene queste condizioni, puoi restare a casa. Là fuori ce ne sono migliaia pronti ad accettare ciò che tu rifiuti».
Non è la festa di chi ha dovuto barattare, rinunciare, adattarsi perché “questo è il sistema”.
Non è la festa di chi è sottopagato e dequalificato.
Non è la festa di chi viene sfruttato sedici ore al giorno ed è costretto a vivere in una tendopoli.
Non è la festa di chi ha rinunciato a vivere, divorato dalla depressione nella prigione di casa. Demotivato e spento, in attesa del niente che gli riempia le giornate.
Non è la festa di chi non voleva andare eppure gli è toccato di andare.
Non è la festa di chi voleva andare eppure è dovuto rimanere.
Non è la festa dei genitori che utilizzano pacchi come ponti per accorciare la distanza dai figli.
Non è la festa di chi non poteva rivendicare le più elementari condizioni di sicurezza e sul posto di lavoro ci ha rimesso la vita.
Non è la festa di chi, ricoprendo ruoli di responsabilità, non riesce ad offrire a molti giovani un’alternativa alla delinquenza.
Il primo maggio non è una festa.
Il primo maggio è un monito.