Loading...

domenica 17 giugno 2018

Topolino, solo un fumetto?



Un mio vecchio professore raccontava spesso che a suoi figli faceva leggere Topolino, perché era un fumetto utilissimo come una lezione di grammatica e di sintassi, scritto in italiano perfetto e ricorrendo ad un lessico sempre appropriato. Una regola generale afferma che, per imparare a scrivere, è necessario leggere tantissimo. Per cominciare, Topolino è il meglio che si possa trovare in circolazione. So anche di adulti che continuano ad appassionarsi alle avventure di Topolino, Paperino, Zio Paperone e di tutta l’allegra brigata ideata da Walt Disney: autore che, tra l’altro, sui social contende ad Alda Merini la palma di aforista più citato. Questo per dire dell’attualità del personaggio.
A un certo punto della mia vita ho abbandonato il fantastico mondo di Topolino e dei molti altri fumetti divorati nel corso dell’adolescenza. Questa occasione però era ghiottissima: il numero speciale per i 110 anni dell’Inter… cercato disperatamente in edicola e, dopo tre mesi, ricevuto grazie al miracolo di un’anima pia. – Eureka! – esclamerebbe per la gioia Archimede Pitagorica!
Ed eccomi qua, in questa piovosa mattina di un giugno novembrino, alle prese con le glorie nerazzurre del passato e del presente in versione Disney: il portierone Poldo, capitan Zampetti, bomber Icarduck e l’allenatore Spallucci. Finire “paperizzati” non è cosa da poco, non per tutti, come è stato ammesso da chi ha avuto questo privilegio: Vasco, Mina, Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Jovanotti, Fiorello e altri.
Leggere Topolino riporta all’autenticità dei giusti. Come nella storia della cittadina Magnacopia Prosperosa, che l’alchimista Ilarione della Cupiditate trasforma in Frignonia Gemebonda per il mancato rispetto della parola data. O in quella ambientata ad Orobomis, dove Barny stringe con Gaglioff un patto che lo rende ricco ma lo costringe a vivere nascosto. «Oh, una bella vita davvero, Barny! Sempre a nasconderti! Ne è valsa la pena?» – le parole del fratello “buono”, che non ha alcun dubbio su cosa conti davvero nella vita: «Non è il denaro che cerchiamo, fratello, ma la conoscenza».
Proviamo a trasferire dalle vignette alla realtà il senso di questi messaggi: sicuro che si tratti di un “semplice” fumetto?

giovedì 14 giugno 2018

Un giochino per conoscere meglio il mondo


L’inserto del “Corriere della Sera” #buonenotizie di questa settimana presenta un quiz interessante per verificare cosa sappiamo a proposito di temi importanti quali la sostenibilità, l’ambiente e i diritti. Ne ripropongo i risultati, con la speranza di fare cose utile a coloro che hanno voglia di approfondire questioni anche spinose sulla base di dati ufficiali e il più possibile “asettici”, scevri cioè della vis polemica che spesso caratterizza il dibattito politico nostrano.

VITA SULLA TERRA. Ogni minuto nel mondo vengono distrutti 18,7 milioni di ettari di foreste, l’equivalente di 27 campi da calcio.
POVERTÀ. Nel 2016 l’82% della ricchezza prodotta è andata all’1% della popolazione mondiale. Più nello specifico, 8 miliardari possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale, mentre 3,7 miliardi di persone (la parte più povera della popolazione) non hanno aumentato la propria ricchezza.
SALUTE E BENESSERE. Dal 1990 ad oggi si è registrata la diminuzione di oltre il 50% delle morti infantili “prevenibili” (meno 45% la mortalità materna). Tuttavia, ancora 6 milioni di bambini muoiono di prima di avere compiuto cinque anni.
ENERGIA. Paraguay, Uruguay, Islanda, Costa Rica e Norvegia producono quasi il 100% della loro elettricità facendo ricorso a fonti energetiche rinnovabili. Circa il 60% delle emissioni di gas serra è dovuto alla produzione di energia “non verde”.
UGUAGLIANZA DI GENERE. Nonostante la politica delle quote “rosa”, le donne occupano soltanto il 23,7% dei seggi parlamentari. Nel settore privato, occupano meno di un terzo delle posizioni dirigenziali e dei quadri intermedi.
ACQUA. Circa il 40% della popolazione mondiale vive in una condizione di carenza di acqua, una percentuale destinata ad aumentare con il rialzo delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici.
STRANIERI. Nel 2105 i migranti hanno prodotto 6.700 miliardi del Pil mondiale (più di 3.000 rispetto a quello che avrebbero prodotto nel proprio paese di origine).
CITTÀ SOSTENIBILI. Sono 330 milioni le famiglie nel mondo (1,2 miliardi di persone) che non hanno la possibilità di avere un’abitazione sicura e ad un prezzo accessibile. La carenza abitativa è destinata a crescere del 30% entro il 2025.
AGRICOLTURA. Foreste e biodiversità sono minacciate, il cambiamento climatico aumenta i rischi di siccità e inondazioni. Globalmente l’11% (una persona su nove) della popolazione è denutrita: l’altra faccia della medaglia è la condizione di sovrappeso che caratterizza il 40% degli abitanti nel mondo: uno su dieci è addirittura obeso.
LONGEVITÀ. Nel 2105 sono stati registrati quasi 500.000 centenari nel mondo, più di quattro volte rispetto al 1990. Dai dati disponibili i paesi con un maggior numero di centenari sono, nell’ordine: Stati Uniti, Giappone, Cina, India e Italia.

Queste le “fredde” cifre di una situazione caratterizzata da fenomeni economici e sociali complessi, che vanno governati con lungimiranza. Le risorse naturali non sono infinite e siamo in miliardi a dovere convivere e vivere dignitosamente su questo mondo che l’uomo sta cercando in ogni modo di distruggere.

lunedì 4 giugno 2018

La pacchia


Gli immigrati sono i nuovi ebrei, la feccia del mondo sulla quale scaricare l’istinto animale di una società in sofferenza. Nei momenti più bui della storia dell’umanità, per giustificare odio e violenza si è sempre cercato un capro espiatorio. Oggi il capro espiatorio è il colore della pelle di chi non ha niente, se non la forza delle proprie braccia pagata a 2-3 euro l’ora. Quelli che “rubano il lavoro agli italiani”.
Della vicenda di Sacko Soumalia so quello che ho letto sui giornali o facendo un giro nella rete. Forse stava rubando vecchie lamiere da una fabbrica in disuso per potere sistemare alla meglio il suo fatiscente alloggio del ghetto di San Ferdinando, una struttura che grida vendetta al cospetto di Dio. O forse era un sindacalista che lottava per migliorare le condizioni lavorative e di vita dei propri compagni sfruttati nella piana di Gioia Tauro.
Dal mio punto di vista è irrilevante. Quel che conta è che è stato ucciso un ragazzo di 29 anni con un colpo di fucile sparato da 60 metri; ed io penso che in una società appena appena “umana” non dovrebbero esistere cecchini che sparano per uccidere altri uomini. Penso anche che a Gioia Tauro un cecchino non avrebbe preso la mira contro un ladro bianco, magari calabrese: la vita di un negro non vale niente, solo partendo da questo assunto si può comprendere la barbarie del gesto.
Ieri il “Corriere della Sera” ha pubblicato un’intervista all’ex ministro dell’Interno Marco Minniti che andrebbe incorniciata. Non esiste altra via che quella della ricerca di un punto di sintesi tra le ragioni della sicurezza e quelle del rispetto dei più elementari principi di umanità.
La propaganda elettorale permanente nella quale viviamo, alimentata da una studiata strategia mediatica, non ci permette di fermarci per riflettere sulla complessità del fenomeno migratorio. Soffiare sul fuoco dell’odio di un elettorato impaurito e arrabbiato è politicamente redditizio. Ma poi ci sono responsabilità di governo urgenti e ineludibili, ai quali non si può dare risposta a colpi di tweet o di video-messaggi privi di contraddittorio: anche perché i migranti continuano ad arrivare. La questione è come affrontare le problematiche connesse ad un esodo inarrestabile: e questo c’entra poco con “gli stranieri che delinquono”.
Le semplificazioni vanno bene in campagna elettorale, meno quando si tratta di governare. Alimentare tensioni è da irresponsabili. Un ministro dell’Interno non può e non deve essere irresponsabile: non può permetterselo, né può esprimersi come l’avventore di una bettola.
Due anni fa mi trovavo ricoverato all’ospedale “Riuniti” per un piccolo intervento. Nella notte furono portate diverse donne, sbarcate nel porto di Reggio Calabria con altre centinaia di disperati che avevano affrontato il viaggio dall’Africa stipate nel vano motori. Avevano ustioni su tutto il corpo, soprattutto alle gambe e alla schiena, tanto che non riuscivano a stare sdraiate sopra il lettino. Uno strazio. Le vedevi tutto il giorno piegate sulla pancia, appoggiate nella parte centrale del materasso, come se stessero affacciate ad una finestra. La finestra della libertà, dalla quale affacciarsi con gli occhi gonfi di paura e di sofferenza, nel petto la speranza di una vita migliore. La “pacchia” no, nei loro occhi quella non si leggeva.

giovedì 31 maggio 2018

Don Tito




Morire di dolore per la perdita di un fratello. Restiamo nudi, come se fossimo spogliati degli orpelli di questa misteriosa cavalcata che è la vita. Noi piccolissimi esseri umani e la grandezza tragica dell’amore, il sentimento che può renderci migliori se solo ci abbandonassimo ad esso senza sovrastrutture, se gli dessimo la mano e aggrappati alla sua ci lasciassimo guidare come fanno i bambini.
Forse proprio a quand’erano bambini ha pensato “don Tito” quel giorno, poco meno di un mese fa, davanti alla salma di suo fratello Sarino. E dovette succedere tutto in un attimo: i giorni spensierati dell’infanzia, lui fratello maggiore che gioca con il piccolo di casa, lo tiene sulle ginocchia, lo protegge, lo vede crescere. “Il più dolce dell’amore è l’amore che unisce due fratelli”, ci ricorda Menandro. Poi i ricordi si ingorgano, l’interruttore si spegne: emorragia cerebrale.
Era morto quel giorno Nunziato Fedele, era morto da uomo dal cuore d’oro qual è sempre stato. Una fine che mette tristezza, ma che induce a rallentare, a riflettere: in fondo a sperarci più umani.
Il medico curante Nunziato Fedele per tutti è sempre stato “don Tito”, una forma di riverenza che spiega il riconoscimento dell’importanza del ruolo esercitato in una piccola comunità. Un’epoca non troppo lontana, anche se sembra passato un secolo perché il mondo cambia ad una velocità incontrollabile, impazzito dentro al frullatore di una modernità che ci vuole asettici. Ed è cambiato anche il profilo del medico “di paese”, raro quel rapporto di fiducia basato sulla capacità di ascolto e di compenetrazione anche con le questioni non strettamente cliniche dei propri assistiti.
Don Tito apparteneva a quella antica scuola. Il suo sorriso infondeva serenità, trasmetteva la sensazione di un uomo buono che aveva il dono della compassione nel senso etimologico di partecipazione alle sofferenze altrui. Colto, elegante, distinto nei modi: inconfondibile. D’altri tempi, si dice in questi casi, e non è retorica.
Un uomo che non ha mai dismesso i panni del medico di famiglia e che anche dopo il pensionamento ed il trasferimento a Bari, ogni volta che ritornava in paese si fermava a parlare con tutti, con la consueta premura. Per aggiornarsi sui progressi dei bambini che aveva lasciato, diventati ora adulti; per chiedere degli anziani che ancora continuavano a telefonargli per un consiglio o soltanto per sentire la voce del loro vecchio medico curante.
Non ci si pensiona mai dalle proprie passioni. E la medicina, il rapporto umano con i pazienti sono stati per don Tito una passione coltivata fino all’ultimo dei suoi giorni. Fino alla manifestazione di un amore per il fratello talmente grande da morirne.

martedì 15 maggio 2018

Sant'Eufemia oggi


Magari è soltanto una mia impressione, una percezione temporanea destinata a svanire con le nuvole dei pensieri tristi. Forse è proprio così, vorrei che fosse così. Una visione amara dovuta ai cicli naturali della vita, che portano via figure di riferimento per un’intera comunità mentre l’orizzonte appare confuso: tempo di mezzo, tra un’epoca che sta per finire e un’altra che stenta ad iniziare.
Mi chiedo come sarà domani, se ci saranno giovani pronti a raccogliere il testimone e a proseguire il cammino dei tanti che ci hanno preceduto. Avverto una malinconica sensazione di riflusso, di ripiegamento su se stessi. Come se la visione d’insieme non conti nella formazione e nell’esaltazione dell’anima di un paese. Come se trama e ordito non abbiano bisogno di tenersi stretti per dare vita a un tessuto. Quel tessuto sociale oggi sempre più sfilacciato, debole.
Non si fa un buon servizio se si dice che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Non si è onesti con gli altri, né con se stessi. Sant’Eufemia si sta impoverendo, nonostante la caparbia di quanti si oppongono a un declino che è sotto gli occhi di tutti. E non si tratta di politica, no. Quello semmai è l’effetto, non la causa. Le ragioni sono più profonde, strutturali: è un declino figlio della congiuntura storica contemporanea, della crisi economica ed etica che scava la roccia, giorno dopo giorno.
Un paese impoverito dai troppi salassi dell’emigrazione, chiuso anche fisicamente: che non prende aria, che non respira, che non vola. Negli ultimi anni sono scomparse associazioni storiche: l’associazione culturale “Sant’Ambrogio”, anni fa; la Pro Loco, più di recente. Neanche la squadra di calcio esiste più. C’è l’isola felice del “Terzo Millennio”, ma è un’eccezione: una vitale eccezione. Il resto è fatica e caparbia di chi non vuole arrendersi, encomiabili e da incoraggiare. Ma il pluralismo associazionistico è ricchezza e carburante prezioso per la crescita culturale e sociale di una comunità, anche quando mostra la faccia della sana competizione.
Il liceo scientifico ad ogni inizio di anno scolastico fatica a comporre la prima classe: e fortuna che ancora ci soccorrono i paesi vicini. I nostri figli sono per lo più fuori. Le strade e le piazze deserte sono una pugnalata al cuore, il certificato di morte che accomuna i piccoli centri interni dell’Aspromonte.
Non ho la soluzione in tasca: osservo, considero. Nel mio piccolo cerco di fare il mio “pezzettino”, come altri, perché aveva ragione Robert Kennedy: «Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione».
Credo che si dovrebbe cercare di amare un po’ di più il proprio paese (tutti: chi ci vive, chi ci torna ogni tanto, chi guarda da lontano). Chissà che non sia questo l’antidoto giusto.

mercoledì 18 aprile 2018

Il professore Marafioti, un maestro e un uomo perbene


“I maestri di una volta”, si dice per sottolineare non soltanto il livello di preparazione ma anche un certo modo di intendere la professione: qualcosa che ha molto a che fare con la “missione” di educatore e con il ruolo di punto di riferimento per il microcosmo di una scuola di “frontiera” quale potevano essere trenta o quaranta e passa anni fa le classi elementari “del Purgatorio”, al Paese Vecchio. In quella scuola per moltissimi anni hanno insegnato il professore Francesco Marafioti e tanti altri maestri e maestre del paese, attenti alla didattica e alla crescita umana dei propri alunni.
Una concezione romantica dell’insegnamento che trovava attuazione in un approccio pacato e serio. Mai sopra le righe, il professore. Discreto, umile, di un’educazione fuori dal comune, tutte doti umane che poggiavano sulla base solidissima di uno spessore culturale altrettanto elevato. Un professore che ha sempre continuato a studiare, nel silenzio del suo studio.
A me piace ricordare che ogni tanto la sua vasta cultura trovava sbocco in un articolo per la rivista “Incontri” dell’associazione culturale “Sant’Ambrogio”, come in quel pezzo bellissimo dedicato al maggiore Luigi Cutrì, eroe della prima guerra mondiale ai più sconosciuto nonostante l’intitolazione della strada più ampia di Sant’Eufemia (la “quindici metri”): era il 1988.
Una missione portata avanti insieme alla moglie Anna Violi: quanti bambini e adolescenti hanno frequentato la loro casa, di pomeriggio, quando entrambi tenevano lezioni private per gli studenti delle scuole elementari, medie e superiori? Lei, professoressa di matematica alle scuole medie, le materie scientifiche; lui, le materie letterarie e classiche.
Quanti hanno potuto apprezzare la gentilezza e l’affetto (che si manifestavano anche con un gelato, merendine, cioccolatini e caramelle) di questa coppia di insegnanti dallo stile di vita rigoroso e schivo, che oggi andrebbe incoraggiato e indicato a modello?
Nel dicembre scorso fa l’associazione “Insieme per crescere” organizzò una bella manifestazione per omaggiare la figura del maestro nella nostra comunità. Il professore Marafioti avrebbe dovuto ritirare il premio alla memoria dedicato alla moglie, ma purtroppo le sue già compromesse condizioni di salute non gli consentirono di essere presente. Si trattava di un riconoscimento da dividere in due, perché è impossibile distinguere l’uno dall’altra: un ringraziamento per tutto quello che avevano fatto e per ciò che hanno rappresentato nella formazione di molte generazioni di eufemiesi.
Nel suo ultimo viaggio i figli hanno voluto che portasse con sé il libro di pedagogia letto e riletto un’infinità di volte: vademecum e sigillo della vita di un maestro e di un uomo perbene.

sabato 14 aprile 2018

Contro la guerra


Ogni tanto mi viene chiesto se ha un significato particolare il pezzo di stoffa bianco, un po’ annerito dal tempo, che tengo annodato allo specchietto retrovisore della mia auto. Sì, è roba vecchia, scassata come la mia auto. Ma simboleggia la convinzione che guerra e violenza non possono mai essere una soluzione per le questioni internazionali ed umanitarie. Tutt’al più ne rappresentano la comoda, per quanto inutile, scorciatoia.
La campagna “uno straccio per la pace” fu lanciata da Emergency per protestare simbolicamente contro l’intervento militare in Afghanistan dopo l’attentato delle Torri Gemelle a New York: «Uno straccio di pace appeso alla borsetta o al balcone o all’antenna della macchina o al guinzaglio del cane per chiedere che questa guerra finisca e non ne nascano altre. Volere la pace non significa mancare di rispetto alla memoria di chi è morto negli attentati. Confidare nella pace non significa non aver pianto per le migliaia di vittime innocenti». Erano le giornate della contrapposizione feroce tra interventisti e pacifisti, in Italia riassunta negli scritti di Oriana Fallaci (La rabbia e l’orgoglio) e Tiziano Terzani (Lettere contro la guerra).
Essere per la pace non significa “parteggiare” per qualcuno. Non ho alcuna simpatia per il boia Assad, né per quell’autocrate di Putin, né per Trump che definisce “simpatici” missili che sappiamo quanto possano essere “intelligenti” e quali “effetti collaterali” siano in grado di produrre. Così come non ne avevo, ieri, per Bin Laden, Saddam Hussein e Gheddafi. Essere per la pace significa contestare l’utilizzo delle armi per la soluzione dei conflitti, privilegiare la strada della diplomazia, ma soprattutto respingere l’ipocrisia di chi – oggi come ieri – nasconde dietro il velo degli alti ideali propagandati la vera ragione dei conflitti: la difesa degli interessi economici e geopolitici da parte delle grandi potenze sullo scacchiere mediorientale.
In Siria la guerra è iniziata sette anni fa, non oggi. E a pagarne il prezzo più alto, come sempre accade nelle guerre, è il popolo siriano con le sue migliaia e migliaia di vittime, con i suoi milioni di civili allo stremo e in fuga dalle proprie case.
Pochi giorni fa i mezzi di comunicazione hanno diffuso le immagini dell’attacco chimico a Douma, con l’utilizzo del gas del regime siriano contro la popolazione inerme. Sulla base di questa informazione, basata su video prodotti da fonti locali non verificabili e riconducibili agli ambienti anti-Assad. La memoria corre veloce alla fiala di polverina bianca agitata dal sottosegretario di stato americano Colin Powell, il “casus belli” della guerra in Iraq, che poi si rivelò essere stata invenzione di un ingegnere chimico iracheno (nome in codice: Curveball). Anni prima, nella sua Lettera da Kabul (19 dicembre 2001) Tiziano Terzani aveva considerato: «Le emozioni suscitate da tutta una serie di notizie false, compresa quella delle fiale di gas nervino “trovate” in un campo di Al Qaeda vicino a Jalalabad, sono servite a rendere accettabili gli orrori della guerra, a mettere le vittime nel conto dell’inevitabile prezzo da pagare per liberare il mondo dal pericolo del terrorismo».
L’uccisione di Gheddafi e la vicenda del fermo che ha recentemente colpito Sarkozy, lautamente finanziato dal rais libico per la sua ascesa all’Eliseo prima di diventarne il carnefice, dovrebbe insegnare qualcosa sulla genuinità dell’intervento delle potenze straniere nelle questioni nazionali. Il consuntivo degli ultimi due decenni conferma l’impossibilità di esportare la democrazia “sulla punta delle baionette”; in particolare ci dice che il terrorismo internazionale è fenomeno complesso e camaleontico, capace di mutare natura e strategie: la soluzione “militare” sarà sempre inefficace, se non si riuscirà ad intervenire sulle cause del fondamentalismo.
A chi gli faceva notare che “in tutta la storia ci sono sempre state delle guerre, per cui continueranno ad esserci”, il Mahatma Gandhi obiettava: «Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova?».

mercoledì 4 aprile 2018

Sportività di provincia



Dai, adesso diamoci una calmatina. Bel gesto l’appaluso tributato dai tifosi juventini a riconoscimento della bellezza del gol di Cristiano Ronaldo. Un atteggiamento che rende onore ai supporters bianconeri, da apprezzare e incoraggiare affinché diventi la regola sugli spalti. Ma anche nella vita di tutti i giorni, sul lavoro, nei rapporti interpersonali. Basta invidie, basta rancori: viva la sportività!
La cartolina turistica però risparmiatecela. Non è credibile perché la storia dice altro.
Penso che il contesto internazionale incoraggi questo genere di reazioni. Siamo italiani, a noi interessa soltanto che l’erba del nostro vicino sia più secca della nostra. I giardini più lontani riusciamo ad apprezzarli senza eccessivi rodimenti di fegato. Se si vuole, c’entra un po’ anche l’attitudine provincialotta a rivelarsi forti e arroganti con i deboli, deboli e dimessi con i forti. Il Real Madrid gioca un altro campionato, in fondo non viene considerato secondo i dettami che impone la categoria del nemico. Per questo riusciamo ad essere buoni e obiettivi, qualità che si manifestano raramente quando l’avversario è, appunto, il nostro vicino di casa con il suo giardino più curato e fiorito del nostro.
Sarebbe bello che questo encomiabile sforzo di obiettività emergesse anche quando l’avversario è un concorrente diretto per la vittoria nel campionato italiano. Che le “sviste” arbitrali a favore non venissero rivendicate quasi con orgoglio, con il ghigno sadico e cinico di chi gode nel ribadire il concetto filosofico cardine dello stile Juve: «Conta solo vincere».
Non ricordo applausi per le prodezze di Maradona o di Luis Nazario de Lima Ronaldo, tanto per citare due fenomeni probabilmente antipatici perché curavano giardini confinanti con quello bianconero.

mercoledì 28 marzo 2018

I motivi del No alla cittadinanza onoraria per Barbara D’Urso



Tra i punti dell’ordine del giorno del consiglio comunale di oggi c’era il conferimento della cittadinanza onoraria di Sant'Eufemia d’Aspromonte a Barbara D’Urso. Come gruppo consiliare “Per il Bene Comune” abbiamo espresso voto contrario. Di seguito, la nostra dichiarazione di voto:

Non riconosciamo alla signora Maria Carmela alias Barbara D’Urso meriti particolari, tali da giustificare il conferimento della cittadinanza onoraria di Sant’Eufemia d’Aspromonte: a meno che non sia sufficiente avere origini eufemiesi e soprattutto (azzardiamo, ma non tanto) essere personaggio celebre. Requisiti che indubbiamente sono in possesso della nota conduttrice televisiva. Ma di che genere di televisione stiamo parlando?
La tv della lacrimuccia elemento essenziale di un abusato copione. La tv dello sciacallaggio e della cinica spettacolarizzazione del dolore, offerto sull’altare del dio auditel. La tv del gossip, che per mesi e mesi segue le vicende di coppie che scoppiano, si ricompongono e poi scoppiano ancora, ovviamente a favore di telecamera. La tv dei vip in lotta per un’eredità o in contatto con l’aldilà. La tv dei “morti di fama” che si sottopongono a decine e decine di interventi chirurgici per somigliare a una bambola. La tv del kleenex e dei guardoni, che fa l’occhiolino alla pancia e al voyeurismo di certo pubblico. Di questa televisione stiamo parlando. Ma se anche si volesse sorvolare su considerazioni opinabili, che attengono ai gusti e alle inclinazioni personali di ciascuno di noi, la signora D’Urso ha mai contribuito in qualche modo alla crescita del nostro territorio? Si basa forse su questo assunto un riconoscimento di così grande valore? Non ci risulta.
Il conferimento della cittadinanza onoraria a Barbara D’Urso è soltanto una bassa operazione di marketing, forse utile per intascare una comparsata in televisione.
Siamo perfettamente consapevoli che questi sono i tristi tempi che viviamo. La religione del nostro tempo ha elevato la frivolezza a valore e l’apparire ad essenza della stessa azione politica.
Non vogliamo arrenderci a questo declino. Siamo convinti che la politica debba volare alto, concentrarsi sulle risposte da dare ai problemi dei cittadini, che sono molti e gravi, non scadere nell’utilizzo di imbarazzanti armi di distrazione di massa finalizzate all’effimero godimento di un quarto d’ora di celebrità.
Per tutte queste ragioni, esprimiamo voto contrario.

DOMENICO FORGIONE – Capogruppo
PASQUALE NAPOLI – Consigliere

lunedì 26 marzo 2018

Il grande cuore di Fabrizio

C’erano Corrado e Mike Bongiorno, due giganti. E poi c’erano le nuove leve, su tutti Fabrizio Frizzi e Gerry Scotti. È stata la televisione di noi ragazzini negli anni 80: programmi “leggeri”, mai volgari, ai quali i genitori “ci affidavano” tranquilli perché non veicolavano messaggi negativi. I conduttori erano una garanzia di serietà e professionalità; e poi erano simpatici, ironici ed autoironici, sapevano prendersi in giro perché alla fine i problemi sono (dovrebbero essere) altri.
Il tritacarne televisivo sarebbe arrivato più tardi. Allora si respirava aria di semplicità e di sentimenti genuini.
Un appuntamento imperdibile per tanti di noi fu il programma televisivo “Tandem”, in particolare il quiz che al suo interno conduceva Fabrizio Frizzi: “Paroliamo”. Squadre di studenti si contendevano la vittoria cercando di comporre la parola più lunga utilizzando le lettere a disposizione. Un gioco di società che ti faceva sentire a casa, come se stessi giocando a tombola o a monopoli con fratelli, cugini, vicini. Una scenografia essenziale, con le lettere di cartone che venivano disposte sul tavolo. Sembra sia passato un secolo.
Poi si cresce e ci si perde, perché gli interessi cambiano: anche se un’occhiata all’Eredità si finiva sempre con il darla. Guardiamo ad altro “da grandi”, guardiamo all’uomo.
E in questo Fabrizio Frizzi è stato un gigante per umanità, sensibilità, generosità. In prima fila accanto a Telethon o con la conduzione televisiva della “Partita del Cuore”, per sottolineare l’importanza delle donazioni nella lotta alle malattie genetiche.
Ci ha fatto commuovere quando si è saputo che aveva salvato la vita di una ragazza donandole il midollo osseo.
Credo sia questo il suo più grande lascito: l’esempio. Se il conduttore televisivo è stato un ottimo professionista, l’uomo “è” testimone di bellezza, della bellezza e della grandezza del dono.