domenica 4 ottobre 2020

Ciro Meravigliao

 


Mi chiamo Ciro e dei miei sessant’anni ho poco da salvare. Nel posto dove vivo da quattro anni c’è gente che va e gente che viene. Con i nuovi arrivati costruisco un fragile castello di amicizia, che crollerà quando andranno via. Ci ricorderemo per qualche tempo, poi i nostri cuori precari continueranno a battere ognuno per conto proprio, come se non ci fossimo mai conosciuti. E pensare che trascorriamo diverse ore insieme, quelle che ogni giorno ci vengono concesse al di fuori delle nostre celle, nel cortile o nella saletta. Un paio, quattro o anche cinque, in base all’umore. Ché a volte non hai tutta questa gran voglia di parlare, di ascoltare sempre le stesse parole. Già, le parole. Alla fine le dimentichi: a forza di discutere continuamente di processi e di procedure, i vocaboli della quotidianità familiare diventano un’immagine sfocata, che si fa fatica a recuperare dal pozzo scuro dell’anima. 
Per i miei compagni sono Ciro Meravigliao. Una vita fa, con il pallone me la cavavo bene. Anche oggi, nel giorno in cui ci portano nel campo di gioco, faccio la differenza. In quelle due ore, con la testa voliamo altrove: corriamo come ragazzini spensierati, sbattiamo le nostre ali ferite come farfalle gaie nello spazio libero. Poi, è andata male: cioè, non lo so se è andata male o se sono stato io a farla andare male. Fatto sta che, da questi posti, entro ed esco da quando avevo quindici anni. A Napoli diciamo “magnate o’ limone” ed io ne ho mangiati tanti nella mia vita. Ormai non mi fanno più effetto. Quel sapore aspro è parte di me, smorfia nascosta di una vita consumata, come gli occhi chiari o i capelli che mi ostino a tenere lunghi, nonostante siano diventati grigi e radi. 
Ho talmente tante cose da fare, che a volte il tempo non mi basta, anche se non rinuncio mai alla partita di Burraco e alla soap opera “Un posto al sole”. Sono infatti un lavorante, una figura che non ha il prestigio degli addetti alla cucina o dello spesino, ma che vale più del barbiere e del bibliotecario ed è pur sempre una spanna sopra il resto della massa indistinta. Lavo per terra, nella sezione e negli uffici; carico la lavatrice; faccio il “postino” da una cella all’altra quando ci si divide il cibo o il giornale. Insomma, mi sposto per la sezione con una certa libertà e resto fuori dalla mia cella più degli altri. Tutti mi vogliono bene e mi porgono un caffè o qualcosa da mangiare. Quando mi è possibile, ricambio con i guanti monouso che qua non si possono acquistare, anche se devo stare attento. Se vengo beccato da qualche guardia, mi tocca un rapporto disciplinare, quindici giorni di isolamento e la perdita del lavoro. Perché per loro è normale che si debba utilizzare la candeggina e lavare il cesso a mani nude. Per me, non lo è. Come tante altre cose, che accadono e sulle quali ho smesso di farmi domande dopo il consiglio di un anziano, decenni fa: «Non chiederti dov’è la logica, perché qua dentro niente ha una logica». Se ce l’ha, è sadica come le parole riportate sul quadrante dell’unico modello di orologio che ci è consentito tenere, dopo averlo acquistato dalla lista della spesa: “Libero” e “Tutto passa”. 
Da pochi giorni ho come dirimpettaio di cella un ingegnere che si è subito dimostrato molto gentile. Gli ho chiesto se era disposto a darmi ripetizioni di matematica ed ha accettato ben volentieri. Quando mia figlia frequentava la scuola elementare, spesso mi chiedeva di aiutarla a fare i compiti, ma io non ne ero capace perché non sapevo fare nemmeno una “O” con il bicchiere. Ora ho una nipotina che, quando finirò di scontare la pena, andrà a scuola: ecco, non vorrei ritrovarmi nella stessa situazione e credo che l’ingegnere potrà darmi una grossa mano. Imparo le tabelline e il giorno dopo le dimentico, ma lui ha molta pazienza. Ricominciamo daccapo e già riesco a svolgere benino qualche operazione, espressioni semplici. Lui stesso mi ha detto che c’è un suo amico bravo a scrivere e ne ho approfittato per prendere pure lezioni di grammatica, sintassi e ortografia. Vorrei essere in grado di mandare a mia moglie una lettera appena appena corretta, ma non so se mai ce la farò. Ho capito quando la “e” va accentata, quando mettere l’acca e quando no, però con il dettato ancora non ci siamo. I miei due professori stanno sempre insieme, nel cortile e nella saletta, dove per mezz’ora a testa si dedicano a me. Chi arriva per primo attende l’altro, come vecchi compagni di liceo naufragati e aggrappati allo stesso legno. Chissà se resteranno qua per tutto il tempo che mi sarà necessario.

sabato 26 settembre 2020

Forza Peppe

 


Perché proprio a te, Peppe? Perché? Me lo sono chiesto dentro quella chiesa vuota di te. Di te che c’eri sempre, ogni anno, per la ricorrenza dei santi Cosma e Damiano: i santi medici, i santi delle guarigioni. Non sono riuscito a darmi una risposta, come mi succede con tante altre domande ultimamente. È un 2020 di interrogativi angoscianti e dentro ci sei finito pure tu, tuo malgrado. 
Penso che sia ingiusto, ma poi chi lo sa più cos’è che non dovrebbe mai accadere. Accade e basta, come un fulmine scagliato da un dio malvagio che brucia ogni cosa, anche le scarne convinzioni di un tempo. E quando colpisce, la vita cambia in un attimo. 
Viviamo insieme a te questo tempo sospeso, in apnea, accostandoci al mistero della vita in punta di piedi, senza fare rumore. Come te, che hai sempre vissuto delle tue piccole e semplici cose: quelle che, in fondo, sono le uniche a contare qualcosa in questo caravanserraglio. Passi silenziosi che fanno rumore proprio quando si bloccano. 
Il Paese Vecchio è un microcosmo dentro un microcosmo. Lo era in particolare negli anni della tua infanzia: concentrato tra il Calvario, la piazza e la Matrice, l’orfanotrofio e la chiesa, la scuola elementare. Già, la scuola elementare con i suoi mitici maestri, dei quali ancora si parla con affetto e riverenza. Gli anni del maestro unico e del saluto della classe in piedi, della preghiera e dei giochi dei mimi o dell’elastico, del pigiama indossato sotto la tuta per stare più caldi, delle merende divise con i compagni di classe, del refettorio e del dolce preparato per i bambini dalla moglie del bidello, della condivisione di gioie e dolori, come in un’unica grande famiglia. Dove sono finiti tutti quei bambini? Dove siamo finiti? 
E cosa fai ora, tu che macinavi chilometri a piedi o in bicicletta? Eppure “c’è un’altra salita da fare”, ci sono “cento e più chilometri alle spalle e cento da fare”. Ci sono i tuoi genitori da assistere, come hai sempre fatto. Ricordi? Ti chiamavamo “Peppe due chilometri”, perché la distanza della tua abitazione dal liceo era tanta: tu la percorrevi ogni mattina a piedi ed eri il più puntuale di tutti. 
Sai, tempo fa avevo deciso di intervistare tuo padre, uno dei pochi che ricorda la Varia che si organizzava a Sant’Eufemia. Grazie ad un amico comune ero riuscito a fissare un incontro che poi non c’è stato. La vita è così: quando ti sembra che vada da una parte, svolta all’improvviso. 
Però spero di riuscire a raccoglierla questa testimonianza, a patto che tu sia presente. 
Ad ogni notte segue il giorno, ad ogni temporale la schiarita: ti aspetto.

sabato 19 settembre 2020

Tito Fedele: Ricordanze e riflessioni

La mia prefazione alla ristampa del libro di Tito Fedele: Ricordanze e riflessioni (2020)

A cosa servono i ricordi? Qual è la loro natura? Perché nascono e si incastonano nella mente, a volte sfidando anche la nostra stessa volontà? Se ha ragione Cesare Pavese nel considerare che delle nostre vite ricordiamo gli attimi, non i giorni, può rivelarsi utile imitare il clown di Heinrich Böll e farne “collezione”. È ciò che fa Annunziato Fedele in Ricordanze e riflessioni, compiendo un’operazione che non sempre cede al rimpianto, nemmeno quando prevale la nostalgia per persone, luoghi, storie lontane.

Esiste una sottile distinzione tra questi due sentimenti. Il rimpianto è causato da un passato che opprime, un passato che è ancora presente perché avremmo voluto fare qualcosa e vi abbiamo rinunciato o perché abbiamo compiuto un’azione che, nel presente, consideriamo un errore. La nostalgia può invece avere anche un’accezione positiva, nonostante la sua etimologia (nostos: ritorno; algos: sofferenza) indichi – ad esempio in Milan Kundera – il dolore suscitato dal desiderio inesaudito di “ritornare” ad una condizione di felicità perduta. È il caso dei ricordi piacevoli, che provocano uno stato d’animo di serenità interiore.  

I ricordi e le riflessioni di Fedele confermano l’immagine popolare, strettamente connessa alla molteplicità dei rapporti interpersonali che comporta lo svolgimento della professione di “medico di paese”, di un uomo dal vasto sapere e dalla grande umiltà. La familiarità con la quale riesce a “colloquiare” con gli scrittori classici conferisce alla sua formazione la solidità delle radici nodose e robuste di quei vecchi ulivi più volte richiamati nel libro. Letture preziose, certamente favorite dalla presenza, in casa, della fornitissima libreria appartenuta allo zio sacerdote: tomi “pergamenati”, testi sacri, libri di storia e di diritto ecclesiastico, grandi classici e poeti latini minori. Ma anche Shakespeare, Goethe, Hugo: raffinatissimo il rimando a I miserabili per descrivere la malattia che in gioventù lo tiene “stretto come Jean Valjean quando cadde in mano ai vili Thenardier”.

I riferimenti letterari di Ricordanze e riflessioni impreziosiscono i ricordi di Fedele rivestendoli di un’aurea nobile, così come i ricorrenti “intermezzi musicali”, dotte citazioni da musicofilo con la passione per le sinfonie dei grandi compositori, ereditata dal padre. Quel padre che suona il violino in chiesa e che si diletta a pizzicare le corde del suo mandolino per i figli raccolti attorno al braciere, la sera dopo avere consumato la cena. Spesso sono proprio le melodie del grammofono a mettere in moto la macchina dei ricordi, a fare da sottofondo musicale alle conversazioni dell’autore con la propria anima e con la vita fuggita, a illuminare i visi degli amati congiunti.

I ricordi di Fedele sono istantanee che fissano sul foglio immagini suggestive, paradigmatiche della realtà eufemiese nella prima metà del XX secolo. Una società rurale composta da uomini e donne semplici che vivono all’interno di un sistema produttivo di pura sussistenza, fondato per lo più sull’autoconsumo e nel quale il baratto svolge ancora una funzione economica rilevante. Quella in cui Fedele nasce e cresce è la Sant’Eufemia della ricostruzione avvenuta dopo il terremoto del 1908, caratterizzata dall’urbanizzazione degli anni Venti e Trenta nell’area denominata “Pezzagrande”, che però mantiene il centro propulsore nel vecchio sito (Paese Vecchio o Vecchio Abitato), dove continua a risiedere il ceto storicamente dominante sotto il profilo culturale, politico ed economico. Un universo popolato da gente umile, scomparsa tra le pieghe del tempo, i cui “racconti costituivano meravigliose pagine di inedite storie”. Agricoltori, pastori, lavoratori a giornata, calzolai, sarti, falegnami e artigiani che oggi sopravvivono nei racconti di Nino Zucco e nella memoria collettiva.

Sono tempi di stalle, di asini e di muli: tempi di mercanti provenienti dai paesi ionici della provincia reggina che pernottano a Sant’Eufemia, per poi ripartire all’alba. Molte famiglie vivono nelle baracche senza acqua, prive di corrente elettrica e dei servizi igienici. L’alimentazione è povera, la carne quasi sconosciuta, mentre molto praticata è la tecnica dell’essicazione degli alimenti. I fratelli piccoli ereditano gli indumenti dei fratelli più grandi, ma può anche capitare che un cappotto passi dal figlio al padre. La mortalità infantile è alta, così come il tasso di analfabetismo. La vita dei contadini è duro lavoro dalla mattina alla sera, quando – scrive il poeta eufemiese Domenico Cutrì – “seduti scalzi sull’acciottolato/ davanti alla porta di casa/ farfugliavano nel vuoto/ aspettando pensierosi il domani/ per chi riusciva a vederlo”: loro unico svago, la cantina nei giorni di festa. Le donne sono raccoglitrici di olive (“partivano molto presto la mattina, silenziose, mobili ombre nel buio della notte”), braccianti agricole che a casa devono anche badare a nidiate di figli affamati e sporchi.

In questo contesto socio-economico vanno inseriti i “brevi scritti” di Fedele, nei quali le vicende familiari assurgono a paradigma della storia di un’intera comunità. Nel libro scorrono i volti di congiunti e di conoscenti; si avverte il respiro di un secolo trascorso troppo rapidamente, che induce alla malinconia. Un po’ quel che accade leggendo i titoli di coda di un film che affascina e che si desidererebbe non finisse mai: si vorrebbe riavvolgere il nastro per farlo ripartire ancora, dall’inizio. Allo stesso modo, al tramonto della propria esistenza, Fedele rimette in ordine pensieri, ricordi e persone che hanno accompagnato il suo cammino, affinché volti e fatti siano cornice pregiata del suo testamento spirituale: “gli anni seguirono agli anni, innumerevoli tramonti ed altrettante aurore”.

Ricordanze e riflessioni si compone di tre parti, che hanno come filo rosso l’attenzione bozzettistica dell’autore, la precisione nella descrizione di paesaggi, colori e voci della natura, sui quali posa uno sguardo indulgente e paterno. O delicato, come quando “dipinge” l’amata dimora, edificata negli anni Trenta sopra i ruderi di un’antica abitazione patrizia distrutta dai terremoti succedutisi nel tempo a Sant’Eufemia.

Colpisce l’incastro del registro lirico con quello scientifico, che spesso convivono senza stonare. Il linguaggio letterario, elegiaco e a tratti raro, caratterizzato da un ampio ricorso alla figura retorica della similitudine, richiama lo spirito di Omero, Virgilio, Lucrezio, Euripide, Eschilo, Tacito, Esiodo, Ovidio e di tutti i grandi classici latini e greci. Così, il mare viene presentato come il “ponto profondo” del mito greco e, per descriverlo, Fedele declama un repertorio inesauribile di aggettivi qualificativi. A volte, è la stessa costruzione della frase a riprodurre lo stile latino, in particolare nella posizione del complemento di specificazione, posto dinanzi al sostantivo: “i cui rami pendenti lambivano del fiume le acque loquaci”.

L’Arcadia di Fedele ha i suoni e i colori di “Campanella”, che egli paragona alla Pieria: il luogo della mitologia greca dove, secondo Esiodo, furono generate le Muse. La “ridente conca” nella quale il genitore costruisce una piccola casa, che diventerà la residenza estiva della famiglia, è il suo posto delle fragole, il luogo incantato della sua spensierata fanciullezza.

Tra la nebbia del tempo prendono forma e si fanno largo, squarciandola, le figure dei propri cari. Il padre scampato al terremoto del 1908 soltanto perché alle 5.20 di quell’infausto 28 dicembre era già uscito di casa per recarsi negli uliveti. La madre, originaria di Bagnara Calabra e figlia di un capitano di lungo corso morto durante un viaggio verso l’Argentina. I fratelli: Nino, nella seconda guerra mondiale tenente pilota e subito dopo emigrato negli Stati Uniti, dove si afferma come critico musicale per “Il progresso italo-americano”, il più diffuso quotidiano statunitense in lingua italiana nel Novecento. Mimì, che sul fronte greco-albanese contrae una malattia pleuropolmonare che presto lo porterà alla morte. Diego, più volte sindaco di Sant’Eufemia tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, con il quale ha un rapporto di affetto particolare, definito dal ricorso alla similitudine con i Dioscuri: “Forse, nell’infinito spazio percorrendo le eterne vie degli astri e delle comete, ci accosteremo, brillando, con smarriti occhi, ai luoghi dove transitò, con la durata di un sogno, la nostra vita, dove fuggirono le nostre stagioni”. Celestina, che muore tra le sue braccia (“ho poggiato la mia mano sinistra sulla tua fronte e la destra sulle tue mani diafane, per far fluire in te un poco del mio calore e della mia stessa vita”). Sarino, con il quale da adolescente scavalca la cinta del cimitero per portare fiori sulla tomba di Mimì. Marietta, “modellatrice fine di antica oggettistica muraria dal sinistro aspetto”. Ancora: lo zio Diego, “abile oratore” e podestà in epoca fascista: è lui, nel 1926, il gran cerimoniere dell’inaugurazione del nuovo palazzo comunale e dell’acquedotto, alla presenza del gerarca e deputato di origine paolana Maurizio Maraviglia, al quale viene conferita la cittadinanza onoraria; lo scrittore, pittore e scultore Nino Zucco; il pittore Carmelo Tripodi e il figlio Domenico Antonio, che “dipinge pure il soave” poiché è riuscito a trasferire sulla tela i versi della Divina Commedia; Francesca, ragazza di umilissime origini accolta in casa che, dopo la morte, viene tumulata nella cappella di famiglia.

Le riflessioni di Fedele toccano gli arcani temi dell’esistenza, gli interrogativi che gli uomini si pongono, spesso senza riuscire a darsi una risposta, sin dalla notte dei tempi: contemplando la volta celeste o rimanendo incantati davanti alle innumerevoli prove della perfezione del creato. Soltanto il mito e la Bibbia (“ambedue storie sacre”) sono in grado di dare risposte al mistero della vita e della morte, a rassicurare sull’esistenza dell’Aldilà, dove sarà possibile rivivere in eterno i momenti felici della vita terrena.

I pensatori dell’inizio della civiltà alleviano la sete di conoscenza, stimolata dalla consapevolezza dei limiti che gravano la condizione umana come pesante e intollerabile fardello. Un esercizio emozionante e crudele nello stesso tempo, che però consente all’autore di visitare le dimensioni più intime e arcane dell’esistenza umana. Ad esempio, quella onirica: il sogno è il luogo dell’incontro metafisico con i defunti, che si materializzano portando con sé messaggi che Fedele si sforza di interpretare. E se la figura del padre svanisce come l’anima di Patroclo alla vista di Achille, gonfi di lacrime sono gli occhi dei pazienti che, da lontano, scrutano il loro vecchio medico curante.  

I ricordi tengono insieme tutto: passato e presente, il senso stesso della vita. Riscattano l’uomo dalle sue miserie quotidiane e lo elevano a un piano di eternità. Quei ricordi che – ci insegna Enzo Biagi – sono la nostra fortuna, perché contengono tutta la bellezza del mondo.

Ecco la ragione per la quale è necessario conservarli con cura e tramandarli: affinché non svaniscano come le stelle alle quali Fedele li paragona, puntini luminosi posti al di sotto della costellazione di Andromeda che nel volgere di poco tempo si dissolvono nel mare. 

 



martedì 11 febbraio 2020

Giornata mondiale del malato



Dal 1992, quando fu istituita da Papa Giovanni Paolo II, l’11 febbraio ricorre la Giornata mondiale del malato. Il tema di questa XXVIII edizione è tutto nelle parole del Vangelo di Matteo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Papa Francesco ha invocato occhi che vedano l’umanità ferita perché capaci di guardare in profondità, occhi che “non corrono indifferenti, ma si fermano e accolgono tutto l’uomo, ogni uomo nella sua condizione di salute, senza scartare nessuno, invitando ciascuno ad entrare nella sua vita per fare esperienza di tenerezza”. Spesso sappiamo tutto di quello che succede nel mondo, ma non ci accorgiamo della sofferenza del nostro vicino di casa. E di sofferenza ce n’è tanta: basta entrare nelle case, soffermarsi, non passare oltre; lottare contro uno dei mali più gravi di questi nostri tempi: l’indifferenza.
La Giornata del malato è tra le iniziative più significative che l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” celebra ogni anno, articolandola in tre momenti. Durante la mattina sono state effettuate le visite domiciliari agli ammalati e la consegna di una statuetta della Madonna di Lourdes. Il pomeriggio è stato invece dedicato alla preghiera, sotto la guida del parroco don Marco Larosa. Presso la struttura residenziale per anziani “Mons. Prof. Antonino Messina” (alla quale l’Associazione ha donato un rosario), don Marco ha condotto la recita del Santo Rosario e impartito il sacramento dell’unzione degli infermi, alla presenza della statua della Madonna di Lourdes, portata all’interno della RSA dai volontari dell’Agape. Infine, la celebrazione della Santa Messa nella chiesa di Sant’Eufemia, conclusa con la “Preghiera per la XXVIII Giornata Mondiale del Malato”, nel corso della quale il presidente dell’Agape Iole Luppino ha ricordato i volontari dell’Associazione che non sono più tra di noi: «Signore, noi volontari Ti ringraziamo per quello che Anna, Adelina, Antonella e Marco ci hanno dato e insegnato in tanti anni di amicizia e di condivisione. Ti chiediamo che dal tuo Paradiso essi possano vegliare sulle loro famiglie e sull’Agape, di rafforzare in ogni volontario il desiderio di impegnarsi per gli altri e di risvegliare nei giovani il desiderio di scoprire la bellezza del donarsi».

sabato 8 febbraio 2020

Lettera ai vertici di Poste Italiane



Sulla Gazzetta del Sud di oggi, la mia segnalazione a Poste Italiane del disagio patito dall’utenza di Sant’Eufemia a causa dell’elevato numero di operazioni svolte quotidianamente dall’Ufficio, a fronte della presenza di due soli sportelli, attivi con turni di lavoro antimeridiani. Ho scritto alla direzione centrale Risorse Umane Organizzazione e Servizi di Roma, a quella per il Sud di Napoli e a quella di Reggio Calabria. Ho chiesto pertanto l’adozione di opportuni provvedimenti, in particolare l’apertura di un terzo sportello e la collocazione del “totem giallo” all’interno dell’Ufficio postale, essendo il “numerino” inidoneo allo smistamento del lavoro sulla base delle diverse tipologie di servizio richiesto dagli utenti.

giovedì 6 febbraio 2020

Rosario Lalà


La storia di Sant’Eufemia è fatta da tantissimi personaggi anonimi, gente poverissima e affamata che a fatica, negli anni della grande miseria, riusciva a racimolare tutti i giorni un misero boccone. Tra le due guerre e nei primi anni del secondo dopoguerra non era inusuale che nelle numerosissime famiglie del tempo si saltasse più di un pasto, o che questo si riducesse a un po’ di pane accompagnato da qualche oliva. Molto triste era poi la condizione di chi viveva da solo e non svolgeva nessun mestiere. A questi poveracci non restava che affidarsi alla carità altrui. Potrebbe sembrare paradossale, ma non lo è: in una condizione di indigenza generale, slanci di umanità alleviavano la fatica del vivere di questi sfortunati. Si divideva il poco che si aveva.
Lalà (al secolo, Rosario Sabino) era “un innocuo vagabondo”. Così lo definisce Nino Zucco nell’omonimo racconto (Fuoco a Diambra, Bonacci Editore, Roma 1956). Un randagio senza parenti e senza un tetto, che dormiva sopra un giaciglio di “mattoni e pietre con calcinacci” in una vecchia casa terremotata. Indossava vestiti laceri, spesso sacchi rattoppati, i baffi sporchi e la barba ispida. Era letteralmente “a brandelli” e aveva i piedi spaccati dal gelo: «Sembrava che nei talloni gli avessero dato dei colpi d’accetta».
Raccoglieva per terra i mozziconi di sigaretta per alimentare la sua pipa e “si nutriva con il piatto della carità umana”, oppure con la frutta che rubava negli orti. Quando poi la fame diventava troppa, non disdegnava le galline morte “con il morbo”, che arrostiva nella forgia di mastro Rocco il maniscalco.
Il suo era per lo più un parlare senza senso: «Non sapeva fare altro che ridere e dire parole sconnesse». Il massimo del suo divertimento era attendere alla fermata della corriera l’arrivo delle bagnarote “cariche di mercanzie, che vendevano o barattavano con olio e ortaggi”: le seguiva attendendo il momento propizio per sollevare le loro vesti esclamando: «Bella Madonna!», ma spesso finiva inseguito e picchiato dalle possenti donne del mare.
Le buscava spesso Lalà. Era infatti il bersaglio preferito dei ragazzi del paese, che lo prendevano a colpi di pietra per strada oppure si introducevano di notte nel suo nascondiglio, per svegliarlo di soprassalto. Quegli stessi ragazzi che però si presero cura di lui quando si beccò la polmonite: «Rantolava rincantucciato in un angolo umido e fetido», eppure «voleva vicino i suoi ragazzi, e ad essi chiedeva un po’ di cibo e un po’ di vino, soprattutto vino».
Quella volta si salvò, ma una seconda polmonite gli fu fatale. Finiva così la vita di Lalà, il cui corpo, benedetto dal parroco (“che ebbe sempre pietà di lui”), fu portato via dagli spazzini.

A Lalà, tipico “personaggio” di paese, dedicò un suo componimento il poeta eufemiese Domenico Cutrì:

Parivi scemu, ma scemu non eri,
armenu a modu toi, tu ragiunavi,
si ’ncunu ti parrava l’ascurtavi
’mpocu sedutu e ’mpocu standu ’mperi.
Cu eri? Chi facivi? Chi speravi?
La to testa paria senza penseri,
non avivi famigghia, né mugghieri,
ridivi sempri e sempri caminavi.
Tenivi stritta ’nmanu na cortara
di crita, vecchia, rutta e nigru e lordu
tu eri sempri di ’n testa a li peri.
Na cosa avivi bona, lu ricordu,
ca ringraziavi tantu volenteri
cu ti stindiva ndi la manu ’n sordu!

*La fotografia è tratta dal libro di Domenico Cutrì, Cascami. Poesie dialettali, Tipografia La Cartografica, Palermo 1965, p. 90 (a pagina 91, la poesia).

martedì 4 febbraio 2020

My long distance friend Tina e l'Agape



Racconto questa bella storia per tre ragioni: perché la protagonista mi ha autorizzato a renderla pubblica; perché le belle persone vanno indicate come modelli positivi di cittadini del mondo; perché spesso i social sono un luogo dove prevale l’odio, mentre questa storia dimostra che fortunatamente non sempre è così. Puoi utilizzare un martello per attaccare un quadro ad una parete, in modo da renderla più bella; puoi utilizzare lo stesso martello per spaccare la testa a qualcuno che non ti sta particolarmente simpatico. La differenza è sostanziale e sta tutta nell’uso che di un determinato strumento viene fatto.
Con Tina (Fortunata) Ciccone Sturdevant ci siamo “conosciuti” su Facebook nell’aprile del 2016, un mese dopo la pubblicazione negli Stati Uniti di “Through the Circles of Hell: A Soldier’s Saga”, la testimonianza sulla Prima guerra mondiale di Giuseppe Ciccone, suo padre. Una sorta di diario in versi tenuto in un baule fino al 1971, quando viene consegnato dall’anziano genitore alla figlia, che insieme al nipote J. Richard Ciccone (professore presso l’Università di Rochester) decide di darlo alle stampe quarantacinque anni dopo averlo ricevuto, con una traduzione inglese a fronte.
Da allora siamo rimasti sempre in contatto: “keep in touch” è infatti la chiusura delle nostre email e lettere, che firmiamo “your long distance friend”. All’inizio utilizzavamo entrambi l’inglese, poi qualche volta io l’italiano e lei l’inglese, infine entrambi l’italiano.
Tina è infatti nata e cresciuta a Sant’Eufemia. Ha ricordi della vita in paese e di alcuni suoi personaggi degli anni Trenta e Quaranta: ad esempio mi ha più volte scritto del dottore Giuffrè-Napoli (’u medicu da ’rrina), la cui abitazione ha frequentato. Nel 1950, raggiunge con la mamma negli Stati Uniti il padre, due fratelli e una sorella; successivamente sposa Ernest Sturdevant e dà alla luce quattro figli: Gary, Donna, Lisa e Linda. Oggi vive a Silver Spring (Maryland) ed è una nonna e bisnonna felice.
Gli articoli del mio blog hanno restituito a Tina le radici, facendole anche recuperare quella lingua italiana che non utilizzava più da mezzo secolo: così mi ha scritto più volte lusingandomi parecchio, perché lo scopo principale di “Messaggi nella bottiglia” è proprio il recupero della nostra memoria storica. “Fatti di oggi, memorie di ieri” è il sottotitolo del blog: e tra i fatti di oggi ci sono anche le iniziative dell’Agape. Parlare di volontariato non vuol dire “sentirsi belli”: è un tentativo di allargare il campo, di spingere soprattutto i giovani a provare questa esperienza utile per sé e per la comunità nella quale si vive.
Tina ha sempre dimostrato di apprezzare le nostre attività: talmente tanto da decidere di “dare una mano”, nonostante la distanza. Così, inaspettata, è giunta in questi giorni una donazione per la nostra associazione: «Voglio mandare un regaluccio per i bambini aiutati dall’Agape». Un assegno a nome mio, da girare all’Agape “per un programma di tua scelta”, che ha suscitato in tutti noi volontari emozione e gratitudine.
Il contenuto della lettera di accompagnamento è tra i riconoscimenti più belli che abbia mai ricevuto, ma quello lo tengo per me. Grazie, grazie, grazie, mia cara “long distance friend”.

giovedì 30 gennaio 2020

A proposito delle prossime elezioni comunali



Con l’elezione del sindaco di Sant’Eufemia Domenico Creazzo a consigliere regionale, al quale auguro buon lavoro e faccio i complimenti (così come faccio i complimenti anche all’altro candidato Giuseppe Gelardi che, pur non centrando l’obiettivo, ha ottenuto un eccellente risultato), si apre inevitabilmente la partita delle prossime elezioni comunali. Sussistendo infatti causa di incompatibilità tra la carica di consigliere regionale e quella di sindaco, entro sei mesi Creazzo dovrà dimettersi, dopodiché si andrà a nuove elezioni.
Già lunedì, a urne ancora calde, ho ricevuto parecchi messaggi e, ovviamente, la fatidica domanda, sentita anche nei giorni successivi: «Ti ricandiderai?». Al quesito rispondo pubblicamente, con franchezza: chi sarà il prossimo candidato a sindaco, per il mio modo di intendere la politica, è l’ultimo dei problemi. Ho sempre odiato le personalizzazioni e le autocandidature. Il vero quesito, dunque, dal mio punto di vista è un altro: di questo nostro paese cosa vogliamo fare? Quanta gente c’è disposta a fare uno sforzo di generosità per mettersi al servizio della comunità e, soprattutto, di un progetto che voli alto, che tenti di scardinare vecchie logiche e dia la speranza di un’inversione di rotta anche nella quotidianità amministrativa del comune?
Se non c’è il sogno, non c’è politica, ma soltanto gestione di (poco, pochissimo ormai nei comuni) potere. E io non posso esserci.
Se c’è il sogno, se ci sono giovani e meno giovani innamorati di questo nostro paese che accettino di mettersi in gioco e che, soprattutto, accettino di metterci la faccia (perché, dopo, è facile lamentarsi perché “al comune ci sono sempre gli stessi”), che accettino di diventare protagonisti attivi e non spettatori disincantati della fase che si è ora aperta, allora io ci sarò.
Credo di avere sempre dato prova di non coltivare ambizioni personali. È notorio che nelle passate elezioni ero disposto a fare non uno, ma dieci passi indietro, pur di arrivare ad una soluzione di lista unitaria. Cosa che allora non è stata possibile, con mio grande rammarico. Ci sarà questa possibilità? Non lo so. So però che dall’ipotesi di un progetto che sia il più inclusivo e condiviso possibile dipenderà o meno la mia presenza. A queste condizioni potrò esserci, con il ruolo che, tutti insieme, decideremo per tutti coloro che accetteranno la sfida. Tutti insieme.
Ho sempre fatto politica con spirito di servizio e di lealtà nei confronti dei miei compagni di viaggio, sia quando sono stato protagonista, sia quando ho avuto un ruolo più defilato. Spirito di servizio significa che le decisioni vanno prese collegialmente: elaborazione di un programma elettorale, selezione dei candidati a consigliere, decisione su chi sarà il candidato o la candidata a sindaco (l’ordine non è casuale).

venerdì 10 gennaio 2020

La cura


Ero poco più che un adolescente quando cominciai ad ascoltare Franco Battiato nelle musicassette EMI. All’inizio mi incuriosiva questo personaggio singolare, anche se non riuscivo a cogliere tutti i riferimenti culturali che le sue canzoni suggerivano. Mi affascinavano la profondità del pensiero e l’eclettismo di una produzione improntata sulla sperimentazione artistica. Intuivo che i suoi testi contenevano più livelli di lettura anche quando l’orecchiabilità del brano poteva trarre in inganno, come nelle celeberrime “Centro di gravità permanente” e “Bandiera bianca”. Tutto questo mi bastava: è stato il punto di partenza per entrare in mondi a me sconosciuti; mi ha suggerito letture e domande sul mondo, sugli uomini e sul rapporto con il divino.
Mi è venuto in mente questo mio “incontro” con Battiato, ascoltando per caso alla radio “La cura” (album: “L’imboscata”, 1996). Con la tristezza nel cuore per le condizioni di salute che hanno determinato il ritiro di Battiato dalle scene e alimentato le voci di una misteriosa malattia che ne avrebbe intaccato le facoltà mentali. La più atroce delle condanne per chi ha cercato di spingere la mente oltre i gretti accadimenti terreni e materiali.
Ho chiuso gli occhi e ho cercato di concentrarmi sui versi composti da Battiato e dal filosofo Manlio Sgalambro, per “respirarli” a pieni polmoni. Non so se “La cura”, come qualcuno sostiene, sia la più bella canzone d’amore italiana. Graduatorie di questo genere sono antipatiche. Come si fa a stabilire se sia più bella di “Caruso” (Dalla), “La costruzione di un amore” (Fossati), “Vorrei” (Guccini), “Sempre e per sempre” (De Gregori)? Si potrebbe continuare a lungo.
“La cura” non è una semplice canzone d’amore. Tratta dell’amore nella sua forma più alta e universale, quella capace di elevare lo spirito e di condurre l’uomo alla scoperta della sua vera essenza, temi che Battiato ha sviluppato attraverso lo studio delle dottrine religiose orientali e la pratica del sufismo. Se il verso “tesserò i tuoi capelli come trame di un canto” è un inno d’amore, “percorreremo assieme le vie che portano all’essenza” richiama il misticismo già affrontato nel brano “E ti vengo a cercare”.
Per qualcuno, l’io narrante della canzone è Dio stesso. Sarà Dio a prendersi cura dell’artista, un “essere speciale”. Lo proteggerà da paure, turbamenti, ingiustizie, inganni, fallimenti. Gli porterà il silenzio e la pazienza. Percorrerà al suo fianco le vie che portano all’essenza. Gli donerà le leggi del mondo.
Mentre le parole libravano nell’aria, pensavo a Battiato oggi. Forse sofferente, forse “non presente a se stesso”: o forse, finalmente al di là del tempo e dello spazio, nella condizione di pace inseguita per tutta la vita.

martedì 7 gennaio 2020

Salviamo Favazzina


Dopo le mareggiate del 23-24 dicembre, Favazzina è uno strazio. Il mare ha travolto le sue caratteristiche e graziose spiaggette, portando via tutto. Quel che è rimasto somiglia tanto a un campo di battaglia subito dopo un bombardamento. Terra arata, rivoltata, franata. Spaccature lungo il poco di spiaggia rimasta, profonde come ferite dell’anima.
Favazzina è uno dei miei luoghi dell’infanzia. A Favazzina mio padre mi ha insegnato a nuotare, quarant’anni fa. Favazzina è stata teatro delle gare di resistenza in apnea tra bambini. A Favazzina mi sono tuffato per la prima volta dagli scogli sull’acqua limpida. Gli stessi scogli che, adolescente, ho esplorato a caccia delle patelle, da staccare con il coltello e divorare subito dopo una veloce sciacquata sulle piccole onde.
Tutte le estati degli anni 80 le ho trascorse a Favazzina, gli occhi felici e il sale sulla pelle, spruzzi e tuffi, gol e parate. Favazzina sono i miei fratelli e i miei cugini francesi, sarabanda giocosa con seguito di ombrelloni e borse frigo gigantesche con dentro frutta, panini e bibite. Favazzina è la Toyota Corolla di mio zio Carmelo, nello stereo le musicassette di Johnny Hallyday e Adriano Celentano per un mese di fila, mentre mia zia Gigì gli intima di andare piano non appena supera i 100 km/h.
Alla fine degli anni 90, Favazzina fu per me una piacevole riscoperta, fatta insieme a tanti altri amici e a tanti bambini, ospiti dell’Orfanotrofio Antoniano di Sant’Eufemia, che per tutto il mese di luglio con i volontari dell’Associazione “Agape” accompagnavamo al mare. Una colonia estiva che per un decennio abbiamo organizzato portando a Favazzina bambini di Altamura e Napoli, ma anche disabili e ragazzini di Sant’Eufemia provenienti da nuclei familiari disagiati.
Da qualche anno Favazzina mi attende a settembre, il periodo in cui preferisco andarci per lasciarmi cullare dalle onde e dal silenzio. Nella solitudine della “mia” spiaggia ho letto Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo ed è stata una doppia emozione.
Ora è tutto molto doloroso. La strada d’accesso è crollata e della stessa spiaggia non è rimasto quasi niente: una lingua ristretta di massi sputati dal mare. La furia del mare si è abbattuta anche sui miei ricordi di bambino, di adolescente, di adulto. Come se abbia portato via anche una parte di me.
Favazzina deve continuare a vivere anche per noi, suoi innamorati. Sul sito charge.org Carmen Santagati ha promosso una petizione (“Ricostruiamo Favazzina di Scilla distrutta dal maremoto”), che ho sottoscritto e che chiedo di sottoscrivere ai tanti che come me amano quest’angolo di Paradiso.